STORIA CONTEMPORANEA n.95: Nella notte solitaria del male. Ada Zapperi-Zucker, “Il silenzio”

Nella notte solitaria del male. Ada Zapperi-Zucker, Il silenzio, Merano, Edizioni Alpha Beta Verlag, 2009

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di Giuseppe Panella*

Il silenzio racconta una storia terribile e agghiacciante che solo nel finale si apre a una luce di possibile speranza. Si tratta, in realtà, di un romanzo intenso e semplice nella sua struttura narrativa che induce, tuttavia, a riflessioni generali sulla natura umana, sulla sua crudeltà e sulla necessità di confrontarsi con i suoi aspetti più intimi e contemporaneamente più difficili a svelarsi compiutamente. Enza Rizzo in Golin, vedova da non molti mesi e attiva direttrice del Grand Hotel sul lago in una rinomata località turistica, veglia per tutta una lunga notte di lutto il corpo senza vita della sorella Rita, morta dopo una lunga malattia durata tutta la vita (pur non essendo del tutto incapace di farlo, la donna non parlava quasi mai e a stento, la sua vita attiva ridotta a poche funzioni animali e a sonni popolati di incubi terribili).

Sarà una lunga notte in cui Enza ripercorrà tutta la propria vita di donna, di madre, di moglie, di figlia. Vissuta in Alto Adige da che ha ricordi consapevoli della propria esistenza, la donna proviene da una famiglia contadina di origine contadina venuta su nel profondo Nord a ripopolare quelle terre di cultura austroungarica per impremere in esse una sorta di marchio di italianità (era stata la politica del governo fascista a imporre una lingua ad essi quasi sconosciuta e a cercare di trasformarne gli usi e i costumi in ottica più consona al registro nazionalistico del regime). Da Rio Bianco (il paese natale di cui però la donna non ricorda nulla) la famiglia si era trasferita a Trento dopo la morte del padre. Da qui, finite brillantemente le scuole tecniche che aveva frequentato in città, Enza, il cui vero nome è però Innocenza, era andata a lavorare in un albergo all’epoca in declino e piuttosto fatiscente, gestito da una donna volitiva e testasrda, Luisa Golin di origini aristocratiche veneziane (o almeno millantate tali). Della donna poi aveva sposato l’unico figlio, Carlo, di ventotto anni più vecchio di lei e medico condotto di professione e di tradizione (suo padre lo era stato a sua volta). I due erano di carattere assai diverso: lui leggero e bonaccione, ilare e scherzoso, lei chiusa, un po’ fredda e incapace di aprirsi e godere del proprio corpo e della propria vita. Dal matrimonio erano nati tre figli (all’epoca dell’incipit del romanzo già andati via di casa – di essi nel romanzo si parla pochissimo). La sorella Rita, relegata con sollievo di tutti in una stanza poco frequentata della casa, era accudita da due infermiere che si davano il turno notte e giorno. La sua presenza, poco sensibile rispetto all’economia esistenziale della casa, era quasi impercettibile. Eppure aveva continuato a pesare sulla tormentata psiche di Enza tanto è vero che la sua dipartita le sembra un sollievo, una sorta di liberazione da un peso mai effettivamente accettato. Ma nel corso della sua lunga notte di veglia (un po’ come accade a Mersault in L’Étranger di Camus) i suoi pensieri vagano a ritroso e ripercorrono tutta la sua vita passata. Riaffiora il disamore della madre, invece da lei strenuamente amata, il rapporto inesistente con la sorella assente e un po’ toccata, la volontà di farsi apprezzare e considerare sentimentalmente dalla mamma sempre invece assente e fredda, incapace di mostrare quel calore necessario all’educazione dei figli. Si rinnova il dolore per la morte della donna ormai logora per gli anni, le sofferenze e i sacrifici fatti e soprattutto riemerge, lucida incontrovertibile e spietata la verità sulle sue origini lontane. Prima di morire, infatti, la donna che credeva sua madre le aveva rivelato la verità su loro due:

«Le sussurrò una frase. Lei non capì. Sollevò il viso e la guardò interrogativamente, pensando si trattasse di delirio, di un improvviso colpo di pazzia. La madre, quasi avesse indovinato i suoi pensieri, la fissò con la durezza di sempre, e le fece cenno di avvicinarsi un’altra volta. “Eu sugnu a nanna tua. A mamma tua esti ija” (Io sono tua nonna. Lei è tua madre). Il viso asciutto, solcato da una ragnatela di rughe scavate dall’età e dalla malattia, sembrava pietrificato. Gli occhi fissi nel vuoto: due punte di spillo ancora in grado di ferire. Non una lacrima » (p. 81).

Nell’autunno del 1945 – come la donna racconterà a quella che credeva di essere sua figlia – tre soldati tedeschi in fuga, sbandati e protervi della follia dei vinti frustrati, erano entrati nella fattoria di Rio Bianco dove i Rizzo vivevano, avevano saccheggiato tutto quello che avevano trovato e si erano gettati sulla ragazzina Rita di più o meno quindici anni per violentarla. Il padre Pietro che si era provato a salvarla dalla violenza era stato ucciso con un colpo alla nuca e Rita ripeturamente stuprata. La madre, in preda al terrore per quello che stava accadendo si era rifugiata a nascondersi nella paglia del granaio. La mattina dopo, quando tutto era finito, era rientrata in casa, aveva lavato e medicato la figlia e sepolto sommariamente il marito. Nessun abitante del paese aveva voluto aiutarla e le aveva più in seguito rivolto la parola. Il frutto della violenza bestiale dei tedeschi era stata lei, Innocenza – vittima incolpevole ma espressione lampante di una diversità fisica, di una differenza antropologica innegabile. Enza era cresciuta alta e bionda e con gli occhi azzurri, classica figura di etnia e conformazione germanica. Si era trasformata, cioè, nel ricordo costante e incancellabile di ciò che era accaduta quella notte nella valle del Trentino dove i Rizzo abitavano. Rita, già probabilmente incapace di una vita autonoma, non si era mai ripresa dalla violenza subita: le sue notti si erano popolate di incubi, la sua vita era scorsa stenta e incolore, senza avvenimenti di rilievo, senza aspirazioni di sorta. Il rimprovero vivente rappresentato da Enza non aveva ricevuto dalla madre nessun gesto di perdono, nessuna forma di oblio, nessun momento di abbandono. Dopo aver saputo la verità, nella donna (ormai sposa e madre apparentemente felice) era subentrato un desiderio di andare a vedere i luoghi in cui la tragedia si era consumata, una sorta di ricognizione terapeutica in vista di un riscatto simbolico dal male. Un primo tentativo era miserevolmente fallito: la donna, partita da sola in automobile, era stata costretta a fermarsi in un Gasthof sito sulla strada e il suo stato di salute, già precedentemente compromesso dall’insonnia e dall’angoscia vissuta nei giorni precedenti, era diventato quello di una persona in preda a una crisi nervosa violenta e pericolosamente vicina a un collasso. La febbre alta, gli incubi spaventosi, le grida nel bel mezzo della notte avevano fatto temere per la sua salute mentale. Una volta ripresasi dalla malattia, aveva voluto ripetere l’impresa precedente con esito nettamente migliore ma non era riuscita a decidersi a rivelare il suo segreto al suo pur affettuoso marito. Ci era riuscita solo molto tempo dopo, in seguito a una lite con un ex-militare della Wehrmacht di cui non aveva sopportato i modi altezzosi, da ufficiale prussiano. Quando l’anziano ma ancora protervo cliente se ne era andato indignato, il marito le aveva chiesto ragione dell’accaduto e la verità era fluita, incontenibile. Se ne era liberata in un torrente liberatorio di parole in cui l’orrore e il desiderio di conforto l’avevano resa capace di rompere il silenzio. Con la morte della madre-sorella, infine, l’accettazione della verità sulla sua origine si era compiuta e la lunga notte dell’angoscia poteva dirsi conclusa.

La costante del romanzo di Eva Zapperi-Zucker è il silenzio: un silenzio fisico (quello che riposa palpabile sulle cime delle montagne innevate del Trentino) e un silenzio morale (quello delle coscienze che preferiscono tacere piuttosto che cercare conforto in un dialogo chiarificatore e forse consolatorio). Un silenzio fatto di dolore, di orrore e del non-senso della sofferenza non condivisa. Un silenzio fatto anche di incomprensioni e di difficoltà esistenziali (nonché linguistiche – pur vivendo in Trentino, regione dell’Italia a tutti gli effetti, Enza ha difficoltà a comunicare con la popolazione di origine tedesca che parla un italiano stentato mentre lei non parla né tedesco né il dialetto alto-atesino; la madre, nata e sempre vissuta in Calabria, parla un italiano nettamente insufficiente ad aprire spazi di comprensione con gli altri). Un silenzio che prelude alla morte e si confronta continuamente con essa. Un silenzio che respinge l’amore e il piacere come momenti inaccettabili da chi deve vivere soltanto in vista del proprio dovere da compiere.

«Con la madre non sapeva mai di cosa parlare. In quella casa del resto le parole erano rare. Cadevano misurate, lente. Enza era molto cauta. Aveva imparato a sue spese: guai a non tenerle a freno, a non soppesarle prima di lasciarle andare. Parole innocue, innocenti, nello stesso momento in cui venivano pronunziate, correvano il rischio di perdere il loro significato iniziale per acquistarne uno nuovo, mai pensato; subivano una trasformazione quasi per opera di magia e venivano interpretate a seconda delle necessità, mai per quello che erano. Tornavano allora indietro come boomerang velenosi, pronti a ferire, a uccidere. Come lo sguardo duro della madre; uno sguardo che annientava più di una parola cattiva, più di una condanna a morte. Quanto avrebbe preferito un litigio, insulti volgari e ingiustificati, uno schiaffo, una qualsiasi reazione umana, azioni o parole, tante parole che possono ferire, alle quali però è possibile contrapporre altre parole. Comunque sia, una possibilità di dialogo, di difesa. Ma anche un contatto. E invece, niente. Solo il silenzio» (p. 71).

Rompere la cortina e l’obbligo del silenzio significherà per Enza tornare a vivere ancora, vorrà dire comprendere di essere viva.

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* Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaireDreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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