Monologo della/alla pecorella

Il tormentone della barba e della maschera, come lo presenta Paolo Griseri su La Repubblica, altrimenti noto come “Sermone della Pecorella” è l’ennesimo specchio torbido di un’Italia che non è cresciuta, e che dal pasoliniano discorso su Valle Giulia a oggi ha continuato a ripetere gli stessi balletti sulle medesime note.
La storia del nostro paese, soprattutto quella moderna, è una storia nella quale Stato e Popolo da sempre vivono in antagonismo, cercando di fregarsi l’un l’altro il piatto da cui invece dovrebbero entrambi mangiare.
Diversa è la storia d’altri paesi, paesi che oggi ci guardano senza capirci, paesi che in alcuni casi, addirittura, si sono messi a farci i conti in tasca.
Prendiamo quelli del Nuovo Mondo, ad esempio. Prendiamo il Nuovo Mondo di matrice anglosassone. Prendiamo l’America, gli USA. Abbiamo una nazione fatta dal Popolo (mi si perdoni il tono generico del termine) nelle cui istituzioni il popolo crede e si riconosce. Qualunque americano medio (altra generalizzazione, i puristo/articolisto/analisti avranno gioco facile) per quanto possa ignorare gli articoli della sua Costituzione sarà sempre pronto a morire per difenderla. In quanti, in Italia, farebbero la medesima cosa?
In Olanda, che non è il Nuovo Mondo ma è nel cuore del Vecchio Continente, i cittadini hanno il senso dello Stato anche e soprattutto perché (mi è stato spiegato) lo vedono personificato in una monarchia nella quale a loro volta si identificano. La regina, in fin dei conti, è la prima dei cittadini olandesi. Gli olandesi amano la loro regina, ne hanno addirittura trasformato il compleanno in una sorta di grande celebrazione nazionale. La regina, come il popolo, è parte dello Stato: Stato, Regina e Popolo sono la medesima cosa. I politici, invece, queste entità che in Italia stanno diventando sempre più caricature da Commedia dell’Arte, ne sono gli amministratori provvisori. Fallisci nell’amministrazione dello Stato? Vai a casa, avanti il prossimo, non ne vogliono, di gente che li prende per i fondelli, in Olanda.
L’italiano medio (arieccoci, altra generalizzazione, altra valanga di critiche) si considera da sempre un tipo scaltro, uno che a lui non la si fa cari miei. Uno che più di duemila anni di storia l’hanno smaliziato, cosa vi credete? L’italiano medio sa come muoversi, è uno in gamba, uno che non si lascia fregare dai primi venuti. Questo italiano medio, questa volpe del sud europa, è passato dalla dominazione borbonico-austriaca al controllo piemontese (alcuni parlano addirittura di colonizzazione) e da questo al fascismo, e dal fascismo al democristianesimo, e dal democristianesimo al pentapartito, e dal pentapartito al berlusconismo (saltando tutti i momenti di passaggio, camuffati sempre e rigorosamente da cambiamento) fino all’attuale passaggio dal berlusconismo al nulla. (O forse questa è solo un’altra fase di passaggio, camuffata da un altro cambiamento ???)
A questo italiano, l’italiano a cui non la si fa, una classe politica eterna e smaliziata (quella sì) impartisce da secoli le regole del gioco, che poi sono quelle del nepotismo e di un’opposizione che fa il gioco più dei vertici che della base, costringendolo ciclicamente a pagare per colpe che non sempre ha.
L’identità dell’Italiano, mi pare, si è costruita fin dal principio in opposizione allo Stato.
Altrove i nemici sono altri, soprattutto oggi, sono le corporation, sono le multinazionali, le banche, la finanza e, in alcuni casi, gli amministratori stessi, ovvero i politici, che non avendo fatto il loro dovere (o avendolo fatto male) vengono esonerati e rispediti a casa. In Italia, invece, pare che il cosiddetto nemico sia sempre e solo lo stesso: lo Stato.
Stato contro cittadino. Cittadino contro Stato.
Gli eventi correlati alla protesta NO-TAV, non ultimo il già citato “monologo della/alla pecorella” si sono confermati in questo senso un’altra chance sprecata sia dal mondo del giornalismo, che da quello della cultura, che da quello della politica.
Di politici non se ne sono praticamente visti. La politica è tutto sommato assente, e questo si sa: questa è l’Italia. Assente non perché non ci sia, ma perché non ha bisogno d’interessarsi a faccende del genere, per continuare a essere quello che è. Queste sono cose rischiose: uscire dal Palazzo, andare a capire le ragioni di quanto accade nelle strade, dico io, ma ci siamo ammattiti? Mandiamo i carabinieri e che ci pensino loro. Da Bava Beccaris a oggi, mi pare che poco o niente sia cambiato. Nulla di cui stupirsi su questo versante.
I giornalisti e il mondo della cultura tout court (generalizzazione numero quattro? cinque? sei?) quelli li capisco un po’ meno.
Anche di fronte a fatti quali gli ultimi scontri non si è in fondo andati oltre l’ovvia retorica del “caos vs ordine”, pardon, “barba vs maschera”, quando si sarebbe dovuta affiancare, alla semplice restituzione di una scena, l’analisi delle ragioni che la stanno rendendo possibile.
Il punto non è cosa la barba dica alla maschera o viceversa. Di queste faccende le cronache italiane sono piene dalla notte dei tempi. Il punto è domandarci perché ci stiamo nuovamente ritrovando a parlarne.
Se è vero come è vero che in un paese dove la politica ha fallito debba essere il giornalismo ad aiutare il popolo a comprendere le dinamiche del reale in cui si trova a vivere, viene da domandarsi cosa abbiano fatto e cosa stiano facendo il mondo della cultura e del giornalismo italiani oggi.
Questione NO-TAV.
La maggior parte delle persone alle quali ho chiesto informazioni sulla cosa (gente comune, il cosiddetto, famigerato Popolo) non mi ha saputo spiegare con chiarezza quali siano i termini della questione. Pare  che nessuno ci abbia ancora capito niente.
Si va da uno scontato “abitanti della valle contrari alla linea superveloce vs Stato-favorevole” a un “violenti anarco-insurrezionalisti vs ordine costituito”. Regna, insomma, sovrano, il caos.
Se vale ancora la vecchia teoria secondo la quale l’ignoranza è la premessa di ogni inganno, mi sorge il dubbio che qualcuno ci stia nuovamente prendendo per il culo.
La domanda che piuttosto dovremmo porci, soprattutto alla luce degli eventi che ci hanno portato al governo Monti, è: “in un Italia che negli ultimi anni ha costruito/cementificato più del doppio della Germania, e che è cresciuta meno della metà, ovvero in un’Italia che sta divorando il suo restante territorio a ritmi suicidi, è davvero necessario questo corridoio superveloce? A chi veramente fa comodo? Possibile che un giornalismo all’altezza di un Paese del XXI secolo non sia ancora stato capace di rispondere in maniera chiara a queste domande?
È su queste tematiche che dovrebbe avviarsi e giungere a conclusione il confronto: secondo le dinamiche di una dialettica (e qui torna a far capolino la nostra Storia) che da noi continua a mancare.
L’immagine che alla fine resta di questa ennesima tragicommedia all’italiana è invece quella della “barba vs maschera”, ovvero di quel “sermone della/alla pecorella” che ogni italiano, oggi, dovrebbe piuttosto fare a se stesso: senza aspettare che i belati finiscano e per le strade tornino a circolare i lupi.

2 pensieri su “Monologo della/alla pecorella

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