Vivalascuola. Per l’8 marzo della scuola

Nelle facoltà che formano insegnanti ed educatori i maschi sono solo il 13%. “Le conseguenze di questa sproporzione sono molto gravi”, spiega Barbara Mapelli. “Il messaggio dato, soprattutto ai più piccoli, è che siano solo le donne a prendersi cura di loro. L’educazione viene ancora considerata un’attività femminile, gli uomini se ne sono sempre preoccupati poco. Sarebbe utile che dall’asilo in su gli insegnanti fossero un uomo e una donna. I maschi hanno modi e competenze diverse, ma questo non può che essere un bene”. (vedi qui)

Scuola: sostantivo femminile
di Marina Boscaino

La delegittimazione programmatica dei docenti italiani è stata uno sport prevalentemente di centro destra. A turno Garagnani, Brunetta, Berlusconi, Gelmini hanno pronunciato parole trasudanti profondo disprezzo per chi fa il nostro lavoro. Ricordo per inciso – sebbene in epoca di governo tecnico e riconciliazione nazionale non sia esattamente ciò che si dovrebbe riportare alla memoria – che Gianfranco Fini l’11 luglio del 2007 rilasciava al Corriere della Sera la seguente dichiarazione: «I nostri figli sono in mano ad un manipolo di frustrati che incitano all’eversione». D’accordo, si trattava del Fini della “fase 2” e non dell’uomo delle istituzioni, che presiede oggi il Parlamento italiano. Ma fa riflettere.

La folkloristica campagna di insulti e delegittimazione che il centro destra ha riservato da e per tanto tempo agli insegnanti italiani non ha risparmiato – oltre alle accuse di comunismo, di fannullonismo, di parassitismo – anche divagazioni più o meno sarcastiche sulla “frustrazione”, dunque. Che, però, è un sentimento reale (a differenza dei deliri ideologicissimi che ci rubricano tutti come comunisti, termine che, peraltro, per molti di noi non è, almeno storicamente, un insulto, nonostante le intenzioni di chi l’abbia formulato) che meriterebbe un trattamento differente dal dileggio e dall’ironia.

Comincio con l’osservare che ci sono molte più frustrate che frustrati, nella scuola italiana. Secondo i dati del Ministero della Pubblica Istruzione, le insegnanti sono circa il 100% nella scuola dell’infanzia, il 95,6% nella scuola primaria, il 76.5% nella media, il 60.3% nella superiore. Dove la femminilizzazione riguarda soprattutto i licei e le materie letterarie. Distribuita un po’ più omogeneamente la docenza negli istituti tecnici e professionali. Si tratta di un fenomeno a quel che sembra inarrestabile: era donna nell’anno scolastico 1984-85 il 69% degli insegnanti, nel 1999-2000 il 75.5%.

La femminilizzazione delle docenti è ulteriormente sottolineata dal trand, ad esempio, relativo alla dirigenza scolastica, dove – pure registrandosi un incremento – siamo ancora lontani dalle pari opportunità: negli istituti superiori la crescita in un decennio è stata di 9 punti in percentuale (dal 20,9% al 29,8%); nel settore del 1° ciclo le dirigenti donne che complessivamente erano circa il 45% nel 98-99 sono arrivate al 55,3% del totale. Una riflessione: nel nostro Paese più la professione è socialmente ed economicamente riconosciuta, più è destinata prevalentemente agli uomini. Un andamento simile a quello degli insegnanti, infatti, si registra nei settori amministrativi di tipo esecutivo, in cui le donne sono ormai due terzi di tutto il personale.

Tornando alla didattica, globalmente sono il nord e il centro Italia ad essere maggiormente femminilizzati. Per quanto riguarda gli insegnanti, è l’Umbria la regione più rosa. Sempre parlando di numeri, la tendenza alla femminilizzazione ha persino coinvolto l’insegnamento della religione cattolica, rispetto al quale i sacerdoti (che nel ’93 erano il 36%, nel 2010 erano poco più del 12%) hanno progressivamente lasciato il posto alle donne, che sono il 56%. Dando infine uno sguardo all’Europa, secondo gli ultimi dati Eurydice, nel 2009 la femminilizzazione del corpo docente, dalla primaria alla secondaria superiore inclusa, riguardava complessivamente nella UE circa il 60%, in Italia il 75,8%,

Esiste un rapporto diretto tra il fenomeno della femminilizzazione dell’insegnamento e la questione salariale. L’incremento progressivo del livello di istruzione delle donne e il loro conseguente ingresso nel mondo del lavoro hanno trovato nella scuola – a partire dagli anni ’60 – un punto di convergenza. A quell’epoca gli stipendi degli insegnanti erano proporzionalmente più consistenti degli attuali: l’entrata massiccia delle donne ha coinciso con un lento abbassamento della considerazione a livello sociale della funzione docente e, contemporaneamente, con un rallentamento della progressione economica.

Il patto tacito sembrò allora consistere nell’accettazione di stipendi bassi a fronte di un lavoro limitato a poche ore settimanali, compresi i vari vantaggi che ancora compaiono nell’immaginario dei detrattori della scuola, ma che – nel frattempo, almeno per chi si impegna e crede nella propria funzione – sono definitivamente scomparsi: 3 mesi di ferie, innumerevoli pomeriggi liberi. L’immagine dell’insegnante donna, moglie possibilmente di un professionista, che lavora la mattina e durante il pomeriggio provvede ai figli e alle cure domestiche o ai propri interessi (parrucchiere e shopping inclusi) è stata soppiantata da quella di tante lavoratrici coinvolte a tempo pieno su fronti differenti, tutti ugualmente impegnativi. Perché, nel frattempo, la scuola è cambiata: formalmente le ore di lavoro sono 18 (nella secondaria), ma le condizioni di lavoro sono profondamente mutate.

La scuola – non per tutti, certamente, ma per molti – rappresenta un impiego a tempo pieno, con l’aggiunta, non irrilevante, che tale impiego si svolge con e per bambini e ragazzi, ed è finalizzato alla formazione, all’educazione, alla creazione di cittadini consapevoli, dotati di autonomia critica. Ridurre le pertinenze di un insegnante alle ore curriculari è sbagliato: nel 1974 – anno di nascita degli organi collegiali – e, dopo, nel 1999 con l’autonomia, si sono aperti, nel bene e nel male, ampi spazi di intervento e di partecipazione collegiale (non sempre efficaci) al funzionamento e allo sviluppo di ciascun istituto. A livello individuale, inoltre, gli insegnanti di molte discipline dedicano tempo ed energie alla correzione di elaborati. Infine, c’è bisogno di tempo – per chi li pratica, dal momento che si tratta di attività non riconosciuta né incentivata – per curare aggiornamento e studio.

Le spinte convergenti di delegittimazione sociale, di una riduttiva interpretazione dell’orario di lavoro e del carico di responsabilità che esso comporta, dell’immiserimento dei salari, hanno condotto ad una situazione irreversibile, che non può non investire anche gli alunni. La prevalenza assoluta di donne nella scuola, quali conseguenze può produrre sui giovani in apprendimento?

“Porrei l’accento non sull’insegnante “reale” ma sulla funzione simbolica che incarna. Nell’epoca “dell’evaporazione del padre” e del crollo del principio d’autorità – tema caro a Recalcati ed in generale agli psicoanalisti del campo lacaniano – l’istituzione scuola potrà esercitare una suppplenza alla carenza educativa dei genitori?

Così si interroga Aldo Musciacco, docente di filosofia e psicologo.

Concludiamo con una nota di cronaca paradossale questa carrellata di dati e considerazioni. Un episodio che può aiutarci a considerare quei dati non come fonte di analisi disfattista, ma come prospettiva socio-culturale dinamica, su cui riflettere positivamente. All’insegnante (uomo, ne esistono anche di sensibili alla questione) che chiedeva di argomentare la tesi secondo la quale a scuola le ragazze vanno meglio dei ragazzi (esercizio proposto da un libro di testo politically correct) M.S., 15 anni, studentessa di un secondo anno di professionale a Torino (eno-gastronomico, per giunta, frequentato soprattutto da maschi: anche gli chef sono prevalentemente uomini), interpreta a modo suo l’evidenza di cui abbiamo parlato fino ad ora: “A scuola le ragazze vanno meglio dei ragazzi. Le donne imparano più degli uomini. Infatti ci sono soprattutto insegnanti donne”.

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L’insegnante è maschio e femmina
di Donata Glori

E’ vero, la scuola si è femminilizzata, ai gradi dei più piccoli è quasi completamente femminilizzata.

I vantaggi, a naso, sono quelli di essere riuscite a tenere alto il senso del proprio lavoro senza perdersi troppo nelle lagnanze di tutto ciò che manca, insomma le donne tendono ad arrangiarsi a fare ciò che si può con ciò che si ha, come in cucina le brave cuoche. Le donne gestiscono la scuola come una casa, naturalmente ciò che dico può essere smentito da esempi differenti, tuttavia credo che le donne reggano sulle proprie spalle l’inverosimile, cercando di non perdere il senso di sé e dell’altro che hanno di fronte: le creature piccole se ne infischiano di ciò che manca, devono crescere e non possono che assorbire e prendere tutto ciò che c’è intorno, come sottarsi a questo? Il loro tempo è questo, non il futuro. Questa consapevolezza sembra faccia mettere in secondo piano la protesta sacrosanta su tagli, pensioni sempre più lontane e quanto viene fatto contro la scuola da circa 20 anni a questa parte da tutti i governi che si sono succeduti. Molti attribuiscono proprio alla femminilizzazione della scuola la sua mancanza di capacità contrattuale.

Detto questo, sono assolutamente convinta che sarebbe molto meglio una presenza maschile più massiccia, educare è educarsi, tutti gli insegnanti lo sanno, è continuare a ri-tessere lo stare al mondo, a spingere per il cambiamento in un senso più pienamente umano, e l’umano è maschio e femmina.

Come si cambia ciò che non ci piace senza scontrarsi-incontrarsi tra maschi e femmine, con chi si contratta lo stare al mondo?

Personalmente quando i miei figli hanno frequentato la scuola elementare e c’erano i moduli ho sempre cercato quelli in cui c’erano anche le poche figure maschili, così come ho scelto apertamente, ogni volta che ho potuto, di lavorare con maestri oltre che con maestre. Non mi sono pentita né nel primo né nel secondo caso, anzi i moduli in cui era presente la differenza sessuale sono stati sempre i più vivaci, più ricchi di possibilità per docenti e alunni e alunne.

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Materiali

Sul tema della femminilizzazione della scuola esiste una grande quantità di materiali. Ci limitiamo a dare almeno qualche esemplificazione della complessità delle questioni sociologiche, culturali, esistenziali e pedagogiche coinvolte.

La segregazione occupazionale in Italia
Le donne che scelgono di lavorare avrebbero facoltà di accedere a qualunque professione, almeno in linea teorica; in pratica però ciò non accade, e le loro scelte risultano confinate in un ambito molto più limitato. Le donne infatti non si distribuiscono in modo uniforme nei settori di attività, nelle professioni e nei mestieri, ma si concentrano prevalentemente in poche occupazioni, spesso legate a stereotipi sociali e ricalcate sui ruoli tradizionali del lavoro domestico e di cura (insegnanti, segretarie, impiegate, parrucchiere, infermiere, commesse, assistenti sociali, cassiere, dietiste, ecc.). Questi lavori sono caratterizzati da retribuzioni poco elevate, bassa qualificazione e scarse prospettive di carriera, ma sono più compatibili di altri con la gestione delle responsabilità familiari (vicini al luogo di residenza, con orari flessibili, con incarichi di routine che non richiedono trasferimenti e straordinari, ecc.).
(Luisa Rosti, qui)

*

Ipse dixit
Insegnino ai ragazzi coloro che non sono capaci di fare cose più importanti, coloro che hanno diligenza scrupolosa, mente troppo tarda, cervello molle, intelligenza senza voli, sangue gelido, corpo capace di sopportare la fatica, animo che disprezza la gloria, che desidera scarso guadagno, che non si preoccupa del disprezzo; (…) si devono occupare dei minori coloro che si vergognano di stare tra uomini, non riescono a vivere tra coetanei“.
(Francesco Petrarca, Ad Zenobium gramaticum florentinum, consilium ut, scholis gramaticae dimissis, altius adspiret, da Familiarium rerum libri, Utet, 1978. La traduzione è di Guido Armellini).

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Se la metà della società non ha interesse per i bambini
Siamo in un vero e proprio cambio di civiltà che interessa le strutture profonde della società: la famiglia, l’educazione, il lavoro, il senso della convivenza umana. La femminilizzazione non riguarda solo la scuola: le donne sono diventate la stragrande maggioranza di tutto il terziario.

La storia delle donne ci dice che la propensione per i mestieri educativi è di vecchia data, si può dire che nasca con le prime scuole dell’Italia unita. Già nell’anno scolastico 1895-96 le maestre erano 32.544 e i maestri 22.000. Anonime maestre – una moltitudine – hanno compiuto l’opera civilizzatrice di alfabetizzare l’Italia, sperdute in paesini minuscoli, a prezzo di fatiche inaudite

Il pregiudizio per cui non è cosa da uomini, è molto resistente e forse c’entra con un male della nostra scuola, l’insegnamento come ripiego, di cui soffre una certa docenza specialmente maschile. E’ un guaio, perché soprattutto gli studenti (maschi) trarrebbero giovamento dalla presenza di uomini adulti con cui parlare, a cui riferirsi.

Il problema al fondo riguarda l’immaginario maschile: cambierà qualcosa solo se gli uomini smettono di considerare sminuenti per sé i tratti che attribuiscono alle donne. Un uomo – e i pochi ma bravi lo dimostrano – decide di fare il maestro se considera stare con l’infanzia un tratto arricchente della propria umanità. Di questo si tratta. E la convivenza umana è perduta se la metà di una società non ha più interesse per i piccoli e le piccole.
(Vita Cosentino, qui)

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Cercasi maestri. Ma come?
Sono gli uomini ad aver abbandonato la scuola. Quei pochi che in nome della passione resistono, commentano: “se avessi figli, non potrei mantenere la famiglia”, oppure “il disprezzo delle istituzioni è un’arma efficace contro la passione per la scuola”. Eppure secondo Silvia Vegetti Finzi

“motivati, gli uomini possono essere educatori eccellenti. E nei maestri gli scolari possono trovare una figura maschile che conferma, o compensa, quella del padre”.

Basti pensare alla gloriosa stirpe degli insegnanti che hanno educato gli italiani, dal maestro Manzi a Gianni Rodari passando per Mario Lodi e don Milani. Cercasi eredi, disperatamente. Ma come?
(Maria Luisa Villa, qui)

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Destrutturare i modelli preesistenti
E’ necessario destrutturare i modelli culturali di riferimento del sapere, lavorando così per una costruzione di valori volti a migliore la qualità della vita sia degli uomini che delle donne.

E’ necessario che gli insegnanti s’impegnino concretamente a far affiorare le aspettative e i desideri dei bambini e delle bambine. Rendere evidente come e perché ricalchino i modelli tradizionali e strutturare il lavoro di classe in modo da impedire che si perpetuino tali modelli. E’ importante dunque dare voce all’individuo nella sua interezza e particolarità, senza assumerlo nel ruolo e nella parte che gli è toccato di recitare.

E’ necessario evitare posizioni radicali di separazione, laddove la separazione potrebbe essere necessaria deve seguire sempre un lavoro e un percorso che favorisca la relazionalità e la capacità di cooperare in ogni progetto comune.

Sarebbe inoltre interessante, nell’ambito dell’orientamento scolastico che gli insegnanti, sia con i/le ragazzi/e che con i genitori, lavorassero per scardinare i confini delle aspettative di ruolo che entrambi e non di rado anche gli insegnanti tendono profeticamente a riproporre.
(Carmela Covato, qui)

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Il padre-maestro accanto alla madre-maestra
Quanto può cambiare l’idea che abbiamo ereditato della crescita e dell’educazione di un bambino se, accanto alla figura di madre-maestra viene a collocarsi quella di padre-maestro, e se un adulto temuto, autoritario, si trasforma in un rassicurante compagno di viaggio?

A più riprese, negli ultimi mesi, la stampa è tornata a parlare di un fenomeno che appare quasi immodificato in paesi e culture diverse: la scarsa presenza maschile nei ruoli e nelle professioni che si occupano dell’infanzia e dell’adolescenza. “Troppe donne nell’insegnamento?” – si è chiesto Le Figaro (08.08.2011) – per riprendere un dibattito di attualità sia in Inghilterra che in Francia, dove il tasso di femminilizzazione della scuola primaria, negli ultimi sessant’anni, è aumentato enormemente passando dall’82% al 91%.

Nello stesso giorno, La Stampa si occupava dei “nuovi genitori”: una tendenza al cambiamento nel rapporto tra padri e figli, ma pur sempre eccezioni che lasciano alla donna la maggiore responsabilità della famiglia come impegno di tempo e energie. Tenuto conto del segno duraturo che lasciano sull’essere umano i rapporti con le persone che per prime si prendono cura della sua crescita e delle sua formazione, il paradosso della “latitanza maschile” nell’infanzia è evidente.
(Luisa Muraro, qui)

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Uno dei tanti dati del passaggio dalla vecchia alla nuova società
Questi passaggi sono da ascriversi a fenomeni ben più ampi della femminilizzazione della docenza. Li elenco brevemente: il passaggio da una società incentrata sulla produzione ad una incentrata sul consumo; la diffusione della famiglia nucleare e – al suo interno – l’accentuazione del lavoro femminile extra-domestico; l’eclissi di imago genitoriali forti ed il conseguente implemento della funzione educante all’interno del quadro delle formazione scolastica e, ancor prima, il passaggio alla cogestione educativa fra prescuola e famiglia; l’emergere dei media come terza “agenzia educativa”; la forza dei movimenti (giovanili, femministi, etc.) che in questo nuovo crogiolo sono nati e si sono via via disposti criticamente verso la vecchia società e la vecchia scuola, etc.

È all’interno di questo quadro complesso che s’innesca il tema della femminilizzazione della docenza, che è solo uno dei tanti frutti, uno dei tanti dati epifenomenici connessi al passaggio dalla vecchia alla nuova società, dalla vecchia alla nuova scuola.
(Leonardo Angelini, qui)

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La settimana scolastica

Uno studio Ocse sui dati Pisa 2009 prova che se i docenti sono meglio retribuiti e più motivati anche gli allievi hanno prestazioni soddisfacenti. Dall’Europa ci arrivano anche altri stimoli, così sintetizzati da Marina Boscaino:

Autonomia, obbligo di istruzione (istruzione e non avviamento precoce al lavoro), valutazione (di sistema e di istituto, in particolare, come indicazione per determinare miglioramenti); investimento economico; appetibilità di una professione femminilizzata, anziana e malpagata (“stipendi non adeguati” li ha definiti Profumo): questi sono gli elementi su cui l’Europa ci chiede di riflettere e di impegnarci, anche in previsione della strategia UE2020, che è subentrata a Lisbona 2010. La direzione verso la quale stiamo andando, per quanto fumosa, sembra essere un’altra.

In Italia infatti si continua a tagliare: prima tagli alla scuola: di risorse, ore di lezione e discipline, insegnanti; poi tagli agli stipendi degli insegnanti con blocco dei contratti e degli scatti stipendiali; adesso con l’innalzamento dell’età del pensionamento, senza nessuna considerazione della specificità della scuola, delle esigenze didattiche, delle urgenze occupazionali dei giovani laureati.

Per i docenti della classe del ’52 infatti la “riforma” delle pensioni non tiene conto del fatto che nella scuola la conclusione dell’anno lavorativo avviene alla chiusura dell’anno scolastico il 31 agosto di ogni anno. Questi docenti stanno organizzando una class action contro il provvedimento del governo e per vedere riconosciuti i diritti maturati (vedi Quota 96, Class Action Blog Scuola e il blog di Manuela Ghizzoni). Anche i sindacati sono pronti ad attivare il contenzioso. Sull’argomento, l’on. Manuela Ghizzoni ha presentato una interrogazione parlamentare.

Le cose vanno diversamente per la scuola privata cattolica. Dopo che i vescovi hanno espresso qualche preoccupazione per le voci che fosse richiesto il pagamento dell’ICI alle strutture religiose, senza nemmeno ricorrere a prese di posizione ufficiali, il premier rassicura con urgenza e la Commissione Industria del Senato approva all’unanimità un testo che esenta dal pagamento le scuole cattoliche. Il premier ha indicato i “parametri”: servizio assimilabile a quello pubblico, in particolare sul piano dei programmi, applicazione dei contratti nazionali. Inoltre il bilancio dovrà essere “tale da preservare in modo chiaro la modalità non lucrativa”. Osserva Bruno Moretto:

Le scuole cattoliche non hanno mai pagato l’ICI da quando è stata istituita, cioè dal 1992. Un privilegio che è costato all’Italia l’apertura di una procedura d’infrazione delle norme sulla libera concorrenza. Tutte le altre scuole private pagano le tasse sugli immobili di loro proprietà… continueranno a non pagare scuole, che sono considerate cattoliche solo perché sono iscritte ad associazioni di orientamento religioso, come FISM o Agidae, ma che fanno pagare rette altissime.

La conclusione, da più parti, è la stessa, qui espressa con le parole di Lucio Ficara:

Dopo i cento giorni di governo Monti, mi sento di poter affermare che la politica attuata dal ministro Profumo, per tentare di risolvere gli atavici problemi del mondo della scuola italiana, è in perfetta continuità con quella, aspramente criticata da molti esperti di scuola, dell’ex-ministro on. Gelmini.

Continuità anche sul tema della valutazione e delle prove Invalsi. A proposito delle quali è in atto una raccolta di firme per proporre al Parlamento un emendamento per eliminare l’obbligo delle scuole di somministrare a tutti gli studenti delle classi coinvolte i test Invalsi. Si richiede invece una rilevazione campionaria e non censuaria, che possa essere usata solo per la valutazione di sistema e per favorire i processi di autoanalisi e autovalutazione di istituto.

La Commissione Cultura della Camera invece è dell’idea che i finanziamenti alle scuole siano collegati ai “risultati ottenuti”. Tutto il contrario della tanto decantata scuola finlandese: una scuola che, al fine di fornire a tutti pari opportunità nella formazione, destina maggiori risorse soprattutto nelle scuole più deboli dove si riscontrano risultati peggiori.

Andando alla cronaca della settimana, si registra, il 29 febbraio, un incontro tra sindacati e MIUR sugli organici. Si è trattato di un primo incontro per una preliminare informativa sugli organici di diritto per l’anno 2012/13. Secondo i resoconti dei vari sindacati, viene confermato lo stop all’aumento degli organici, novità per serali, sostegno, spezzoni e superiori.

A fronte di un complessivo incremento di studenti, tranne un leggero calo nella secondaria di II grado, l’amministrazione ha affermato l’impossibilità di un incremento di docenti in organico per via dei vincoli di legge che prescrivono che non si possano superare i contingenti dello scorso anno. Di fatto ciò si traduce in un ulteriore taglio agli organici che inciderà sulla qualità del servizio. Salta l’organico dell’autonomia, ex organico funzionale, che, previsto sul decreto semplificazioni, non potrà trovare subito applicazione, ma dovrà attendere la definizione delle linee guida.

Per l’organico di sostegno non ci sarà il vincolo del rispetto dell’organico dell’anno precedente, ma potranno essere assegnate cattedre in deroga. Inoltre, la dotazione organica di sostegno sta per trasfromarsi in un organico di rete di scuole che vedrà l’unificazione delle quattro aree in un’unica graduatoria, per il momento solo per le utilizzazioni. Le immissioni in ruolo avverranno attingendo dalle singole graduatorie attualmente esistenti, a meno di uno specifico provvedimento.

Per le scuole serali le classi, in presenza di un adeguato numero di iscritti, saranno direttamente autorizzate in organico di diritto e non di fatto. Gli spezzoni saranno contati nell’organico di diritto. Ciò vuol dire che per le supplenze potranno essere assegnati fino al 31 agosto, con beneficio per i docenti precari.

Per quanto riguarda il TFA (Tirocinio Formativo Attivo) il Miur prevede di avviare le prove di accesso entro e non oltre giugno 2012. Il TFA è un corso di preparazione all’insegnamento di durata annuale istituito dalle università che attribuisce all’esito di un esame finale, il titolo di abilitazione all’insegnamento in una delle classi di abilitazione previste dal d.m. n. 39/1998 e dal d.m. n. 22/2005.

Il Ministero dell’Istruzione rende noto, dopo aver acquisito i pareri favorevoli del Ministero per la Pubblica amministrazione e semplificazione e del Mef, il numero dei posti disponibili per le immatricolazioni al TFA per la scuola secondaria di primo e secondo grado: per la scuola secondaria di primo grado 4.275 posti per quella di secondo grado 15.792. Su Diventareinsegnanti i numeri regione per regione e chi può accedervi, con integrazioni. Accertamenti in corso sulle cattedre che si renderanno disponibili ai fini dell’indizione del concorso.

Rimane critico il giudizio di alcuni osservatori sui TFA, ad es. quello di Paolo Latella

I TFA, purtroppo, senza la sistemazione degli esuberi e degli assetti delle classi di concorso creeranno nuovo precariato ed illusioni tra i giovani docenti e tutto il personale non stabilizzato.

La sensazione palpabile è che ci sia un forte desiderio nell’area della politica moderata di favorire le scuole paritarie proprio per i requisiti di ammissione ai TFA. Con l’aumento degli abilitati si sposteranno soltanto i numeri ma il problema dei contratti a tempo determinato rimarrà comunque…

Sempre in tema di reclutamento, continua la mobilitazione contro il disegno di legge della Regione LombardiaMisure per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione”, che attribuisce ai singoli istituti scolastici il compito di indire concorsi interni per selezionare il personale docente. Per Formigoni la legge porterebbe al miglioramento della qualità dell’offerta formativa perché “darebbe alle scuole la libertà di assumere chi vogliono”. Per Emanuele Rainone, insegnante precario

“Ci sono tre questioni fondamentali: la condizione di tanti insegnanti precari, il rischio di lottizzazione delle istituzioni scolastiche da parte delle forze politiche, la deriva identitaria della scuola pubblica con il relativo appiattimento del progetto scuola”.

Contro la “chiamata diretta” si raccolgono firme per un appello, mentre il Coordinamento 3 Ottobre invita a una assemblea pubblica il 12 marzo alle ore 15,30 presso ChiamaMilano (Largo Corsia dei servi) per organizzare per il il 27 marzo alle ore 17 un presidio davanti al Pirellone.

Una giornata di mobilitazione nazionale della scuola è in preparazione per il 23 marzo: “L’urlo della scuola. La giornata è organizzata per richiamare l’attenzione sullo stato di estremo abbandono, disattenzione e impoverimento in cui versa l’istruzione pubblica: la scuola dell’obbligo costretta a finanziarsi attraverso le famiglie in una sorta di privatizzazione strisciante incostituzionale, il personale insegnante e amministrativo ridotti all’osso, un’offerta formativa e un tempo scuola ogni anno più modesti. Le università arrugginite e incrostate da baronie inamovibili, numeri chiusi e quiz, selezione senza merito e una cultura aziendalista che tende a uccidere nella culla la libertà di ricercare e sperimentare.

Intanto le ultime rilevazioni ci dicono che l’inflazione in Italia aumenta del 3,3% e il prezzo dei prodotti acquistati con maggiore frequenza sale del 4,5%, mentre il numero dei disoccupati a gennaio scorso, secondo le stime provvisorie Istat, è stato pari a 2 milioni 312 mila, in aumento del 2,8% rispetto a dicembre. Per i giovani tra i 15 e i 24 anni il tasso dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca di lavoro, è al 31,1%.

* * *

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative estive del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Il decreto Brunetta qui e il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Altre guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Manuali di resistenza alla scuola della Gelmini qui e qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Gilda, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

8 pensieri su “Vivalascuola. Per l’8 marzo della scuola

  1. Il modello scolastico manca di equilibrio e tiene scarsamente conto dello sviluppo personale degli studenti, dimenticando il processo evolutivo nel suo complesso. Gli insegnanti sono limitati da programmi scolastici sempre più standardizzati e devono ovviare a tali incongruenze attraverso l’impegno e la dedizione personale, Il vero motivo dell’Educazione dovrebbe essere la costruzione dell’Uomo. Se una Nazione dimentica questo è destinata alla regressione: In questi momenti è fortemente necessario costruire un ponte tra il presente e il futuro per non correre il rischio di trovarsi in una forma di civiltà colma di saperi vuoti.

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  2. Mi sento chiamata in causa come insegnante mancata. Dopo la seconda abilitazione, a 29 anni, ho gettato la spugna in nome della pagnotta e non me ne faccio più un danno. Se guardo avanti c’è M., 51 anni tra poco anni, che non ha mai voluto trasferirsi dal Sud ed è perennemente in cima alle graduatorie, che le permettono si di avere la cattedra annuale ma mai quella definitiva; e A. che invece si è spostata da Occidente ad Oriente per averla quella definitiva, dopo dieci anni di valigie estive\autunnali.
    Non m’interessano le dietrologie politiche, la disattenzione verso la scuola è endemica in questo Paese. Anzi, femminile o maschile, parte del corpo docente dovrebbe essere proposto per una medaglia al valor civile per il coraggio che affronta quotidianamente in certe scuole e per la pazienza di essere sempre additata come “fannullone” da certi populisti antistato che dimenticano come i servitori dello Stato siano anche quegli insegnati che si pagano gli aggiornamenti di tasca loro.
    Un saluto.

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