La società dell’economia e il paradosso della scuola

di Marina Torossi Tevini

Merce. Magari raffinata, magari di pregio, ma solo merce. Questo siamo nella società dell’economia selvaggia, del libero mercato, del consumo a oltranza. Quello che sfugge alla logica della quantificazione, – e cioè il valore, la qualità, che sono elementi imponderabili e difficilmente misurabili, o quanto meno opinabili, – hanno perso credito a favore di altri elementi che si prestino a una valutazione obiettiva (nei limiti esigui del termine). Prendiamo ad esempio la scuola, punto dolente di una società che si regge su equilibri precari e che costruisce sulla sabbia il suo domani, la scuola, grande malata da trent’anni, che mille riforme sempre abortite avrebbero dovuto riformare e che infine il ministro più improbabile del mondo stranamente ha avviato. In quale direzione? Valore e qualità – dicevo, – sono difficilmente misurabili ed è ben arduo valutare quale scuola o quale insegnante valgano di più. Lo si può fare – ma in maniera superficiale e inadeguata – basandosi sul principio della richiesta. Con gli ovvi tranelli. Per risultare gradito all’utenza l’insegnante dovrà essere un po’ scafato, saper ben dosare le sue pretese, vendersi bene e all’occorrenza abbassare il livello delle richieste per adeguarsi alle esigenze dei ragazzi. Se valutiamo con questo criterio non potremo mettere in conto che detto insegnate sia portatore di valori culturali forti, trasmetta con passione il patrimonio della società a cui appartiene e sia capace di creare uomini intelligenti e cittadini di spessore. Avremmo una risibile misurazione, presuntuosamente precisa, dei risultati intesi nel senso più misero del termine. Non avremmo valutato molto. Non so quanto questa strada sia auspicabile in settori come la scuola dove gli aspetti etici hanno un’importanza che sovrasta o quanto meno si affianca a quelli tecnici. La competenza, è evidente, va valutata, ma non basta per una valutazione globale. Sviliremmo professioni che esulano per ipotesi da computi restrittivi e banali. La scuola non è portatrice solamente di conoscenze, dovrebbe trasmettere soprattutto consapevolezza culturale ed educazione – nel senso più lato del termine – perché, anche se il compito di educare è demandato in primis alle famiglie, famiglie iperoccupate come quelle di oggi o famiglie allo sbando come la nostra società – e qualsiasi società – produce spesso non riescono a compiere. Il suo scopo dovrebbe essere non solo di preparare a diversi ambiti lavorativi (aspetto che peraltro andrebbe abbondantemente ridiscusso alla luce dei recenti abissali scossoni che l’economia mondiale sta subendo) ma anche – e soprattutto – di promuovere la capacità di pensare e di essere “persone” nel senso più lato del termine, e di fornire un’educazione di base che elevi il livello morale e intellettuale dell’individuo consentendo alla società di funzionare in modo più consapevole e meno feroce. La scuola dell’ultimo trentennio non credo abbia operato molto in questa direzione. Alle volte viene paradossalmente da chiedersi se non sia voluta e auspicata questa china che è stata percorsa negli ultimi anni e che ha reso la nostra società così paralizzata e incapace di scorgere i fattori che l’hanno portata all’attuale crisi. Ma neppure la riforma, che si preoccupa soltanto di comprimere ore e di ridurre il personale, migliora la situazione perché i tasti che andrebbero toccati non vengono neppure sfiorati e la volontà di ottenere una società dove il pensiero critico sia sempre più scoraggiato sembra onnipresente. Il problema della qualità dell’insegnamento e della trasmissione del sapere viene sempre più penalizzato. D’altronde non è facile misurare la capacità di un insegnante nel promuovere l’intelligenza e il senso critico dei suoi alunni. Quando usciamo dalla relativamente semplice quantificazione del risultato raggiunto nella trasmissione tecnica delle conoscenze, quanto usciamo del campo della competenza e della capacità di rapportarsi con l’utenza, rimane pur sempre che l’insegnante è un valido insegnante se riesce davvero a coltivare la mente degli alunni (e possibilmente anche l’animo).
Nella nostra società a una rapida occhiata si può tristemente vedere che l’intelligenza sembra migrata a favore del male e mentre la delinquenza – quella illegale ma anche quella legale, costituita da banche e assicurazioni, grandi trust industriali e gruppi informatici – prospera, macinando profitti incredibili anche in tempo di crisi, sempre di più si fa profondo il divario tra il gruppo sempre più esiguo che detiene potere e ricchezza e gli individui comuni. L’errore della nostra società credo stia proprio nel sottovalutare l’importanza che anche il bene abbia i suoi forti, intelligenti e coraggiosi paladini.
Se una società non insegna nulla in senso morale ma veicola ai giovani il messaggio che ogni aspetto della vita è rapportato all’utile, che non esiste bene gratuito e che tutto gira attorno all’economia, si finisce nel paradosso di accettare come normale una situazione che normale non è affatto. E ci ritroviamo assurdamente calati in un contesto sociale in cui lupi bradi si aggirano cercando di massimizzare il loro profitto mentre buona parte della popolazione si trova a pencolare su un abisso di inquietudini. È questo il prodotto di una società che non predica valori forti ma incentiva un meschino e banale individualismo che poco garantisce la dignità dell’individuo. La nostra società avrebbe urgente bisogno di persone intelligenti, consapevoli e oneste. In special modo alcuni settori di essa, come la scuola, che andrebbero organizzati in un’ottica diversa da quella che oggi viene perseguita.
L’oscuro senso di incertezza che il cittadino medio avverte e che crede di placare stando ad ascoltare a bocca aperta dozzinali imbonitori si annida nello stesso meccanismo di perpetuazione della società che, come tutte le società di questo mondo, si fonda sulla trasmissione del sapere e dei valori condivisi. Le spaccature e le irrazionalità presenti in questi settori ci rendono fragili. La riforma della scuola dà l’illusione, una delle tante illusioni che l’individuo di oggi si regala, di star facendo qualcosa per le giovani generazioni. In realtà non si fa nulla e lo iato pauroso che i più sensibili avvertono si farà sempre più preoccupante.
Riacquistare credibilità autorevolezza e dignità sarebbero strade auspicabili. Riequilibrare il rapporto tra le generazioni su una base più giusta e rispettosa della peculiarità di ogni età sarebbe anche corretto. Provvedere al bene pubblico anziché solo a quello personale sarebbe anche buona cosa. Alla base di tutto questo però c’è soprattutto l’inversione dell’importanza che due campi fondamenti della nostra esistenza – etica ed economia – hanno avuto in questi anni.
Finché non rovesceremo l’ordine di questi due termini e ridaremo all’etica il giusto spazio mi sa proprio che non ci sarà un effettivo miglioramento della qualità della vita.

3 pensieri su “La società dell’economia e il paradosso della scuola

  1. Materia non semplice, giudicare, valutare quando si parla di valori come l’insegnamento, la capacità di far apprendere, trasmettere. La scuola è, appunto, una grande malata su cui sono calati negli anni una serie di interessi che poco o niente avevano a che fare con la missione primaria: formare individui. E’ stata quindi svilita, degradata, derubata, impoverita. Bisogna sempre sperare, ma è grama consolazione, d’incontrare buoni insegnanti che amino il proprio lavoro e si dannino l’anima fin quando i propri studenti non hanno appreso il senso di ciò che devono apprendere. Ho due figli: non nego che temo un giorno di scoprire che la scuola ha dato loro poco, quando ormai è troppo tardi. Sopperisco, per quanto mi è possibile, con la mia formazione umana e con ciò che ho appreso vivendo. Ma è un compito non facile. Grazie per l’articolo, Marina.

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