Nonameplace recensisce Effekappa [Zona]

Ho conosciuto Franz Krauspenhaar all’epoca della stesura del suo romanzo “Era mio padre”. Ricordo che durante uno di quei primi incontri parlammo anche di poesia, ma non della mia, più che misconosciuta, né della sua che in quel periodo, dopo alcune raccolte pubblicate on –line, era in una fase di stand-by. Parlammo di Mark Strand, o meglio io parlai ( credo anche per darmi un tono) di Strand che in quei giorni era fra i miei poeti preferiti, e intorno a lui e alla sua poesia mi aggiravo, e ne narravo ogni volta che se ne presentava l’occasione, in una sorta d’incantamento. Con me, immancabile, avevo perciò uno dei suoi libri. Lo mostrai a Franz che iniziò a sfogliarlo soffermandosi sull’una e l’altra poesia, dapprincipio distrattamente, forse solo per cortesia, poi sempre con maggiore interesse fino ad astrarsi quasi completamente dimenticandosi, mi parve, per lunghissimi istanti anche della mia presenza. Credo di aver provato in quel momento lo stesso sentimento di un innamorato a sentire elogiare la grazia della sua amata. Quel libro glielo donai quella sera stessa. È un bel ricordo questo, proprio per la sua insolita dinamica, in genere scrittori e poeti mantengono alta l’attenzione solo se la conversazione verte su di loro. Non che questo accada sempre o che non accada a me, ma quella volta è andata così: sui versi di Strand si andò a sparigliare una prevedibile consuetudine di conversazione. È passato qualche anno da allora e io e Franz siamo rimasti in contatto, e benché la sua presenza nei lit-blog si sia diradata per privilegiare forse quella nei social net-work, il suo blog è fra quelli che sbircio di tanto in tanto, ed è proprio lì che vi ho lette alcune delle poesie ora raccolte in questa sua seconda pubblicazione poetica. “effekappa” sono le iniziali con cui Franz Krauspenhaar firma i suoi interventi in rete, sono le iniziali di un nome che mi è sempre parso così esteticamente perfetto per un artista da sembrare quasi un nom de plume , sono iniziali che svelano origini mittel-europee e nascondono strati di coriacea mediterraneità , sono iniziali che condivide con un grande della letteratura, Franz Kafka, e col medesimo anche la ruvida e ironica malinconia nonché la tenera e malinconica spietatezza che serpeggia nella scrittura di entrambi. Due iniziali che racchiudono dunque apparentemente una variegata disomogeneità ma che al contempo delineano la forma di un’identità compatta e inconfondibile che come tale ritroviamo sversata in queste poesie. Pur in questa veste, infatti la poesia di Franz Krauspenhaar non è mai statica, scontata, è una poesia fisica percorsa da una topografia dell’anima le cui immagini vi scorrono come viste da un treno in corsa con il suo carico di silenzio e di domande che questa immagine comprende, e da questa prospettiva la poesia compie continui scarti su se stessa come a voler tentare ostinatamente, nonostante tutto, di rettificare non solo un passato ma anche il presente, e con pari dolenza di colui che suo malgrado viene abbandonato o con lo stesso distacco di chi volontariamente abbandona. La policroma imprevedibilità del paesaggio che i versi attraversano si traduce in una lirica che si dipana a tratti, come nel poemetto “H24″, spigolosa e cruda, come se percorsa da aspri sentieri e valli metropolitane invalicabili, una geografia poetica con cui Franz Kraupenhaar sembra tracciare confini e steccati intorno ad una intimità dove tutto s’incontra e si scontra, ma che resta dopotutto inespugnabile e solitaria, tanto da apparire quasi inesprimibile se non tramite una metamorfosi quasi kafkiana del poeta stesso, e nudo e in questa realtà alienata, seppure mitigata dall’ironia, che il poeta non ha timore di mostrarsi. E così accade anche quando lo sguardo sembra aprirsi in un riposo momentaneo, penso a poesie come “Mattino” o “Dolce Sera”, dove i versi sembrano protendersi verso una morbidezza quasi disarmante e ricomposte nella stessa nudità della lingua che resta se stessa quando va, in tal caso, ad esplorare l’amore o la pelle di una donna o un tratto della notte. Questa la peculiarità del poeta Krauspenhaar: quella di mantenere incorrotto e incorruttibile il nucleo della propria lingua poetica alla seduzione della poesia come Mito, mito di cui rispetta i canoni nell’attenzione posta alla musicalità del verso libero, ma che alle cui regole aggiunge altre che lui stesso sembra divertirsi poi ad infrangere, cibando la poesia di una quotidianità quasi monitorata e registrata in ogni suo pieno e in ogni suo vuoto e che, sia essa vita o il suo implacabile ronzio, afferra tutto, senza condizioni.

da http://www.nonameplace.wordpress.com

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