“Il Cristo zen” – Intervista a Raul Montanari

Recensione e intervista di Giovanni Agnoloni

Il Cristo zen è un saggio di Raul Montanari edito da Indiana, di grande profondità e originalità. Segue qui la mia recensione, precedentemente uscita su La Poesia e lo Spirito, unita poi, per Postpopuli.it, a un’intervista all’autore, che ringrazio per la disponibilità.

Certi libri sono perle di saggezza, e ti fanno chiedere se l’autore, che si professa ateo, non abbia invece scoperto l’essenza stessa della fede. Penso a Il Cristo zen, di Raul Montanari (Indiana Editore, 2011), opera che accosta temi e passi della tradizione cristiana e di quella del buddhismo zen, dopo un’illuminante introduzione sulle varie scuole della spiritualità orientale.

Il cuore del saggio di Montanari sta nell’accostare e commentare con occhio libero e cuore aperto passi evangelici e apologhi o aneddoti nella forma del ‘koan’ (massima dalla struttura logicamente o eticamente paradossale, così da costringere chi l’ascolta a uscire dagli schemi) o del ‘mon-do’, un “botta e risposta” tra allievo e maestro che spesso si conclude con un sorprendente e ironico cambiamento di prospettiva.

L’autore coglie l’essenza dello “scandalo della ragione” attuato tanto dal cristianesimo quanto dall’anima più intima del pensiero buddhista: la consapevolezza della radice profonda dell’identità umana nell’amore incondizionato.

Un’intuizione della piena realizzazione del Sé (il fondo dell’identità) e dello svuotamento dell’Ego (la ‘maschera sociale’), che prelude alla comprensione dell’unità del Tutto. Una forza olistica capace di annullare la paura della morte, e perfino – Montanari non lo dice, ma pare adombrarlo – di sconfiggerla. Tutte le strade, tanto quella cristiana quanto quelle delle filosofie orientali, portano infatti a quel passo. A quel punto, non resta che fidarsi e andare un centimetro più in là, dentro l’abisso, come (per chi ci crede) Gesù Cristo ha fatto.

Iniziare questa lettura significa dunque aprirsi a un percorso che non ha solo una rilevanza di tipo storico, ma una sostanza di ordine sapienziale. Vuol dire attingere a un fondo di percezioni e sonorità intime, che risuonano con la radice della coscienza e attingono a un fondo di conoscenza intuitiva che sottende tutto il sapere umano.

La normale prospettiva di lettura allora cambia, perché il filo delle riflessioni non è più una linea retta dal rigore consequenziale tipico del pensiero razionale dell’Occidente, ma un canale aperto di comunicazione con i livelli superiori.

Raul Montanari (da wakeupnews.eu)

Intervista a Raul Montanari:

1) Il Cristo zen è un’opera innovativa, soprattutto perché scritta da un autore che si professa ateo. Come è nato in te il desiderio di scriverla?

È nato vent’anni fa, leggendo nel famoso libro 101 storie zen edito da Adelphi un aneddoto storico, in cui si raccontava della reazione del monaco zen giapponese Gasan alla lettura di un passo del Vangelo secondo Matteo. Deliziato dalle parole di Gesù, Gasan commentò: “Quest’uomo è quasi un Buddha”. Mi è venuta l’idea di cercare nei Vangeli questo Gesù “quasi Buddha”, o se preferite questo “Cristo zen”, e l’ho trovato in una cinquantina di passi in cui la predicazione, le parole, il comportamento di Gesù si avvicinano in modo sorprendente a quelli del Buddha storico e dei maestri zen. Un Cristo inedito, assolutamente reale: tutti i passi sono presi dai quattro Vangeli e non viene fatta nessuna forzatura, nessuna estrapolazione di singole parole o frasi per decontestualizzarle.

2) I percorsi spirituali del cristianesimo e del buddhismo, alla luce di numerosi passi evangelici e apologhi zen, presentano sorprendenti assonanze, che tu evidenzi con molta chiarezza: come ti spieghi questi singolari parallelismi?

Con l’ipotesi che alla base non solo di cristianesimo e buddhismo, ma forse di ogni percorso spirituale o sapienziale siano presenti alcune analogie profonde, primitive. È come se la scaturigine della spiritualità fosse comune, e le varie esperienze si differenziassero più che altro per la loro dialettica (a volte la loro battaglia) con il contesto storico e culturale in cui zampillano.

3) Come ti poni, da osservatore laico, davanti alle figure di Gesù e Buddha?

Con sbalordimento. È incredibile la modernità della loro predicazione.
Voglio sintetizzarla con una semplice metafora.
Sia Gesù sia Buddha ci dicono anzitutto che il vero teatro della lotta che combattiamo per dare un senso alla nostra esistenza, al nostro stare nel mondo, è nell’interiorità; nel nostro cuore. Tutto ciò che possiamo fare per ottemperare alle esigenze sociali, visibili, esteriori della liturgia e dell’adesione a un credo non conta nulla. Quello è il regno dell’ipocrisia, del bluff; solo ciò che avviene “nel segreto”, come dice l’Evangelista, ossia nel cuore dell’uomo, conta.
Se questo è il teatro, qual è il biglietto con cui possiamo accedervi? È l’emozione. Sia Gesù sia i maestri buddhisti screditano l’intelletto, la razionalità, a vantaggio dell’adesione passionale ed emotiva alla fede. Gesù dice ripetutamente che il regno dei cieli è degli ignoranti, che un bambino è più vicino alla Verità di un dottore della legge; quanto ai maestri zen, molto di loro erano addirittura analfabeti e non sapevano leggere i sutra, le sacre scritture buddhiste. E questo è di una modernità sconvolgente, se pensiamo a quanto spazio venga dato, molto di recente, a concetti come “intelligenza emotiva”, intuizione, emisfero destro vs sinistro.
Infine: se il teatro è il mio cuore e il biglietto è l’emotività, qual è la parola decisiva che viene detta in questo teatro? La parola è amore. Al fariseo che gli chiede qual è il comandamento più importante, Gesù risponde: “Amerai il Signore dio tuo; e amerai il prossimo tuo”. I maestri zen dicono che il Buddha che cerchiamo è Amore. È la stessa cosa.

4) Recentemente mio cugino Andrea Fantini, matematico cristiano e persona dai profondi interessi spirituali, mi ha fatto notare come esistano singolari affinità tra le vicende biografiche di Gesù e Buddha. Lo ha riscontrato in un’opera che anch’io sto leggendo, il Buddhacarita di Aśvaghoṣa (edito da Adelphi con il titolo de Le gesta del Buddha). Emergerebbero delle singolari corrispondenze, che mi permetto di riproporti qui, integrate da alcune mie riflessioni.
– Sia Gesù che Buddha sarebbero nati da madri senza peccato.
– Il loro riconoscimento da parte di estranei, fin da piccoli, come persone con un “destino speciale”.
– Una fase iniziale della vita in cui, in maniere diverse, entrambi conducono una vita “normale”, pur in contesti antipodali (Buddha nel lusso, Gesù nella povertà).
– Le fortissime tentazioni a cui sono entrambi sottoposti, prima di arrivare alla Gloria.
– Il superamento della legge valida fino a quel momento e l’instaurazione di nuove regole (per citare lo studioso Igor Sibaldi, si potrebbe dire: il superamento della “legge del Noi” per radicarsi nell’Io in senso alto, ovvero il Sé, la sede della vera sapienza).
– L’apertura agli altri e la non chiusura in se stessi (che è il frutto solo apparentemente paradossale di una centratura nella radice/fonte dell’essere individuale – “Amerai il prossimo tuo come ami te stesso”, ovvero il tuo Desiderio profondo, la profonda vocazione della tua vita – solo a quel punto, riesci a includere, senza sforzo, gli altri).
– Aggiungo, infine (a prescindere dal confronto con Gesù, in questo caso), che Buddha nasce da un fianco della madre, il che ricorda la storia della “costola di Adamo”, facilmente riconducibile a un principio femminile-intuitivo insito nell’uomo – l’Aisha di cui parla Igor Sibaldi ne La creazione dell’universo)

Mi rendo conto che è una domanda “politicamente scorretta”, ma secondo te – e il fatto che tu non sia credente rende per me il tuo parere ancor più significativo, perché scevro da qualsiasi possibile condizionamento “dottrinario” – tutte queste analogie sono un caso? E se no, perché?

Non so pronunciarmi sulle analogie molto suggestive che proponi. Mi limito ad aggiungerne altre. Siddharta e Gesù sono pressoché coetanei, quando iniziano la loro predicazione: da 30 a 33 anni per Gesù, 35 anni per il futuro Buddha. Entrambi hanno con il mondo femminile un rapporto insolito, molto libero e affettuoso: Siddhartha sta per morire di fame quando accetta un piatto di riso offertogli da una ragazza; la relazione fra Gesù e la prostituta che risponde al nome di Maddalena è così anticonformista da creare sospetto e maldicenza. E, cosa fondamentale, entrambi sono dei riformatori religiosi che vengono non tanto a distruggere il credo precedente (rispettivamente giudaismo e brahmanesimo), verso il quale si comportano con molta moderazione, senza furia iconoclasta – quanto piuttosto a riportarlo alle sue vere radici. Le altre analogie sono quelle di cui ho parlato sopra.

5) Pensi di scrivere altri saggi su questi temi?

Chissà?

5 pensieri su ““Il Cristo zen” – Intervista a Raul Montanari

  1. Molto interessante. Se posso fare un piccolo appunto grafico, non è sempre chiaro il ruolo dell’intervistato da quello dell’intervistatore, anche per l’uso intensivo del grassetto. Per esempio, il punto 4 è tutto di Giovanni, fino a “perché”?

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  2. Grazie, Mauro.
    Hai ragione, ora tolgo il grassetto da quella frase che finisce con “perché”, che, ti confermo, era mia. Inizialmente, avevo usato il corsivo solo per le mie domande, ma quella molto lunga tutto in grassetto sparava troppo…

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