Antonio Tabucchi. MORTE DI UNO SCRITTORE DI NOTTURNI.

Scrittura e ricerca letteraria in Antonio Tabucchi

«L’inazione consola di ogni cosa. Non agire ci dà tutto. Immaginare è tutto, purché non tenda all’azione. Nessuno può essere re del mondo se non in sogno. E ognuno di noi, se si conosce veramente, vuole essere re del mondo. Non essere e pensare è il trono. Non volere e desiderare è la corona. Avremo ciò a cui rinunciamo perché, sognando, lo conserviamo intatto»
(Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares)

Volevo molto bene ad Antonio Tabucchi al di là della stima che provavo per lui come romanziere e come studioso di letteratura portoghese e mi dispiace non averlo potuto dire prima che si imbarcasse per il suo ultimo viaggio verso Lisbona e la terra lusitana. Ma i suoi ultimi libri (a partire da Gli zingari e il Rinascimento del 1999 uscito per Feltrinelli fino agli ultimi racconti mescolati ad immagini di Racconti con figure pubblicati da Sellerio nel 2011) mi erano piaciuti meno dei suoi primi, straordinari romanzi degli anni Settanta e Ottanta.
Non mi era sembrato opportuno dirglielo (e poi a che cosa sarebbe servito ?) e avevo da tempo smesso di sentirmi con lui anche epistolarmente, dopo un periodo di intensa frequentazione culturale, di costante lettura e recensione delle sue opere e di contatti personali.. D’altronde, il suo pensionamento precoce dall’Università lo aveva fatto trasferire quasi in permanenza nell’amatissima Lisbona e a Firenze (come pure a Vecchiano dove preferiva andare) Tabucchi veniva sempre di meno, forse per disaffezione, forse per il maggior radicamento suo e della moglie nella città capitale del Portogallo. Ma queste sono, ovviamente, questioni del tutto secondarie.
La sua repentina scomparsa può essere però l’occasione per una prima, parziale riflessione sulla sua opera letteraria e sulla sua attività di studioso.
Il primo libro firmato da Tabucchi era stato un’antologia del Surrealismo portoghese, iniziata sotto il nome tutelare dell’amatissimo Fernando Pessoa, che fece conoscere in Italia alcuni testi di poeti portoghesi (come quello di Carlos Drummond de Andrade) altrimenti sconosciuti e destinati a una circolazione circoscritta unicamente al loro paese (La parola interdetta. Poeti surrealisti portoghesi, Torino, Einaudi, 1971). Il volume era il risultato della tesi di laurea dello studioso pisano. Lo stesso argomento del libro, infatti, era stato discusso nel 1969, sempre a Pisa, alla Facoltà di Lettere, con Luciana Stegagno Picchio, lusitanista di vaglia in un panorama culturale che sembrava poco aperta agli stimoli e alle prospettive letterarie che venivano da un paese apparentemente emarginato come il Portogallo e con Silvio Guarnirei, che all’epoca insegnava Storia della letteratura italiana contemporanea e che apparteneva all’ala progressista dell’Ateneo. Essa permise a Tabucchi l’accesso a una borsa di studio di perfezionamento presso la Scuola Normale Superiore di Pisa per la cui tesi, tuttavia, egli scelse argomenti più legati alla tradizione letteraria maggiore del Portogallo come I Lusiadi di Luis de Camões (una traccia di questo lavoro compare in quegli stessi anni in alcuni saggi pubblicati negli “Annali della Scuola Normale di Pisa”). Nel 1976 completerà questo suo ciclo di ricerche con la pubblicazione di Il teatro portoghese del dopoguerra. Trent’anni di censura (Roma, Abete, 1976, un testo mai più ristampato). Ma l’operazione culturale per cui Tabucchi è giustamente celebrato è la pubblicazione delle opere di Fernando Pessoa estratte da quel Baule pieno di gente[1] cui lo studioso pisano darà il titolo di Una sola moltitudine[2], la prima antologia organica (in due volumi) delle opere dello straordinario poeta portoghese. La fortuna italiana di Pessoa, prima sporadicamente tradotto[3] e poco conosciuto, comincia qui. Successivamente, Tabucchi tradurrà altre opere eteronime dello scrittore portoghese (Álvaro de Campos, Bernardo Soares, il dramma solo “da leggere” Il marinaio, l’abbozzo del Faust). Ma, ovviamente, il percorso dello scrittore pisano non si fermerà qui.
Nel 1975, Bompiani pubblica il suo primo romanzo, Piazza d’Italia, storia di un piccolo borgo toscano concepita come una “favola popolare in tre tempi, un epilogo e un’appendice”. In essa le storie di una famiglia di Vecchiano si intrecciano con quelle della storia d’Italia non certo in chiave neo-realistica quanto fantastica e onirica, con personaggi ispirati a persone reali ma declinati secondo schemi e temi debitori al “realismo magico” degli scrittori sudamericani (Tabucchi tradurrà Miguilim di João Guimarães Rosa e, su suggerimento di Luciana Stegagno Picchio, il formidabile romanzo Zero di Ignacio de Loyola Brandão per Feltrinelli). Si tratta di un’operazione di trapianto poetico che va oltre l’ammirazione per i possibili modelli letterari e che sfocia in una prosa densissima di succhi sentimentali ma anche parossistici e grotteschi[4].
Nel 1978 Tabucchi scrive Il piccolo naviglio (Mondatori), testo di ambientazione borghese dedicato alla Stegagno Picchio ma non perfettamente calibrato nelle soluzioni narrative tanto che lo scrittore esiterà a farlo ripubblicare fino al 2011.
Molto più riuscito Il gioco del rovescio e altri racconti pubblicato da Il Saggiatore nel 1981 (e poi ripubblicato da Feltrinelli) e soprattutto il romanzo breve Donna di Porto Pim con cui inizia la collaborazione con l’editore Sellerio di Palermo. Donna di Porto Pim è una storia d’amore e di morte ambientata nelle Azzorre che il regista Raul Ruiz ha tentato invano di portare sullo schermo. Nel 1984, Notturno indiano, sempre da Sellerio, lo consacra scrittore di storie che apparentemente rimangono aperte (il protagonista, arrivato in India sulle tracce di un amico ivi misteriosamente scomparso, dopo un lungo viaggio attraverso il paese che lo porta da Bombay a Madras e poi a Goa sulla scia di una serie di suggestioni ricavate dall’opera di Pessoa, capirà alla fine del percorso che non è il caso di insistere nella ricerca perché il suo scopo è trovare se stesso)[5]. Lo stesso accade in Il filo dell’orizzonte del 1986 al poliziotto Spino (che nel nome porta quello del filosofo Spinoza) che non risolverà il caso criminale cui ostinatamente si dedica ma scoprirà qualche verità su se stesso. Anche Piccoli equivoci senza importanza, raccolta di racconti che contiene due delle storie più note di Tabucchi, Rebus[6] e I treni che vanno a Madras) configurano quella poetica del frammento narrativo e della frantumazione della coerenza dei personaggi la cui vicenda viene fatta conoscere attraverso frammenti di conversazione estemporanea e incursioni folgoranti nel suo passato.
Lo stesso accade nei testi più fantastico-ricostruttivi contenuti in I volatili del Beato Angelico (Palermo, Sellerio, 1987), in L’Angelo nero (Milano, Feltrinelli, 1991) che alterna realismo tradizione e incursioni nel surreale, in Sogni di sogni (Palermo, Sellerio, 1992) dedicato alla narrazione di illustri personaggi letterari a partire da Giacomo Leopardi e soprattutto in Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Palermo, Sellerio, 1994), ricostruzione in chiave totalmente onirica delle vicende che precedettero la morte del poeta portoghese.
Nel 1992 scrive Requiem, un lungo monologo-fantasticheria scritto direttamente in portoghese e poi tradotto in italiano da Sergio Vecchio e pubblicato sempre da Feltrinelli.
Ma è nel 1994 che Tabucchi ottiene la consacrazione letteraria in Italia vincendo il SuperCampiello e il Premio Strega con il romanzo Sostiene Pereira. Una testimonianza, storia scritta sotto forma di verbale poliziesco e di protocollo psicoanalitico, che racconta la vicenda del mite Pereira[7], redattore culturale di un giornale lisboete che prova molta simpatia per un suo possibile ma scapigliato collaboratore, Monteiro Rossi, un coraggioso anche se forse troppo poco prudente antifascista che si batte contro l’incipiente dittatura di Salazar nel 1930. Monteiro Rossi morirà per effetto di un brutale pestaggio ad opera della polizia politica di Lisbona e Pereira, prima di lasciare il paese e con la collaborazione del dottor Cardoso[8] con cui ha stretto amicizia nella clinica talassoterapia in cui ha trascorso una settimana per cercare di liberarsi della sua pinguedine, riuscirà a far pubblicare la notizia di questo misfatto della polizia[9].
Nel 1997, Tabucchi riprova a giocare la carta di una storia “nera” ripresa stavolta dall’attualità pubblicando per Feltrinelli La testa perduta di Damasceno Monteiro, narrazione di un delitto realmente accaduto a Porto ad opera di agenti della Guardia Nazionale Repubblicana. Come nei migliori racconti di Poe, la ricostruzione del delitto che, nel libro, risulta affidata all’acume di un avvocato pletoricamente grasso o e ansimante ribattezzato Loton per questo (dal fisico del grande attore britannico Sir Charles Laughton), si rivelerà vera e sufficientemente suffragata dai fatti.
Dal 2001, anno di Si sta facendo sempre più tardi. Romanzo in forma di lettere edito da Feltrinelli, la produzione letteraria di Tabucchi tende a rarefarsi e ad abbandonare quasi del tutto la forma-romanzo. Solo Tristano muore. Una vita (Milano, Feltrinelli, 2004) costituisce un’eccezione a questa tendenza: raccolta delle ultime frasi pronunciate da un uomo ormai famoso, partigiano celebrato per il suo coraggio, il libro è costituito di frammenti e lacerti di memoria, rievocazioni un po’ astratte e lancinanti di un passato che si ostina a non passare e cjhe nasconde ancora un bruciante segreto di morte e di tradimento.
Dopo il 2004, la scrittura di Tabucchi si concentra e ripiega maggiormente su libri diaristici (Viaggi e altri viaggi, Milano, Feltrinelli, 2010) o di polemica politica (L’oca al passo, Milano, Feltrinelli, 2006).
In tutte le sue opere successive all’esplosione creativa degli anni Ottanta, la poetica della conoscenza obliqua e laterale dei personaggi descritti per accenni e mediante un accostamento laterale e la narrazione di storie che restano aperte e ambigue nelle conclusioni finali lo caratterizzerà sempre. E’ a questo modello di scrittura (poi ripreso da molti suoi ammiratori e sodali) che si deve il suo principale contributo all’evoluzione e al rinnovamento dei moduli semantici della narrativa italiana del secondo Novecento dal neorealismo alla postmodernità esibita degli emuli di Umberto Eco.

1

[1] E’ il titolo di una raccolta di Scritti su Fernando Pessoa pubblicati da Tabucchi per la Feltrinelli di Milano nel 1990.
[2]
Cfr. F. PESSOA, Una sola moltitudine, 2 voll. , trad. it. e cura di A,. Tabucchi e J. M. de Lancastre, Milano, Adelphi, 1979 (più volte ristampato).
[3]
La prima trad. it. di un testo pessoano è Poesia (4 poemas de Pessoa), in Poesia, Quaderno Secondo, Milano, Mondadori, 1945, pp. 370–373. La prima vera traduzione organica e argomentata di una parte delle opere poetiche dello scrittore portoghese è Poesia di Fernando Pessoa, a cura di L. Panarese (con cronistoria della vita e delle opere), Milano, Lerici, 1967.

[4] Una prova dell’ambiguità del progetto narrativo di Piazza d’Italia può essere ritrovata nella messinscena teatrale scritta e diretta da Marco Baliani e andata in scena nel 2009 al Teatro “Fabbricone” di Prato.
[5]
Alain Corneau trarrà da questo romanzo nel 1989 uno dei suoi migliori film, interpretato da Jean Hugues Anglade.
[6]
Da Rebus lo stesso scrittore in collaborazione con Sergio Vecchio e il regista Massimo Guglielmi trarrà nel 1990 la sceneggiatura di un film dallo stesso titolo, diretto da Guglielmi e interpretato da Charlotte Rampling, Fabrizio Bentivoglio e Christian Malavoy che contiene una memorabile sequenza di gara automobilistica di auto d’epoca. Lo scrittore si trovò però a disagio nel lavoro di stesura della sceneggiatura perché costretto ad ampliare molto le poche pagine del racconto originario inserendovi altri episodi non contenuti in esso (si tratta di una dichiarazione fatta a me da Tabucchi). E’ infatti l’unico caso di sceneggiatura cinematografica dello scrittore di Vecchiano.
[7]
Il nome Pereira, peraltro diffusissimo in Portogallo, viene però da un verso di T. S. Eliot (What about Pereira ), contenuto in una delle poesie della raccolta The Love Song of Alfred Prufrock and Other Poems. Pereira usa parlare con la foto della moglie defunta da tempo per chiedergli consiglio e averne conforto allo stesso modo in cui si comporta il capitano Nathan Brittles (John Wayne) nel film I cavalieri del Nord-Ovest (She Wore a Yellow Ribbon, 1949) di John Ford.
[8]
Nel corso del romanzo il dottor Cardoso spiegherà a Pereira la teoria della “confederazione delle anime“ dei philosophes-medecins T. Ribot e P. Janet che, in quello stesso periodo, affascinò a lungo la mente di Luigi Pirandello.
[9]
E’ un vero peccato che il film di Roberto Faenza dallo stesso titolo, uscito nel 1995 e interpretato da Marcello Mastroianni nel ruolo di Pereira, di Stefano Dionisi in quello di Monteiro Rossi, di Nicoletta Braschi in quello di Marta, la donna di Monteiro Rossi e di Daniel Auteuil in quello del dottor Cardoso, non renda adeguatamente il tono e le atmosfere culturali e umane del romanzo.

6 pensieri su “Antonio Tabucchi. MORTE DI UNO SCRITTORE DI NOTTURNI.

  1. Eccellente ricordo dello scrittore Antonio Tabucchi, pregevole sia per i suoi romanzi sia per la sua affabilità anche con gli estranei (Fiera del Libro di Torino 2004, dopo la presentazione del romanzo “Tristano muore”).
    Mi ha molto affascinata, accanto a “Sostiene Pereira”, forse anche di più, il romanzo “Requiem” per quell’aura onirica in attesa di qualcuno e qualcosa che trasferisce il lettore nell’Alfama con quel celebre tram carico di ragazzini “portoghesi”.
    Grazie, Giuseppe, per il tuo scritto.

    Giorgina

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  2. “Addio e buonanotte a tutti, ripetei. Reclinai il capo all’indietro e mi misi a guardare la luna”
    (Requiem)

    Anche a me ‘Requiem’ è il romanzo che ha affascinato di più.

    Grazie, Giuseppe, per questo post così completo.

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  3. Ho conosciuto Tabucchi molti anni fa a Lisbona, in uno dei caffè che frequentava, quasi sempre da solo, nella sua Lisbona. Ho amato ogni rigo dei suoi libri, per la sua passione per la verità, del frammento fluido, che si univa agli altri a formare un libro magico e misterioso, come sono tutti i suoi scritti. E’ uno dei nostri scrittori più grandi.
    Dunque, il suo esordio scandito da tre libri che definiscono la fisionomia di un narratore tra i più originali, il più europeo, della narrativa italiana dopo il ’68. In primo luogo Piazza d’Italia, una sorta di sagra familiare, quasi novanta anni di vita in un piccolo borgo toscano (Tabucchi era nato a Pisa), un’antistoria dalla parte dei perdenti sul modello di Cent’anni di solitudine. C’è già prefigurato il Tabucchi futuro (il doppio, il tempo, gli equivoci…) nell’impasto realistico – inventivo in grado di risolvere in avventura della fantasia il filo rosso della storia. Poi Il piccolo naviglio, nel 1978, ripete la struttura di romanzo-saga che, alla dimensione epico-corale, sostituisce la forma della ricostruzione biografico-famigliare, con la contrapposizione tra la Storia e la storia, un personaggio sconfitto ma non rassegnato, ostinato, tenace. Il tutto in forma circolare che richiama la letteratura orale, con un inizio che è anche inevitabile punto d’arrivo, nella tensione del racconto come macchina incatenata di eventi, allegoria del narrare stesso. Infine i racconti finissimi de Il gioco del rovescio (1981) dove, all’ombra ormai diffusa di Pessoa, affiora il tema del rovescio come costante indagine entro il risvolto segreto e insospettato dell’esistenza. Per la prima volta prende corpo il ricordo di una Lisbona reale e fantastica attraverso la sua immagine capace di rivelare, nei suoi segni, le connessioni che trasformano i dati di un’esistenza in destino, degradato o derisorio, e tuttavia reso riconoscibile.

    Su questa linea, nasce un altro gioiello, I piccoli equivoci senza importanza (1985), disseminati su una tastiera orientata verso una poetica del sogno e della penombra, ma con il filo rosso di una profonda inquietudine sul senso dell’incompiuto e dell’inafferrabilità della vita. Come in Capodanno (uscito nella successiva raccolta L’angelo nero) dove lo scrittore torna alla memoria infantile per consegnare al lettore il segno dell’angelo nero del male nascosto nelle pieghe dell’esistenza. Dall’altra parte nasce il Notturno indiano (1984), presto diventato di piccolo culto, il primo libro di viaggio di Tabucchi, probabilmente (secondo Segre) lo scrittore italiano più cosmopolita. Egli parla dei viaggi che lui stesso ha trasformato in scrittura, offrendone una trama di parziali descrizioni che non possono essere isolate dalle storie, sono come cancellate. Così i viaggi che propone e che corrispondono a quelli già raccontati come storie, sono il loro «residuo diurno».

    Nel 1994 Sostiene Pereira dà a Tabucchi il successo nazionale e internazionale, grazie anche al film molto fedele di Roberto Faenza, con Marc
    . Al successo di Sostiene Pereira, per Tabucchi, seguono altri romanzi, libri di viaggio, pamphlet sulla politica italiana. Vorrei solo ricordare quello che probabilmente resta il suo vero capolavoro, le nove storie brevi e brevissime de Il tempo invecchia in fretta. Reveries, reminiscenze di eventi storici, monologhi interiori con la voce del narratore che si avvolge su se stessa in soste, intoppi, spezzature. E insegue destini monchi e incompiuti, continuamente oscurati, rattoppati, fuori centro. Buchi nella rete del labirinto che la scrittura infilza come fessura, supposizione, indizi che vanificano ogni pretesa di «sapere completo». Frammenti bruciati su una strada percorsa nel tempo e coperta dalle rovine di tutto ciò che cominciava a essere o di tutto ciò che si poteva immaginare di essere.

    Le schegge dei suoi libri, le parole sono ben impresse nella mia mente.
    Ho scritto dell’incontro con lui nei miei romanzi.

    Gloria Gaetano
    gloriapoetry@yahoo.it

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  4. Grazie a Panella d’aver ricordato da par suo forse l’ultimo vero scrittore italiano di valore internazionale (insieme a Eco e Baricco) che , non a caso, se ne è andato a morire nella sua amata Lisbona. Tanti i titoli sui giornali: Addio al nostro agente a Lisbona, il più grande conoscitore di Pessoa , “ che studiò, tradusse, chiosò fin quasi a diventarne un eteronimo appassionato, dedicandogli varie scritti..” La sua opera è stata un prezioso baluardo per difendere i valori delle idee, della democrazia e della libertà, soprattutto con “Sostiene Pereira” che – come è sato scritto – divenne il romanzo simbolo del fronte antiberlusconiano negli anni 90, e fu anche il suo più grande successo letterario. Come film – sono d’accordo con Panella , – non è stato sempre felice, non ha saputo rendere quegli equilibri sottili e quelle atmosfere che rendono “unico” il romanzo di Antonio Tabucchi. L’ho riletto proprio in questi giorni e l’ho trovato ancora straordinario.

    Sono d’accordo con chi ha detto che è un “libro sulla colpa”, che “canta un epicedio” a un mondo scomparso, (un Portogallo non più oceanico ma europeizzato) A chi sostiene che è ” un girotondo-carambola”, quel difficile colpo di biliardo che ti riesce raramente. E’ un libro “perfetto” , struggente d’una storia intima, sommessa e soffusa di musicalità, resa in modo efficace secondo l’andamento del “fado”, sostenuto da un apporto ritmico, da basso continuo. D’accordo anche con chi dice che è un libro sui temi del rovescio. E della “saudade”, della doppia grande nostalgia del passato, recente e remoto, e del futuro che poteva essere e non è stato. E’ un anche attuale perchè in tema di futuro il romanzo è pieno di paura , c’è un avvertito disastro generale, un po’ come ora.

    E’ anche la storia di una grave colpa degli intellettuali: il tacitamento dell’etica mediante l’estetica. L’utilizzo della letteratura quale narcosi anzichè e inquietudine. “Gli angeli sono esseri impegnativi , specie quelli della razza di cui si tratta in questo libro . Non hanno soffici piume, hanno un pelame raso, che punge” ( da ” L’angelo Nero”, nota dell’Autore), con citazioni di Rilke, Anissamandro e titoli di racconti come: “La trota che guizza tra le pietre…” ” Il batter d’ali di una farfalla..”, ecc. Oppure prendi tutta la serie di racconti ugualmente sottili audaci complessi contraddittori labirintici tra Marquez Pirandello Kafka ( solo come riferimenti culti s’intende, non per stile) del gioco del rovescio….

    “Sostiene Pereira è un romanzo che ha una storia – storia che sembra esile e lineare ( la vicenda di un giornalista culturale che quasi inavvertitatamente si trova coinvolto nell’opposizione politica al regime dittatoriale del suo paese) , ma in realtà è tutta in profondità psicologica . Tu – lettore qualsiasi , che non vuoi essere impegnato più di tanto – la leggi , ti lasci avvolgere , anzi l’ascolti come una romanza , un ritornello ( la voce fuori campo che richiama quella del cantastorie e ripete ” Sostiene Pereira , somma trovata artistico-letteraria) e quando meno te ne accorgi sei arrivato alla fine , e capisci che si tratta della storia di una formazione di una coscienza , di un uomo che credeva di essere ormai ” morto”alla vita e viveva infatti come tale rifugiandosi nella letteratura , come se la letteratura fosse una cosa per ectoplasmi , per gente che è completamente fuori dalla realtà.

    Lo studioso di Pessoa – è stato scritto – “era sempre all’inseguimento del risvolto delle cose, alla ricerca del se’ attraverso la ricerca di altro, tra passato e futuro. La tecnica per sogni e la saudade, la malinconia per l’oltremare che si fa categoria dello spirito”.
    Con questo libro dimostrò che qualcosa di nuovo era intervenuto sul professore di letteratura portoghese, a livello non solo creativo , ma stilistico , nella costruzione delle storie e nella modalità stessa di porsi di fronte a tematiche civili, o politiche , e comunque di impegno. Era scattato un quid , un percorso di ricerca, un viaggio che ciascuno di noi che scrive fa dentro se stesso, ovviamente, intorno alla propria prigione , un quid che era stato vincente, per lui , ma anche per noi lettori.

    Grazie, caro Panella , di avermi dato modo di parlarne.
    Saluti.
    Augusto Benemeglio

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  5. Pingback: Citare le fonti - Gia.Mai

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