Vivalascuola. Crescere nel tempo della crisi

In tre anni sono stati persi un milione di posti di lavoro. E sono un milione i disoccupati esclusi da qualsiasi sussidio. Ben oltre i 65.000 i lavoratori che rischiano di rimanere senza stipendio e senza pensione per effetto del cambiamento dei requisiti pensionistici dovuto al governo Monti. E cresce il numero degli italiani in situazione di povertà relativa: secondo l’ultimo rapporto Caritas sono 8 milioni e 272.000, il 13,8% dell’intera popolazione. In crescita rispetto all’anno precedente, quando il dato si fermava al 13,1%. Al Sud i numeri raggiungono il 74%. I più colpiti dalla crisi sono i giovani e i bambini. (vedi qui)

Chi, come Gramellini ha tacciato di fascismo la maglietta con la scritta, provi a riflettere – il vero fascismo è togliere speranza e giuste aspettative ad altri esseri umani, che poi, lesi a fatti, non possono nemmeno reagire a parole. (Giovanna Lo Presti)

Crescere nel tempo della crisi
di Stefano Laffi

Se da giovani si è figli del proprio tempo almeno quanto dei propri genitori, se c’è un’orizzontalità che taglia e crea un effetto generazione in questo momento, questa è la crisi. Materiale, a questo punto più che educativa, morale, istituzionale, ecc. Banalmente, non ci sono più soldi e questo cambia radicalmente lo scenario. E se prima, all’inizio della crisi si pensava si trattasse solo di nascondere la polvere sotto il letto, ora il letto non c’è più.

La crisi è strutturale, non congiunturale, cioè non passa, ci siamo svegliati un giorno più poveri e siamo rimasti così. Credo che per molti sia stato uno shock, finita la musica, quando il gioco ci chiedeva di sederci velocemente per vedere chi restava in piedi, mentre ridevamo euforici della danza del benessere passato scoprivamo atterriti che erano sparite metà delle sedie e le altre traballavano. Per una volta non c’è retorica possibile, almeno questo, è tutto evidente, lo tocchi, lo vedi, lo misuri.

Ci sono i dati, ma non servono nemmeno, chi ha termometri personali ha tacche ben differenziate fra il prima e il dopo la crisi: due figli nella stessa scuola a tre anni di distanza hanno già vissuto un’esperienza scolastica diversa, una bambina al nido ha oggi educatrici più distratte e meno formate di sua sorella poco più grande, dopo avrà meno insegnanti, pagherà di più i libri e avrà meno spazio fisico in classe, al lavoro per fare la stessa cosa oggi ci sono la metà dei soldi e del tempo di tre anni fa, chi metteva soldi da parte ogni mese non può più farlo, chi già non riusciva a farlo si è indebitato, chi già cedeva il quinto dello stipendio a fine mese riceve una busta paga che basta per una settimana, al dentista non vuoi nemmeno pensarci perché sarebbe un incubo, se a 30 anni eri incerto se stare o partire per un altro paese ormai sei andato, le vacanze durano di meno e per metà le fai al centro commerciale, eviti di uscire la sera e ti fai bastare la tv, ecc.

Può essere anche bello e giusto trovarsi da genitori a verniciare l’aula di classe dei figli per mancanza di fondi, ma il fatto è che col taglio dei docenti tuo figlio non potrà mai uscire di classe, vedere un museo, una biblioteca o un qualunque luogo della città perché non c’è chi l’accompagna, e senza il sostegno l’handicap è spacciato, senza i mediatori lo straniero è escluso, coi lavori in corso bloccati per mancanza di fondi il cortile o il bagno di scuola restano inagibili…

E sarà pur vero che la povertà aguzza l’ingegno ma fare una ricerca, scrivere un libro o produrre un’opera d’arte richiedono un tempo in cui intanto occorre sostentarsi: se non ci sono risorse che paghino o allentino la sospensione dalla produttività immediata la cultura stessa muore, anziché un libro uscirà forse un articolo, l’opera resterà un’idea, il teatro manderà sempre in scena solo work in progress, la ricerca sarà diluita negli anni e nei ritagli di tempo fino a perdere senso. Sotto massa critica, alcune cose non nascono, e non è solo una metafora: nell’incertezza economica e nella perdita di prospettive l’Occidente razionalista non fa bambini, la crisi sterilizza la società.

C’è stato ovviamente un marketing politico della crisi, un tentativo patetico di mascherare il crollo. Si è provato a spacciare la diffusione di partite iva a milioni come vocazione dei giovani italiani e degli stranieri all’imprenditoria ma la verità è che si tratta semplicemente dell’esito di un sistema economico che non assume più nessuno. E il doping sulla creatività giovanile alimentato da una sospetta esplosione di festival, concorsi e bandi puzza di mercato del lavoro che non sa cos’altro offrire, di impieghi temporanei attraenti in quell’età per distrarre dalla carenza di risorse: se finanzi con poche migliaia di euro un gruppo artistico crei un incantesimo di felicità (quindi consenso, voti, pace sociale, ecc.) in quei ragazzi, nei loro amici e nel loro pubblico ovvero centinaia di persone senza aver creato un solo posto di lavoro, facendo della cultura l’inequivocabile strumento di acquiescenza di un territorio.

Le macerie si vedono poco perché sono ancora nascoste nelle case, i risparmi di una vita o dei decenni di gloria hanno attutito il colpo, le rendite di posizione hanno risparmiato qualcuno dal crollo, ma forse è solo questione di tempo o prospettiva: i figli potranno ereditare la casa dei genitori ma certo non comprarne una ai loro figli, potranno subentrare allo studio avviato del papà ma non avviare da soli una nuova attività, potranno studiare a lungo ma solo grazie a redditi e pensioni dei genitori che loro non avranno mai. Se il tuo tenore dipende da risparmi commisurati al passaggio di consegne padre-figlio allora campi, reggi un ciclo, ma non potrai altrettanto, lascerai il deserto.

È probabile che l’effetto netto della crisi in assenza di mobilità sia generare orizzonti di vita molto polarizzati per i figli: i privilegiati delle rendite più cospicue che dovranno solo imparare ad amministrare immobili e capitali, quindi ad essere bravi speculatori, chi vivrà dei risparmi dei genitori ereditandone la casa, il negozio o l’attività ma lo eroderà nel tempo, e tutti gli altri che partendo da zero si batteranno fra lavoro precario, pensione distante anni luce, accesso al credito molto difficile, dipendenza dai genitori ad ogni passaggio critico.

Il prezzo pagato dai più giovani è quindi altissimo, e non corre solo lungo le biografie individuali ma anche nel clima culturale di un’epoca. Nel discorso pubblico abbiamo osato nominare la perdita di opportunità, il buio pesto sul futuro, la consapevolezza del declino imminente a smentita della fantasia che i figli avrebbero avuto più dei padri, ma c’è dell’altro, che non si nomina, una sorta di cannibalismo sociale, non tanto darwinismo. Tre esempi: il rapporto con l’infanzia, il rapporto fra pari e il rapporto fra dispari. Procediamo con ordine.

La sacralità dell’infanzia e l’innocenza della gioventù sono state ampiamente rimosse dal senso comune di questa società: i bambini sono merce, la tesi non ha bisogno di dimostrazione, esiste Pitti bimbo, basta guardare la pubblicità, esiste un’industria dell’infanzia florida in molti comparti. Un’economia di mercato onnivora e impostata sulla crescita continua ha progressivamente abbassato l’età del marketing fino a fare dell’infanzia un segmento decisivo da colpire con un’infinità di prodotti, contando sulla regola nota agli economisti secondo cui i genitori non risparmiano su questa voce anche sotto crisi, spargendo ovunque fra genitori e bambini ansia e sensi di inadeguatezza a non avere cose via via più inutili, alimentando il “mantra” genitoriale che i figli piccoli vengono prima di tutto, di tutto, di tutto…

Rapporto fra pari, corrotto dal mercato del lavoro. Abbiamo sfornato dalle università migliaia di educatori, psicologi, formatori e sociologi votati ad un vero e proprio sfruttamento del simile, in cui i neolaureati sono costretti ad accanirsi sui poco più giovani: l’assenza di sbocchi lavorativi ha generato l’invenzione del problema giovanile, la progressiva patologizzazione della normalità, l’allarmismo prima creato e poi curato, la prevenzione come grande alibi per far qualcosa, l’organizzazione dello svago adolescenziale come pseudoimpiego.

E cosa dire del lavoro più sommerso e più facile da trovare per ogni neolaureato, ovvero fare il tutor del CEPU o dei suoi derivati? II gesto che era più naturale fino a qualche mese prima, studiare insieme con un tuo pari per l’esame, viene corrotto e corrompe tutti: i genitori che ammutinando al proprio ruolo comprano lo studio dei figli, i figli che ammutinando alla propria volontà si lasciano vendere, i tutor che rimbalzati da un mercato del lavoro che non mantiene le promesse del loro titolo di studio devono cedere a prezzi ridicoli ripetizioni passa esami, non scienza o cultura. Ma anche quando da giovane neolaureato riesci a sottrarti a questo ricatto, in un mercato che tradisce la continuità fra titoli e sbocchi rischi comunque finzione e improvvisazione: se non ci sono soldi si finisce a fare quel che capita, così che l’educatrice del nido, l’insegnante di inglese o l’animatore del centro estivo potrebbero davvero essere fuori luogo in quel posto, anche se passano più tempo con un ragazzo dei suoi genitori.

E infine rapporto fra dispari, più dispari che mai: in tempi di crisi l’arroccamento del potere su se stesso aumenta, la sua violenza a difesa delle posizioni acquisite viene fuori allo scoperto, la consapevolezza dei rapporti di forza alterati dà al potente senso di onnipotenza e cinismo nella sopraffazione dei deboli, la differenza di opportunità fra i pochi privilegiati e i tanti diseredati è inguardabile, e le istituzioni finiscono per essere violente e terribilmente ingiuste.

La verità è che nulla è più di esempio, e non tanto per la corruzione morale diffusa che ha reso i cosiddetti maestri razza in via di estinzione, ma proprio perché il mondo che vediamo oggi sono già vestigia, sono forme e modi che non potranno più essere. Per molti versi dovremmo guardarci attorno e cominciare a prendere congedo da ciò che vediamo. Forse abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, forse abbiamo sfruttato le risorse del pianeta e la posizione di forza dell’Occidente più che si poteva e tutto questo è arrivato al capolinea. I segni del fallimento sono giganteschi: le principali istituzioni democratiche – parlamento, governo, opposizioni, esercizio di voto, ecc. – sono risibili e indegne di fiducia al senso comune, il cannibalismo dei vecchi e del potere sul corpo dei giovani è platealmente diventato cronaca giudiziaria e pornografia quotidiana, il cinismo e il nichilismo sono la religione del presente professata dal mercato pervasivo in epoca di declino.

A questo punto cambia tutto. È più difficile fare gli adulti, credere di sapere, avere qualcosa da mostrare, scommettere sul passaggio del testimone, se il tuo mondo è andato in frantumi. Si è detto come educare dopo Auschwitz, la questione ora e qui è come farlo dopo Arcore. La prima questione è sull’impostazione da dare alle politiche. Le politiche giovanili sono state fino ad oggi raccontate come un invito ai giovani a partecipare a questo mondo, come un centellinare l’invito a diventare parte dello schema di ruoli.

Ora che tutto crolla l’invito non può che essere ad aiutarci a cambiare, rifondare, ripensare, perché l’evidenza del fallimento non autorizza altro tipo di invito. Non è di un altro consiglio comunale dei ragazzi a potere consultivo che abbiamo bisogno, ma di un governo dei bambini. Un reset antropologico che metta fuori produzione quell’identificazione fra adulti e corruzione che ci è divenuta troppo familiare, per ritrovare altri tratti dell’uomo pubblico.

La seconda questione è sull’impostazione da dare al mestiere di educatore, insegnante, maestro o simili. Forse in questi anni abbiamo esagerato nell’esercizio del ruolo, abbiamo interpretato troppo, trovato troppe chiavi esplicative, elaborato troppe prognosi e somministrato troppe terapie. Forse dobbiamo cominciare ad ammettere che non i ragazzi ma la realtà è malata, che non di disagio giovanile ma di realtà disagiante si tratta, dobbiamo smettere di fare progetti e celebrare soluzioni adattative, per prendercela davvero con le amministrazioni pubbliche, per darsi non (tanto) la formazione dei giovani ma la trasformazione della realtà come compito, chiedendo in tutta onestà ai più giovani di darci una mano. Dobbiamo in definitiva prendere atto dei rischi di un asservimento del presente per essere agevolatori di presenti alternativi possibili.
(da Gli Asini, n. 7, settembre/ottobre 2011)

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Il vero fascismo
di Giovanna Lo Presti

I sabotatori della scuola pubblica hanno ragione: la scuola pubblica è un pericolo immenso per chi teme una società in cui l’eguaglianza non sia solo una parola.

A scuola si potrebbe imparare a leggere e a scrivere – e leggere riempie la testa di idee che ci allontanano dal mondo così com’è qualora si approdi alla riva insidiosa della letteratura. Oppure leggere ci porta a comprendere, a capire cose che prima erano ermetiche – in una parola sola, ci porta ad imparare. E’ vero: leggere è pericoloso.

Quanto allo scrivere, può essere tollerato se praticato con il ritmo sincopato degli sms, con la sgrammaticatura dell’e-mail buttata giù di fretta, con la banalità sentenziosa, spiritosa, appiccicosa da social network. Ma guai ad una società in cui molti sappiano mettere insieme un sostantivo con un aggettivo appropriato, o sappiano collocare un verbo in una frase in modo da caricarla di senso. Fortunatamente per i predicatori di ineguaglianza che ormaii non si vergognano più di esibire il loro squallido darwinismo sociale, siamo molto lontani da una società di lettori veri e di scrittori capaci; ed i sabotatori della scuola pubblica possono continuare a dire stupidaggini passandole come verità, possono continuare a predicare la funzione soterica della LIM (lavagna interattiva multimediale), dell’e-learning, dei test Invalsi.

Ma noi non ci arrendiamo e continuiamo a insegnare che scrivere bene vuol dire pensare bene; ed esortiamo i nostri studenti a leggere – di tutto, ma soprattutto letteratura. La letteratura, come diceva Francesco Orlando, è contemporaneamente conservatrice e sovversiva; ci aiuta a immaginare mondi possibili, e a non arrenderci all’evidenza delle possibilità reali.

Oggi stavo leggendo Edipo a Colono. Ad un certo punto Edipo, ormai cieco e vecchio, rivolgendosi al Coro, dopo che Creonte gli ha parlato con arroganza e vorrebbe riportarlo con la forza nei pressi di Tebe dice:

Vedono me, vedon te pure; e pensano / che leso a fatti reagisco a parole“.

Stasera ho visto il ministro Fornero a Report: ho pensato alla maglietta con su scritto “La Fornero al cimitero“, che tanto scandalo ha prodotto nel nostro infelice paese, ho sentito le parole di Fornero, di sciattezza insensibile, tutte a difesa di tagli pensionistici senza criterio. Chi, come Gramellini ha tacciato di fascismo la maglietta con la scritta, provi a riflettere – il vero fascismo è togliere speranza e giuste aspettative ad altri esseri umani, che poi, lesi a fatti, non possono nemmeno reagire a parole.

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Materiali

Crisi economica e infanzia, in Italia un bambino su 4 è povero

«La crisi la paghiamo tutti, ma non c’è dubbio che avrà un riflesso sui bambini e sugli adolescenti. Stiamo ipotecando il futuro dei ragazzi». L’UNICEF Italia chiede che «chiunque resti o arrivi al governo ci porti fuori da questa situazione difficile.» «Bisogna porre il tema in maniera molto più forte di quanto si è fatto in passato», ha detto il Presidente del Comitato Italiano per l’UNICEF, Vincenzo Spadafora. La povertà dei minori è in aumento anche nel breve periodo, osserva l’UNICEF, che ha posto la questione nel seminario “La crisi la pagano i bambini?“.

Nell’arco di soli tre anni, dal 2007 al 2010, – calcola l’Istat – i bambini che vivono in famiglie relativamente povere sono passati da 1.655.000 a 1.876.000 (+ 18,2%), quelli che vivono in povertà assoluta sono aumentati da 482 mila a 653 mila (il 6,3%).

Risultato: mediamente un bambino su quattro vive o rischia una condizione di povertà, in famiglie che del tutto o in parte non sono in grado di acquisire “beni essenziali” (nel paniere Istat dei consumi) come abbigliamento o libri.

«Abbiamo visto un crescente disinteresse e la mancanza di fondi capaci di cambiare la rotta», ha sottolineato Spadafora. «Anche sui territori dove ci sono Comuni virtuosi non si ottengono risultati. I progetti non vengono finanziati per i tagli che sono stati fatti, soprattutto agli Enti locali

Chiara Saraceno, sociologa ed ex presidente della Commissione sulla povertà, evidenzia come il sostegno finanziario contro la povertà dei minori «non è mai riuscito a entrare nell’agenda della politica italiana, di destra e di sinistra». (continua qui)

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Crisi economiche e salute dei bambini
di Giorgio Tamburlini

Gli effetti più immediati, marcati e percepibili, se ci riferiamo al contesto italiano, sono da prevedersi nella sfera psico-sociale e culturale più che in quella sanitaria. Per fare un esempio, le conseguenze di una disoccupazione al 16%, quale quella riportata attualmente in Italia per i giovani fino ai 35 anni, si fanno e si faranno sentire sul piano riproduttivo (è da prevedersi una contrazione della fertilità) anche, se non soprattutto, sul piano sociale: povertà, marginalità e stress dei genitori portano ad aumento di trascuratezza e violenza domestica, come dimostrato in più studi condotti in vari paesi e di conseguenza di stress e sofferenza per i bambini con possibili effetti a lungo termine. Le tensioni saranno probabilmente maggiori in alcune comunità metropolitane povere o a prevalenza di immigrazione recente ed irregolare, che sono quelle che risente più immediatamente dalla contrazione del mercato del lavoro.

Se a questo si aggiunge il ridimensionamento, che si annuncia sostanziale dopo i tagli ai trasferimenti agli Enti locali, dei servizi di supporto all’infanzia, dagli asili nido ai supporti per le famiglie in difficoltà, il quadro diventa molto serio. Calerà la proporzione, già bassa in Italia, della frequenza ai nidi, alle scuole dell’infanzia, le cui rette anche se alleggerite da sussidi peraltro sempre più ridotti, diventeranno troppo elevate per molti nuclei familiari. Più bambini a casa con i parenti, o sulla strada, o davanti alla TV, quindi. Da attendersi anche un aumento del lavoro minorile, soprattutto sottoforma di aiuto ad imprese a conduzione familiare, quindi poco controllabili.

È fin troppo facile prevedere che sia destinato ad aumentare il numero e la proporzione di bambini che vivono in condizioni di povertà, già alto in Italia, soprattutto al Sud, dove raggiunge il 25% (e poco o pochissimo corretto dall’intervento pubblico. (continua qui)

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Crisi economica e l’impatto sulle famiglie. E i ragazzi?

Un adolescente su quattro dichiara che la propria famiglia è stata colpita dalla crisi economica. Il dato diviene drammatico quando si chiede ai ragazzi di illustrare la condizione di amici, parenti o conoscenti: il 52% degli adolescenti dice di conoscere altre famiglie che hanno risentito dalla congiuntura economica negativa.

Gli effetti della crisi vengono misurati nella vita quotidiana: per 1 ragazzo su 3 cresce l’attenzione nelle spese per cibo e vestiario, mentre la percentuale sale al 46% per le spese extra relative al tempo libero. Il 16% degli adolescenti, infine, testimonia difficoltà della famiglia ad arrivare alla fine del mese. Dall’indagine emerge che il clima familiare è peggiorato e i ragazzi ne risentono in prima persona: il 20% dei bambini riferisce che nell’ultimo periodo i genitori hanno litigato più spesso di prima, mentre il 25% degli adolescenti dichiara di aver notato un maggior nervosismo dei genitori e di litigare più spesso con loro (29%). Oltre il 20% dei bambini e il 40% degli adolescenti dichiarano di essere diventati più ansiosi.

In famiglia il dialogo sulle emozioni sembra essere molto limitato. Il 72% dei bambini racconta ai genitori solo episodi relativi alla vita scolastica, ma non parla delle proprie paure (35%) o aspirazioni (38%), comportamento che costituisce la regola in adolescenza ma che a questa età è più comprensibile. (continua qui)

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Pediatria: crisi aumenta abusi su bimbi in 1 famiglia su 2 già a rischio

Una vita precaria, l’incubo del licenziamento o un’improvvisa povertà. Sono i fattori esterni, acutizzati dalla crisi economica internazionale, che mettono seriamente a repentaglio la stabilità della famiglia e finiscono per far esplodere, in forme violente, lo stress dei genitori. E spesso “almeno nel 50% delle famiglie, già in una situazione delicata, questo si trasforma in un episodio di maltrattamento ai danni dei figli”. Ad affermalo all’Adnkronos Salute è Isabel Fernandez, psicoterapeuta e delegata nazionale al Consiglio d’Europa per gli interventi di supporto in disastri collettivi.

Ogni componente della famiglia – avverte la psicoterapeuta – che finisce schiacciato dalla crisi può, in momenti di forte stress, scaricare queste tensioni verso i membri più deboli e indifesi. E spesso i piccoli sono vittime di traumi alla testa e della sindrome del bambino scosso (Sbs)”.

L’equazione crisi economica e abusi fisici sui più piccoli è dimostrata da uno studio dell’University of Texas di Austin (Usa), pubblicato sulla rivista Pediatrics. I ricercatori hanno verificato come nei tre anni precedenti il ‘crack’ finanziario internazionale del 2007, il tasso di lesioni alla testa riportato dai bambini (età media di nove mesi) è stato di 8,9 su 100 mila all’anno. Dopo la crisi economica, il numero è salito a 14,7 su 100 mila.

In Italia – non abbiamo dati sul fenomeno. Ma è chiaro che anche nel nostro Paese la relazione figli-genitori è il legame che subisce i colpi peggiori da un situazione economicamente destabilizzata. Lo stress, l’ansia e le forti preoccupazioni dell’adulto, già in notevole difficoltà, vengono trasferite anche con episodi di maltrattamenti ai figli”. (continua qui)

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I giovani italiani lavorano troppo poco e sono i più colpiti dalla crisi: lo conferma il Rapporto Censis 2011

Lavoro in diminuzione e giovani vittime principali della crisi economica. Sono questi gli aspetti che più preoccupano del 45° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, presentato venerdì 2 dicembre a Roma. In un’ Italia definita «fragile, isolata ed eterodiretta» dove le linee guida dell’economia sono stabilite dall’Europa, i più colpiti dal declino economico sono proprio loro: i giovani. Il confronto con i nostri vicini Ue è impietoso: da noi solo il 20% dei 15-24enni è occupato, contro il 34% degli europei. Ma gli italiani non sono abituati al lavoro precoce, dice qualcuno, quindi questo dato non è pertinente.

Va bene, allora si guardi la fascia più ampia degli under 30: tra i 15-29enni in Italia meno di tre su cinque lavorano, la media europea è di quasi tre su quattro. Uno scarto molto ampio, di 12 punti percentuali, che evidenzia un sistema che invece di puntare sui giovani, e dunque sul futuro, li emargina. Non è un caso dunque se le donne italiane «sono tra quelle che fanno figli più tardi – l’età media al parto di 31,1 anni rappresenta una delle età più avanzate in Europa». Maglia nera poi anche per i laureati italiani, i più disoccupati del vecchio Continente: il tasso di occupazione per loro è del 76%, all’ultimo posto tra i Paesi europei dove la media è dell’80%…

«Investita in pieno dalla crisi» è scritto «ma non esente da responsabilità proprie, la generazione degli under 30 sembra incapace di trovare dentro di sé la forza di reagire». Commenta così il Censis il fenomeno dei cosiddetti neet, dove ancora una volta il triste primato spetta all’Italia: l’11% dei giovani di 15-24 anni, che diventa il 16% di quelli tra 25 e 29, non è interessato né a lavorare né a studiare, mentre la media europea è rispettivamente del 3% e dell’8%. Un segnale grave, su cui la classe dirigente dovrebbe riflettere… «Con la crisi, l’appetibilità e la richiesta di laureati nel mercato del lavoro è addirittura diminuita», e i giovani che iniziano percorsi professionali «nella maggioranza dei casi sono sottoinquadrati».

C’è poi il problema mai risolto della dispersione scolastica: se tutti più o meno si iscrivono alle scuole superiori, il tasso di diploma non supera la soglia del 75% dei 19enni. Circa il 65% dei diplomati tenta poi ogni anno la carriera universitaria, ma tra il primo e il secondo anno di corso quasi il 20% abbandona. C’è comunque una buona notizia. Nel 2010 la quota di 18-24enni in possesso della sola licenza media e non più inseriti in percorsi formativi è scesa dal 19 al 18%. E in quello che il Censis chiama «il disinvestimento dei giovani», «destinati a vivere un perpetuo presente» si afferma purtroppo sempre di più un pensiero «avulso dal merito e dalla cultura del lavoro»: il 38,2% dei 15-30enni ritiene l’università un’opzione non attraente (il numero più alto in Europa). (continua qui)

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La falsa leggenda dei ragazzi bamboccioni
di Ilvo Diamanti

I giovani devono scordarsi la monotonia del posto fisso, si dice. E il 30% dei giovani, in effetti, vorrebbe un lavoro sicuro (Demos-Coop, maggio 2011). Ciò significa, però, che il rimanente 70% antepone altri requisiti. Non ritiene il lavoro fisso una priorità. Peraltro il 65% dei giovani occupati (Demos-Coop, maggio 2011) considera il proprio lavoro “precario” oppure “temporaneo. E il 60% pensa che, fra uno-due anni, avrà cambiato lavoro.

D’altronde, il “posto fisso“, per loro, di fatto non esiste. Anzi, per molti giovani, non esiste neppure il lavoro. L’Istat, nelle settimane scorse, ha stimato il tasso di disoccupazione giovanile oltre il 30%. Il più alto dell’Eurozona. (Ma è molto più elevato tra le donne e sale al 50% nel Mezzogiorno).

Le statistiche ufficiali, inoltre, valutano il peso dei lavoratori atipici e irregolari oltre il 30% tra i giovani (e intorno al 15% nella popolazione). Ma il fenomeno più significativo è riassunto dai “Neet” (acronimo della definizione inglese: Not in Education, Employment or Training). Quelli che “non” lavorano e “non” studiano. Sono oltre 2 milioni e 200 mila. Sospesi. Sulla soglia, fra studio e lavoro. Senza riuscire a entrare né di qua né di là.

Difficile considerarli “partigiani del posto fisso“. Visto che di fisso hanno solo la precarietà. (continua qui)

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Oltre l’indignazione: crisi del neoliberismo e giovani intellettuali
di Leo Goretti

La crisi ha colpito particolarmente i giovani. In Inghilterra, all’inizio di settembre 2011, più di un quinto dei giovani tra 16 e 24 anni era disoccupato – il dato più alto di sempre. In Italia, la probabilità che un giovane non abbia un lavoro è tre volte quella di un adulto. Insomma, la crisi economica è anche un fenomeno di natura generazionale. La crisi ha investito anche la politica, per lo meno nelle sue forme canoniche (la democrazia parlamentare)…

Crisi economica e mancanza di rappresentanza creano una miscela esplosiva, che fa dei giovani di inizio ventunesimo secolo un soggetto marginale, e potenzialmente ribelle. Allo stesso tempo, una serie di fattori di carattere sia strutturale che sovrastrutturale spinge i giovani a rientrare nei ranghi…

La radicalizzazione dei giovani intellettuali è il frutto dell’incapacità delle classi dirigenti di co-optare le élites delle nuove generazioni – un fenomeno che attesta il carattere strutturale della crisi: il sistema non è in grado di riprodurre se stesso. (continua qui)

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La settimana scolastica

Tutto il mondo del lavoro è interessato dalla modifica da parte del governo dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Nessuna modifica sui licenziamenti per motivi discriminatori, mentre è una rivoluzione per i licenziamenti per motivi economici e disciplinari. I primi (definiti “motivi oggettivi“) non prevederanno mai la possibilità di reintegro, ma daranno vita a una procedura di conciliazione ed eventualmente a un indennizzo economico. I secondi (“motivi soggettivi“) affideranno al giudice il compito di valutare la situazione e applicare il reintegro o l’indennizzo.

Critici e scettici aumentano. La Cgil ha proclamato 18 ore di scioperi, assemblee e mobilitazioni, seguite da iniziative spontanee, a volte unitarie delle RSU e dei lavoratori, soprattutto nelle fabbriche del nord.

Forti perplessità, dopo le voci di immediata estensione della nuova normativa dell’art. 18 a tutto il pubblico impiego, l’hanno manifestata la CISL e l’UGL, mentre la UIL non si pronuncia in attesa di conoscere il testo finale. In effetti la prospettiva che maturi una politica di licenziamenti nel settore pubblico è sicuramente plausibile. Anche la Cei si è detta contraria alla mercificazione del lavoro.

«Il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio», commenta mons. Giancarlo Bregantini, capo-commissione Cei per il Lavoro. «In politica l’aspetto tecnico sta diventando prevalente sull’aspetto etico… La modalità con cui è ipotizzato il licenziamento economico potrebbe rivelarsi infausta. Nemmeno il giudice può intervenire… è facilissimo che si arrivi in tutto il Paese» a «un clima di paura generalizzata».

Intanto, per effetto della “riforma” Gelmini, che prevede la riduzione dell’orario delle lezioni a 27 ore settimanali per la quarta classe elementare, nonostante un aumento del numero degli alunni dello 0,13%, il prossimo anno gli organici di diritto degli insegnanti, quelli sui quali si possono disporre le assunzioni a tempo indeterminato, diminuiranno di 2.000 unità.

Questo dopo che dal 2008 al 2011 il governo Berlusconi ha tagliato circa 140.000 posti di lavoro solo nella scuola. Dopo che l’innalzamento dell’età pensionabile ha ulteriormente ridotto la possibilità di creazione di nuovi posti di lavoro. Mentre continuano i favori alle scuole private.

Si dimentica ciò che ha fatto per questo Paese la scuola pubblica statale.

Nel maggio 1967, quando viene pubblicata la Lettera a una professoressa, quasi due terzi degli italiani – il 63%, per l’esattezza – non sono in grado di riassumere un articolo di giornale dopo averlo letto, e più della metà – il 52% – è incapace di applicare nella realtà quotidiana le nozioni di base della matematica. La capacità di comprendere un testo complesso – un romanzo, un articolo di approfondimento corredato da tabelle e cifre – era limitata all’1.9% della popolazione.

Nei 30 anni che sono seguiti al fatale 1968, la percentuale di analfabeti di ritorno è scesa a poco più del 20% degli scolarizzati, e quella dei cittadini attivi, dotati degli indispensabili strumenti per comprendere il mondo ed essere attivi nell’esercizio dei diritti, è salita al di sopra del 10%: sono questi dati il vero test di valutazione della scuola. (Girolamo De Michele)

Tagli, dimensionamento, aumento dell’età pensionabile, modifica dell’art. 18, “chiamata diretta“, il megaconcorso che si allontana sempre più: nessuna discontinuità rispetto al governo precedente, anzi aumenta la precarietà nel mondo della scuola, circola nel Paese, per citare le parole della Cei, “un clima di paura generalizzata“.

Naturale quindi che aumentino le adesioni al presidio organizzato dai precari lombardi davanti al Pirellone a Milano il 27 marzo, dalle 17 alle 20.30, contro l’art. 8 del Progetto di Legge della Regione Lombardia voluto da Formigoni e Aprea, che prevede la possibilità della chiamata diretta“, da parte della singola scuola, del personale docente inserito in un albo regionale in cui sono inclusi obbligatoriamente solo i lavoratori che aderiscono al progetto di sviluppo regionale in materia di istruzione e formazione.

Promosso dal Coordinamento 3 Ottobre, il presidio ha avuto l’adesione di varie associazioni di precari della scuola e di Cobas, USB, Sisa, Cub, FIC Cgil Milano, Unicobas, Anief, Rifondazione Comunista, Sinistra Ecologia e Libertà, Movimento 5 stelle, Italia dei Valori, Partito Comunista dei Lavoratori. Contro la “chiamata diretta” prosegue anche la raccolta di firme per un appello proposto dall’Associazione “Non uno di meno“.

E a proposito di Valentina Aprea: è finalmente stata approvata dalla Commissione Cultura la legge n. 953 e abbinate sulla Governance delle Istituzioni scolastiche. La relatrice e Presidente della Commissione, on. Valentina Aprea e i capigruppo di maggioranza, on. Emerenzio Barbieri del Pdl, on. Manuela Ghizzoni del Pd e on. Luisa Capitanio Santolini dell’Udc, hanno rilasciato una dichiarazione comune, lasciando intendere di aver raggiunto una soluzione condivisa. Queste le novità di una legge che farà discutere.

Sul fronte del reclutamento, si segnalano novità per precari e neolaureati con la comunicazione dei posti disponibili per il TFA divisi per classe di concorso e Università. Le prove di ammissione si TFA si svolgeranno tra il 20 giugno e il 20 luglio 2012.

Dal concorso per dirigenti scolastici continuano ad arrivare notizie di forti selezioni, se i dati delle prime regioni fossero confermati per il resto d’Italia, la selezione riguarderebbe più del 90% dei candidati presenti alla preselezione.

Brutte nuove anche per l’università: con due nuovi decreti attuativi della legge delega Gelmini, si conferma il blocco del turn over e la riduzione dei fondi per il diritto allo studio. Se la legge 133, che cesserà i suoi effetti a dicembre 2012, imponeva agli atenei un turn over non superiore al 50%, ovvero un’assunzione ogni due pensionamenti, nel testo approdato in Parlamento con la firma del nuovo ministro il turn over risulterebbe bloccato dell’80%, con una media nazionale, atenei “virtuosi” a parte, di due assunzioni ogni dieci pensionamenti.

Il decreto prevede un aumento delle tasse che va dal 20 al 100%. Le risorse non saranno sufficienti a garantire la borsa di studio a tutti gli aventi diritto. Lo scorso anno rimasero esclusi dall’assegnazione il 30% degli idonei: per dare a tutti la borsa sarebbero stati necessari 567milioni. Sommando tutte le risorse messe in campo dal nuovo esecutivo non si va oltre i 400 milioni.

Idv e Pd hanno depositato in Commissione affari costituzionali l’emendamento sostitutivo dell’art. 51, c. 2. rivolto a eliminare l’obbligo da parte delle scuole di somministrare i test Invalsi come attività ordinaria, sottoscritto da oltre 2.700 insegnanti, genitori e studenti di tutta Italia. La raccolta di firme, promossa da 13 associazioni della scuola, prosegue con l’obiettivo del raggiungimento di 10.000 firme. Una rilevazione campionaria e non censuaria, sostengono i promotori dell’emendamento, può essere usata solo per la valutazione di sistema ed elimina la possibilità di usare i test per valutare anche le scuole e gli insegnanti.

Per quanto riguarda le pensioni, ricordiamo che sulla richiesta di spostamento della maturazione dei requisiti necessari per il pensionamento dal 31/12/2011 al 31/8/2012 anche la Flc Cgil ha annunciato ricorso al Tar. A questo fine dei docenti hanno anche attivato una class action (vedi qui e qui).

L’unico segno di discontinuità dell’attuale ministro dell’Istruzione rispetto al precedente appare questo: nella pagina “La scuola in chiaro” il Ministero ha messo a disposizione la propria banca dati su alunni, corpo insegnante, localizzazione georeferenziata e indirizzo delle scuole italiane. Smorza gli entusiami per la “notizionaMarina Boscaino:

che i dati pubblici siano pubblici dovrebbe essere prassi quotidiana ed obbligatoria, non frutto della consulenza della new generation digital native… L’attuale sovraesposizione degli aspetti tecnologici finisce per trasformare questa dovuta operazione di trasparenza in un eccezionale merito tecnico-culturale… sono altrove i problemi della scuola, quelli da affrontare con urgenza.

Anche gli esami di stato diventeranno telematici. A partire dalla prossima sessione ordinaria degli Esami di Stato conclusivi dei corsi di istruzione secondaria di II grado, l’invio delle tracce delle prove scritte avverrà per via telematica e non attraverso i fascicoli cartacei.

Nuove tecnologie in campo anche per la consultazione pubblica sull’abolizione del valore legale del titolo di studio, in programma dal 22 marzo fino al 24 aprile sul sito del ministero dell’Istruzione. La Rete della Conoscenza parla di consultazione truffa:

Abbiamo letto le domande comparse oggi sul sito del Miur e siamo convinti che questa consultazione sia una truffa, un percorso ad ostacoli molto complesso per uno studente, ci chiediamo come siano stati compilati i questionari, con quali criteri e da quali soggetti, chi valuterà le risposte.

* * *

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative estive del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Il decreto Brunetta qui e il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Altre guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Manuali di resistenza alla scuola della Gelmini qui e qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Gilda, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

4 pensieri su “Vivalascuola. Crescere nel tempo della crisi

  1. “La crisi è strutturale, non congiunturale, cioè non passa, ci siamo svegliati un giorno più poveri e siamo rimasti così. Credo che per molti sia stato uno shock, finita la musica, quando il gioco ci chiedeva di sederci velocemente per vedere chi restava in piedi, mentre ridevamo euforici della danza del benessere passato scoprivamo atterriti che erano sparite metà delle sedie e le altre traballavano. Per una volta non c’è retorica possibile, almeno questo, è tutto evidente, lo tocchi, lo vedi, lo misuri.”

    Gli effetti della crisi vengono misurati nella vita quotidiana: per 1 ragazzo su 3 cresce l’attenzione nelle spese per cibo e vestiario, mentre la percentuale sale al 46% per le spese extra relative al tempo libero. Il 16% degli adolescenti, infine, testimonia difficoltà della famiglia ad arrivare alla fine del mese. Dall’indagine emerge che il clima familiare è peggiorato e i ragazzi ne risentono in prima persona: il 20% dei bambini riferisce che nell’ultimo periodo i genitori hanno litigato più spesso di prima, mentre il 25% degli adolescenti dichiara di aver notato
    un maggior nervosismo dei genitori e di litigare più spesso con loro (29%). Oltre il 20% dei bambini e il 40% degli adolescenti dichiarano di essere diventati più ansiosi.

    Sono dati che non lasciano dubbi.

    A questo punto, possiamo solo essere vigili, e ragionare e parlare e condividere, riducendo all’essenziale i nostri bisogni, le nostre attese.

    Grazie Giorgio, e grazie a chi ha contribuito a questo post necessario.

    Giovanni

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  2. Concordo con Giovanna Lo Presti, anch’io ho visto la Fornero a report, è stata altezzosa, distruttiva e agghiacciante. Il suo famoso pianto alla conferenza stampa non è stato capito, non piangeva per i poveri italiani ma per sé, per l’emozione alla prima uscita pubblica. Poche volte ho visto un minitro così lontano dai comuni cittadini.

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  3. @Ricky detto

    Io concordo con te e con Giovanni, ci siamo svegliati così.
    Il punto è: ci siamo svegliati?
    Anche io penso di essere caduta dalla padella alla brace, certo qualcosa bisogna fare, io credo soprattutto
    unirci negli sforzi per non sentirci più Poveri Italiani!

    Un saluto a voi
    Ernestina.

    ,

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  4. Grazie a Giovanni, Ricky ed Ernesta.

    Io non ho visto Report, ma quanto ne ho sentito dire è del tutto coerente con le peculiarità di questo ministro e di questo governo. Vale la pena ricordare che, come adesso in campo pensionistico siamo il Paese con la legislazione che ci fa andare in pensione più tardi in Europa, ugualmente nel campo del lavoro abbiamo la legislazione più penalizzante per i lavoratori.

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