L’ibrido autobiografico di Coratelli.

di Franz Krauspenhaar

Conosco bene Fernando Coratelli, uno scrittore barese di stanza ormai da parecchi anni a Milano. E’ anche operatore culturale, organizzatore di serate e readings, editor. Coratelli crede ancora – uno dei pochi – nel potere della letteratura di muovere non solo le coscienze (che è “movimento sedentario”, per dir così) ma soprattutto le persone, fisicamente, da un luogo all’altro. Organizzare eventi legati al libro significa prestare particolare ascolto a ciò che inizia e finisce con la lettura, perché il libro è la letteratura, ovvero è un contenitore fisico di problematiche esistenziali, di speranze, di lotte, di pensiero umano. Il libro comincia laddove finisce un vissuto legato all’opera, come se esso fosse il neonato distaccato dal taglio del cordone ombelicale. Ora Coratelli, appena quarantenne (e ormai non posso che commentare con un “beato lui”), da alle stampe per i tipi di Caratterimobili, giovane e più che promettente casa editrice barese, il suo antipamphlet “Quando il comunismo finì a tavola”. Un libro smilzo e agilissimo che segue di qualche anno il suo romanzo d’esordio, “Altrotempo”, per Cadmo editore. Una scommessa, mi pare, perché Fernando ha voluto di tutto punto giocare d’azzardo coi generi, e conoscendolo questo non mi pare per nulla strano. Lui crede nella letteratura e nella narrazione ma a diversi livelli, voglio dire che non vi dirà mai che la letteratura che incide davvero nell’oggi è quella noir o quella “epica”, come ebbero ad affermare impunemente i Wu Ming qualche anno fa, facendo l’inutile inventario dei romanzi e degli scrittori di una da loro inventatissima “New Italian Epic”, facendosi in pratica pubblicità “progresso” tramite “autocritica pelosa”. Coratelli vi dirà invece, onestamente, che i generi ci sono per essere sorpassati, a volte persino ridicolizzati, e dunque il noir ben venga, ma spesso come punto di partenza, come fondo di cottura per piatti più elaborati. E dunque questo nuovo libro, che ho chiamato antipamphlet, è davvero un oggetto letterario non identificato e che non vuole nemmeno identificarsi, insomma è qualcosa di fuori canone e dunque non rassicura il lettore, perché chi lo va a comprare non sa di preciso cosa lo attende. Tra narrazione potentemente autobiografica che porta a riva una buona fetta degli anni verdissimi del nostro autore, intessendo questi con la rievocazione (dal minimo punto di vista infantile) di avvenimenti capitali quali il rapimento di Aldo Moro (avvenuto quando il nostro era alle elementari – mentre chi vi scrive purtroppo era già da non poco al liceo), ed espedienti narrativi che tirano in ballo anche il genere-non genere dell’inchiesta giornalistica (la giovane che intervista il nostro autore, come fosse una giovane a“campione” che per tutto il libro chiede a Coratelli di snocciolare il suo rosario d’amarcord), si srotola il tappeto agevole e ben rollante del libro. Il tema di questo romanzo autobiografico antipamphlet, insomma di questo ibrido deciso, è la cucina messa in relazione con la caduta dell’impero sovietico. Se è vero che i comunisti russi mangiavano i bambini, è anche vero che Coratelli ha per certi versi catturato a suo tempo principi politici ormai da gran pezza fuori moda, ma che ne hanno forgiato il carattere e lo hanno aiutato a crescere fino all’età adulta. Il libro pesca tra la storia personale dell’autore e quella collettiva, tra ricordi drammatici e saporosi, sempre con un tono ironico e “leggero”; e alla fine ci troviamo con trentatrè anni della vita di chi racconta, con quel passo deciso ma lieve, nei quali è successo davvero di tutto. Forse il trentennio più veloce della storia: forse invaso non solo dalla caduta del Muro, ma soprattutto dalla caduta del Novecento, con le sue false e ormai lontane sicurezze.

3 pensieri su “L’ibrido autobiografico di Coratelli.

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