Marina Torossi Tevini, L’Occidente e le parole

Pietas per l’Occidente
di Giovanna Mozzillo

L’Occidente e parole di Marina Torossi Tevini: una raccolta di racconti scanditi da continui interrogativi, interrogativi a cui l’autrice si impegna a dare risposta attraverso un inesausto spasmodico sforzo di indagine e riflessione. Uno sforzo in cui ella riesce a coinvolgere a pieno il lettore, dal quale è come se si facesse scortare passo dopo passo attraverso il processo conoscitivo e lungo l’avventuroso percorso che dovrebbe condurci a decifrare il mistero della condizione umana. Anche se, lo sappiamo, si tratta di un percorso in cui ci si scontra con molte porte chiuse. Ma pure quando il suo ragionamento non può approdare a una conclusione, perché, niente da fare, il dilemma risulta insolubile, ella non per questo cessa di pilotare e stimolare il lettore, associandolo non tanto alla propria impotenza quanto alla propria ribellione contro questa impotenza.

Insomma un libro dalla cui lettura si ricava l’impressione che all’autrice non sia sufficiente capire, ma che ella avverta l’urgenza, e quasi il dovere, di aiutare gli altri a capire, per cui, ecco, il suo atteggiamento credo sia lecito definirlo “didattico”. Consapevolmente, dichiaratamente “didattico”. Ma, attenzione, al vocabolo “didattico” non dobbiamo attribuire nessuna valenza negativa. Anzi.

In un mondo in cui così di frequente ci si sottrae alla responsabilità del giudizio, si glissa, ci si schermisce di fronte alla necessità di prender posizione, un libro in cui senza mezzi termini, senza giri di parole ci si confronta con i più grandi temi – la disparità sempre crescente tra gli umani, il bisogno che abbiamo degli altri e la difficoltà, spesso insormontabile, che incontriamo nel tentativo di dialogare e intenderci (incomprensione che drammaticamente si accentua nel rapporto tra generazioni diverse), e il perverso dilagare del consumismo, e la pecorile tendenza all’omologazione, e come i più a ogni costo vadano reclamando certezze, certezze quali che siano, anche se approssimative, discriminatorie, banalizzanti, mentre bisognerebbe avere il coraggio di convivere col dubbio, il dubbio che, certo, è assai faticoso da gestire, ma risulta indispensabile a salvarci da ogni tipo di oscurantismo – un libro così, dicevo, non può che essere benvenuto. Benvenuto perché utile, benvenuto perché necessario. Ecco: dovrebbero scriversene più spesso di libri del genere.

Ma, fatta questa considerazione, è il caso di sottolineare come tra i molti temi trattati ce ne siano due che prevalgono e potentemente si impongono all’attenzione del lettore. Evidentemente perché, in un libro che pure appare tutto dettato da una irrefrenabile “passione” intellettuale, sono i più appassionatamente sentiti dall’autrice: il tema della necessità della comunicazione e il tema della violenza (con cui fa tutt’uno quello della follia).

Dunque: il discorso sulla necessità della comunicazione. La quale dovrebbe trovare il suo campo di espressione più idoneo e fertile nella scuola. E allora il discorso sull’insegnamento. L’insegnamento sentito come missione, missione alta e nobile quanto forse nessun’altra, e perciò amato, vissuto con adesione totale della mente e del cuore. E tuttavia al tempo stesso degradato da una serie di cause contro cui il singolo docente, a meno di non voler fare il moderno don Chisciotte, non è assolutamente in grado di combattere (e qui l’autrice ha il coraggio di denunciare anche quelle verità scomode che in genere vengono sottaciute, per esempio che molti giovani si ritraggono di fronte alla vera “libertà interiore”, ed è da questa paura che prende corpo il loro formalismo, il loro convenzionalismo), e perciò sofferto con umiliazione e con rabbia, nella consapevolezza della propria impotenza. Una sofferenza, ci racconta la Torossi Tevini, di cui si può anche morire.

E il discorso sulla violenza. Una violenza che, non credo casualmente, l’autrice ci descrive rivolta sempre contro la donna. La donna che ha creduto di poter essere arbitra delle proprie scelte, la donna che ingenuamente ha accettato di fidarsi, la donna che non ha capito di avere accanto il “mostro”. E anche nell’unico racconto in cui, a esercitarla questa violenza, a voler dare la morte, è stata una creatura di sesso femminile, beh, la responsabilità vera del crimine è forse da attribuire a un “lui”, a un lui che ha saputo restare dietro le quinte, l’uomo che la ha traumatizzata sconvolgendole la mente.

Perché, come ho già accennato, per l’autrice violenza e follia sembrano essere strettamente legate, e la bramosia di sangue scaturisce sempre da un ottenebrarsi della mente, da un offuscarsi della consapevolezza. Insomma pagine da cui sembra trapelare una infinita pietas. Pietas per le compagne di Adamo, per tutte noi che, dopo tante lotte, tanti dibattiti, tanti proclami, ci siamo illuse di essere ormai liberate, e invece sulla nostra pelle scopriamo di venire ancora ritenute possesso di chi dice di amarci o averci amate, ma pietas anche per Adamo, Adamo che, malgrado le sue ostentazioni di forza, spesso è disperatamente fragile, disperatamente fragile e disorientato.

In definitiva un libro che risulta amaro e inquietante ma che è certo non si lascerà agevolmente dimenticare. Anche in virtù di una scrittura in cui alla dinamica scioltezza dei dialoghi sapientemente si alterna la complessità sintattica delle riflessioni.

* * *

Dalla quarta di copertina

Trieste, non più città di confine, rimane pur sempre in qualche modo una città confinata, una città precaria, una città sull’orlo dell’abisso. Lo si avverte, questo senso di precarietà, ad ogni passo, ad ogni svoltare d’angolo. È un’angoscia ma anche una pace, un mix strano di malessere e di allegria che nessun’altra città produce. Trieste è un paradigma. Un’allegoria dello scivolare dell’Occidente, una metafora del nostro declino. Per questo Trieste mi piace”. Trieste simbolo del nostro declinante Occidente, Trieste, anima del racconto “Un inverno a Trieste” che, assieme a “Il tempo delle piogge” e “Una donna senza qualità” coniugano la riflessione sui mali della scuola e sulla difficoltà dei rapporti tra generazioni diverse a un’analisi sulla crisi della società contemporanea. In altri racconti (“La mattanza”, “Un killer vicino di casa”, “Week-end in monastero”) prevale il tema della violenza tra i sessi che nella società occidentale paradossalmente coesiste accanto a un fondamentalmente ridisegnato accordo tra i generi. Chiudono la raccolta il tono più disteso di “Ulisse terzo millennio” – che ridisegna in chiave moderna il mito di Ulisse – e il racconto surreale “Il quadro” .

MARINA TOROSSI TEVINI nata a Trieste è laureata in lettere classiche e ha insegnato dall’82 al 2000 al Liceo classico “Dante Alighieri”. Ha pubblicato nel 1991 Donne senza volto (Italo Svevo), nel 1994 Il maschio ecologico (Campanotto) e nel 1997 L’unicorno (ivi). Ha ricevuto nel 1993 il I premio al concorso letterario “Il leone di Muggia” con il racconto “Una donna senza qualità” (pubblicato sulla rivista Borgolauro). Ha curato la pubblicazione postuma del romanzo del padre La valle del ritorno (Campanotto, 1997). Nel 1998 è stata inserita in Lichtungen, pubblicazione dell’Università di Graz. Compare in antologie tra cui Nella fucina delle parole vol I e II,  Poeti triestini contemporanei (Lint 2000), Trieste la donna e la poesia del vivere (Ibiscos 2003). Ha pubblicato con l’editore Campanotto nel 2002 la raccolta di racconti Il migliore dei mondi impossibili, nel 2004 il romanzo Il cielo sulla Provenza, nel 2008 Viaggi a due nell’Europa di questi anni e nel 2010 Le parole blu. Collabora alle riviste Arte&Cultura, Nuova antologia, Stilos, Zeta. È membro del Pen Club di Trieste. Fa parte del direttivo di alcune Società culturali. Alcune sue opere sono reperibili in rete.

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