Le donne di Gramsci

Di Augusto Benemeglio

Non era più desiderato da nessuno
Settantacinque anni fa , il 27 aprile 1937 , moriva in una clinica di Roma Antonio Gramsci. Al funerale non andò nessuno, eccetto la cognata , Tatiana , e la polizia fascista.(“ Non ci sono gloriose memorie, /né inespresse beatitudini a buon prezzo,/ma il mistero della luce e dell’ombra/ che vela e disvela parole”) Arrestato l’8 novembre del 1926 , era stato liberato definitivamente da soli tre giorni ( aveva ottenuto un paio di anni prima la libertà condizionale , per gravi motivi di salute , solo grazie ad un’intensa campagna di stampa , sviluppatesi soprattutto all’estero ) , ma era ridotto a “morto vivente”. (“Di che era maceria/ quel silenzio?/ della storia dell’uomo/perfino della sua ultima pagina bianca”). Ricoverato presso ospedali e cliniche , sfibrato , demolito , massacrato dall’ estrema durezza dell’infame carcere di Turi , dagli sbocchi di sangue , dall’”insonnia forzata” ( sono mesi che dormo solo 45 minuti per notte) , dai dolori alla schiena, alle mani, alle gengive, le nevralgie che lo assillavano già da anni , Gramsci aveva dovuto subire anche le incomprensioni , le critiche e il disprezzo degli stessi compagni del partito comunista italiano che aveva fondato e di cui era stato Segretario. (Sandro Pertini , che era stato rinchiuso nella stessa prigione disse che i carcerati comunisti gli tiravano palle di neve con dentro delle pietre, il tutto perché aveva osato criticare aspramente l’ascesa al potere di Stalin ). D’improvviso , Gramsci si era reso conto che non era desiderato da nessuna parte – non a Mosca, dove erano la moglie Julka , ormai ombra vagante da un manicomio all’altro, e i due figli fagocitati dal regime sovietico, nonché gli ex compagni della prima ora rivoluzionaria ; non a Ghilarza (Nuoro) , dove era la sua famiglia d’origine , le sorelle e i fratelli , ma non più l’adorata mamma Peppina , a cui aveva scritto una delle lettere più belle: « Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione […] vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini »

2.Tatiana

Della sua figura avevano fatto un culto , un mito : culturale , politico, filosofico, ideologico . Gramsci era il gran sacerdote e allo stesso tempo il martire del comunismo . Ma era stata tutta una manovra , una messa in scena — dice Bettiza – che andava bene finché era in carcere. Ora , che era libero dalla prigione , era divenuto solo un ingombro, non serviva più a nessuno . E allora per lui fu la fine . Diede il proprio assenso, il lasciapassare alla sua morte, che gli si era annunciata fin da bambino con tutta una via crucis terrificante , a partire dal morbo di Pott , una tubercolosi ossea che in pochi anni gli deformò la colonna vertebrale e gli impedì una normale crescita ( non raggiunse neppure il metro e cinquanta) , ma anche le enormi privazioni , la denutrizione , la fame , il freddo , i sacrifici, la miseria ( a 11 anni aveva iniziato a dare il suo contributo all’economia domestica lavorando 10 ore al giorno nell’Ufficio del catasto di Ghilarza per 9 lire al mese – l’equivalente di un chilo di pane al giorno – smuovendo “registri che pesavano più di me e molte notti piangevo di nascosto perché mi doleva tutto il corpo”)], le sofferenze fisiche e morali, per poter studiare , formarsi una cultura , fare le sue battaglie sociali e politiche fianco a fianco con gli operai , essere presente a tutti i convegni e dibattiti nazionali , nonostante le condizioni di salute che lo travagliano fin dall’infanzia , diventare un leader carismatico , ascoltato e rispettato anche nei momenti di maggiore tensione e nelle più aspre divergenze di idee , ispiratore fermo e instancabile della lotta contro il regime fascista, che lo fece arrestare , nonostante l’immunità parlamentare ( “Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”) , distruggendo giorno dopo giorno la salute e l’integrità fisica del . prigioniero. Ma niente era riuscito ad intaccare la sua straordinaria statura morale , la sua ferrea volontà di resistere , neanche le torture fisiche e morali, le umiliazioni e le minacce , erano riuscite a fiaccarne l’animo guerriero ( “Il mio incarceramento è un episodio della lotta politica che si combatteva e si continuerà a combattere non solo in Italia, ma in tutto il mondo, chissà per quanto tempo ancora”) . Ma ora era al capolinea, all’ultima stazione , all’ultimo casello del Tevere, che riusciva a vedere dalla finestre della Clinica. Si sedette lungo il fiume dei suoi ricordi e aspettò che venisse , serenamente , senza rimpianti, la morte. Non considerò – forse – che vicino a lui c’era sempre stata , fino all’ultimo istante , l’unica persona che forse l’aveva veramente amato , la cognata Tatiana Schucht , che lo aveva assistito per i lunghi anni di carcere e alla fine salvò quel patrimonio inestimabile che sono “I quaderni del carcere”, opera fondamentale del suo pensiero, che verranno pubblicati in 6 volumi da Einaudi solo dieci dopo la sua morte. Ma – si chiede Bettiza – Tatiana lo aveva veramente amato, o era stata solo una spia sovietica, al limite una “poliziotta amorosa”, in quanto funzionaria dell’ambasciata sovietica in Italia , con il precipuo compito di sorvegliare i movimenti ,i pensieri , i sospiri e i respiri di un uomo-simbolo , in odore di eresia , ormai fortemente schierato su posizione critiche nel contenzioso che opponeva Stalin a tutta la vecchia guardia leninista.

Gramsci e il precariato
Che dire ancora del piccolo grande Nino, il sardo di ferro roccia e carbone, che fu abbandonato , pieno di cicatrici , con il sordo tamburo del sangue che gli batteva dentro il sole del suo intelletto, dentro il verde abbraccio della speranza di un mondo migliore, dentro l’altra faccia dell’essere , quella vuota, immobile splendore senza attributi , che si oppose al terribile sanguinario nano Josip Stalin e alla sua massa violacea sotto i baffi , enorme protuberanza che squarciò il mondo? C’è chi dice che fu “un grande maestro mancato, come Augusto Del Noce e chi ci va giù duro come Chiaromonte e dice che fu un “falso maestro, che ha insegnato a scrivere male ad almeno due generazioni di intellettuali italiani “ Comunque non si può negare – interviene Bettiza – “ l’incidenza che alcune sue intuizioni storiche e sociologiche hanno avuto sulla strategia del potere, costruita e attuata con crescente successo fino al 1944”. Il mio amico d’infanzia , con cui abbiamo fatto le elementari insieme , a San Pancrazio , Vittorio D’Ingillo , che ricordo comunista coi calzoni corti , e oggi politologo finissimo , mi dice che fu un grande scienziato politico, oltre che uomo eroico ; mi dice che comprese alcune cose modernissime e che il suo sguardo era gettato sull’avvenire , vedeva il domani . Tipo? Intuì le mutazioni «mondiali», i «blocchi sociali» che si sarebbero trasformati in maniera orrenda , vide l’imperialismo americano , vide già allora , col suo terzo occhio , «gli impoveriti», l’«esercito di riserva», i «flessibili», insomma i precari di oggi, i nostri figli , i nostri nipoti, un buco nero del futuro.

Gramsci icona pop
Noi sappiamo che dopo il 1956, il suo ritratto sostituì quello di Stalin sulle pareti di via Botteghe Oscure, che il suo volto è un’icona “pop” con livelli di riconoscibilità pari o di poco inferiori a quelli di Che Guevara, di Marilyn Monroe e di Martin Luther King. Che nessun altro filosofo al mondo, eccetto Marx, ha esercitato lo stesso fascino di lingua in lingua, seducendo quattro generazioni con il suo pensiero innovativo e con la forza di una dialettica cosí tagliente da aver colonizzato il linguaggio ben oltre l’area ideologica a cui voleva dare riferimenti. Ma anche che è stato a lungo passato sotto silenzio , perché era contro la decisione staliniana di tagliar fuori Trotzki e le sue tesi erano in opposizione alla linea dell’Internazionale Comunista del 1929. Sappiamo che Togliatti – compagno, amico sodale, partner ideologico , fin dai tempi torinesi , discendente politico , con cui aveva fondato “Ordine Nuovo” e “l’Unità” non solo non fece nulla per tirarlo fuori dalla prigione , ma , al contrario, fu ben contento che ci rimanesse. (“Profeti intimamente, angeli o demoni/ciascuno di sé/ ci fanno venire i brividi/ della vittoria/ che è sempre costellata /di fili spezzati/ e di cadaveri asciutti”) Quando capì tutte queste cose, Antonio , “Nino” per gli amici , si rifugiò nella famiglia, nella moglie, un sogno di nome Giulia, nei figli , che s’illudeva di educare dal carcere , e poi sua madre Peppina. Si ricordava ancora il dolore, il disonore , l’onta , per il padre arrestato e messo in galera per irregolarità amministrativa , i suoi faticosi studi al Liceo di Cagliari , il suo primo articolo dal titolo emblematico , “ A proposito di rivoluzione” , pubblicato, a soli diciannove anni, sul quotidiano di Cagliari «L’Unione sarda» , la borsa di studio, Facoltà di Lettere per Filologia moderna dell’Università di Torino.

Le lettere furono manipolate?
Dalle sue “Lettere dal carcere” veniamo a sapere che , poco più che adolescente ,-se ne era andato fuori di casa , fuori dalla sua terra , per studiare in maniera adeguata , e aveva cercato di sopravvivere con le 45 lire al mese della borsa di studio . Bastavano appena per pagarci la pigione di una stanza miseranda e i magri pasti, ( ah, se potessi vivere d’aria!) . Durante l’inverno non aveva neppure un cappotto , ma degli abiti estivi laceri e luccicanti che aveva continuato a rammendare all’infinito . Ci sono lettere “abitate” da un cappello come sogno, da un vestito come visione, da un dilemma tra farsi riparare un paio di scarpe o comprarsi le poesie del Foscolo. Conti precisi fino al centesimo… Eccolo il piccolo tamburino sardo , lacero e infreddolito, che strappa la vita a Torino , che si vede promettere da casa, come regalo per la Pasqua 1912, l’ invio di un agnello, le dispense del Dizionario italiano di Policarpo Petrocchi e il “Romanziere illustrato”, supplemento letterario-ricreativo della Tribuna illustrata. Ma secondo Bettiza queste famose lettere dal carcere furono riorganizzate e manipolate da Togliatti ,allo scopo di trasformare un personaggio che muore nel carcere fascista , ormai in odore di anticomunismo e di antistalinismo , in un santo promotore e protettore dell’italcomunismo, un’ icona , un culto forzato della personalità gramsciana. Tutta una storia di grandi ambiguità, equivoci, falsi, finzioni, alimentati “ pour cause” dal partito “ nuovo” togliattiano.

6.Un sogno di nome Julka

Nell’ agosto del ‘ 22, intanto , Gramsci si trova a Mosca , quale delegato del Partito comunista d’ Italia presso l’ Internazionale. Due mesi prima, nel giugno, ricoverato in una casa di cura, ha conosciuto Giulia Schucht. E d’ ora in avanti destinatari delle lettere gramsciane saranno appunto “Julka” – la sua donna – e i compagni di partito. Ci sono dichiarazioni d’ amore in piena regola, sia pure inizialmente avanzate per il tramite di una sorella della ragazza, Eugenia: “Vorrei scriverle un mucchio di cose. Non riesco… Le dirò alla compagna Eugenia, che gliele ripeterà”. Siamo nei primi mesi del ‘ 23 Ma ecco la prima lettera a Giulia del 6 ottobre 1924, da Roma: “Cara compagna …”. E rievoca una notte d’ amore con Giulia. Si svolge all’ inizio del loro rapporto, nel sanatorio di Serebriani Bor, vicino Mosca. Tornando dalla capitale, la ragazza ha trovato la sua stanza occupata da altri pazienti già assopiti. Allora Gramsci le fa compagnia, parlano di tante cose, ricordano qualche verso di Dante. E poi “ti coricasti nel mio letto e nessuno dei due dormì…”. Quei rari momenti di felicità . ( “La mia anima buia sfociò/ in un vivaio luminoso/ che mi abbacinava/era una cosa che veniva dalla vita/ e andava verso la vita/ Un sogno di nome Julka”) .Un lungo rapporto, con pochi incontri. La storia fra Gramsci e sua moglie – la madre di due figli, Delio e Giuliano, concepiti durante rari momenti di una felicità che era “un contrabbando del giorno per giorno”, di un amore che sembrava “una stella filante di san Lorenzo” Dall’ estate del ‘ 23 lui è a Vienna, con compiti di partito. Le scrive spesso ma ottiene poche risposte. “Quante volte mi sono domandato, se legarsi ad una massa era possibile quando non si era mai voluto bene a nessuno…La vita è unitaria e l’amore rafforza tutta la vita. E il nostro amore deve essere qualcosa di più. Un’unione di energie per la lotta, oltre che una nostra questione di felicità; e forse la felicità sta proprio in ciò”.Si vedono di nuovo a Mosca per un paio di settimane, quando, nella primavera del 1925, Antonio partecipa a una sessione dell’ Internazionale. S’ incontrano a Roma, quando lei vi arriva nell’ ottobre del ‘ 25 , col piccolo Delio , e vi si trattiene qualche mese. Nell’estate del ’26 , la famiglia Gramsci fa una breve vacanza a Trafòi (Bolzano), con Eugenia , la sorella maggiore di Giulia. Quest’ultima , nuovamente incinta, torna a Mosca, dove il 30 agosto nascerà Giuliano. E’ questo è tutto fra Julka e Nino. Ma chi era veramente Julka?, e chi erano le sorelle di Julka.

7.Nonostante Gramsci

Le lettere dal carcere ci hanno aperto una porta sul mondo interiore, intimo, di Gramsci , sui suoi affetti, sulle sue curiosità, amarezze, convinzioni, delusioni, nonostante tutto speranze… ( “Viene il momento in cui svanisce la frontiera tra materia e idea”) Ma a chi raccoglieva i suoi fogli, non erano sembrate particolarmente significative le lettere di sua moglie Giulia Schucht e della sorella di lei, Tatiana: “odorano di marmellata e bambini, insignificanti! Lettere di donne…”. Allora Adele Cambia , giornalista , scrittrice , antesignana del teatro femminista , decise di raccogliere queste lettere e quelle giovanili dell’altra sorella, Eugenia, per farne un testo teatrale da presentare presso “La Maddalena” di Roma, con il titolo “Nonostante Gramsci”. E in queste lettere si scopre il ruolo di Giulia Schucht , come moglie di Gramsci, costretta a subire , suo malgrado, nei rapporti col marito , una mortale scissione della propria persona che portò il suo equilibrio psicologico ad un punto di rottura. Giulia – scrive Cesare Garboli – è una creatura lunare, vulnerabile, fatta per l’amore e per la bellezza, incapace , forse , di realizzarsi da sola, che non assentì mai , nel suo intimo, al pallido e mutilato ruolo di moglie di Gramsci . Il suo inconscio si ribellò, reagì con istintiva ribellione , reagì con la sofferenza , con la consapevolezza di una lacerazione profonda. Ed ecco la malattia, un segno di debolezza , di autodistruzione, di deviazione della volontà, un segno schizofrenico, traumatico chiaro della condizione femminile di quel tempo; il dramma fatale di una moglie di un capo rivoluzionario , che a ben vedere reca le stesse stimmate . Anche lei , vittima e allo stesso tempo protagonista , è nume tutelare della stessa rivoluzione .

8. Eugenia

Che significa tutto ciò ? Il privato come significato politico? . L’amore come rivoluzione? Non lo sappiamo. Certo, in quelle lettere al femminile , si scopre un altro Gramsci , pieno di contraddizioni, (forte, fragile, tenero, razionale, intransigente,)che ha in ogni caso, segnato profondamente le loro vite. Un uomo amato, cercato, desiderato, con disperazione nella lontananza e separazione dalla moglie , ma assistito e curato per gran parte della sua prigionia dalla cognata Tatiana, e amato segretamente anche dall’altra cognata Eugenia, che potrebbe essere stata – secondo le ultime recentissime scoperte – l’amante di Gramsci prima di Giulia, quando i due si erano conosciuti presso il sanatorio di Mosca nel settembre del 1922, ed era stato subito amore, ma poi Antonio l’anno dopo aveva conosciuto la sorella minore Giulia, la più bella delle tre, se n’era invaghito e l’aveva sposata. Secondo la ricostruzione fatta dalla studiosa Maria Luisa Righi , alcune lettere amorose di Gramsci non erano destinate a Giulia ,ma ad Eugenia , che, durante la malattia della sorella , si presa cura dei figli di Antonio facendosi chiamare “mamma”. Anche quest’ultima scoperta contribuisce ad una visione intimista , fortemente “femminile” più che femminista , del dramma della Cambia , dove si consuma “cecovianamente” un ambiguo groviglio di complicità e di rivalità fra tre sorelle innamorate dello stesso uomo. “Ma – forse – azzardò a a suo tempo Garboli , “ad entrare in conflitto con Giulia non era la parte maschile di Gramsci, ma la sua parte femminile”. Alle tre sorelle andrebbe aggiunta la quarta donna di Gramsci, la madre Peppina, che adorava e non vide mai più dopo la condanna al carcere, né rivide la moglie Julka , a cui aveva scritto lettere fino all’ultimo ( l’ultima porta la data del 23 gennaio 1937, tre mesi prima di morire), senza sapere che lei ormai andava e usciva dal manicomio , e non era più in grado di comprenderlo . “Solo l’amare, solo il conoscere / conta, non l’aver amato, /non l’aver conosciuto. Dà angoscia / il vivere di un consumato / amore. L’anima non cresce più.” (Pasolini)

Roma, 4 aprile 2012

3 pensieri su “Le donne di Gramsci

  1. Caro Augusto, meriti molti ringraziamenti per questo articolo, sincero e affettuoso, soprattutto per l’attenzione alle vicende umane di Gramsci. Però, visti anche i frequenti riferimenti a Bettiza, va respinto con decisione ogni tentativo di trasformare Gramsci in un comunista pentito, arruolato strumentalmente nelle schiere dei liberali di destra, o comunque dei liberaldemocratici. Gramsci resta un marxista, un comunista rivoluzionario, benché non stalinista, l’organizzatore dei Consigli, strumenti di un comunismo partecipato. E se vi sono stati, come si dice, contrasti con Togliatti, questi erano dovuti non a un presunto cambio di schieramento di Gramsci, ma perché semmai era troppo di sinistra, troppo comunista per il nuovo corso del PCI: Gramsci era disponibile alle alleanze, al cosiddetto “marxismo espansivo” ma non alla rifondazione del PCI verso approdi liberaldemocratici.

    Rispettiamolo – e amiamolo – per quello che è stato veramente, con onestà.

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  2. Grazie, Augusto, per questo bel saggio su Gramsci, che al di là delle non poche ombre storiografiche e delle possibili manipolazioni degli stessi documenti, ne rammemora la grandezza di uomo e di intellettuale, nel sogno d’un mondo migliore.

    Giovanni

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  3. Vedo il commento di Mauro molti anni anni dopo, e dico che ha ragione in tutto. Bettiza è fazioso, ce l’ha con tutti, in particolare con i comunisti, ovviamente. Ma a parte gli illirici, stirpe a cui appartiene, critico tutto e tutti. Si sente un po’ uno dei rari depositari della verità. Cmq. Togliatti manipolò le lettere , fu lui che non volle far liberare Gramsci dal carcere ( bastava uno scambio con un prigioniero fascista), fu lui a farne un’icona degna di Che Guevara e poi demolirlo.

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