Quale futuro? Il punto sulla fantascienza italiana

Introduzione e intervista di Giovanni Agnoloni

Da Postpopuli.it

Dario Tonani (da blog.librimondadori.it)

Al Fanta Festival MoHole, lo scorso 31 marzo, a Milano, ho assistito a un interessantissimo panel sul tema Visioni e vapori di un rugginoso futuro, con protagonisti gli scrittori Dario Tonani (una delle voci di maggior spicco della fantascienza italiana) e Giovanni De Matteo (già vincitore del Premio Urania e co-fondatore del movimento connettivista, nonché estensore del suo manifesto), nonché Franco Brambilla, illustratore della celeberrima collana fantascientifica di Mondadori “Urania”. Brillante moderatore dell’incontro, Mario Gazzola, che ha organizzato questo festival ed è lui stesso uno scrittore aderente al Connettivismo (e fondatore del sito posthuman.it).

Si è parlato dei racconti lunghi (ma mi piace considerarli piuttosto dei romanzi brevi) di Dario Tonani della serie ormai convenzionalmente denominata MondoNove, iniziata a uscire in forma cartacea, e quindi passata all’e-book, con l’editore digitale 40kbooks, ma presto destinata a tornare su carta (col titolo di Mondo9). Tradotto in diverse lingue e rimasto tra i primi 100 della classifica dei Technothriller di Amazon US per diverse settimane (cosa ben rara, per gli autori italiani), Tonani ambienta le sue storie in un tempo immaginario, realizzando così un’ucronia steampunk.

Si tratta infatti di un mondo (mirabilmente raffigurato dalle illustrazioni di Franco Brambilla) in cui l’evoluzione tecnologica si è fermata a uno stadio pre-elettricità e pre-informatica, dove l’unica fonte di energia è il vapore (steam)applicato a elaborati sviluppi della meccanica. Gli spostamenti e i traffici, così come i processi industriali, avvengono mediante complessi marchingegni, che rendono anche possibili gli spostamenti attraverso le immense distese desertiche che dominano il mondo. Protagoniste, immense navi su ruote, colossi autosufficienti in cui i membri degli equipaggi possono sopravvivere grazie a cellule di sopravvivenza – ma capaci peraltro di autoalimentarsi nutrendosi per l’appunto degli stessi uomini che li manovrano.

I capitoli di questa serie finora pubblicati sono Cardanica (pubblicato anche in inglese), Robredo (che è il nome di una di queste enormi “navi”), Chatarra e Afritania.

Il dibattito milanese, però, non si è svolto solo sui temi relativi a MondoNove, ma sull’immaginario fantascientifico in senso lato, soprattutto dal cyberpunk, dunque dall’inizio degli anni Ottanta, in poi.

Cercherò qui, affidandomi alla mia memoria, di ripercorrere, con quest’intervista corale, i fili centrali delle riflessioni svolte dai protagonisti del confronto. Grazie a tutti gli autori!

Domande per Dario Tonani:

– Mondonove è l’immaginario steampunk cui dà corpo un’evoluzione di suggestioni che, inconsciamente, hai attinte a una lunga tradizione fantascientifica. In particolare, vi prevalgono scenari aridi, con prevalenza di atmosfere cupe. Quanto, in questo, hanno influito grandi modelli letterari come Dune di Frank Herbert? Come hai lavorato allo sviluppo del ciclo?

Come quasi sempre accade, un’opera è il prodotto di un’elaborazione per lo più inconscia di moltissime suggestioni diverse. MondoNove non sfugge ovviamente a questa regola, anche se non saprei dire a quale opera io sia più debitore. Certo il ciclo di Dune ha esercitato sul sottoscritto un impatto scenico oltreché emotivo enorme: al momento di scegliere una location, i deserti e le sabbie di Arrakis mi sono tornati a galla, anche se in modo totalmente inconsapevole. Alla base di MondoNove c’è il concetto di spazi immensi, di orizzonti che riempiono gli occhi, di una desolazione che è essa stessa fonte di sconforto e di vertigine per la mente dei suoi abitanti. In questo ritrovo qualcosa anche della Majipoor di Robert Silverberg e del Big Planet di Jack Vance: pianeti esotici che sono ecosistemi ricchissimi ma anche crogiuoli di culture molto diverse e terreni fertilissimi per ambientare storie di avventura. MondoNove ha la stessa vastità e versatilità di queste location. Ovviamente un ciclo di quattro novelette – in tutto circa 140 pagine – non può rendere ragione di una varietà paragonabile a quella espressa da Herbert, Silverberg e Vance nelle loro ciclopiche opere, per cui ho lasciato che fosse un piccolo espediente a suggerire la vastità del mio habitat: per esempio, ho usato nomi latini per alcune storie e arabi per altre, a testimoniare spazi che sconfinano in genti, tradizioni e culture molto diverse tra loro. Ho messo i deserti e il mare, i rapaci e i pesci a suggerire distanze… Ho scritto persino un piccolo spin off – in realtà un incipit di cinque pagine – che è ambientato su una banchisa polare, in mezzo alla neve e al ghiaccio: non so che cosa ne farò, ma può darsi che finisca nel volume Mondo9 (scritto così), che raccoglie tutte le storie del ciclo in uscita presumibilmente a novembre per Odissea di Delos Books. Come ho lavorato allo sviluppo del ciclo? Comincerò innanzitutto col dire che in origine “MondoNove” non avrebbe dovuto declinarsi in una vera e propria mini saga. Cardanica, da cui tutto ebbe inizio, nasce come storia indipendente e solo molti anni più tardi, dopo una prima pubblicazione sulle pagine di “Robot”, diviene il primo capitolo di un ciclo digitale. L’idea di dare un seguito a Cardanica si affaccia quasi per gioco, per fare un piccolo cadeau di poche pagine a chi aveva letto e gradito la prima storia: una sorta di bonus track per ringraziare i lettori del loro apprezzamento. Quando proposi il raccontino a Giuseppe Granieri, direttore editoriale di 40k Books (l’editore che ha poi pubblicato tutte e quattro le storie), questi mi disse che avrebbe voluto una novelette della stessa lunghezza di Cardanica. Anzi che ne avrebbe volute altre tre. E così è partito tutto. Cardanica è uscito a fine agosto 2010; Robredo a febbraio 2011, Chatarra a maggio dello stesso anno; e Afritania, l’ultimo capitolo, a gennaio 2012…

La “nave” Robredo illustrata da Franco Brambilla (da fantasymagazine.it)

– Tu sei un grande appassionato di cinema. Hai sottolineato come l’immaginario della fantascienza sia cambiato radicalmente, dopo Blade Runner. Quanto, oggi, i libri possono arrivare a toccare il pubblico, in una realtà in cui sembra che cinema, televisione e Rete abbiano coperto tutti gli spazi possibili?

Siamo letteralmente immersi nell’idea di futuro: cinema, tv, videogiochi, pubblicità… tutto anela a mostrarci il domani. Siamo impregnati di fantascienza, ma di una fantascienza che è quasi esclusivamente visuale. Una volta l’unico modo di vedere il domani era andare al cinema e sognare davanti a fondali di cartapesta e a missili di cartongesso; le pagine di un buon libro avevano ancora qualche chance in più di sedurre la nostra immaginazione. Oggi, con gli effetti speciali, non c’è virtualmente storia: il testo scritto è perdente su tutta la linea. O per lo meno parte svantaggiatissimo, specie sulle nuove generazioni di lettori/spettatori. E se non c’è ricambio generazionale… A chi importa più di un futuro raccontato? Declinato sequenzialmente parola per parola, pagina dopo pagina? Logica sequenziale del testo scritto contro logica complanare dell’immagine. Onestamente, c’è storia? Voglio ancora credere di sì, anche se la fantascienza scritta sta probabilmente vivendo il suo periodo più nero. Non si tratta di fare a gomitate col grande o il piccolo schermo, ma di riaffermare la propria prerogativa principale, quella per cui i libri di fantascienza hanno sempre mostrato di avere un appeal impareggiabile: le idee, la potenza di fuoco più devastante!

Rinunciamo alle idee e avremo solo stupidi spot traboccanti di effetti speciali, gusci vuoti. Rinunciamo alle idee e non avremo niente, neppure la fantascienza. Gli autori cyberpunk sono stati i primi ad accorgersi che quando il futuro si cala nel presente, la fantascienza è a rischio, perché rischia di svuotarsi di slancio. Di appiattirsi, di diventare altro… La fascinazione per lo spazio ha perso molto della propria forza; la conquista di nuovi mondi, il mistero della scoperta… sono tutti argomenti che hanno fatto da pilastro del genere per decenni e che oggi non intiepidiscono più nessuno. Paradossalmente, la visualizzazione del futuro rischia di inaridire il campo delle idee; ciò che si può vedere raramente diventa oggetto di speculazione, perché viene consumato, assimilato e archiviato troppo in fretta. Diventa “è” e non “sarà” o “potrebbe essere”… Vivere questa overdose di domani può essere molto controproducente per chi scrive fantascienza. Grazie Giovanni della bella chiacchierata, alla prossima!

Domande per Giovanni De Matteo:

Giovanni De Matteo (da fantascienza.com)

– Lo steampunk, come il cyberpunk, rappresenta una proiezione: il primo di un presente nato su un passato diverso da quello reale (dove la “diversità” sta nelle modalità dell’evoluzione di scienza e tecnica); il secondo di un futuro (non lontano) fondato su un’ipotesi di evoluzione tecnologica possibile (ma ancora non realizzata appieno). Che cos’è, invece, il Connettivismo?

Lo steampunk si nutre della suggestione di un passato potenziale, a forte infiltrazione tecnologica. Il cyberpunk non fa altro che portare il flirt con la tecnologia qualche ora più avanti nel futuro di chi scrive, mostrandone l’uso che ne viene fatto per le strade di un mondo globalizzato. Entrambi i filoni, ognuno secondo la propria specificità, sfruttano la carica “straniante” del paesaggio modificato dalla tecnologia per parlarci del cambiamento, delle ricadute disomogenee del progresso, degli effetti collaterali in agguato ai margini del nostro campo visivo ogni volta che contempliamo in preda a un raptus estatico l’ultimo ritrovato dell’high tech.

Il connettivismo, tra i molti fronti che tende a esplorare fin dalle sue origini, in virtù della sua intrinseca natura multidisciplinare e interstiziale, è un gruppo di autori che si avvale degli strumenti dell’avanguardia e della fantascienza per indagare il nostro mondo, modificandolo attraverso lenti deformanti che proiettano il lettore in tempi distorti: passati ucronici, presenti immaginari, futuri distopici. In esso convivono l’estrapolazione tecnologica, la speculazione scientifica, l’alternativa storica, l’indagine sociale. Esistono pressoché tanti «connettivismi» quanti sono i connettivisti in attività, forse anche di più. Per questo in genere preferisco parlare degli autori e delle loro opere, piuttosto che di un movimento eterogeneo: a meno di non dilungarsi, si finisce sempre inevitabilmente per scadere in definizioni riduttive, che alimentano più la confusione che la comprensione. Tra i tratti distintivi che accomunano gli autori connettivisti, però, possiamo citarne almeno tre: il tentativo consapevole di superare la storica e famigerata frattura tra le due culture, quella umanistica e quella scientifica; la propensione a ibridare i generi del fantastico (fantascienza, fantasy, weird, horror) tra di loro e con i territori letterari limitrofi (mystery, noir, detective fiction, spy-story, avventura); l’attitudine a fondere linguaggi diversi (mutuati da letteratura, arte, cinema, musica, fumetto) in una sinestesia multimediale.

Il numero internazionale di NeXt (da next-station.org)

– La fantascienza, in Italia, resta un genere di nicchia, e sono pochi gli autori, come Dario Tonani, Alan D. Altieri e Valerio Evangelisti, che, anche uscendo dagli stretti margini del “genere”, acquisiscono una statura internazionale. Perché? E qual è il futuro, secondo te?

Non saprei darti una spiegazione. Di sicuro gli autori che citi rappresentano un’eccellenza, a cui mi sentirei di affiancare senza riserve altri grandissimi scrittori come i recentemente scomparsi Lino Aldani e Vittorio Curtoni, il decano Vittorio Catani, Lanfranco Fabriani, Alberto Cola, Paolo Aresi. In passato anche Luca Masali, Nicoletta Vallorani, Franco Grasso e Franco Ricciardiello si sono distinti nel settore, prima di dedicarsi ad altro o comunque ridurre il loro impegno nel campo. Sono convinto che esistano in ogni caso i numeri per parlare di una scuola italiana della fantascienza, peraltro capace di distinguersi proprio per la diversità/particolarità delle singole voci, tutte personalissime. D’altro canto, la letteratura italiana del ‘900 può vantare giganti del calibro di Italo Calvino, Dino Buzzati, Tommaso Landolfi, che tutto il mondo ci invidia. A riprova del fatto che, sebbene il nostro immaginario abbia maturato un forte debito verso quello anglosassone, non dovremmo soffrire di nessun complesso di subalternità.

D’altronde, ricordo come un punto d’orgoglio per la SF italiana nel suo complesso gli apprezzamenti che il numero speciale di NeXT rivolto al mercato internazionale, redatto scegliendo l’inglese come lingua franca e arricchito da una breve storia della fantascienza italiana (con contributi saggistici di Salvatore Proietti, Giuseppe Lippi, Riccardo Valla e Andrea Vaccaro, racconti di Alan D. Altieri e di un manipolo di connettivisti, guest star Richard K. Morgan), ha riscossi in giro per il mondo: da un maestro del calibro di Bruce Sterling a studiosi d’oltreoceano come Arielle Saiber del Bowdoin College, che ha parlato di noi sul California Italian Studies Journal.
La fantascienza italiana è viva, in ottima forma, e farà ancora parlare di sé.

Domande per Franco Brambilla:

Franco Brambilla premiato con l’European Award (uraniasat.altervista.org)

– Le tue illustrazioni sono un “brand”, in quanto connotano fortemente i libri della collana “Urania”. Nella serie di Mondonove sei riuscito a cogliere l’essenza dell’immaginazione di Dario Tonani. Com’è scattata questa sintonia così profonda?

Ho conosciuto Dario dopo aver realizzato la copertina per Infect@, siamo diventati amici e abbiamo scarabocchiato insieme a Giuseppe Lippi la cover per L’Algoritmo Bianco su una tovaglietta di carta riciclata davanti ad una pizza. Dario è molto generoso a lasciarmi spaziare nei suoi mondi, non so se quello che disegno è realmente l’essenza della sua immaginazione… sicuramente visualizza quello che “vedo” quando leggo i suoi racconti che mi piacciono moltissimo. La passione comune per la fantascienza cinematografica, i cartoni animati, i supereroi e i videogiochi hanno sicuramente aiutato la nascita della nostra amicizia e collaborazione. Per me è un’occasione unica di poter sperimentare liberamente modelli 3d, inquadrature, textures e formati diversi, avendo però una linea guida (i racconti), nella speranza un domani di pubblicare insieme una versione lussuosissima che unisca in un sol volume i racconti e le illustrazioni. Solo un sogno, in Italia queste produzioni sono molto rare… ma sognar non costa niente, no?

– Come procedi nel tuo lavoro? Raccogli suggestioni dalla lettura e inizi a preparare tavole che poi elabori al computer?

Sì, nel caso di Dario ho sempre avuto la possibilità di leggere tutto il racconto e addirittura di discutere con l’autore eventuali idee per la copertina, ma solitamente ricevo un breve riassunto e qualche suggerimento visivo dal curatore o dall’editor, e poi in grandissima libertà comincio a “costruire” una o due proposte da sottoporre in redazione.

Ho sempre lavorato “al computer”, non faccio “matite”, ma al massimo scarabocchi che mi servono a organizzare correttamente la scena. Per far capire a chi me lo chiede, io dico sempre che le mie illustrazioni sono più vicine alla fotografia (virtuale), piuttosto che al disegno… infatti sono l’inquadratura, la luce, la profondità di campo e il tipo di lente scelta che determinano la resa dell’immagine finale. Preferisco proporre più immagini semidefinitive che delle inutili “matite”, lunghissime da realizzare e che non renderebbero neanche il 10% di quello che vorrei illustrare. Io lavoro e illustro usando svariati software 3D, photoshop e modellando con il mouse.

Domande per Mario Gazzola:

Mario Gazzola (da ilmondodiedu.blogspot.it)

– Il dibattito del Fanta Festival MoHole ha permesso di tracciare le linee dello sviluppo storico della fantascienza, dalle suggestioni dell’esplorazione del cosmo dei classici come Asimov e Clarke alle visioni oscure del presente e del prossimo futuro di Dick, Gibson e Sterling (solo per citare i nomi più autorevoli della tradizione in senso lato cyberpunk). La sintesi realizzata in questo incontro cade a caso o proprio perché siamo vicini a una nuova metamorfosi della science fiction?

Non so se ci siamo, la questione ricorda un po’ la lunga attesa di un “nuovo punk” che arrivasse a scuotere una scena statica cui assistemmo nei tardi ‘80 nel campo del rock (da cui peraltro Gibson & Co. mutuarono la definizione della loro narrativa). Oggi ci troviamo in un’epoca di crisi a vari livelli, con un ridottissimo tenore d’innovazione culturale rispetto al periodo “eroico” del punk/cyberpunk, quindi fatico a prevedere l’irrompere sulla scena di un movimento rivoluzionario come quelli citati.

Nemmeno il Connettivismo, secondo me, ha ancora dato vita all’atteso “nuovo cyberpunk”, dato che i romanzi che ha generato (o che gli sono vicini) risentono ancora pesantemente nelle rispettive ambientazioni dell’influenza del cyberpunk storico/bladerunneriana, come diceva proprio Dario Tonani durante il FFM. Penso al Sezione π² di De Matteo, all’E-Doll di Verso, magari un’influenza intersecata di elementi pop come nel dittico dei “+toons” del Tonani stesso [il già citato Infect@ Toxic@n.d.c.] o nel mio Rave di Morte “rockettaro”.

Forse, se posso proseguire nel parallelo musicale, come nel rock stiamo ancora in una fase di commistione e ibridazione fra diversi elementi già esistenti, piuttosto che di fronte a una rivoluzione radicale: s/f + horror, weird + fantasy, cyber + goth (come per es. nell’antologia A.F.O.) e via innestando, con tanti elementi “tarantinianamente” pescati dal linguaggio del cinema (e qui mi metto personalmente in prima linea), l’unico al momento in grado di proporre s/f al grande pubblico con successo.
Insomma, forse non siamo (ancora) i “nuovi Sex Pistols” ma (solo) dei “White Stripes letterari”? Va detto che nessuno è in grado di prevedere quando esplode una nuova scena, quindi… chi può escludere che fra cinque anni non si parli di noi come dell’imperdibile, che so, “future grunge”? (anzi, già che ci penso, deposito subito i diritti di questa definizione!).

Nel caso ciò non accadesse – intendo né per il Connettivismo né per un eventuale altro movimento più radicalmente innovativo – non sottovalutiamo il rinnovamento che comunque striscia anche attraverso il costante processo di rielaborazione/fusione inedita di elementi noti, anche in assenza di rivoluzioni epocali: proseguendo nel parallelo musicale, si può dire per es. che un ‘vecchio punk’ come il 55enne Nick Cave faccia da anni la stessa musica, non proprio proiettata nel futuro: eppure i remix appena usciti delle canzoni di “Grinderman 2”, a cura del 66enne Robert Fripp o del suo ex Bad Seed Barry Adamson (54enne), di Josh Homme, UNKLE o Andy Weatherall, tirano fuori il nuovo dai classici ingredienti rock blues dell’Australiano.

– È possibile pensare alla fantascienza (ma anche al miglior fantasy) come a lenti di osservazione privilegiate su certi tratti del mondo di oggi? E possono permetterci solo di prenderne atto, o anche di pensare a vie per cambiare, possibilmente in meglio, la realtà?

Non sono un esperto di fantasy, ma penso che nelle sue manifestazioni più moderne e meno “fiabesche” quest’aspetto metaforico possa sicuramente trasparire abbastanza nitidamente: penso per esempio al Nessun Dove di Gaiman, in cui il protagonista sprofonda in un mondo underground sì fantasy a tutti gli effetti, ma innestato nella realtà spietata della Londra (post) thatcheriana ed egoista, in cui di sotto finiscono i verghiani “vinti”, quelli che hanno perso la sfida del successo e sono diventati invisibili nel mondo delle persone “concrete”. Ma spunti prettamente legati alla società contemporanea si trovano certamente anche nella sua saga fumettistica di Sandman, come anche in quella del mooriano “mago bastardo” Hellblazer/Constantine, per dire…

Se poi estendiamo il discorso alla fantascienza in senso ampio, è lapalissiano come la lente del fantastico sia un osservatorio privilegiato (in quanto distaccato) sul presente, anche perché la letteratura è pur sempre scritta da uomini che, per quanto dotati di fantasia, non altro che questo hanno come esperienza da cui attingere: il sottogenere fantasociologico lo mostra in maniera palese: cos’è 1984 di Orwell se non il ritratto dei totalirsimi mostruosi del XX secolo? Gli Orrori di Omega di Sheckley, come Minority Report di Dick (e Spielberg), ci spingono a riflettere sul concetto di giustizia e punizione. Ancora, il mostro mutante di Alien nel ’79 fu ritenuto (anche) una metafora del cancro, che all’epoca stava emergendo come ‘malattia del secolo’, mentre il suo clone carpenteriano de La Cosa di pochi anni dopo, con la sua propagazione per via sanguigna fu ritenuto metafora dell’appena esploso AIDS, peraltro già prefigurato nel misconosciuto soggetto Blade Runner – A Movie di Burroughs del ‘79.

Lo sanno ormai anche i sassi, ma anche gli Androidi di Dick (e ancor più il Blade Runner di Scott, che dal soggetto burroughsiano prese il fortunatissimo titolo) prefiguravano il dibattito su vita vera/artificiale, su cui è tornato di recente il connettivista Verso con il già citato E-Doll, alla luce di ulteriori avanzamenti della biogenetica. E, si parva licet, mica per caso io stesso ho ambientato il mio Rave di Morte – scritto in gran nel periodo 2005-07 – in un 2025 in cui l’America è sull’orlo della quinta campagna militare in Iraq.

Ma il discorso vale per tutto il fantastico, se vogliamo, anche per l’horror: pensiamo all’Io Sono Leggenda di Matheson come metafora del concetto di diversità, al significato di quel protagonista nero della Notte dei Morti Viventi di Romero nel ’68, alla distruzione del concetto di famiglia normale di Non Aprite Quella PortaL’Ultima Casa a Sinistra o Le Colline Hanno gli Occhi del Craven… devo continuare?

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