Verso una vera festa del lavoro

1.       SONO CINQUE MILIONI

Osservando i dati Istat più recenti, apprendiamo che sono cinque milioni in Italia le persone che cercano  un’occupazione, tra inattivi, sottoccupati e disoccupati. Persone, dunque, che hanno perso il lavoro a seguito di un licenziamento o che non l’hanno mai trovato, o che sono alla ricerca  di un’attività che li impegni maggiormente, poiché quella che svolgono è insufficiente. Tutti, ad ogni modo, potenzialmente impiegabili nel processo produttivo.

2.       UN’IPOTESI.

Attribuire un reddito a chi non ne ha (o un’integrazione per chi ne percepisce uno insufficiente) nella misura massima di 20 mila euro all’anno, costerebbe allo Stato 100 miliardi, al lordo di imposte e contributi previdenziali. Resterebbe allo Stato l’Irpef trattenuta alla fonte nella misura del  23-27%, vale a dire, complessivamente, circa 24 miliardi. E tornerebbero inoltre allo Stato, come tasse ed imposte indirette, altre consistenti somme per effetto degli irrinunciabili  acquisti; sui 76 miliardi residui, circa 15,2 miliardi di euro (IVA al 20%).  Lo Stato arriverebbe così a spendere, in concreto, circa 60,8 miliardi, poco meno della metà dell’evasione fiscale stimata per il 2012 (130 miliardi). Nel 2011 sono stati recuperati circa 12,5 miliardi, che nel  2012 si suppone aumentino in misura consistente, considerate le nuove strategie anti evasione e un’economia sommersa calcolata in 540 miliardi di euro.  Il Bilancio dello Stato – Previsione 2012-2014 (Cassa) prevede nel 2012 un disavanzo tra entrate e spese di 78,653 miliardi, ma dentro una proiezione di pareggio nel 2015, osservando gli incrementi annuali delle entrate e il graduale contenimento delle spese (nel 2014, il disavanzo previsto è infatti di 24,414 miliardi).

3.       IL GOVERNO SI DICE PRONTO A DESTINARE CENTO MILIARDI DI EURO PER INTERVENTI NEL BREVE – MEDIO PERIODO

“Tra infrastrutture, lavori, investimenti a favore delle aziende che investono, recupero dello scaduto”, ha detto in un’intervista il Ministro dello sviluppo Corrado Passera, si prevedono oltre 100 miliardi di interventi anche nel breve medio periodo.  Una notizia che rincuora e che preoccupa. Rincuora per la somma ragguardevole che si renderebbe disponibile, preoccupa invece per la sua dichiarata destinazione. Si è infatti dell’avviso che al di là dei necessari interventi per la “crescita”, sia ben più  urgente e prioritario adottare misure dirette a porre fine alla condizione di povertà della popolazione.  Limitarsi a rilanciare  l’economia, dentro un sistema che ha prodotto e produce patologie sociali evidenti a tutti (evasione fiscale, corruzione, sfruttamento, precarizzazione e licenziamenti, compensi spropositati ai  supermanager), sarebbe un errore.  Ancor meno opportuno sarebbe finanziare ulteriormente le banche (ricordiamo che nel 2011 l’Italia, attraverso i Tremonti bond, ha concesso 4,1 miliardi di euro a quattro banche: Mps, Bpm, Banco Popolare e Credito valtellinese). Leggendo le cronache, che confermano purtroppo l’inveterato malcostume della classe politica e dirigente, non si può non temere per il destino dei nostri soldi. Una cifra enorme che scatenerebbe, con ogni probabilità, una lotta cruenta in un paese infestato da squali del malaffare.  Il sostegno, dunque, dovrebbe essere dato prioritariamente ai singoli lavoratori in quanto parte debole, nel fallimento di strategie politiche e di modelli economici da ripensare. E’ la sopravvivenza delle singole persone, pertanto, la vera emergenza a cui lo Stato deve far fronte. Bisogna infatti ricordare che  “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.”( Art. 38, 2° co. Cost.)

4.       CON UN LAVORO PER TUTTI, LA CRESCITA…

L’intervento diretto a beneficio dei cittadini non avrebbe una natura meramente assistenziale, l’ennesimo costo ad incremento della spesa pubblica, bensì un investimento. La spesa pubblica di per sé non deve ritenersi un disvalore, se produce i risultati auspicati. L’intervento comporterebbe infatti una massiccia e strategica immissione nel mondo del lavoro – in maniera diversificata a seconda dei contesti territoriali e degli obiettivi da stabilirsi – di professionalità da preordinare allo sviluppo del Paese, potenziando l’azione degli enti pubblici (a partire dalla scuola, dalla ricerca, dalla formazione professionale veri volani del cambiamento) e convogliando la nuova forza-lavoro nei settori sviluppabili (turismo, ambiente, energie alternative, tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale, industria, agricoltura – ridotta al 3,9%  rispetto ai settori dell’industria e dei servizi). Milioni di persone – operai e laureati, compresi quelli emigrati all’estero – che grazie a un‘intelligente regia politico-organizzativa possono ribaltare il destino del Paese: incrementando la produzione e il prodotto interno lordo; eseguendo direttamente molte opere pubbliche in modo da evitare o contenere il ricorso agli appalti, coi conseguenti rischi di corruzione e di sfruttamento dei lavoratori; consentendo consistenti risparmi e un intervento diretto sulle opere da realizzare. Si potrebbero così costruire case a basso costo per chi non ne ha, lavorare e far produrre le numerose terre incolte a vantaggio dei bisognosi, creare e sviluppare servizi a sostegno delle famiglie e delle categorie più deboli.  Stato ed Enti, insomma, si farebbero attori e propulsori di una nuova strategia che tutti coinvolge e nessuno esclude, interagendo con le imprese più affidabili, disposte ad investire e/o ad impegnarsi a stabilizzare i lavoratori con contratti a tempo indeterminato, o  a coinvolgere gli stessi nella gestione dell’impresa, sull’esempio tedesco (diritto anche questo previsto nella nostra Costituzione all’art. 46:  “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.”). Costanti controlli e monitoraggi consentirebbero di indirizzare gli investimenti e l’apporto di risorse umane verso gli enti e le aziende più virtuose (nella qualità delle prestazioni, nell’eliminazione degli sprechi e nella creazione di  benessere sociale. La nuova filosofia dovrebbe essere quella di considerare ogni posto di lavoro stabile una cellula della stabilità complessiva, che come tale va tutelata, aiutata, gratificata. Per far questo si renderebbe necessario tagliare le spese inutili e i privilegi, sopprimendo enti, riducendo stipendi e pensioni oltre una certa soglia.

5.      I PERICOLI IN AGGUATO

Un’ipotesi ed un progetto, inutile dire, da approfondire e migliorare in tutti i suoi aspetti, finanche nei possibili pericoli da prevenire. Mettere al riparo la comunità dai continui mutamenti degli assetti economici e politici, dall’aggressività mafiosa e famelica dei grandi capitali, della grande industria e della finanza, dovrebbe essere comunque la missione principale di uno Stato,  accentuando la lotta contro la corruzione, gli sprechi, l’evasione fiscale, la criminalità organizzata (a cui verrebbe a mancare la manovalanza, convertita  in un’attività lavorativa lecita); prevedendo sanzioni efficaci non solo di carattere penale, come ad esempio la sospensione del diritto di voto attivo e passivo, della patente di guida, del passaporto.

La classe politica responsabile in buona parte della crisi economica e  sociale del Paese, lungi dal tirarsi da parte o dall’ideare progetti di rinnovamento radicale, si prepara ad assumere altre vesti, con nuove denominazioni e immancabili promesse, con campagne mediatiche  che possiamo fin da ora supporre spregiudicate e accattivanti, contando per l’ennesima volta su un elettorato acritico e senza memoria, assuefatto ormai da troppi anni al degrado etico e culturale. Solo scelte forti  e coraggiose potranno costituire una controffensiva vincente, imponendo un nuovo equilibrio sociale in cui nessuno resti più ai margini. GN

12 pensieri su “Verso una vera festa del lavoro

  1. “La classe politica responsabile in buona parte della crisi economica e sociale del Paese[…]si prepara ad assumere altre vesti[…], contando per l’ennesima volta su un elettorato acritico e senza memoria […].”
    GIUSTO

    “Solo scelte forti e coraggiose potranno costituire una controffensiva vincente[…].”
    GIUSTISSIMO, ma a questo punto si dovrebbe cominciare a dare qualche indicazione più precisa (sempre che se ne abbia e nelle sedi opportune).

    Caro Giovanni,
    grazie sempre e un abbraccio,
    Roberto

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  2. Grazie a te, Roberto.
    Le soluzioni possono essere solo politiche. Questo Governo, per i tempi brevi e la natura del mandato, finalizzato a primariamente a risanare il conti e a favorire alcune importanti riforme, difficilmente prenderà iniziative in tal senso. Non solo perchè dovrebbe comunque rispondere alla maggioranza attuale in Parlamento, ma perché la “filosofia” di fondo di questo Governo non si allontana da quella del precedente Governo, riguardo ai tagli della spesa pubblica e al concetto di investimento. “Investire” sulle singole persone, e ritenere la “spesa pubblica” (pur compensata dalle crescenti entrate), necessaria, là dove produca occupazione per tutti, mi sembra fuori dalle sue logiche.
    E’ dunque necessaria una nuova formazione politica che stacchi dal modello tradizionale e ormai consunto di partito, e sia fortemente etica, interativa con l’elettorato collaborante a vario livello, inventiva, propositiva, volontaristica e a termine, con rigidi meccanismi di autoesclusione nel caso si infrangano le regole convenute. Persone che mettano l’uomo, la sua dignità, le sue speranze come cardine del loro programma.
    Un abbraccio
    Giovanni

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  3. Caro Giovanni,
    “E’ dunque necessaria una nuova formazione politica” ecc.
    Giusto ancora una volta. Ma forse non completamente nuova, perché avrebbe bisogno di più tempo per nascere, e la sua nascita stessa sarebbe furiosamente cecchinata dalle formazioni già in Parlamento.
    A questo proposito poteva essere interessante il “partito di Vasto”, ma il maggiore azionista pare già aver risposto ad altre sirene.
    Riabbraccio, grazie sempre e coraggio,
    Roberto

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  4. Caro Giovanni, tutto vero, ahimè, tutto scritto, tutto noto! Ricette per il nostro Pease ne vengono scritte da piu’ parti da piu’ di venti anni, ma tutti sono rimasti nel coro, a mangiare e spendere soldi non propri. Chi poteva cambiare qualcosa si e’ adeguato a questo lassismo e malcostume, o si e’ fatto comprare per un piatto di lenticchie oppure e’ stato eliminato. C’è un disegno preciso per fare di questo Paese un serbatoio di gente affamata e bisognosa, che vive nell’emergenza completa, senza la certezza del diritto, senza orizzonti umani, oserei dire. Vi sono aziende cinesi che iniziano a dire che in Italia si può pensare a venir a produrre, perché tutto sommato il costo del lavoro e le condizioni sono favorevoli. Il Paese e’ stato venduto, e adesso inizierà la vendita vera e propria con la dismissione dei beni fisici, per la quale probabilmente si sono già messi d’accordo su come spartirsi a buon mercato occasioni uniche, su chi deve comprare, a due lire, cosa. Sta arrivando una tempesta che cambierà il volto del Paese definitivamente. Grazie per il tuo pensiero.
    Un abbraccio, Marco

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  5. @ Roberto. I tempi sono ristretti, certo, ma c’è da chiedersi se un partito tra i presenti, prendiamo il partito democratico, così strutturato possa fare in tempi ragionevoli una virata energica nella direzione (da me, e credo da molti) auspicata. Non ho sentito in questi anni nessuna proposta che si avvicini a quella anzidetta: e una cosa è attendere il momento propizio per attuarla, altra cosa è non avere proprio alcun progetto al riguardo. Del resto, in mancanza di interventi ancora più incisivi per recuperare in modo consistente l’evasione, tagliando nel contempo le spese “realmente” inutili, non si potranno fare che piccoli interventi probabilmente inefficaci, sia a frenare l’impoverimento dilagante sia a rilanciare l’economia. Senza questi interventi straordinari, bisognerà attendere il 2015, anno del pareggio, attesi gli impegni assunti soprattutto a livello comunitario. Ogni promessa di “salvezza”, fuori da queste condizioni, non potrebbe essere presa in considerazione. Tutto è possibile, sicuramente, ma la vedo dura.

    @Marco. Potrebbero arrivare giorni molto più difficili di quelli attuali. Non si può non pensarsi allora come una comunità fatta di molte micro comunità che riapprendono la capacità di bastare a sè stesse, condividendo le risorse disponibili. Nelle piccole comunità ci si guarda negli occhi, si frega più difficilmente l’altro. Gli interventi auspicati dovrebbero favorire questo, iniziando a capire cosa serve, in maniera puntuale e onesta: operai o ingegneri per costruire opere pubbliche necessarie allo sviluppo? contadini per coltivare grano, frutta, verdura? braccia per togliere macerie, ripulire litorali? personale per rimpinguare gli organici di imprese private o pubbliche, assistere gli anziani? Il denaro pubblico, accumulato col sacrificio crescente della collettività, non può ritenersi un “tesoretto” che spetta naturalmente alle banche, ma risorse che devono tenere in vita altre persone, le quali, a loro volta, produrranno altre risorse, ripristinando una circolarità spezzata. Per far questo, ovviamente, bisogna uscire dal coro, chiedere a piena voce, al momento opportuno, ciò che appare più giusto.

    Un abbraccio a entrambi

    Giovanni

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  6. “Non si può non pensarsi allora come una comunità fatta di molte micro comunità che riapprendono la capacità di bastare a sè stesse, condividendo le risorse disponibili. Nelle piccole comunità ci si guarda negli occhi, si frega più difficilmente l’altro. Gli interventi auspicati dovrebbero favorire questo”

    Caro Giovanni,
    càspita, ed io che mi credevo pessimista!
    Ci mancano solo dei bei monasteri con le mura ben spesse e dei firewall a prova degli hacker sulfurei.
    Io ho già messo in salvo, con pochi euro, dei libretti che serviranno a capire certe cose “dopo”, se un “dopo” ci sarà.
    E per quando le stelle dovessero rifiutarsi di splendere, speriamo nel ritorno delle lucciole.
    Maràn athà,
    Roberto

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  7. Caro Roberto, perchè pessimista?! Nessun monastero, o mura spesse o ritorno al bel tempo andato. Gestire in un ambito comunale è meno complesso che gestire un intero Paese, fermo restando l’indirizzo politico economico del Governo centrale ma anche delle regioni. Molte piccole realtà, penso alla Germania, ma anche qui in italia, sono riuscite a trovare un equilibrio ottimale tra intervento pubblico locale e nazionale, attività produttiva e benessere sociale. La rottura coi vecchi modelli economici e lo strapotere finanziario e speculativo è in atto ormai in molti paesi, dall’Argentina all’Austria (dove alcune imprese, col “bilancio del bene comune”, sono in grado di tradurre il profitto acquisito in benessere per la società (vedi Report della puntata di domenica 22 aprile http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-571e19e3-6925-4313-acd8-d90453d280c4.html; e la creazione di banche “solidali” c.d. “democratiche” ). Ci sono già, dunque, non pochi modelli positivi, bisogna perciò guardarsi intorno, soprattutto i nostri mediocri politici.

    Giovanni

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  8. Caro Giovanni,
    questo però vorrebbe dire chiudere i rubinetti… a certi assetati, perciò non sarà pacificamente consentito. Potrebbe solo diventare una necessità, anzi l’unica, dopo che tutto l’ambaradan fosse crollato. Almeno così mi pare.
    Riabbraccio,
    Roberto

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  9. Caro Roberto,
    non si può lasciare libero il mercato di autoregolarsi, specie in una crisi come questa. Lo Stato deve invece intervenire, come sosteneva Keynes. Non lasciare affamata la popolazione è un dovere etico ma anche giuridico di un paese civile (la nostra Costituzione infatti lo prevede). Ciò che viene fatto dall’attuale Governo, nella sostanza, è una politica di autoconservazione dello stesso Stato (senza soldi per gli apparati pubblici, crollerebbe), ma anche di autolegittimazione dentro un patto tra Stati volontariamente stipulato e finanche pensato. Queste due esigenze vanno però necessariamente piegate e armonizzate con quella (primaria) di mantenere in vita le persone; nel modo, paradossalmente, più diretto e produttivo, nell’incertezza generale sulle strategie anticrisi da adottarsi: dando alle persone un lavoro, investendo su di loro e attraverso loro. Non tutte le risorse disponibili, intendo, ma nelle misure, ad esempio, del 60/70% (mettendo a libro paga i nuovi lavoratori), e del 30/40% (fornendo liquidità per le altre forme di investimento).

    Quanto invece a “certi assetati”, sono una categoria irredimibile, sarebbe già un risultato dimezzarli con la riforma che da anni si aspetta. Ma come ho già detto, investendo direttamente sulle persone e contenendo al minimo gli appalti, si toglierebbe loro l’acqua e la polpa. Resto dell’avviso che, più del cambiamento del vecchio, si possa più contare su un nuovo soggetto, affidabile e capace finalmente di intepretare le attese dei cittadini.

    Giovanni

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  10. “non si può lasciare libero il mercato di autoregolarsi, specie in una crisi come questa. ”

    Caro Giovanni,
    completamente d’accordo sulla diagnosi, e anche sulla terapia; solo che quest’ultima non vedo come applicarla per via istituzionale e pacifica, visto che chi ha interesse a questa situazione possiede anche le forze per mantenerla. Così mi pare, e volesse il Cielo che mi sbagliassi!
    Riabbraccio,
    Roberto

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  11. Caro Roberto,
    concordare, seppure in due, su diagnosi e terapia non è cosa da poco. Su come applicare quest’ultima, però, ho già dato una risposta, …mi manca solo di creare la nuova “squadra” e girare per le piazze d’Italia.
    Un abbraccio
    Giovanni

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