Endless Summer, Seven Ghosts e quella voce che prova a diventare Mito…

 

Cinque surfisti. Un’isola remota. Un fiume. Un’onda che corre per 40 chilometri. Una voce che prova a diventare mito. E su tutti un nome: “The Search”.
“Cercavo qualcosa che non avevo mai visto prima d’ora” dice Bruno Santos alla fine di questo video, e sebbene non credessimo d’esserne a nostra volta alla ricerca, seduti sulle nostre sedie, dentro le nostre stanze, davanti a schermi che quotidianamente c’istruiscono sulla natura del nostro quotidiano, non basta spegnere il computer per far sì che Seven Ghosts smetta di srotolarsi di fronte ai nostri occhi.
In principio c’era “The endless summer”. Era la metà degli anni ’60, il sogno hippy irradiava promesse di musica e rivoluzione nei cinque continenti, e da qualche parte nel nord della California nasceva l’idea d’inseguire l’estate intorno al mondo rendendola potenzialmente infinita.
Bruce Brown, surfista e regista di documentari (passato poi alla storia come il pioniere dei surf film) partì al seguito di Mike Hynson e Robert August in un viaggio verso est che li avrebbe portati a toccare le coste dell’Africa, dell’Australia, della Nuova Zelanda, di Tahiti e delle Hawaii, con la missione di fuggire l’inverno e trovare e cavalcare la mitica onda perfetta.
L’esperienza venne immortalata dalla cinepresa di Bruce (cinepresa che mano a mano che si procede nella visione abbandona lo stile rigido dei documentari dell’epoca per assumere un’identità e un tono sempre più personali e filosofico-narrativi) e fuse per la prima volta il viaggio al surf, dando vita alla surf and travel culture, ovvero al viaggio di surf intenso come partenza alla scoperta d’onde ancora vergini, di spiagge incontaminate e personaggi improbabili, sconosciuti o leggendari.
“The Endless Summer, in search of the perfect wave”, uscì nei cinema statunitensi tra il 1966 e il 1967 e cambiò tutto: rese il surf conosciuto a una più vasta gamma di persone, gli diede una sorprendente dignità artistica, incarnò il sogno d’intere generazioni a venire e soprattutto lo fece unendo lo spirito delle origini (una maniera di vivere la vita a contatto e in armonia con l’oceano) all’anelito di libertà e auto-realizzazione degli anni ’60.
Nasce ufficialmente la figura del surfista-viaggiatore. Un errante, un moderno Ulisse, un Conrad sulla tavola da surf che diviene da subito anche una nuova categoria d’uomo, in cui l’inquietudine della ricerca e il senso della sfida confluiscono nel ritorno alle origini e nel sogno di un rinnovato equilibrio. Da “The Endless Summer” in avanti si parte per un surf trip perché si vuole trovare e vivere qualcosa che l’homo cittadinus non conosce, qualcosa che le città non possiedono e che la civilizzazione non produce. Ecco: il sogno romantico ha trovato la sua nuova incarnazione.
Poi sarebbe arrivato il business. Sarebbero arrivati la globalizzazione, i grandi marchi, le pubblicità, i voli charter, i surf camp, i surf shop, le surf competitions, le spiagge sempre più affollate e i point breaks sempre meno inviolati: il surf sarebbe divenuto sempre più uno sport e sempre meno un rito. Ma lo spirito delle origini non sarebbe andato perso.
Tutto vero. Ma oggi? Cosa ne è stato oggi di quello spirito?
È sopravvissuto. È ancora vivo. Ed è portato avanti in varie maniere e per varie ragioni (anche e soprattutto di marketing) da vari brand, e da surfisti e multimedia legati al mondo della tavola da onda, fino ad aver trovato la sua più moderna personificazione nel progetto “The Search”.
Lanciato molti anni fa dalla Rip Curl (celebre marchio australiano di surf) “The Search” porta nel suo stesso nome il legame di discendenza con l’estate senza fine del ’66 e si presenta fin da subito come il tentativo forse ad oggi meglio riuscito di bilanciare lo spirito delle origini con le esigenze di mercato della contemporaneità.
Mentre infatti a partire dagli anni ’70 diventava sempre più evidente il coinvolgimento dei vari marchi nel mondo delle gare sportive e del surf moderno (un mondo nel quale cominciano a girare sempre più soldi e con sempre maggiori competitori) si faceva al tempo stesso forte il bisogno di mantenere viva una concezione del surf stesso non connessa esclusivamente alle competizioni e al mercato, ma anche alla libertà, alla ricerca e al senso d’appartenenza.
Senso d’appartenenza, ricerca e libertà che erano elementi costitutivi del surf fin dalla sua nascita, e le cui origini si perdevano in un passato distantissimo: quando nel 1777 James Cook ne diede per la prima volta testimonianza (“mentre osservavo quell’indigeno penetrare su una piccola canoa le lunghe onde al largo di Matavi Point, non potevo fare a meno di concludere che quell’uomo provasse la più sublime delle emozioni…”) il surf faceva già parte della ritualità polinesiano-hawaiiana da tempo immemorabile: non solo la costruzione delle tavole e il loro utilizzo venivano circondati da un’alone d’intensa cerimonialità, ma l’atto stesso di cavalcare le onde era parte fondante della cultura e della religiosità indigene, e costituiva un vero e proprio rito ‘iniziatico’ attraverso il quale i Re venivano riconosciuti come tali e le persone comuni potevano godere di speciali privilegi, fino, in alcuni casi, a guadagnarsi addirittura lo status di ‘capi’.
Rivalità e vicinanza con gli dei dunque, senso della sfida, contatto con gli elementi naturali, rischio, abilità, ricerca dell’onda perfetta e infinita: alcuni canti hawaiiani del quindicesimo secolo sembrano dimostrare come fin dalla sua nascita il surf abbia celato in sé due anime: l’una connessa alla competizione (tra uomo e natura, e tra uomo e uomo) l’altra legata al rapporto di armonia e simbiosi con l’elemento liquido.
Tali aspetti, sopravvissuti nei secoli e trasfigurati nel rituale del viaggio in “The Endless Summer” sono penetrati anche nella realtà del surf moderno, divenendo le cellule staminali da cui si è originato “The Search”. “The Search” diviene la continuazione ideale di “The Endless summer” (e degli elementi in esso contenuti) nella misura in cui ne riprende il sogno di fuga e ricerca, e lo trasforma in qualcosa di differente, in linea con l’epoca del mercato globale in cui ci ritroviamo a vivere, proponendosi di portare alcuni tra i migliori surfisti del mondo in giro per il pianeta, alla ricerca d’onde ancora inesplorate, in territori ancora poco battuti, o un tempo conosciuti e poi dimenticati.
Ecco allora un’isola remota.
Ecco un fiume.
Ecco un’onda lunga 40 chilometri e una voce che prova a diventare mito.
È il marzo del 2011, e cinque surfisti del team internazionale Rip Curl (Bruno Santos, Dean Brady, Tyler Larronde, Oney Anwar e il leggendario Tom Curren) partono per una spedizione organizzata da “The Search”, con l’obiettivo di rintracciare e surfare l’onda misteriosa che si racconta risalga un fiume nell’isola di Sumatra attraverso una delle più impenetrabili e inospitali foreste del Pianeta: il fiume, soprannominato dagli abitanti di un vicino villaggio “Seven Ghosts”, sarebbe periodicamente scosso da un’onda di marea potente e continua, che dall’Oceano Indiano penetra nel cuore dell’Indonesia per poi scomparire al suo interno.
Le riprese, realizzate tra enormi difficoltà, rendono onore al mistero che fino a quel momento avvolgeva Seven Ghosts, e portano a compimento quello che Tom Curren definirà “il più straordinario search trip degli ultimi vent’anni”.
L’onda che infatti il team di “The Search” si ritrova davanti (non prima d’aver perso una barca ed essere sopravvissuto a correnti, infezioni e coccodrilli) diventa istantaneamente qualcosa di mai visto prima: “suddently Seven Ghosts becomes a legend and an Asian Myth” leggiamo nel sito della Rip Curl.
Un Mito, appunto; o perlomeno, una voce che prova a diventarlo.
Certo un Mito è tale nella misura in cui non può essere dimostrato. E non a caso fa sempre riferimento ad avvenimenti che hanno avuto luogo in un tempo che precede la storia scritta e la cui veridicità  conta relativamente: quello che conta è la verità di fede che gli viene attribuita, ovvero il suo significato religioso o spirituale.
Nondimeno, in un’epoca di confusione (non solo e non tanto economica quanto e soprattutto culturale) quale quella in cui viviamo oggi, anche i processi di creazione di senso e di Mito paiono essere soggetti a trasformazioni.
A quasi cinquant’anni da “The Endless summer” e a secoli di distanza dall’origine della ritualità polinesiano-hawaiiana, col surf divenuto fenomeno globale e i marchi trasformatisi in multinazionali, nell’era dei navigatori satellitari e di google-map (ovvero in un mondo in cui ‘mappatura’ e ‘connessione’ paiono i tiranti di un reticolo che si allarga sempre più nella misura in cui viene sempre più rimpicciolito) è naturale domandarsi quali siano ancora e quali saranno in futuro i margini entro i quali la ricerca (dell’onda perfetta, della vita eterna, dell’origine del mondo, di noi stessi…) potrà ancora muoversi. E in che maniera i Miti potranno continuare a essere nutriti o addirittura ricreati.
C’è un aspetto, nella natura della ricerca, che tende all’esaurimento della stessa.
Adesso che le telecamere hanno mostrato il volto di “Seven Ghosts” un’altro tassello della mappa è stato disegnato e un altro angolo di leggenda è stato rivelato: se questo abbia contribuito alla nascita di un nuovo Asian Myth o se piuttosto ne abbia sancito l’ennesima fine è ancora difficile da affermare: come ho detto, viviamo in un’epoca di grande confusione.
Eppure c’è qualcosa, nelle immagini di “Seven Ghosts” capace di riaccendere focolai sopiti anche nel più addomesticato degli animi. E poco importa che “The Search”, dopo essere stata legata per molti anni esclusivamente al free surf, sia divenuta parte del campionato mondiale (con l’unica data fluttuante del circuito): siamo pur sempre di fronte a un marchio che deve competere a livello globale con altri.
Quello che davvero importa è lo spirito delle origini che in una maniera o nell’altra sembra continuare a portare in sé e con questo il misterioso impulso all’avventura e alla ricerca che ancora riesce a generare.
“Cercavo qualcosa che non avevo mai visto prima” dice alla fine di questo video Bruno Santos.
Non è Letteratura e non è Mito, ovvio (e in fondo non aspira neppure a diventarlo…), ma custodisce in sé qualcosa in comune a entrambe: sarà forse per questa ragione che insieme a “The Endless Summer” vengono in mente Odisseo, le colonne d’Ercole, Melville e Conrad.
Conrad fa dire al suo Marlow che “il vero significato di un episodio non sta dentro di esso, come un gheriglio nella noce, ma al suo esterno, e lo avviluppa come la foschia generata dal calore: come uno di quegli aloni luminosi resi visibili dalla luce della luna”.
Ecco. È avvolti in questa foschia che vi cosiglio di guardare “Seven Ghosts”.

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