“Bolaño selvaggio”: intervista a Carmelo Pinto

Introduzione e intervista di Giovanni Agnoloni

Da Postpopuli.it

"Bolaño selvaggio" (copertina di Mario Bianco)

È in uscita con Senzapatria Editore una grande raccolta di saggi sul geniale scrittore cileno Roberto Bolaño, di cui oggi ricorre il cinquantanovesimo anniversario della nascita. Bolaño selvaggio è il titolo. Curatori e coautori, Edmundo Paz Soldán e Gustavo Faverón Patriau. Traduttori, dall’edizione spagnola della casa editrice Candaya, Marino Magliani e io.

Desidero introdurvi a quest’opera, interessantissima, con un’intervista a Carmelo Pinto, creatore e curatore dell’Archivio Bolaño, il principale riferimento internettiano per gli amanti dello scrittore cileno in Italia. Carmelo è stato anche un nostro prezioso consulente nel corso dell’opera di traduzione dei saggi.

Cerchiamo così di addentrarci nel segreto della straordinaria creatività di un autore che abbiamo perso troppo presto, purtroppo. Ma sicuramente si tratta di una delle penne più fertili della letteratura di fine Novecento e inizio Duemila, e probabilmente non finiremo mai di scoprire nuovi risvolti di significato, nelle sue opere. Personalmente, insieme a Tolkien lo considero, tra i contemporanei, il mio secondo grande Maestro.

Intervista a Carmelo Pinto:

– Nel momento in cui in Italia, con “Bolaño selvaggio”, esce la prima grande raccolta di studi su Roberto Bolaño, è quanto mai opportuno interrogarsi sul significato della parabola umana e artistica di quello che, a tutti gli effetti, è stato uno dei più grandi geni letterari degli ultimi trent’anni. Puoi delinearne i tratti essenziali?

Mi fa piacere che un editore abbia avuto il coraggio di pubblicare questa raccolta di saggi su uno scrittore la cui opera, apparentemente semplice, è in realtà complessa e rivoluzionaria. È difficile trovare, nella storia della letteratura, un’osmosi così forte tra l’uomo e lo scrittore, dove cioè la vita si fonde con la letteratura.
Nel 1968, anno che i cileni ricordano per la grande siccità, lascia con la famiglia il Cile ed emigra in Messico per motivi economici. Bolaño allora aveva 15 anni.
A 16 anni abbandona la scuola e decide che vuole diventare uno scrittore.
Da questi pochi elementi della sua biografia si delineano già le peculiarità di questo autore, che rappresentano una diversità profonda e unica nel panorama della letteratura, non solo latinoamericana.
Siamo cioè in presenza di un ragazzo di umili origini sociali, costretto a emigrare per sopravvivere, e che a 16 anni lucidamente rifiuta l’istruzione ufficiale a intraprende il suo viaggio di letture e di conoscenza da autodidatta. La sua formazione letteraria è selvaggia e solitaria, fuori da ogni canone, e si nutre della sua stessa esperienza di vita. Il suo viaggio continua, dal Messico al Cile nell’anno del golpe, e dal Cile di nuovo in Messico, per approdare poi in Europa, nel 1977, e stabilirsi in Spagna. Senza mai smettere di leggere e di nutrirsi di quella Universidad desconocida più volte evocata. Accetta qualsiasi lavoro che gli assicuri la mera sussistenza e legge, legge senza sosta, i classici greci, i filosofi, gli scrittori latinomericani, statunitensi, francesi, russi, italiani, spagnoli, tedeschi…. Legge soprattutto i poeti, di ogni latitudine e di ogni tempo. L’amore per la poesia, di cui era vorace lettore, è forse un altro tratto distintivo di questo autore, che rende la sua scrittura così peculiare e rivoluzionaria. Bolaño si spoglia di ogni retaggio nazionale. È uno scrittore extraterritoriale, è stato detto. fForse per la prima volta nella storia della letteratura, siamo in presenza di uno scrittore senza patria, o forse con tante patrie quasi quanti sono i libri che ha letto: “la scrittura è il mio passaporto”, dice.
Insomma, la sua scrittura nasce da una formazione anarchica e selvaggia, fuori da ogni canone letterario e da ogni tradizione “nazionale”, e si nutre di una vita nomade e vissuta ai margini. Ma si nutre anche di vaste e interminabili letture, e soprattutto di poesia.

La copertina di "Bolaño Salvaje" (ed. Candaya)

– Bolaño è diventato un “mito”, uno scrittore che, fors’anche per la sua prematura scomparsa, è entrato nella sensibilità e nell’affetto di milioni di lettori, tanto che risulta difficile non pensare a lui, oltre che come superbo narratore, come a un “amico”. Perché, pensi?

La mitizzazione, anzi la mistificazione di Bolaño, è un fenomeno che investe soprattutto gli Stati Uniti, dove si tende a fare dell’autore un personaggio. Ci sono altri motivi ancor meno nobili che spingono i gringos a ridefinire ancora una volta il mito dello scrittore latinomericano, ma sarebbe noioso parlarne qui.
Bolaño era una grande affabulatore. Tutti quelli che l’hanno conosciuto sottolineano la sua capacità di trasformare in storie avvincenti e interessanti anche il più banale fatto quotidiano.
È difficile da spiegare, ma in qualche modo il lettore si sente protagonista delle sue storie. Un po’ come seguire il corso di un fiume nuotandoci dentro.
Vorrei anche dire che, a leggere Bolaño, si prende una specie di virus che ti costringe a leggere, e non solo i suoi libri.

I detective selvaggi e 2666 sono i pilastri di una produzione letteraria molto più ampia, diffusa in Italia attraverso le edizioni Sellerio e Adelphi. Qual è il succo essenziale dei due capolavori, e quale il senso della circolarità della produzione del Cileno, che sembra essere percorsa da un filo conduttore ininterrotto?

Questa è una domanda difficile, alla quale come lettore cerco continuamente di dare una risposta.
Al contrario di quanto possa apparire, la scrittura di Bolaño non è casuale e improvvisata.
Tutta la sua opera, o almeno le sue opere principali, nasce da un progetto concepito e sviluppato nei primi anni di residenza in Spagna, alla fine degli anni ’80. Bolaño ha concepito un universo dotato di leggi sue proprie, dove ogni opera è parte di un sistema, e come tale va letta. Le opere si sviluppano in forma radiale, e così le storie al loro interno. La struttura arborescente o reticolare dei testi di Bolaño permette al lettore una maggior libertà. Puoi leggere le “parti”, o le infinite storie all’interno di una storia, in modo frammentario, autonomo e non necessariamente lineare. L’iperconnettività del testo dà al lettore una sensazione di instabilità permanente, come dice Patricia Espinosa: “Ogni punto, ogni elemento all’interno della sua narrativa sembrerebbe avere la potenzialità per esplodere in qualsiasi istante, rendendo estremamente incerta l’origine e l’effetto che solo alcuni momenti prima sembrava così convincente.”
L’opera di Bolaño nasce dalle macerie e dalle miserie della storia occidentale del Novecento, che ha registrato gli orrori delle dittature, il disfacimento delle illusioni rivoluzionarie, il progressivo svuotamento degli stati nazionali e, con essi, delle identità individuali. Ma anche una critica feroce contro la logica e il buon senso, i canoni e le accademie, incapaci ormai di capire la realtà, impotenti di fronte ai mali del mondo.
Ma, come dice la Espinosa, “Proprio laddove un’idea riesce a prendere il controllo e diventare egemonica, sorge una ribellione anarchizzante, una pulsione verso la rivoluzione permanente. In questo modo, non possiamo che constatare il carattere parziale e transitorio delle nostre disquisizioni, che risultano essere come un’intenzione di instaurare dei predomini analitici che saranno continuamente superati dall’intransigenza rivoluzionaria dei testi.”
Non mi sorprenderei, quindi, se i lettori avessero delle idee del tutto diverse e perfino contrarie su questo autore. Un autore che, come dice Fresán, era “un lettore che scrive” e non “uno scrittore che legge”, come fanno molti scribacchini odierni.

– È lecito guardare a Bolaño come a un moderno “mitopoieta”, che ha saputo cogliere, nella (post)modernità, tratti archetipici eterni dell’essere uomo?

Non spetta a me. semplice lettore, rispondere a questa domanda.
Certo è che lo sguardo di Bolaño è riuscito a cogliere le inquietudini che hanno accompagnato la seconda metà del secolo scorso e i segni del disfacimento delle società occidentali.

– Che cosa ami di più, nelle sue opere?

Parafrasando una frase contenuta in 2666, leggere Bolaño “è come pensare, come pregare, come parlare con un amico, come esporre le tue idee, come ascoltare le idee degli altri, come ascoltare musica (sì, sì), come contemplare un paesaggio, come uscire e fare una passeggiata sulla spiaggia.”
Quando leggi Bolaño ti trovi di fronte a un testo in continuo movimento, che sembra essere sempre sul punto di esplodere e di sfilacciarsi. E invece, miracolosamente, viene tenuto insieme da un respiro di fondo sapiente. Questo mi piace di più, delle sue opere. La mobilità e la tensione del testo. Il suo respiro poetico. Il carattere assolutamente anarchico e allo stesso tempo rigorosamente strutturato dei suoi testi.
E amo anche la libertà che viene concessa al lettore, le infinite possibilità di lettura delle sue opere. Puoi leggere in modo frammentario, progressivo, reticolare, intertestuale… In questo si può dire che abbia anticipato le potenzialità della rete.

– Quanto sono importanti le dimensioni del viaggio e del sogno, nella sua scrittura, e che cosa le contraddistingue l’una dall’altra?

I personaggi di Bolaño vivono ai margini della società e della cultura, hanno una personalità inquieta e indefinita, sono nomadi spaesati che vivono nella “terra di nessuno”. Vivono cioè in uno spazio extra-territoriale dove i paesi e i confini sono evanescenti. Sono persone che non hanno nessuna ragione per restare in un determinato luogo, e per questo sono continuamente in marcia. Non importa dove vanno né da dove vengono, e non importa se il viaggio finisce sempre con una sconfitta. Ciò che conta è sottrarsi all’immobilità non solo fisica, ma soprattutto mentale, e intraprendere il viaggio alla ricerca di uno spazio interiore ed esteriore. In questa dimensione del viaggio (che non è mai lineare) si innestano i sogni, i ricordi, i deliri e le allucinazioni: lo sguardo attraverso il quale l’artista cerca di decifrare la realtà più profonda e inquieta.
“Scopare, leggere e viaggiare” – parafrasando uno dei suoi ultimi saggi che consiglio a tutti di leggere – sono queste le attività a cui si dedicano i personaggi di Bolano, spinti dall’inquietudine, dal sogno dalle allucinazioni e dal peso dei ricordi.

– www.archiviobolano.it è un sito meritorio, per la presentazione completa e stimolante che offre dell’opera del Cileno. Parlaci di questa realtà, che coordini personalmente.

Quando penso al mio incontro con Bolaño, mi sembra di essere uno dei suoi personaggi.
Ho letto per la prima volta il suo nome, nel 2009, casualmente su un forum di internet e l’ho subito dimenticato. In quel forum veniva citato un titolo di un suo libro, rappresentato da un numero, anche se non ricordavo bene la cifra esatta.
Casualmente ho acquistato 2666 nell’agosto 2009, prima delle vacanze. Casualmente ho cominciato a leggerlo con diffidenza e, devo dire, noia. Fino a pagina 40 sono stato più volte sul punto di abbandonarlo. Poi credo di aver contratto una specie di virus devastante. Come dicevo, il bello di Bolaño è che ti instilla la passione della lettura, ma non solo dei suoi testi.
Per gioco ho cominciato a cercare le recensioni italiane dei suoi libri e le ho pubblicate in un blog.
Poi ho cominciato a leggere le recensioni in spagnolo, le interviste… è nata così l’idea di creare un archivio. Un archivio che vive grazie alla passione di molti lettori che mi aiutano nel lavoro di traduzione, o di sottotitolazione dei video, e con i quali mi confronto e discuto. Se permetti vorrei citarli tutti:
Manuela Vittorelli, Sofia Vitiello Maria, Susanna Vancini, Chiara Valentina Speziale, Davide Rivelli, Eugenio Santangelo, Davide Margari, Andrea Firrincieli, Gianni Errera, Michele Gigliotti, Stefano Cristi, Mario Cataldi, Paolo Castronovo, Federico Bona.

2 pensieri su ““Bolaño selvaggio”: intervista a Carmelo Pinto

  1. Pingback: La prima grande raccolta di studi su Roberto Bolaño in Italia | Senzapatria

  2. pregevole e coraggiosa iniziativa dell’editore senza patria che colma un vuoto nel panorama letterario italiano che fin ora non ha prodotto studi critici di rilievo sullo scrittore cileno. .

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