Vivalascuola. Scuola giovani lavoro

Scrivo queste poche righe in una condizione di incredulità e con un gran dolore nel cuore. La scuola è il luogo della tutela. Il luogo a cui affidiamo tutti i giorni i nostri figli, in cui entrano i nostri studenti, il nostro luogo di lavoro. Ciò che è accaduto a Brindisi è inconcepibile. Lunedì entriamo nelle nostre scuole proponendoci di raccontare, di commentare, di analizzare l’orrore di questo avvenimento. Dovremmo entrare listati a lutto. Dovremmo trasmettere – noi che li vediamo tutti i giorni, timorosi, indolenti, silenziosi, sorridenti – il grido di orrore con cui la scuola reagisce alla propria profanazione. Più di qualsiasi minuto di silenzio, la forza delle nostre parole deve essere il modo per dire che, qualunque sia stata la matrice di un atto tanto insensato e bestiale, noi – insegnanti e studenti – non ci stiamo, né ora né mai. Lunedì tutte le scuole d’Italia devono chiamarsi Morvillo Falcone, per Melissa che non c’è più, per Veronica e tutti gli studenti feriti, per i nostri ragazzi e per questo sventurato Paese che merita altro. (Marina Boscaino)

Tra scuola e lavoro mettiamo il futuro
di Marilena Salvarezza

Tra scuola e lavoro c’è sempre stato un legame forte quanto contraddittorio, con un’oscillazione costante tra due poli estremi. A uno l’appiattimento sui bisogni del mondo del lavoro e la spinta a “canalizzazioni precoci”, all’altro il distacco della scuola dal territorio e dalla realtà, nonostante correnti pedagogiche del passato e del presente abbiano insistito sulla necessità del fare per apprendere, della prassi concreta come modo di trasformare sé e il mondo.

Oggi il tema del lavoro, nodo mai risolto, si ripropone per molte ragioni e su più piani. L’autonomia, almeno in linea teorica, consente che ogni scuola elabori una proposta formativa che tenga conto del territorio di cui è parte e la faccia uscire dalla sua storica autoreferenzialità.

Le scuole dovrebbero pensare percorsi di apprendimento attenti alle caratteristiche dei contesti storico-antropologico-produttivi in cui sono e capaci di realizzare prodotti fruibili anche dal territorio. Quest’opportunità deve misurarsi con la complessità degli attuali processi sociali. Visioni e realtà del lavoro sono cambiate radicalmente insieme a modelli economici, spaziali, sociali e culturali.

Globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia nel “capitalismo senza lavoro” hanno comportato dislocazioni produttive nei “sud” del mondo e crescita esponenziale della disoccupazione nei paesi avanzati. La crisi strutturale, provocata da forme di speculazione finanziaria che stati e organismi sopranazionali non hanno saputo in nessun modo governare, mentre sanciva il primato assoluto dell’economia sulla politica ha impoverito interi ceti di popolazione e interi stati.

Con la “strage” del lavoro, sono stati attaccati e in parte smantellati i diritti acquisiti; precarizzazione e incertezza del presente e del futuro, degenerazione culturale e politica, assenza di etica e di qualità nella produzione, perseguimento di strade facili di successo e guadagno sono diventate caratteristiche dominanti. Sono stati sdoganati e fatti assurgere quasi a meriti, “disvalori” come furbizia, amoralità, disonestà e aggressività.

La crisi è stata affrontata dai governi con strategie di contenimento della spesa sociale, con l’aumento della tassazione prevalentemente nei confronti di ceti impoveriti e con “il salvataggio” del sistema bancario in buona parte responsabile dei guasti. Il costo dell’incapacità o della non volontà di mettere in discussione alla radice un modello economico che utilizza solo il PIL e il consumo come indice di benessere di un paese e che deprime risorse ed energie umane, è pagato da tutti, e in modo particolare dai giovani. In Italia la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 35% e non molto diversamente succede in altri paesi europei.

L’ideologia (che sempre risorge anche quando si afferma la sua morte) sottesa a questa realtà è la presunta “naturalità” di questi processi, come se non fossero il punto di addensamento di responsabilità di singoli, gruppi e istituzioni politiche ed economiche.

Il processo di mercificazione dei beni comuni, ivi compresa la scuola, ha avuto la sua apoteosi in questi anni; il nudo criterio del risparmio ha guidato “l’epocale riforma” Gelmini, insieme a un “aziendalismo” semplicistico. L’ultraliberismo assimila la scuola a qualsiasi altra impresa, la vuole “competitiva” e riduce l’apprendimento a una qualsiasi “mercanzia”. Un modello mutuato dagli USA nonostante gli esiti fallimentari, traghettato anche in un’Europa che pure ha avuto grandi tradizioni di scuola pubblica.

Gli studenti si trovano a vivere in una scuola impoverita e incupita, senza un progetto educativo adeguato a un mondo complesso. Si sentono in un orizzonte “naturale” di perdita di futuro, di sfiducia nel mondo che i grandi hanno consegnato loro e nella loro possibilità di cambiarlo. Il mondo si eredita senza sapere perché.

Rispetto al lavoro i ragazzi si fanno poche illusioni e hanno pochi strumenti concettuali per comprendere ciò che accade. La sensazione di vivere in un contesto che non possono capire e in cui sono impotenti fiacca la loro volontà progettuale. Non conoscono il patrimonio perduto dei territori, fatto di lavoro artigianale, di manufatti realizzati con passione e competenza.

Anche se l’affermazione che senza passato non c’è futuro è stata troppe volte ripetuta, non per questo è meno vera: non sapere che nei territori ci sono state per secoli attività di trasformazione delle materie che incorporavano competenze, conoscenze, intelligenza e passione, in cui si era “padroni” dei processi e degli strumenti di produzione, porta a non potersi nemmeno prefigurare delle nuove possibilità, che leghino tradizioni e post modernità.

I ragazzi conoscono la tecnologia e i linguaggi mediatici, li vivono quasi come prolungamento di sé, ma sono molto meno in contatto con manualità, socialità e relazionalità sollecitate da prassi concrete. Il consumo è ancora un elemento centrale nei processi di autoaffermazione e identificazione. Eppure sentono anche che non potranno avere ciò che le precedenti generazioni hanno avuto, e questa consapevolezza genera rancore e disillusione. Alcune proposte formative possono inserirsi In questo lungo trapasso culturale, per mutare un modello antropologico che sta portando al collasso il mondo intero.

Il tema del lavoro, come e più di altri, può essere una leva potente per favorire una riflessione pedagogica adeguata ai cambiamenti di “paradigma” mondiale. Il lavoro non è solo il mezzo da cui, in una società complessa, le persone ricavano un reddito adatto a soddisfare le esigenze al livello storicamente dato (oggi peraltro nemmeno questo). Esso è

«per sua natura, lo strumento, peculiarmente umano, col quale l’uomo consegue i suoi fini; ed è strumento universale, nel senso che esso è a disposizione dell’uomo per ogni possibile suo fine» (C. Napoleoni, Elementi di economia politica, 1980, pp. 4 segg.).

Un mondo nel quale il lavoro venga reso inutile o impossibile o non sia riconosciuta la sua utilità sociale è un mondo nel quale la civiltà è destinata a spegnersi.

Il lavoro è un bene comune indispensabile, nel suo versante sociale e in quello individuale; ogni tipo di produzione dei valori d’uso dovrebbe avere un’adeguata remunerazione, e tutte le capacità lavorative dovrebbero essere impiegate con pienezza. Oggi però pochi ripensano il lavoro nei suoi valori e significati complessivi così come pochi riflettono su nuovi orizzonti di senso per la scuola. Vi prevale un modello “macchinistico, in cui la realtà è un dato e non un prodotto, in cui s’insegnano azioni spesso solo operative, anche se sofisticate e complesse.

Sopravalutando ciò che è visibile e quantificabile, il “modello mercato” genera “povertà di mondo inteso come l’insieme di aspetti materiali, relazionali, simbolici e immaginari e va contro la logica dell’educazione che ha invece suoi tempi.

La scuola non è più il luogo deputato a restituire spessore, senso, intenzionalità e criticità alle acquisizioni spontanee, ma un’eco sbiadita delle culture sociali dominanti. Diventa il riflesso di una società delle “opportunità” e non dell’uguaglianza: ognuno ha la scuola che il suo ceto sociale “si merita” e che forgerà anche il suo orizzonte di aspettative. La scuola pubblica, lungamente svilita e sempre più ridotta all’osso nelle risorse, rischia di diventare il luogo dei poveri e degli immigrati.

Vi è un tasso di ambiguità anche nella terminologia che pure tutti usiamo: imparare a imparare, competenze, portfoglio, problem solving. Sono, infatti, concetti che possono avere una positiva applicazione, ma funzionali a una società del precariato e della flessibilità obbligata.

Per tutte queste ragioni risulta evidente lo stretto nesso tra scuola e prefigurazione del futuro, tra il modello di trasmissione della conoscenza e le visioni del lavoro.

Il compito educativo, pur senza demonizzare la realtà in cui vivono gli studenti, è ristabilire lo scarto necessario tra educazione, sapere critico e realtà sociale come costrutto determinato da un insieme di interessi, ideologie, bisogni e forze dominanti. Vale a dire non una presunta “neutralità” della scuola, ma la sua capacità di fornire modelli dinamici e integrati di conoscenza che aiutino ognuno a crearsi una propria visione del mondo e le “competenze” per agirvi. Con questi presupposti si può affrontare il tema del lavoro che anche l’intera società dovrebbe mettere al centro della propria riflessione. E’ chiaro che gran parte di questi problemi non possono trovare soluzione nella scuola ma solo nell’ambito delle politiche strategiche globali, nazionali e sovranazionali, tuttavia alcuni punti focali possono essere affrontati anche in ambito educativo.

Un primo passaggio è di far emergere dagli studenti il loro mondo interno, l’immaginario e le domande spontanee collegate al tema lavoro. Una fase di “scavo” che, nella nostra esperienza, porta alla luce molto materiale. In primo luogo paure e valori (economici, di autorealizzazione) attribuiti al lavoro; in secondo luogo il bisogno di capire un lessico e dei concetti economici che invadono la nostra quotidianità con il loro alone misterioso e minaccioso (spread, future, derivati, acquisti al buio, esodati…) L’uso di questo lessico è un altro dei modi per aumentare il senso di impotenza e di assenza di controllo sul proprio lavoro e sulla propria vita.

A partire da questo si può allargare la visione ai significati, alle rappresentazioni culturali e artistiche che al lavoro hanno attribuito le società passate, usando su varie scale lo scandaglio storico.

Il ritorno alla realtà del presente si arricchisce così di maggior consapevolezza di concetti e di modelli interpretativi. Lo scenario esce così dalla sua dimensione “naturalizzata” e se si possono capire le ragioni che hanno portato a questa deriva del lavoro, si può anche pensare a delle possibili prefigurazioni future per sé e per gli altri. Lavorare sull’intelligenza e la creatività può portare ad aprire nuovi scenari, a pensare “l’impensato”. Un simile orizzonte non è certo dietro l’angolo, e il suo raggiungimento esige l’impiego di tutte le risorse disponibili.

Nel pieno della transizione, tuttavia, si possono fornire esempi di esperienze e pratiche già esistenti, certo parziali ma connotate da criteri comuni a partire da un legame “affettivo” e responsabile con il territorio. Sono esperienze capaci di creare mobilità sostenibile ed efficiente, che individuano e localizzano correttamente le funzioni sul territorio, promuovono “filiere corte” capaci di ridurre gli scarti del consumo e la dipendenza dalle energie tradizionali, utilizzano energie alternative con modalità e tecnologie non in contrasto con la tutela delle risorse e dei patrimoni comuni, riscattano il territorio dall’attuale degrado restituendogli sicurezza, fruibilità, bellezza.

Un percorso educativo deve proporre domande chiave quali: la società può organizzarsi per conservare il benessere raggiunto, invece di voler aumentare in modo indefinito e assurdo la quantità di oggetti? Ci sono modi per accrescere la qualità della vita del maggior numero di persone invece che il fatturato di imprese? Si può tornare a un modo ridotto e integrato di produrre che tenga conto delle finalità sociali di quel che si fa? Ci possono essere lavori che permettono di soddisfare più dimensioni e più bisogni umani e non solo quello economico? Possono esserci lavori che soddisfano bisogni umani senza stravolgere l’ambiente naturale? Si può ritrovare l’arte di fare cose belle e utili?

Come sempre forse contano più le domande che si è in grado di generare, piuttosto che le risposte oggi per necessità solo parziali.

Ancora può essere attivamente istituito un parallelismo fecondo tra come si sta e come si lavora a scuola e ciò che si farà domani. Forme di apprendimento laboratoriale, in cui il conoscere e realizzare prodotti della conoscenza in modo cooperativo si avvicinano molto a modelli positivi di lavoro. Richard Sennett nel libro Insieme afferma che i “workshop”, i laboratori artigiani sono stati nella storia gli esempi di maggior comunità e democrazia del lavoro: un fare con le mani, con il corpo e con gli altri. E la procedura che porta a creare un prodotto artigianale di qualità è molto simile alle procedure di ogni ricerca.

Si può investire la scuola come agenzia culturale primaria del compito di formare giovani con le capacità e le competenze per trovare vie d’uscita dalla crisi, con un balzo anche concettuale? Si può e si deve provare. Come afferma l’antropologo Franco La Cecla, solo energia, gioia, passione, creatività possono generare valore, valore che viene prima ed è più del denaro; e di queste qualità i giovani sono “ricchi”, anche se spesso vengono depresse. Creare progetti e prospettive di vita che saldano individuale e sociale è anche un fattore di prevenzione.

… Il tasso di agonismo è ai minimi storici, i più giovani non sono attesi a nessuna gara, meglio c’è una competizione durissima per vincere quel poco in palio – i pochi posti di lavoro, i pochi stipendi onorevoli, le poche posizioni nelle istituzioni lasciate a disposizione – ma la sensazione generalizzata è che la partita sia truccata, non dipenda dalle abilità dei partecipanti ma da concessione dei giudici, da raccomandazioni, da amicizie, da fortuna. Se questa è la partita non ha senso allenarsi, preservarsi, concentrarsi. La prevenzione funziona se crea una narrazione avvincente, se inscrive i giovani in un’avventura di cui sono loro i protagonisti. La prevenzione deve quindi rompere la dittatura del presente. Tracciare i percorsi fatti, prefigurare mete, creare il racconto collettivo di cui è bello far parte…” (Stefano Laffi, Far prevenzione in un mondo che corrompe).

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Segnalazione

Il 26 maggio mobilitazione “per il reddito, per i saperi e per l’estensione dei diritti e delle tutele: per un Paese diverso e una nuova idea di cittadinanza, fuori e dentro il lavoro

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Voci

Marta, 16 anni
Pensando alla parola lavoro mi viene in mente lo studio per intraprendere una strada nella vita che a tutt’oggi presenta disagi gravi per i quali bisognerebbe intervenire.

Manuel, 17 anni
Se penso al lavoro mi viene in mente mio cugino diplomato, fa tanti colloqui di lavoro e gli dicono sempre che per assumerlo deve avere esperienza. Ma se non ha lavoro, come si fa ad averla? Come dice un rapper italiano: “Dici che per lavorare serve esperienza, ma se non me la fai fare è chiaro che resto senza“.

Fabiana, 16 anni
Il lavoro mi fa pensare alla possibilità di fare qualcosa per stare bene con sé e con gli altri. Il lavoro è il nostro futuro, anche se pensando al lavoro vengono in mente incertezze e dubbi. Per realizzare ciò che vorremmo fare da grandi bisogna faticare molto perché le condizioni attuali non sono favorevoli. Vedo la scuola come una tappa fondamentale sia per svolgere un lavoro che mi piaccia fare volentieri sia per acquisire una formazione personale che mi permetta di vivere in società con gli altri rispettandoci a vicenda.

Daniele, 17 anni
Oggi sembra che per lavorare bisogna essere raccomandati o avere le amicizie giuste. Molte volte si sente parlare di un ragazzo appena laureato, con il massimo dei voti, che fa il commesso alla Decathlon o addirittura è a casa a far niente. Bisognerebbe invece motivare i ragazzi a studiare e far vedere che con un buon percorso di studi si riesce a ottenere un buon lavoro sin da subito.

Martina, 16 anni
Il lavoro è fondamentale nella vita di ognuo, per lavorare bisogna studiare. E’ tempo di crisi e in Italia siamo svantaggiati rispetto ad altri Paesi in via di sviluppo che hanno più grinta di noi. Spero di avere il lavoro che desidero fare, un lavoro che rispetti i miei diritti come persona.

Gabriele, 18 anni
La parola lavoro per me è tutt’uno con la parola suicidio visto quello che succede in questo periodo. Purtroppo io non posso intervenire, dovrebbe farlo chi governa lo Stato, dato che nella Costituzione c’è scritto che la repubblica italiana è fondata sul lavoro e non sulla morte.

Dario, 16 anni
Comunemente si sente parlare di lavoro in senso negativo. Per me il lavoro è la partecipazione di più persone che collaborano per fare qualcosa insieme. Lavorare con altre persone dovrebbe essere la base per vivere una vita stabile e serena.

Pietro, 16 anni
Il lavoro non è una parola che suona bene, la si associa a disoccupazione e scocciature. Con la crisi il lavoro è diventato una cosa preziosa. Penso che più alta è la preparazione più è possibile trovare un lavoro che corrisponda alle proprie capacità e aspettative.

Andrea, 16 anni
Se penso al lavoro penso a persone che vengono sfruttate pur svolgendo un’attività indispensabile. Nella società c’è una piramide e quelli che stanno sotto sono quelli che svolgono un lavoro. A me piacerebbe un lavoro a partire dagli studi che sto facendo a scuola.

Adriano, 17 anni
Cercare lavoro oggi è come cercare un ago in un pagliaio. Se un giovane, di questi tempi, trova un lavoro buono, se lo terrà per tutta la vita! Monti ce l’ha con il posto fisso, allora perché lui non cambia lavoro? Perché non va a fare lo spazzino o il cassiere per un po’?

Voci raccolte a Milano il 15 maggio, nel corso della presentazione di un lavoro svolto da Fratelli dell’Uomo con studenti di scuole superiori.

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Dati

Nei Paesi Ocse quasi 11 milioni di giovani sono senza lavoro, come sottolinea in una nota la stessa Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Senza lavoro è il 17,1% dei cittadini che hanno tra i 15 e i 25 anni. Ancora peggio la situazione in Spagna e Grecia, dove la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 51%. Infine, anche in Italia il dato è preoccupante: senza lavoro il 35,9% degli under 25, cioè 534.000 persone. (vedi qui)

L’Italia è il Paese con la classe dirigente più vecchia d’Europa. La media italiana si aggira intorno ai 59 anni di età. Il record spetta ai manager delle banche, a pari merito con i vescovi in carica ed ai rappresentanti del governo. Le cose non vanno meglio sul fronte universitario. (vedi qui)

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Confronti

Elsa Fornero

«Se andiamo a guardare la qualità della nostra istruzione si vede che i ragazzi sanno troppo poco. È un mondo abbastanza sconsolante… Troppo poco si è affrontato il confronto con le aziende per migliorare la corrispondenza tra domanda e offerta». (vedi qui)

Marc Augé

Le università devono salvaguardare la vocazione che il loro nome implica. La loro autonomia non deve servire a trasformarle in appendici delle aziende. Le università assicurano, e devono continuare ad assicurare, una formazione di base, animata dalla sola ricerca del sapere. Le aziende, ovviamente, possono entrare in contatto con le università e comunicare quali siano le loro esigenze in termini di personale, ma dovranno farsi carico in prima persona di eventuali formazioni pratiche complementari. In maniera generale, la distinzione tra ricerca pura e ricerca applicata è utile a entrambe. (da Futuro, pp. 118-119)

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Assolombarda
Rilanciare l’istruzione tecnica, promuoverla presso i giovani e le famiglie e, soprattutto, costruire un rapporto stretto tra imprese e istituti tecnici del territorio, che consenta di raccordare meglio i curricola scolastici e le aspettative dei giovani con le esigenze effettive del sistema produttivo. Con il progetto “Reti di imprese per l’istruzione tecnica”, Assolombarda si sta muovendo da tempo proprio in questa direzione. L’Associazione ha costituito e sta consolidando un network territoriale di aziende e istituti tecnici che hanno deciso di assumere una responsabilità condivisa per valorizzare la cultura tecnica e formare la prossima generazione di lavoratori. (vedi qui)

Antonio Gramsci
Nella scuola attuale, per la crisi profonda della tradizione culturale e della concezione della vita e dell’uomo, si verifica un processo di progressiva degenerazione: le scuole di tipo professionale, cioè preoccupate di soddisfare interessi pratici immediati, prendono il sopravvento sulla scuola formativa, immediatamente disinteressata. L’aspetto più paradossale è che questo nuovo tipo di scuola appare e viene predicata come democratica, mentre invece essa non solo è destinata a perpetuare le differenze sociali, ma a cristallizzarle in forme cinesi. (dai Quaderni dal carcere)

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Consigli da evitare

Il Decalogo di Confindustria Vicenza
di Assemblea Difesa Scuola Pubblica

Noi insegnanti, studenti e genitori vogliamo denunciare come, di fronte a questa situazione generale e ad una scuola sempre più impoverita dai tagli di una falsa riforma, l’Associazione Industriali di Vicenza scelga di rivolgersi agli studenti di 3^ media attraverso un assurdo decalogo di “regole d’oro”.

In tale decalogo si suggerisce, tra l’altro, di “accettare ogni esperienza iniziale o intermedia”, di “non piangere su ciò che non funziona” e di “sviluppare la cultura della mobilità”.

Riteniamo grave questo intervento perché tende a suggerire alle nuove generazioni la cultura dell’accomodamento acritico in qualsiasi situazione, anche di potenziale sfruttamento. In esso non c’è accenno alcuno agli articoli della Costituzione che sanciscono il diritto al lavoro per tutte e tutti e non appaiono minimamente considerati la dignità delle persone e il problema della creazione di un progetto di vita. (vedi qui)

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Come li vedono i “tecnici

I “bamboccioni“. Incapaci di crescere, di assumersi responsabilità, di conquistarsi l’autonomia. I giovani. Fino a ieri simbolo del futuro, del progresso, del domani che è già qui. Motore dell’economia: consumo e consumatori. Sono passati di moda, molto in fretta.

Sulla scia di Padoa-Schioppa, altri “professori” e altri “tecnici di governo” li hanno presi di punta. Un vice-ministro ha definito “sfigati” gli studenti – o sedicenti tali – che, a 28 anni, non si sono ancora laureati. Mentre il Presidente del Consiglio ha affermato che i giovani devono scordarsi il lavoro fisso a vita. Perché, fra l’altro, è “monotono“. E la ministra Cancellieri ha recriminato sui giovani che pretendono “il posto fisso nella stessa città, vicino a mamma e papà“. (vedi qui)

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La settimana scolastica

Tutto quanto è successo in settimana perde senso di fronte alla notizia arrivata sabato 19 maggio da Brindisi: l’esplosione di 3 bombe alla scuola Morvillo Falcone, che provoca la morte della studentessa Melissa Bassi e il ferimento di altri 5 studenti. Innumerevoli le dichiarazioni. Ricordiamo solo quella del ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, in una lettera agli studenti:

Colpire da vigliacchi una scuola è colpire l’Italia intera, perché lì si forma il suo futuro.

Alla manifestazione a Brindisi subito dopo l’attentato gli studenti esponevano uno striscione che diceva:

“Siamo cittadini di un Paese che si ricorda di stare uniti solo quando si muore”

La scuola Morvillo Falcone aveva vinto il primo premio della prima edizione del concorso sulla legalità. Facciano nostro l’appello di Marina Boscaino:

Lunedì entriamo nelle nostre scuole proponendoci di raccontare, di commentare, di analizzare l’orrore di questo avvenimento…  Lunedì tutte le scuole d’Italia devono chiamarsi Morvillo Falcone, per Melissa che non c’è più, per Veronica e tutti gli studenti feriti, per i nostri ragazzi e per questo sventurato Paese che merita altro.

E quello di Mirco Pieralisi:

Lunedì 21 maggio in nessuna scuola di questa città, in nessuna scuola di questo paese si dovrà fare lezione normalmente. In qualsiasi forma, dentro e fuori dalle aule, nei corridoi, nelle strade e nelle piazze, i gesti, le azioni, le parole pronunciate o scritte dovranno servire per piangere le nostre vittime, per esprimere la nostra collera, per ragionare sulle nostre responsabilità. Nessun insegnante può chiamarsi fuori, nessuno studente deve guardare da un’altra parte.

I sindacati confederali invitano congiuntamente a reagire subito:

C’è bisogno di una reazione forte del Paese contro questa infamia, una reazione che dovrà partire prima di tutto dalle scuole, dai lavoratori e dalle lavoratrici e dagli studenti.

Andando alla normale cronaca scolastica. Si sono conclusi i test Invalsi, che questa settimana hanno coinvolto le classi seconde della scuola secondaria di secondo grado. Secondo i dati diffusi dal MIUR non hanno partecipato 20 classi, su un totale di 2.304 classi campione. Sul sito di Comunione e Liberazione la prof.ssa Germana Ricci argomenta la validità dei test, mentre Tiziana Pedrizzi afferma che la contestazione delle prove è stato “un fenomeno assolutamente marginale gonfiato a dismisura dai media“; le ribatte Vincenzo Pascuzzi.

Sul fronte della protesta, invece, oltre a Gilda, Cobas, Usb, CGILchevogliamo, Cub, anche l’Anief ha diffuso un comunicato secondo cui i test Invalsi non aiutano gli studenti e nemmeno le scuole a migliorarsi, mentre il CIEI (Comitato Insegnanti Evangelici Italiani) rileva l’inadeguatezza delle prove perché “Quando si parla di scuola, si sta parlando di un sistema“; anche lo Snals si era espresso per la non obbligatorietà della somministrazione delle prove per i docenti:

Premesso che ogni attività aggiuntiva è facoltativa e viene svolta solo su dichiarata disponibilità del singolo, ogni docente, in piena consapevolezza e responsabilità, darà o non darà la propria disponibilità a svolgere questi impegni aggiuntivi (con l’eventuale compenso previsto in contrattazione).

Secondo l’Unione degli studenti i dati del MIUR relativi alla partecipazione ai test Invalsi delle scuole italiane sono mistificati. Perché? I dati ministeriali

riguardano solo le classi campione di tutti i gradi di istruzione. Questo significa che riguardano classi in cui erano presenti i commissari dell’INVALSI e dove dunque docenti e studenti erano sottoposti ad un maggior grado di pressione nella compilazione dei test.

I dati diffusi dal MIUR si riferiscono infine agli interi gruppi classe, invece il boicottaggio dei test si è espresso anche singolarmente, ed in questo modo è stato totalmente ignorato nella conta… il boicottaggio ha riguardato un numero elevatissimo di studenti: prova ne sono anche le centinaia di immagini irriverenti che gli studenti hanno diffuso sui social network.

Ancora più grave è quanto gli stessi studenti denunciano:

alcuni professori e presidi hanno minacciato voti in condotta ribassati a causa del boicottaggio e valutazioni sui registri di classe delle prove che vanno al di fuori di ogni senno e legalità. Come sostiene anche l’INVALSI “le prove devono essere totalmente anonime” ed è vietato risalire dalle prove all’identità dello studente per valutarlo o sanzionarlo, siamo inoltre tutelati dalla libertà di espressione sancita dallo Statuto degli Studenti e delle Studentesse che non può essere sanzionata.

L’Unione degli Studenti invita studenti e studentesse che hanno subito questi atti ingiusti di denunciarli al suo sportello diritti all’indirizzo e-mail unionedeglistudenti@gmail.com.

A confermare le preoccupazioni degli studenti, viene segnalato il comportamento scorretto di qualche dirigente scolastico e sollevati dubbi sul carattere anonimo delle prove. Marina Boscaino osserva l’improponibilità di domande identiche per studenti di istituti professionali e dei licei classici, mentre vengono rilevate dichiarazioni contrastanti dei vertici dell’Invalsi. In un articolo pubblicato da La Stampa il giorno 3 maggio, Paolo Sestito, commissario straordinario Invalsi, si rivolgeva ai docenti con queste parole:

“E chi si rifiuterà di partecipare sarà segnalato al dirigente responsabile e agli uffici regionali”

mentre nel sito dell’Invalsi compariva un comunicato stampa che puntualizzava quanto segue:

“… si precisa altresì la totale infondatezza di alcune affermazioni attribuite ai vertici dell’Istituto circa la “segnalazione di quanti non collaborino con le prove”. L’Istituto non ha, né intende raccogliere, alcuna informazione sull’identità degli insegnanti delle diverse classi interessate alle prove e, pertanto, non ha in programma alcuna segnalazione di tale tipo”

Insomma, secondo qualcuno il 2012 può essere definito come l’anno nero dell’Invalsi, e non solo per i boicottaggi. Innanzitutto le prove partono con un pasticcio: le ultime due pagine del test di italiano delle seconde classi giunge con alcuni errori e il ministro scrive alle scuole di non tenerne conto e di rifare il giorno dopo il test nella corretta versione. Poi in un sondaggio di skuola.net il 41% degli studenti ammette di aver copiato dai compagni. Cosimo De Nitto e Vincenzo Pascuzzi fanno un’analisi complessiva di come sono andate le prove quest’anno e così concludono:

Nel 2013 bisognerà cambiare. Si auspica che quanto accaduto quest’anno serva da lezione e convinca Miur e Invalsi ad un approccio partecipato, condiviso e trasparente.

E’ evidente che la metodologia utilizzata non è delle migliori e che non ha senso pensare di legare questo tipo di prove alla valutazione degli istituti scolastici o peggio ai finanzimenti degli stessi. Anche se quest’ultima evenienza viene negata da alcuni sostenitori delle prove, altri come il prof. Andrea Ichino si lasciano sfuggire dichiarazioni inopportune:

“Occorre distinguere tra il problema della misurazione e da che cosa si fa con questa misurazione. Un incentivo monetario in certe occasioni può essere utile però occorre sperimentare”.

Anche la Flc Cgil, attraverso il suo segretario Domenico Pantaleo auspica un radicale ripensamento:

Non si può pensare di far coincidere un sistema efficace e condiviso di valutazione, che deve avere come obiettivo strategico quello di migliorare la qualità dell’intero sistema scolastico nazionale, con la rilevazione nazionale degli apprendimenti attraverso i test. Tale rilevazione non può e non deve confondersi con la valutazione delle capacità formative degli alunni che è di competenza dei docenti. Così come non accettiamo che la cultura della valutazione debba essere imposta con modalità autoritarie senza il coinvolgimento e la condivisione dell’intera comunità scolastica.

Intanto continuano i guai del MIUR con la giustizia, a dimostrazione della condizione di non legalità in cui si è mosso in questi anni il Ministero dell’Istruzione. La sequenza di condanne del MIUR riguardano soprattutto l’abuso di precariato, ad Alba, Saluzzo, Milano. I contratti non si possono reiterare per più di tre anni e i tribunali stanno sfornando sentenze di risarcimento danni. Questa volta è il tribunale di Torino che su ricorso Codacons condanna il MIUR “al pagamento del corrispondente trattamento stipendiale con decorrenza dal primo contratto a termine“. Le somme da sborsare diventano sempre più significative, così il Provveditorato di Mantova, se non pagherà entro 120 giorni, rischia il pignoramento.

Nel frattempo un Tribunale ordinario del Salernitano ha accolto un provvedimento cautelare ex. art. 700 che conferma altra ordinanza cautelare di ottenimento del punteggio nelle graduatorie provinciali dei docenti precari di terza fascia relativo al servizio militare svolto non in costanza di nomina.

Molto importante anche una notizia comunicata da un gruppo di docenti, che in data 9.5.2012, ha vinto il ricorso per incostituzionalità del blocco degli scatti stipendiali degli insegnanti: presso il Tribunale di Roma (Sezione Lavoro r.g. 19402/2011) il giudice ha dichiarato rilevante la questione di legittimità costituzionale dell’art. 9 comma 23, art. 12 comma 10, del d.l. n.78 del 2010 per contrasto con gli artt. 2, 3, 35, 36, 42, 53, 97 della Costituzione e ha disposto la trasmissione immediata degli atti alla Corte Costituzionale. Come ricorda Lucio Ficara, per la scuola è strategicamente necessario riconquistare gli spazi contrattuali perduti. Dopo il triennio 2009-2011 la scuola si trova con un contratto scaduto e osteggiato dalla legge 150/2009.

E’ il caso di segnalare a questo proposito l’articolo di Salvo Intravaia su quanto certifica la Corte dei Conti, nella sua “Relazione 2012 sul costo del lavoro pubblico“. Lo Stato – attraverso il taglio delle ore di lezione e delle classi, incrementando il numero di alunni per classe e saturando l’orario di cattedra con 18/22 ore settimanali – ha risparmiato sui docenti di ruolo il 2,7%, sui supplenti annuali il 12,1%, su quelli temporanei il 7,1%. Anche per gli stipendi dei docenti di sostegno e del personale amministrativo, tecnico e ausiliario, complessivamente lo stato ha speso meno.

Invece nello stesso periodo gli stipendi ai docenti di Religione fanno registrare un incremento di spesa del 2,1% rispetto al 2009 e addirittura del 10% rispetto al 2008: 466 milioni di euro per i quasi 14.000 docenti di Religione a tempo indeterminato, cui occorre aggiungere gli stipendi degli oltre 12.000 supplenti. E dire che nello stesso periodo 2008/2010 gli alunni italiani “avvalentisi” dell’insegnamento della Religione si sono ridotti di 80.000 unità.

Continuano a far discutere i corsi di riconversione sul sostegno per docenti in esubero, attualmente 10.443. “E’ evidente – sostiene il segretario della Flc Cgil Pantaleo – che tutto ciò determinerà una ulteriore perdita di posti per i docenti a tempo determinato, innescando l’ennesima contrapposizione tra il personale“. Infatti i precari che lavorano sul sostegno, alcuni da anni, sono almeno 40.000 e saranno proprio loro i primi a fare le spese della riconversione dei colleghi in esubero. Essi per specializzarsi hanno seguito corsi di due anni (per 800/1.600 ore) e adesso potrebbero venire scavalcati dai docenti in esubero a cui per formarsi basteranno appena 120 ore.

Ciò suscita opposizioni, proteste e incertezze e preoccupa molti docenti che in virtù di una campagna di terrore su ipotetici licenziamenti e di notizie false o incerte hanno preferito correre in massa ad iscriversi. Qui qualche precisazione. Alcuni docenti di sostegno stanno inviando una lettera al ministro in difesa del proprio posto e della qualità del sostegno nella scuola.

Proseguono le ordinarie disorganizzazioni. Esigenze di risparmio dettano un accorpamento delle classi di concorso. Docenti che hanno vinto un regolare concorso ordinario e hanno insegnato per decenni alcune discipline ora con un colpo di spugna se le vedono tolte: il problema riguarda tra l’altro i docenti di latino e greco, geografia, chimica.

Sul fronte delle pensioni, sono 27.751 le domande di pensionamento inoltrate dai docenti per il 2012/13. 5335 le domande di pensionamento del personale ATA per il 2012/13, mentre l’11 maggio è stato depositato al TAR del Lazio il ricorso proposto dalla Flc Cgil con il quale sono stati impugnati gli atti ministeriali applicativi della nuova normativa in tema di pensioni.

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Segnalazione

Eurydice, la rete di informazione dell’Unione Europea sui sistemi educativi, mette a disposizione un quadro informativo su alcune realtà nazionali selezionate in base alla loro significatività geografica e istituzionale. Vengono descritti sinteticamente i sistemi scolastici dei paesi Ue: educazione prescolare ed obbligatoria, criteri di ammissione, organizzazione, curriculum, valutazione e certificazione: vedi qui.

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Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative estive del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Il decreto Brunetta qui e il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Altre guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Manuali di resistenza alla scuola della Gelmini qui e qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Gilda, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

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