Vivalascuola. Anno scolastico 2011-2012: quando i duri cominciano a giocare, sulla pelle nostra

Giada è una mia alunna di prima e così scrive nel gruppo di fb della classe: Bene ragazzi, ci si vede l’anno prossimo… Non avrei mai immaginato di finire un anno scolastico così, l’avevo immaginato come una festa per tutti… Tutti con un sorriso stampato in viso bagnati fradici per i gavettoni e invece è finito con il terrore negli occhi di tutti… Se l’estate doveva iniziare così preferivo non iniziasse… (Francesco Mele, da Carpi)

Anno scolastico 2011-2012: quando i duri cominciano a giocare, sulla pelle nostra
di Tullio Carapella

Lo Stato monta pesantemente sulle groppe di questi zappatori come Michael, divora il frutto del loro sudore e in cambio gli caca addosso.
J.M. Coetzee, La vita e il tempo di Michael K.

Cominciando dalla fine: bombe sulla scuola
Scrivere oggi, ai primi di giugno del 2012, un bilancio di questo anno scolastico, non credo sia possibile senza ricordare la morte di Melissa Bassi e il sangue, i feriti e il terrore del 19 maggio, a Brindisi. Non è la prima volta che la morte entra a scuola, basti ricordare Vito Scafidi, lo studente morto a Torino nel novembre del 2008 per il crollo di un controsoffitto o, più lontano nel tempo, nel 2002, i 27 bambini e la maestra di San Giuliano di Puglia… Eppure credo mai, prima di oggi, almeno in Italia, qualcuno aveva individuato nella scuola un luogo in cui portare volontariamente il terrore e in una comunità di ragazze e ragazzi dei nemici da ammazzare vigliaccamente. In questo sta la straordinarietà di questo orrore su tutti gli altri, per questo credo che questo anno scolastico sarà ricordato.

Altrettanto necessario è però sottolineare che ragazze e ragazzi hanno saputo reagire, già a partire dal lunedì successivo, in mille forme diverse in tutte o quasi le scuole d’Italia, così come in piazza, in particolare con la manifestazione del 26 maggio. Vale la pena ricordarlo anche perché è legittimo il sospetto che la “sacra corona” c’entri poco o niente e che si colpiscano i ragazzi per ammazzare sul nascere anche ogni loro residua voglia di immaginare qualcosa di diverso dal mondo ogni giorno più brutto che stanno confezionando per loro.

Non sono del resto il primo a notare che già in passato le bombe (Piazza della Loggia, Piazza Fontana, il treno Italicus…) sono servite ad invocare maggiore fermezza, maggiore controllo, richiami all’unità, o ad abbracci indecenti, e conseguente condanna a chi si permette di “remare contro”. Se ciò è vero, ed è vero, allora non è escluso nemmeno che qualcuno possa aver pensato di tornare ai “vecchi metodi”, alimentando terrore, colpevolizzando chi non si imbarca in crociate al fianco di chicchessia contro generici “uomini cattivi” e provando a spegnere la capacità dei giovani di sognare un mondo diverso.

Se, però, in questa ipotesi c’è anche solo un briciolo di verità, allora, per non darla vinta ai mandanti delle bombe, è ancora più necessario continuare a muoversi e a scendere in piazza e rifiutare le ricette facili per recuperare la capacità di pensare in proprio e di ricordare, ricordare quello che c’è stato prima e che forse ha portato a questo, mettendo in fila i nessi di causa ed effetto.

Proverò in questo senso a fare la mia modesta parte nelle note che seguono, richiamando, anche solo per brevi cenni, quelli che mi sembrano gli elementi più caratterizzanti di questo anno scolastico: che è stato anche l’anno degli ultimi colpi di coda del governo Berlusconi e del ministro Gelmini. L’anno delle speranze dei più, nate dalla caduta di quel governo e subito bruciate da Monti e Profumo. È stato l’anno dei pensionamenti a 67 anni, della scuola sempre più vecchia e stanca, del blocco del turn over e degli stipendi, dello spauracchio dello spread che ci rincretinisce, agitato sotto i nostri occhi a giorni alterni come il pendolo dell’ipnotizzatore. L’anno della crisi del lavoro affrontata favorendo i licenziamenti, con una cura che ammazza il paziente, tanto nel pubblico che nel privato, e chi si illude di poterla scampare senza lottare o è stupido o è un sindacalista prezzolato. Ed è stato l’anno di chi si ammazza da sé, perché troppa è la disperazione, ma ci consoliamo che in Grecia si ammazzino molto di più.

L’anno nel quale ci hanno promesso che almeno la scuola non l’avrebbero più toccata, che potevamo stare tranquilli, che adesso che erano arrivati i nostri… e che invece anche nella scuola hanno approfittato per far avanzare i progetti che nemmeno la Gelmini era riuscita a permettersi. La chiamata diretta dei presidi, a partire dal “modello lombardo”, le assunzioni zero, i docenti in esubero travasati con poca grazia e senza alcuna preparazione sui posti di sostegno, come sacchetti dell’immondizia in una discarica, e con l’organico che continua di fatto a restringersi, mentre il numero di studenti iscritti continua a crescere e mentre il PD festeggia per migliaia di nuove assunzioni conquistate eroicamente la mattina del 6 marzo e cancellate la sera stessa (qui)! E tanto basta per lavare la coscienza dei puri…

Un secolo fa, la Gelmini
Non so se è una sensazione solo mia, ma pare incredibile che all’inizio di questo anno scolastico, e per quasi tutto l’autunno, a governare la scuola italiana ci fosse ancora l’onorevole Mariastella Gelmini. Incredibile non solo perché non era immaginabile che un ministro così tanto improbabile potesse durare tre anni e mezzo, ma soprattutto perché oggi è rimasto ben poco del clima che si respirava solo sette mesi fa.

Intendiamoci, non è che la politica in generale, e quella scolastica in particolare, sia cambiata più di tanto, ma è venuta meno quell’atmosfera un po’ scanzonata da allegra brigata di avvinazzati che si respirava prima, per cedere il passo alla compassata sobrietà dei bocconiani, molto boriosa, in verità.

Lungi da me, sia ben inteso, rimpiangere “quelli di prima”, non solo perché all’estero ci dovevamo vergognare sempre un po’, ma perché dietro le paillettes da burlesque e oltre alla goffa avversione per la cultura e per il mondo della scuola, che possono pure essere derubricati a fenomeni di folklore, c’erano (e potrebbero ancora esserci) i tanti danni che hanno fatto, alla scuola e non solo.

Sta creando danni enormi, ad esempio, il decreto sul dimensionamento scolastico, ossia la legge 111 del 15 luglio 2011, che la nuova maggioranza multicolore non si sogna minimamente di abrogare e che, per intenderci, prevede che istituzioni scolastiche debbano essere accorpate per avere minimo 1000 alunni (vedi qui e qui). Una misura che non potrà che ridurre l’efficienza degli istituti colpiti (almeno 1300), visto i problemi legati all’avere, ad esempio, un solo dirigente e una sola segreteria per un numero di studenti che, essendo 1000 un minimo e non essendo specificati limiti massimi, potrà anche superare abbondantemente la cifra indicata. In provincia di Lecco, ad esempio, nel prossimo settembre proveranno l’ebbrezza, o la vertigine, di un istituto scolastico con 2100 alunni e sicuramente tanti altri casi analoghi si verificheranno sul resto del territorio nazionale.

Anche quando i berlusconiani una cosa buona la fanno, cioè danno il via libera, con il decreto sviluppo del maggio del 2011, a 30.000 assunzioni tra i docenti e 35.000 tra i non docenti (1), si preoccupano sempre degli interessi egoistici di alcuni a danno di altri e del proprio tornaconto elettorale e, naturalmente, combinano guai sulla pelle dei lavoratori e degli studenti.

Vale la pena di precisare per inciso: 30.000 assunzioni non è un numero enorme, visto che oltre 20.000 docenti vanno ogni anno in pensione e che ancora oggi sono circa 200.000 le cattedre disponibili in Italia e affidate regolarmente ai precari, ma è tanto, se confrontato con le 10.000 immissioni in ruolo dei tre anni precedenti e con il nulla assoluto che i bocconiani sembrano, ad oggi, prevedere per il prossimo anno, anche facendosi scudo di tutti i vincoli posti a possibili nuove assunzioni dall’articolo 1, comma 1, del decreto interministeriale del 3 agosto 2011.

Quelle trentamila immissioni in ruolo, però, proprio perché inserite in questo desolante quadro di crescente precarizzazione della scuola pubblica (2), potevano costituire una buona boccata d’ossigeno e, come in una favola bella, un primo motivo di riappacificazione tra i lavoratori della scuola e la propria ministra. E invece no: in primis ci mette il naso la Lega, che suggerisce e ottiene una legge pensata con il preciso intento di favorire i precari del nord e, per giunta, pensata anche male. Poi ci mettono il naso quelli che sulle guerre tra poveri e sul meraviglioso mondo di ricorsi e controricorsi si ingrassano. In questo quadro si innestano le istruzioni sempre tardive e sempre confuse del Ministero agli uffici scolastici, che spesso, a loro volta, si sentono in dovere di fornire il proprio contributo per peggiorare le cose.

Il risultato è che assunzioni che andavano fatte improrogabilmente entro il 31 agosto si protrarranno almeno fino a fine novembre. Il danno economico del pressapochismo del governo sarà pagato esclusivamente dai lavoratori e, sia detto a risarcimento delle parole ingenerose spese sulla Lega, sarà pagato equamente, tanto dai lavoratori del sud, quanto da quelli del nord. Chi vuole una descrizione più dettagliata del pasticcio qui ricordato per sommi capi può trovarla tra le pagine di ReteScuole, dove, peraltro, è scaricabile anche il vademecum per la difesa della qualità della scuola presentato il 9 settembre.

Eppure, a ben vedere, i quei primi giorni di scuola non sembrava ci fosse proprio niente da cui difendersi e, almeno dalle parti del governo, sembrava andasse alla grande e non dovesse finire mai. La scuola pure era diventata un posto così tanto allegro che, a dispetto di chi sottolineava l’ulteriore aumento di classi pollaio, le strutture fatiscenti, l’impoverimento della didattica, si riusciva finalmente a guardare avanti con ottimismo.

Nel liceo Parini di Milano, ad esempio, lo stesso nel quale fino ad un anno prima si tenevano pericolosi assembramenti autogestiti allo scopo di analizzare la “riforma” Gelmini, con il pericolo di incorrere nel reato di “politica a scuola”, si poteva realizzare il sogno di organizzare una sfilata di alta moda, con studentesse-modelle e con la squisita presenza di soggettini del calibro di Salvatore Ligresti e Daniela Santanché, donna apolitica per eccellenza (qui).

Apolitici appaiono anche alcuni dei test scritti per la selezione dei 2386 nuovi dirigenti scolastici, cose del tipo “in quale norma è previsto un piano programmatico per migliorare il sistema scolastico?” (Area 2, quesito 159). Dove la risposta esatta è chiaramente “Nella legge 6 agosto 2008 n. 133, art. 64”, ossia nella legge finanziaria di Tremonti che prevedeva i tagli di quasi 8 miliardi di per la scuola pubblica! Ma più che la faziosità potrebbe sorprendere che nell’attesissimo concorso a preside regni il pressapochismo, si consentano fughe di notizie e abbondino gli errori grossolani. Potrebbe sorprendere se solo la “grande stampa” e la televisione non avessero deciso di ignorarlo (vedi qui e qui).

La Gelmini, a settembre, si poteva sentire ormai così sicura di avere il mondo in pugno da poter scrivere o, meglio, firmare (perché a scrivere si fa fatica) qualunque sciocchezza, certa ormai che tutti fossero diventati ciechi e che di servi pronti a pubblicare senza battere ciglio se ne trovassero sempre. È il caso, ad esempio, del comunicato del 13 settembre sull’“incremento delle ore di Storia dell’arte”, che, pur rovesciando la realtà, è pubblicato quasi integralmente dal Corriere della Sera dopo un paio di giorni, senza alcuna nota critica o controllo giornalistico, sotto forma di “contributo del Ministro”.

Pochi giorni dopo, però, come tutti ricorderanno, la Gelmini la fa talmente grossa che nemmeno al Corriere possono far finta di niente: dichiara che il suo Ministero ha contribuito con un lauto stanziamento (45 milioni!) alla costruzione del tunnel tra il Gran Sasso e Ginevra (750 km!), tunnel senza il quale, potrei aggiungere, i neutrini si sarebbero visti costretti a prendere prima l’A4, poi l’Autosole e poi ancora l’A14 e voglio vedere se erano capaci di battere il record! Quando fanno notare al Ministero che un tunnel così non esiste, da Viale Trastevere prima provano goffamente a dire che non è colpa loro, ma è il resto del mondo che non li ha capiti e, infine, la ministra, scarica, almeno formalmente, il suo scribacchino, attribuendo a lui tutte le colpe. È un po’ come se io, trovando i miei voti sul tabellone tutti sbagliati, accusassi pubblicamente l’alunno Bertelli che mi ha aiutato a ricopiarli. Diciamoci la verità: non sarebbe elegante!

A latere: sarebbe lecito interrogarsi anche su altri due inquietanti aspetti della vicenda. Il primo: dove sono finiti gli operai che hanno preso i 45 milioni per scavare quel lungo buco? E il secondo: premesso che se mi faccio scrivere le cose da un altro è perché lo ritengo più bravo di me, allora, se quello che ha scritto del tunnel è l’intellettuale del gruppo, come ne esce la reputazione del ministro? Ma certe domande la stampa che conta, very correct, non le fa e mi terrò le curiosità.

Chi, però, alle favole non può proprio credere è chi vive sulla propria pelle le conseguenze peggiori dei tagli di questi anni e tra questi vi sono certamente i genitori di alunne e alunni con disabilità. Con il nuovo anno hanno dovuto constatare che per i propri figli le risorse, tanto delle amministrazioni comunali quanto del ministero, tradotte in ore di sostegno settimanali, si erano ulteriormente ridotte (qui) e hanno provato ad organizzarsi. In cambio, almeno in Lombardia, è stata offerta dall’ufficio scolastico una infastidita e tardiva disponibilità a parlare (previa anticamera) e una pelosa offerta di elemosina per i casi umani più commoventi, modello “Carramba, che sorpresa!” Gli stessi genitori che il 5 ottobre a Milano hanno dato vita, con i docenti ed educatori, a una delle pochissime assemblee partecipate dell’anno, hanno avuto la forza di rifiutare la polpetta avvelenata, sottolineando che ciò che chiedevano era il rispetto di diritti elementari e non elemosina (qui).

Ottobre 2011: quando la barca di Berlusconi comincia a fare acqua
Ad ottobre non si registrano grosse novità sul fronte scuola/ministero dell’istruzione, e aggiungerei “per fortuna”, vista la maggioranza che governa e vista anche l’opposizione. Si trascinano e incancreniscono gli effetti dei tagli, ma non ve ne sono di nuovi. La vera novità consiste proprio nel fatto che la stessa Gelmini si dichiara stanca di “riforme”, perché “la scuola ha già dato e non dovrà più sopportare tagli”, dimenticando, peraltro, che fino al giorno prima aveva sempre negato che tagli vi fossero stati. La coerenza, si sa, non è più una virtù e, poi, il governo è impegnato a scaricare Tremonti, attribuendogli tutte le colpe del disastro economico, manco fosse lo scribacchino del tunnel di neutrini. La crisi del resto, non è più negabile e si aprono falle che si fa fatica a tappare con acquisti di parlamentari e favole ai sudditi.

Il popolo degli indignati che riempie le strade di Roma il 15 ottobre, ad esempio, non è evidentemente disposto a credere alle favole. La manifestazione ha respiro mondiale ed è contro le ricette strangolatrici per combattere la crisi imposte dai banchieri e dagli organismi economici internazionali. I manifestanti, giovani e meno giovani, precari e studenti preoccupati del futuro si danno appuntamento in quel giorno per rivendicare la centralità della stragrande maggioranza della popolazione, obbligata a subire la disoccupazione o la minaccia della disoccupazione e quindi costretta a lavori sempre più saltuari, duri, pericolosi e sottopagati, per i ricatti di un’infima minoranza.

Le manifestazioni più significative si tengono in Europa e, tra queste, la più grande di tutte è sicuramente quella italiana, visto che in centinaia di migliaia riempiono sin da subito il punto di partenza: Piazza della Repubblica. Ancora una volta non sarà possibile avere nessun numero ufficiale di presenze, neanche uno di quei dati molto parchi che un tempo fornivano le questure. Nessuno o quasi, del resto, si sarebbe preoccupato all’indomani di pubblicare cifre, o di parlare delle ragioni della protesta. Una sorta di intesa tacita ha fatto sì che praticamente tutti i giornali, il 16 ottobre, abbiano parlato esclusivamente delle violenze e pubblicato le unanimi condanne del fior fiore dei pensatori nostrani, di destra come di sinistra, senza, peraltro, dire nulla della consolidata abitudine delle forze dell’ordine di lanciare i cellulari blindati a forte velocità contro i manifestanti, pacifici o violenti che siano.

A me preme qui sottolineare da un lato che il vero peccato, quel giorno, è stata la frustrazione di decine di migliaia che, avendo fatto anche centinaia di chilometri per raggiungere Roma, non sono riusciti a muovere un solo passo da Piazza della Repubblica e son dovuti tornare indietro e dall’altro che la risposta dei tantissimi che si sono mossi per protestare è arrivata comunque forte e chiara. Sì, è vero che i giornali non hanno parlato di contenuti (e non ne avrebbero parlato nemmeno se fosse stata la manifestazione più pacifica del mondo), ma i destinatari del messaggio hanno capito cosa volevano dire tutte quelle indignate e quegli indignati, hanno visto quei tanti giovanissimi che, pur non essendo andati lì per fare a botte, non rinunciavano a rimanere a piazza San Giovanni, malgrado i caroselli dei blindati. Hanno visto tanta determinazione e si è rafforzata la convinzione che fosse necessario correre ai ripari.

Gli episodi del 15, anche se conclusisi con un apparente e/o momentaneo fallimento del movimento, hanno dato l’ultima prova in ordine di tempo della rabbia che dalle viscere del Paese si stava levando. Una rabbia che deve aver cominciato a convincere industriali e banchieri, vecchi volponi della politica, gerarchie ecclesiastiche e centri finanziari internazionali, tutti insieme o in ordine sparso, che un contentino a noi indignati si poteva anche dare, scaricando Berlusconi, le sue vallette e i buffoni di corte.

Marcegaglia, comincia pochi giorni dopo a ripetere il ritornello “o riforme o governo a casa e Napolitano chiede qualcosa di molto simile il 19 ottobre: “riforme per il futuro dei nostri giovani”. Pare il modo ideale per mettere in difficoltà uno che per sopravvivere e superare ogni minima votazione è costretto a pagare mutui e elargire prebende a destra e a manca. Il ritornello sulle riforme subito, con tanto di diktat relativi al sistema scolastico, è scritto anche in una lettera dell’Unione europea degli stessi giorni, con un esplicito ultimatum. L’Italia ha sovranità limitata, al pari di Grecia e Portogallo. Le risatine di Merkel e Sarkozy su Berlusconi sono del 23 ottobre. Quando poi ci si mette anche la sfortuna ad accanirsi all’improvviso contro i titoli Mediaset e l’amato presidente della Repubblica a nominare senatore a vita un papabile come Monti, beh, allora anche per l’eroe delle mille e una notte è troppo e, il 13 novembre, arrivano le dimissioni “per il bene supremo del Paese”… e speriamo continui a volerci bene.

16 novembre 2011: nasce il governo Monti
Per capire chi è Mario Monti e cosa il mondo del lavoro e della scuola si sarebbero potuto aspettare da questa bella novità, fortemente voluta anche “da sinistra”, sarebbero bastate alcune sue dichiarazioni al Corriere della Sera di pochi mesi prima:

In Italia… si è protratta più a lungo, in una parte dell’ opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività. Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili”.

Torna nelle parole di Monti l’accostamento tra Gelmini e Marchionne (e tra il fabbricare, in serie, automobili e futuri sudditi) che già dall’estate 2010 poteva risultare naturale, vista l’ostentato disprezzo dell’una e dell’altro per i diritti sindacali e le parole di ammirazione della ministra quando il manager aveva allontanato dalla fabbrica tre operai rei di essere troppo politicizzati (3). È evidente, del resto, che anche Monti disprezza le arcaiche “rivendicazioni ideali”, vale a dire cosette del tipo difesa del posto di lavoro, di un salario decente, del diritto ad esprimere dissenso, di condizioni di lavoro decenti. È evidente perché sono queste le cose che accomunano Marchionne e Gelmini, o, meglio, sono accomunati anche dai risultati fallimentari delle loro rispettive gestioni, ma non credo che l’attuale premier si riferisse a questo (4).

Chiaramente Monti non è stupido e, a novembre, per tranquillizzare subito tutti sul fatto che una nuova stagione felice sia davvero iniziata non si sbilancia più come faceva mesi prima e dichiara continuamente che “serve maggiore equità. Ci consoliamo, quindi, del fatto che almeno c’è uno che sa che in Italia non c’è equità e proviamo a convincerci che, di lì a poco, il “nostro”, accompagnato dagli eroici condottieri progressisti che lo sostengono, farà qualcosa per ristabilirla.

Anche sul fronte scuola si registra un apparente segnale positivo, se non altro per aver scampato il pericolo di un nuovo ministro incompetente o di un rettore di un’università privata e confessionale al governo della scuola pubblica statale. Le dichiarazioni del nuovo ministro dell’Istruzione, Profumo, uomo vicino al PD, presidente del CNR, sono poche e, si direbbe in questi casi, improntate a grande equilibrio, sottolineando che non è tollerabile che ad ogni nuovo governo la scuola debba subire una “riforma e che, non facciamoci soverchie illusioni, è il caso di portare a compimento quella che ha ereditato dalla precedente gestione e sostanzialmente ribadendo il concetto che “la scuola ha già dato”, caro anche alla Gelmini soft dell’ultimo periodo.

Alle parole si accompagnano sin da subito fatti meno rassicuranti, quali la conferma del metodo di valutazione Invalsi e la scelta, in funzione di sottosegretaria, di Elena Ugolini, preside di un Liceo Privato di Bologna; ma poco male, noi non badiamo ai fatti, ma alle parole, specie se cortesi. Il bon ton del nuovo ministro, che ama ripetere che gli insegnanti sono stati troppo a lungo sottovalutati, e le sue rassicurazioni hanno l’effetto soporifero probabilmente ricercato. Tanti paiono illudersi che la scuola possa restare estranea alla tempesta che si prepara e che è già in atto. Come se la crisi, la disoccupazione, la precarizzazione degli stessi rapporti sociali e familiari, non giochino un ruolo fondamentale e spesso devastante nei nostri alunni (5), come se l’innalzamento dell’età pensionabile non ci riguardi e non sia prevedibile che una scuola già ferita dalle precedenti “riforme” possa collassare con docenti sempre più vecchi e stanchi.

Per questi motivi questo anno scolastico, più ancora dei precedenti, non credo possa essere spiegato fuori dal contesto politico e sociale “straordinario” nel quale si inserisce e che contribuisce a conformare. Prima quindi di tornare a parlare del contesto politico “che conta”, però, mi pare giusto riportare un estratto della lettera che Maria Do Carmo, donna immigrata in Italia molti anni fa, ha scritto lo scorso novembre ai suoi ex insegnanti per ringraziarli. Credo possano essere utili per non dimenticare quanto importante è la scuola (6), soprattutto per chi è in una condizione di debolezza e per tutti coloro che banchieri ed economisti, specie nei momenti di crisi, vorrebbero prima strizzare e poi scaricare. Maria scrive:

Grazie, cari insegnanti “quelli per gli stranieri perché insegnandoci la lingua capivate che non cercavamo certezze, ma possibilità che Voi ci avete dato per guardare il futuro, allargando le nostre frontiere e questo ci ha permesso di entrare a fare parte di una nuova società e di fare il nostro meglio senza barriere linguistiche.

Grazie e non Vi lasciate coinvolgere con le voci di chi ha dimenticato il Vostro lavoro; voi che non eravate altro che una guida forte e saggia e che nel silenzio dei vostri cuori avete sognato per noi un futuro migliore in una società più giusta e il Vostro ottimismo nelle nostre potenziali capacità ci ha portati alla continua ricerca del sapere per continuare a camminare.

Il lungo inverno dell’equità
Il fatto che il nuovo presidente del Consiglio prendesse a modello la linea Marchionne-Gelmini non poteva che tradursi in un peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita per la stragrande maggioranza della popolazione. Se il popolo della scuola e non solo quello avessero dato più credito al Monti bellicoso di qualche mese prima e agli atti dei suoi primi giorni avrebbero avuto poco di cui rallegrarsi e avrebbero, quantomeno, tenuto alta la guardia. Giocavano a nostro svantaggio le campagne di iniezioni di fiducia di quasi tutte le forze dell’arco parlamentare e una sorta di “senso di colpa”, iniettato anche questo ad arte, per una crisi provocata, ci dicevano, da chissà quali indegne abbuffate da noi consumate negli anni (o nelle vite?) precedenti.

Insomma con religiosa rassegnazione ci siamo messi ad attendere la “manovra salva Italia, varata ai primi di dicembre, che avrebbe previsto strane misure di equità, senza tagli sostanziali per i ricchi, qualche regalo per i banchieri (alcuni dei quali al governo), misure a favore della disoccupazione e tanti sacrifici per i lavoratori e per i più poveri. Nulla di più prevedibile da un governo di bocconiani ben pasciuti, che eseguono ricette sempre uguali dettate da organismi internazionali e difendono coerentemente i propri stessi interessi. Nel farlo, talvolta, dimenticano il bon ton e sbracano anche un po’ ed è singolare osservare il comico alternarsi delle lacrime della Fornero con la sua ferocia nel pretendere licenziamenti facili e con le affermazioni del suo vice, tale Martone, che definisce sfigati coloro i quali a 28 anni non sono ancora laureati. In effetti la storia recente, dei Trota e dei Pier Mosca, dimostra in maniera lampante che una laurea è facile da prendere, anche prima del diploma, soprattutto se sei un figlio di papà e Martone, senza dubbio, lo è (qui).

Nella manovra di gennaio, dicevamo, era prevista la reintroduzione della tassa sulla prima casa, l’ aumento dell’IVA e la “riforma della previdenza”, con l’estensione del sistema contributivo e il vertiginoso aumento dell’età pensionabile (7). Quest’ultima misura in particolare, come già accennato, minaccia di avere effetti devastanti sul sistema scolastico, perché, a dispetto del poco o nulla che si è fatto per confrontarsi o per contrastarlo (non solo per responsabilità sindacali, ma anche per scarsa disponibilità a muoversi da parte dei lavoratori), inciderà pesantemente sulla qualità della vita degli adulti, sulla qualità dell’insegnamento per gli studenti, sull’aumento dell’età media della classe docente italiana, che già oggi supera, secondo la Fondazione Agnelli, il 52 anni ed è la più alta d’Europa. La “salvaitalia” inciderà poco sulle aspettative occupazionali ormai pressoché nulle dei giovani che aspirano ad insegnare. Sono aspetti sui quali non possiamo accettare che si ponga la parola fine, non possiamo rassegnarci alla “scuola dei vecchi” e amen, per il bene nostro e dei nostri ragazzi e per tutta una serie di sacrosanti motivi analizzati in due ben documentate pubblicazioni di Vivalascuola (8). Tutti i tagli previsti per la scuola per l’anno solare 2012 sono invece riportati sul sito di ReteScuole.

A quei preziosi contributi rinvio e mi consento delle prosaiche considerazione a latere. Due miei cari amici risiedono e insegnano all’estero, uno in Spagna e l’altro in Portogallo e da qualche chiacchierata con loro abbiamo ricavato delle strane sensazioni, anche abbastanza spiacevoli, in realtà. Sì, perché le straordinarie misure prese dal governo Monti sono straordinariamente simili a quelle che si prendono in Spagna e, forse ancora di più, a quelle che si prendevano in Portogallo più di un anno fa. Oggi lì i lavoratori dipendenti sono chiamati a sacrificare un’intera mensilità all’anno in nome del risanamento, mentre in Spagna ai precari della pubblica amministrazione si impone un dimagrimento del 17% dello stipendio e ai docenti un aumento di un’ora a settimana di insegnamento. Non mi meraviglierei se si arrivasse presto anche in Italia a proporre soluzioni analoghe.

In tutti i Paesi, inoltre, le ricette impongono la possibilità di licenziamenti facili, maggiore flessibilità o, che spesso è la stessa cosa, maggiore ricattabilità sul posto di lavoro. Una ricattabilità che può costare anche la vita, come dovrebbe insegnarci la storia recente degli operai emiliani costretti a lavorare in capannoni di cartapesta durante uno sciame sismico.

Fidando sull’intuito sono certo che anche in Grecia, magari due anni fa, si facevano gli stessi tagli che si fanno oggi da noi, deprimendo allo stesso modo le vendite e il maledetto PIL. Viene da chiedersi se per governare la crisi non sia sufficiente copiare il programma economico di chi è un po’ più avanti sulla strada che conduce al baratro e cosa di tanto geniale si insegni alla Bocconi, se poi quello che ci propinano i bocconiani è la solita minestra riscaldata fatta di tagli e rastrellamento di risorse dal basso per rispondere alle richieste degli organismi internazionali.

Negli anni Settanta il panorama finanziario internazionale era di più facile lettura e per indicare il “mostro” si diceva semplicemente FMI (Fondo Monetario Internazionale). All’epoca la speranza di un mondo non governato dalle leggi della finanza era ancora viva, né si poteva accettare che in uno stesso Paese vi fossero terre da coltivare e mani disoccupate, mentre oggi riteniamo inevitabile che settantenni siano costretti a stare in cattedra mentre i trentenni vengono tenuti lontani dall’insegnamento. Negli anni settanta Josè Mario Branco, cantautore portoghese, scrisse una canzone intitolata semplicemente “FMI”, nella quale, disse la sua sull’“internazionalismo monetario” in modo così diretto e chiaro che, nel riportarne degli stralci, non mi preoccuperò delle volgarità:

Sempre a merda do futuro, a merda do futuro, e eu ah? Que é que eu ando aqui a fazer? Digam lá, e eu?… Quero ser feliz porra, quero ser feliz agora, que se foda o futuro, que se foda o progresso… eu quero que o FMI se foda… o FMI é só um pretexto vosso seus cabrões, o FMI não existe, o FMI é uma finta vossa para virem para aqui com esse paleio… (9).

Josè Mario è un poeta e ai poeti non spetta il compito di fornire ricette, eppure, ricordando la loro recente rivoluzione antifascista e il mare di garofani che risalivano a Lisbona la “rua do Arsenal“, qualcosa proponeva::

… di nuovo il mare, partire, per tornare, aprire gli occhi, in una ansia collettiva di tutto fecondare, la terra, il mare…” (10).

Quando la primavera ci ripensa
Visto che ho deciso di farmi aiutare dai cantautori ricordo il De André di “Un chimico”, quando cantava: “primavera non bussa, lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni fessura…” perché, in questo strano anno, la primavera si è invece fatta avanti più di una volta, per poi ritrarsi e lasciare il passo a giornate di freddo polare. In quelle settimane incerte abbiamo scoperto che in Italia stavano decisamente aumentando le manifestazioni di disagio psichico e, con queste, anche il numero dei suicidi.

Non so, lo confesso, se avrei inserito questo tema in un bilancio di questo anno scolastico se, alimentando quelle cifre che traducono in aridi numeri tanti drammi umani, non si fosse tolta la vita anche una mia amica, con la quale ho lavorato, e bene, lo scorso anno. Io non so perché e come si possa arrivare ad una decisione così estrema e credo che nessuno lo sappia. Non credo sia sufficiente essere precari, sapere di essere bravi e titolati, e che malgrado ciò finito questo contratto difficilmente ce ne potrà essere un altro, soprattutto se insegni sul sostegno, perché le specializzazioni su quell’area nella scuola progressista di Profumo non varranno più molto. Non credo basti, ma forse ciò che spinge un numero crescente di uomini e donne a questa scelta estrema è una miscela esplosiva di ferite lontane e scottature recenti che non lascia intravedere vie d’uscita. Una concatenazione di eventi che rendono l’esistenza precaria e ti fanno sentire impotente, o inutile.

Ha probabilmente ragione chi ha scritto in questi mesi che il lavoro non è l’unica causa, ma, mi permetto di aggiungere, di questa catena che stringe ed opprime, il lavoro è probabilmente il primo anello, e non è poco (qui). Altrimenti non si spiegherebbe come mai l’aumento dei suicidi sia conciso proprio con l’incancrenirsi della crisi. Malgrado ciò c’è da più parti la tendenza a sottovalutare o nascondere il problema, o presentarlo come un fenomeno che riguarda solo gli imprenditori. Spesso la stampa tende a ridurre i singoli casi a inevitabili fatalità, dovute a forti crisi depressive, che è il classico esempio di spiegazione che non spiega, perché non dice a cosa le crisi depressive siano dovute e se c’entri o meno il lavoro o il fatto che manchi.

Per tornare a noi, per quanto possa sembrare strano a chi non lavora nella scuola, è un fatto che l’incidenza delle patologie psichiatriche tra gli insegnanti sia altissima, pari a due volte quella che si registra tra i lavoratori del pubblico impiego e a due volte e mezzo quella che si ha tra gli operatori della sanità. Questo secondo dati del 2003, che con certezza oggi, dopo le cure dimagranti di Moratti, Fioroni e Gelmini e la loro opera sistematica di svalutazione della figura dell’insegnante, risulterebbero ancora più preoccupanti per il nostro settore.

È noto, peraltro, che tra i docenti quelli più esposti al rischio di disturbi e patologie siano quelli di sostegno. È utile osservare come il lavoro di docente, spesso ritenuto un part-time a stipendio pieno, facile e leggero, perché così viene descritto dalla stampa e da molti politici, sia quello che più facilmente porta all’esaurimento nervoso e come quella che gli insegnanti stessi dichiarano essere la posizione più invidiabile tra i docenti, quella cioè dell’insegnante di sostegno, sia in verità la più pericolosa. Intendiamoci: quasi tutti i docenti curricolari ritengono che il proprio collega di sostegno “faccia la bella vita”, ma, alla prova dei fatti, nessuno sarebbe disposto ad invertire i ruoli. La coerenza, dicevamo, non è più una virtù, nemmeno tra tanti docenti.

Nella scuola e fuori, però, sia che si muoia perché perdi il lavoro, sia che si muoia perché non reggi più la precarietà, sia che si muoia perché è troppo alienante, sia che si muoia perché il ricatto del licenziamento facile ti impedisce di chiedere il rispetto delle condizioni di sicurezza, non è tollerabile questo tributo di sangue umano per nutrire insaziabili pescecani. Questo dobbiamo trovare la forza per dirlo.

E la scuola?
La scuola può stare tranquilla. Il 19 febbraio il Ministro Profumo, in un’intervista al TG1, dichiara che non ci saranno più tagli, che bisogna rafforzare gli Istituti tecnici (ci accontenteremmo, per cominciare, che si re-introducessero i laboratori, ma non se ne parla…) e che l’edilizia scolastica è per il nuovo governo un’assoluta priorità. Al Ministero dell’Istruzione devono essersi accorti del fatto che i soldi promessi periodicamente dalla Gelmini per ristrutturare i nostri edifici scolastici non sono mai arrivati, nemmeno un euro, e il patrimonio edilizio è rimasto lo stesso del 2008, solo più vecchio di quattro anni. Al ministero se ne accorgono e cosa fanno? Ripartono da dove si era interrotta la Gelmini, cioè dalle promesse di ricchissimi stanziamenti, tra l’altro precisando che c’è da tener conto del “patto di stabilità”, cioè contano di poter mandare soldi a costo zero.

Come sarebbe bello se avessimo un governo che prima censisce le strutture e le loro pecche, poi stanzia davvero i fondi e, poi, se proprio necessario, parla! Qui è diventata una prassi usare il primo tempo per promettere, e poi, quando ti aspetti il seguito, riproporre continuamente il primo tempo o far uscire la scritta “fine”, dimenticandosi del secondo tempo. Peccato che non sia un film e che si stia scherzando con il fuoco, perché nelle nostre scuole, spesso decrepite, entrano ogni giorno milioni di alunne e alunni in carne e ossa, vengono stipate/i in classi sempre più affollate, in spregio delle norme di sicurezza e per rispondere ai dettami della “riforma” pensata per ridurre l’handicap dell’Italia nel formare studenti, per dirla con Monti. Noi vorremmo vederli uscire sempre sani dalle nostre scuole, ed intervenire è ogni giorno più urgente…

A febbraio abbiamo anche scoperto che si boccia molto più al sud che non al nord (qui) e questa notizia avrebbe meritato maggiore attenzione, visto che negli anni precedenti molti avevano bevuto supinamente le chiacchiere nate probabilmente in qualche bar sport delle valli bresciane, che descrivevano le scuole meridionali come ignobili diplomifici. Chiaramente lungi da me far discendere da un dato statistico un pregiudizio uguale e contrario, ma è giusto sottolineare che probabilmente il sistema scolastico nazionale è molto più omogeneo, nel bene e nel male, di quanto non si voglia far credere e che i dati statistici vanno letti e analizzati. Altrettanto utile è sottolineare che la propaganda antimeridionale (e razzista), che serve a renderci tutti più deboli, non è estranea nemmeno all’attuale governo. Di recente Monti a Bergamo ha subito le contestazioni di un partito del nord che sta cercando di rifarsi una improbabile verginità mediante proteste spettacolari. Bene, il “nostro” ha deciso di difendersi sfoggiando un armamentario iperleghista, affermando che

Noi cittadini dell’Italia settentrionale e lombardi siamo spesso penalizzati nella competitività internazionale delle nostre imprese per le sacche di grande evasione che si annidano ovunque nel Paese, e forse più in altre parti del Paese che in questa” (11).

Torniamo a noi, perché il 13 marzo la Camera approva il cosiddetto “decreto semplificazione e sviluppo, che prevede alcune novità relative alla scuola e che, all’articolo 50, torna a trattare dell’utilizzo di un 30% dei fondi sottratti alla scuola con la “riforma” Gelmini, quelli per il 2011, ma non per il 2012, erano serviti a garantire ai docenti gli scatti stipendiali previsti dal contratto. Il decreto “semplificazione e sviluppo” prevede quindi che quella parte di risparmi, la terza parte circa di quanto ottenuto tagliando 132.000 posti di lavoro, venga destinata agli organici e agli scatti. In un ben documentato articolo Mario Piemontese fa notare che, quand’anche fosse accettabile la logica di pagare alcuni sacrificando altri, i fondi previsti non possono bastare per coprire i due ordini di spese e si chiede: il governo li utilizzerà per le nuove assunzioni o per pagare gli scatti? Ad oggi la risposta esatta è la numero tre: né le une, né gli altri.

In quegli stessi giorni comincia a delinearsi, proprio nella civile Lombardia e con promessa di contagio in tutta Italia, quella che sarà forse la polpetta più avvelenata dell’anno: la chiamata diretta.

Tempi duri per i precari: il sistema di reclutamento lombardo e i TFA
L’iter nel Consiglio regionale lombardo della cosiddetta “Legge per lo sviluppo, la crescita e l’occupazione” si conclude con la sua approvazione il 4 aprile. Una delle misure più discusse e più fortemente volute dalla giunta lombarda e in particolare dall’onorevole Valentina Aprea, è contenuta nell’articolo 8, quello che prevede che i dirigenti scolastici delle scuole statali possano, in via sperimentale e per gli incarichi annuali, reclutare direttamente i docenti attraverso concorsi d’Istituto “incrociando domanda e offerta e valorizzando le necessità e il progetto didattico di ciascuna scuola”. In poche parole i presidi potranno ignorare le attuali graduatorie, stabilendo in proprio se il candidato docente possieda meriti, conoscenze e competenze necessarie ad insegnare e se queste sue qualità siano da preferire a quelle degli altri candidati.

Molti hanno sottolineato che non è molto costituzionale che una giunta regionale deliberi su questioni che riguardano le scuole statali, dove l’aggettivo statale sta ad indicare “dello Stato” e dove lo Stato a cui si riferisce non è la Lombardia, che non è tale (o non ancora). Francamente, però, non mi farei soverchie illusione sulla via giudiziaria soprattutto se, come sembra, il progetto lombardo non dispiace pregiudizialmente ai genitori, perché spesso hanno avuto esperienze negative con i docenti precari dei propri figli e vogliono poter credere che un preside sappia scegliere bene e possa garantire la continuità. Il progetto, inoltre, non preoccupa i sindacati “moderati”, come la CISL, che diffonde l’idea che non stia succedendo niente, non dispiace al Ministro e piace anche a larghi settori “progressisti”.

Sul termine progressista farei un breve inciso: dalle nostre parti, ma forse anche altrove, progressista equivale più o meno a “conforme a quanto si fa nel resto d’Europa o in America” e, segnatamente, a quanto si fa in ambiente anglosassone. Non è lecito interrogarsi sulla qualità dei sistemi scolastici d’oltralpe, né, chiaramente, esprimere forti perplessità sull’istruzione statale inglese o americana (che detto tra noi, senza farci sentire, non pare affatto migliore della nostra). Ci dicono che è tutta rose e fiori e dobbiamo crederci. Il verbo è questo: credere. È un dogma o una superstizione, peraltro assai radical chic. Se allora ci hanno detto che in Europa si fa così non resta che adeguarsi (manco fossimo in Oceania…) e chi non si adegua è un vile vetero-conservatore.

Allora pavidamente mi adeguo e mi fido: se altrove lo fanno tanto bello allora non potrà che essere bello anche con l’Aprea regionale, ma propongo una diversa riflessione. Se, infatti, non è lecito mettere in dubbio la bontà dei sistemi del nord Europa, nulla potrà impedirmi, spero, di confrontare l’Italia con l’Italia. Sì, perché in Italia la chiamata diretta c’è già, praticamente da sempre, è sotto gli occhi di tutti e credo, o spero, non ci sia niente di male nell’andare a vedere come funziona. La chiamata diretta è nelle scuole private, o “paritarie, se preferiamo la denominazione politically correct.

Provo a pormi tre domande facili facili
, per nulla offensive, per non giungere a conclusioni affrettate. La chiamata diretta nella scuola privata garantisce la qualità della docenza? Garantisce la continuità? Garantisce la qualità dell’apprendimento?

La prima risposta è “non so”, perché non mi risulta che i presidi delle scuole private scelgano sulla base dei titoli, quindi ci vuole fortuna… Nelle scuole paritarie spesso qualcuno “presenta” il docente al preside e mi pare pure giusto: non può mica conoscere tutti?! Meglio ricorrere agli amici. Poi se, come spesso accade, la scuola privata è confessionale, allora bisogna essere della stessa parrocchia. Anche questo è giusto: bisogna sposare il progetto didattico, la missione della propria scuola. Lo prevede infatti anche la legge regionale lombarda:

può partecipare alle selezioni chi conosca e condivida il progetto e il patto per lo sviluppo professionale, che costituiscono parte integrante del bando di concorso di ciascun istituto scolastico”.

E non mi si dica che questa frase è pericolosa! Per essere scelti da un dirigente di una privata, inoltre, non bisogna alzare troppo la cresta. Anche questo è giusto, perché chi fa sciopero fa perdere giorni di scuola e chi critica fa perdere tempo. Insomma tutti i criteri già oggi in voga per la chiamata diretta sono giusti e inoppugnabili, solo che non garantiscono la qualità degli insegnanti. Poco male, non garantiscono nemmeno che siano peggiori di quelli presi dalle graduatorie.

Passiamo alla domanda 2: garantiscono la continuità? Dispiace dirlo, ma qui la risposta è un “no, quasi mai”. Infatti i docenti scelti con chiamata diretta appena possono scappano, chissà perché… anche la riconoscenza non è di questo mondo!

Forse andrà meglio con la tre, che è la più importante: La chiamata diretta garantisce la qualità dell’apprendimento? Qui la risposta è semplice e inoppugnabile, perché abbiamo delle indagini di facile lettura, fatte sulla base del rendimento, all’Università, degli allievi dei due diversi tipi di scuola. La vera sorpresa è che queste indagini ci dicono che la scuola della chiamata diretta funziona molto, ma molto peggio di quella delle vetero-graduatorie!

Allora non mi importa di risultare sacrilego e mi chiedo non solo quali menti perverse, fossero pure le più progressiste del mondo, abbiano potuto pensare un sistema che rischia di mandare al macero 200.000 esistenze precarie e i loro tanti anni di sacrifici e studi, ma pure il perché dell’eccentrica scelta di affidare ai dirigenti scolastici la responsabilità esclusiva della scelta di una buona parte del proprio corpo docente. Non trovo altra risposta che non sia: per legarla a sé, per renderla ricattabile e succube, impossibilitata a parlare, disposta a qualunque sacrificio, pur di portare qualche spicciolo a casa e di avere l’illusione che domani, con un po’ di pazienza, forse andrà meglio. Per la scuola il progetto Aprea-Formigoni-Profumo (chi lascia fare è responsabile) potrà provocare guasti ancora peggiori della “riforma” Gelmini-Tremonti. Suggerisco, per ridere un po’, anche se in modo amaro, l’ottimo filmato realizzato dai precari milanesi.

Ciò che rende il quadro ancora meno tollerabile è che mentre si lavora per rendere inutili le graduatorie si opera allo scopo di creare una nuova lista di precari, quella dei Tirocini Formativi Attivi (TFA) probabilmente parallela, o, perché no, “sovrapposta” alla prima, non è dato di sapere. Tutto ciò allo scopo di rendere possibile l’accesso all’insegnamento da parte dei più giovani o, comunque, di chi non ha sostenuto l’ultimo concorso a cattedra (correva l’anno 1999) o non ha conseguito l’abilitazione attraverso i corsi universitari biennali (le SSIS o SILSIS), bloccati da diversi anni.

Il proposito, in linea teorica pienamente condivisibile, di offrire una possibilità anche ai più giovani di poter insegnare, abbassando quella benedetta età media, fa a cazzotti non solo con l’idea del superamento delle graduatorie, ma anche con il blocco del turn-over provocato dall’innalzamento dell’età pensionabile e con il fatto che già in diverse decine di migliaia, con all’attivo spesso tanti anni d’insegnamento, premono per entrare. Insomma sembra l’ennesima presa in giro, anche abbastanza esosa e crudele, perché già la sola iscrizione alla selezione d’ingresso costa 125 euro a classe di concorso. La mia laurea, ad esempio, consente l’insegnamento di 8 materie, potrei teoricamente, avendo la necessità urgente di insegnare, volerci provare in tutte perché me ne vada bene almeno una: pagherei 1000 euro solo per sedermi a sostenere le selezioni!

I più attenti osservatori di questa vicenda potrebbero obiettare che uno come me, che ha ben più di tre anni di insegnamento alle spalle, sarebbe esonerato dal prendere parte alla selezione iniziale, viste le promesse fatte in tal senso dallo stesso ministro. Fatto sta, però, che a quelle promesse, in pieno stile gelminiano, non è poi seguito alcun atto legislativo e, quindi, allo stato attuale i vecchi precari senza abilitazione non sanno assolutamente che pesci prendere e, nel dubbio, si iscrivono comunque. Al più sarà un gesto magnanimo, un regalo all’università!

I corsi, poi, durano un anno, ma credo siano equiparati alla vecchia SSIS perché costano quanto due anni di università: 2.500 euro! Insomma una bella boccata d’ossigeno per le università alla canna del gas dopo la cura Gelmini e un bel furto ai danni di giovani disoccupati, tutto per alimentare nuove illusioni e nuove divisioni (12).

L’urlo della scuola e la vergogna della riforma dell’autogoverno
Il 23 e 24 marzo il popolo della scuola torna finalmente a farsi sentire, soprattutto per merito dei comitati docenti-genitori Bolognesi, che lanciano l’appello “l’urlo della scuola”, subito raccolto e fatto rimbalzare in diverse parti d’Italia da tantissime associazioni e personaggi della cultura e dello spettacolo. È un appello “dai contenuti minimi”, semplice e immediato, fatto di proposito per risvegliare le coscienze di tutti sul problema della scuola muore, con i silenzi di Profumo forse ancor più che con gli insulti della Gelmini. E riesce a sfondare il muro di silenzio. Forse, anzi sicuramente non raccoglie grandi masse, se non a Bologna (13), cioè laddove è stato concepito e cullato con cura, ma contribuisce a creare una nuova rete nazionale di contatti e merita le attenzioni della televisione e della grande stampa.

Questa “anomalia” segnala il fatto che la scuola ha una fortuna, quella cioè di non poter risultare indifferente a nessuno, forse perché tutti, prima o poi, l’hanno dovuta conoscere e/o dovranno affidarvi per i propri figli. È, come scrivono gli organizzatori, “un urlo gentile, ma determinato”, credo anche nel senso che cerca sin da subito un contatto con i rappresentanti del mondo politico, non so se nell’illusione di poterli redimere o allo scopo di portare allo scoperto le loro contraddizioni. Probabilmente sono vere entrambe le cose e, dall’inizio della primavera in poi, le contraddizioni che verranno fuori, in particolar modo in seno al PD, saranno innumerevoli.

Il comportamento della sinistra responsabile è in questi tempi talmente cristallino che hanno bisogno di discutere e approvare le leggi negli antri e nelle spelonche.

Mi risparmio commenti sulla demolizione dell’articolo 18, ossia l’assoluta libertà di licenziare nel settore privato che, come giustamente ha fatto osservare l’insaziabile Fornero, non si vede perché non dovrebbe essere estesa al pubblico. Mi risparmio anche commenti sul fatto che Finocchiaro e company ritengano che licenziando di più si crea occupazione.

Mi fermo al tema scuola, ma ahimè, basta e avanza. Perché è in primavera che il PD e gli altri compari di governo decidono di portare avanti una legge sulle “Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche statali”, copiata e incollata da una proposta di legge presentata nel 2008 dall’Aprea e, allora, fortemente osteggiata dai democratici (14).

La cosa più vergognosa di questa vicenda è proprio la procedura poco “democratica che si è adoperata per approvare la legge: si è scelto, cioè, di discuterla a porte chiuse in Commissione Cultura della Camera, anziché attivare una normale procedura parlamentare. Questo iter straordinario è consentito solo per i progetti di legge che non hanno speciale rilevanza o che sono da approvarsi con somma urgenza. Qui non siamo in presenza né della prima, né della seconda fattispecie, quindi è difficile vedere motivi diversi dal non voler dare nell’occhio. Cosa ci fosse da nascondere è chiaramente ricavabile dalla lettura della guida pubblicata da ReteScuole e qui mi limiterò a ricordarne rapidamente alcuni aspetti. Rispetto alla originaria proposta Aprea risulta stralciata tutta la parte relativa al reclutamento docenti, ma ciò è tutt’altro che rassicurante, dato che abbiamo visto che attraverso la chiamata diretta già approvata in Lombardia si sta cercando di raggiungere lo stesso obiettivo anche su scala nazionale, solo per altra via.

Il “Consiglio di Amministrazione” suggerito dall’Aprea diventa Consiglio dell’Autonomia, ma non cambia la sostanza: ha funzioni di indirizzo, come l’adozione del POF e del regolamento d’Istituto e l’approvazione dei bilanci. Le altre decisioni saranno tutte appannaggio del Dirigente, scelto, come oggi, dal Ministero, che di fatto aumenta enormemente il suo potere. Il Collegio docenti ha, genericamente “compiti di indirizzo, programmazione, coordinamento e monitoraggio delle attività didattiche ed educative”.

Sottolinea giustamente Mauro Boarelli che, oltre che nell’accentramento dei poteri nelle mani del dirigente,

l’alterazione profonda sta anche nei criteri di rappresentanza. Nel Consiglio dell’autonomia (così come nel Cda di Aprea) entrano anche membri esterni alla scuola, scelti tra “le realtà culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi”. Scompaiono i rappresentanti del personale tecnico e amministrativo, mentre la rappresentanza degli studenti nelle scuole superiori, anche se prevista, è indeterminata nel numero.

L’articolo 7, praticamente identico a quello della proposta Aprea, si limita a dire che “le istituzioni scolastiche […] valorizzano la partecipazione alle attività della scuola degli studenti e delle famiglie, di cui garantiscono l’esercizio dei diritti di riunione, di associazione e di rappresentanza”.

I modi in cui tutto questo dovrebbe avvenire sono demandati ai singoli regolamenti di istituto. Praticamente scompaiono i consigli di classe, interclasse e intersezione, i rappresentanti di classe, le assemblee e i comitati dei genitori, le assemblee degli studenti, ovvero tutti gli organi attualmente previsti dalla legge.

E ancora che:

Dalla proposta Aprea il nuovo testo riprende senza particolari modifiche (tranne un accenno del tutto indeterminato – e perciò ambiguo – a una prossima valutazione “esterna” della scuola) l’articolo dedicato al nucleo di autovalutazione del funzionamento dell’istituto, con una ripetizione letterale della filosofia di tale valutazione, basata in entrambi i testi su un imprecisato criterio di “qualità” e su parametri di natura economico-aziendale quali efficienza ed efficacia (art. 8).

L’ossessione della valutazione
Ci sono periodi dell’anno scolastico, come ad esempio durante il mese di maggio, quando imperversano i test Invalsi, nei quali pare che la scuola non sia più il luogo nel quale si trasmettono conoscenze e si affinano abilità e capacità di pensare in proprio, ma si trasforma nella fabbrica delle valutazioni. Si valutano gli studenti, in maniera ossessivo-compulsiva, riempiendo pile di fogli, ma con loro, si sa, si cominciano a valutare i docenti e gli stessi istituti scolastici.

Quest’anno, poi, con la nascita del progetto VALeS appare più esplicita la volontà di giungere, anche e soprattutto attraverso l’Invalsi, ad una distinzione tra buoni e cattivi anche nell’ambito degli istituti scolastici (vedi qui).

Del resto anche questo tipo di epilogo sembrava fortemente voluto dall’Europa (o meglio, era stato verosimilmente suggerito dal governo Berlusconi alla Comunità europea che aveva chiesto maggiori ragguagli) e ciò era esplicitato in due delle 39 domande rivolte dall’Unione Europea all’Italia l’8 novembre 2011 (15):

13. Quali caratteristiche avrà il programma di ristrutturazione delle singole scuole che hanno ottenuto risultati insoddisfacenti ai test INVALSI?
14. Come intende il governo valorizzare il ruolo degli insegnanti nelle singole scuole? Quale tipo di incentivo il governo intende varare?

Che il fine ultimo dei test Invalsi sia giungere ad una valutazione dell’insegnamento è in fondo chiaro da un pezzo e ci potrebbe anche stare, se non fosse che:

  • far discendere meccanicamente dai risultati di quei test una valutazione sulla preparazione degli alunni è già una forzatura. Su questo si è già molto discusso in passato e mi permetto di raccomandare la lettura di un illuminante articolo di Girolamo De Michele.
  • Far discendere meccanicamente dalla valutazione degli studenti una valutazione degli insegnanti è una barzelletta che non fa ridere (16).
  • Far discendere dalla valutazione degli insegnanti una valutazione delle singole scuole presuppone un’identificazione, o una fedeltà, del docente al proprio luogo di lavoro che non si richiede nemmeno a una madre.
  • Far discendere dalla valutazione degli istituti la loro possibilità di accedere a finanziamenti è un’aberrazione dell’era Gelmini che speriamo di non dover più sentire.

Per il resto niente di nuovo sul fronte Invalsi e rischierei di ripetere quanto già scritto lo scorso anno. Mi limito a constatare che è ogni anno peggiore del precedente, anche in termini di forzature normative per costringere alunni e docenti a collaborare, e riporto quanto scritto da Giorgio Morale sulla puntata di “Vivalascuola” del 21 maggio:

Insomma, secondo qualcuno il 2012 può essere definito come l’anno nero dell’Invalsi, e non solo per i boicottaggi. Innanzitutto le prove partono con un pasticcio: le ultime due pagine del test di italiano delle seconde classi giungono con alcuni errori e il ministro scrive alle scuole di non tenerne conto e di rifare il giorno dopo il test nella corretta versione. Poi in un sondaggio di skuola.net il 41% degli studenti ammette di aver copiato dai compagni”.

In quella puntata si torna a parlare, con un articolo di Marilena Salvarezza del rapporto tra scuola e lavoro e di come i giovani vivono la crisi e la scuola:

Gli studenti si trovano a vivere in una scuola impoverita e incupita, senza un progetto educativo adeguato a un mondo complesso. Si sentono in un orizzonte “naturale” di perdita di futuro, di sfiducia nel mondo che i grandi hanno consegnato loro e nella loro possibilità di cambiarlo. Il mondo si eredita senza sapere perché.
Rispetto al lavoro i ragazzi si fanno poche illusioni e hanno pochi strumenti concettuali per comprendere ciò che accade. La sensazione di vivere in un contesto che non possono capire e in cui sono impotenti fiacca la loro volontà progettuale” (17).

Il mese di maggio si conclude (e anche in questo caso il ritardo del Ministero è straordinario) con le prime indiscrezioni sugli organici per il prossimo anno, almeno per le scuole primarie: è l’ennesima ecatombe, assolutamente in linea con gli anni di gestione Gelmini e con classi a tempo pieno trasformate d’ufficio in classi a tempo normale (qui).

Quando il sostegno alla disabilità diventa un tesoretto da razziare
L’amore dei bocconiani e della nutrita maggioranza di governo per le persone con disabilità si è rivelato forse per la prima volta con chiarezza a fine aprile, quando il sottosegretario alle politiche sociali, Cecilia Guerra, ha bocciato il fondo da 150 milioni destinato ai disabili gravi nel momento in cui restano senza familiari (qui).

Anche in campo scolastico, però, non ci facciamo mancare niente e l’attenzione per i diritti di alunne e alunni con disabilità ha comportato un provvedimento ad hoc: la riconversione sul sostegno del personale di ruolo in esubero. Si tratta di quel personale che fa parte di graduatorie “in esubero” a livello provinciale, cioè graduatorie per le quali nell’intera provincia ci sono più docenti di ruolo che cattedre disponibili. A questi docenti è stata data la possibilità di scegliere, spontaneamente e volontariamente, con una di quelle proposte che, direbbe “Il Padrino”, non si possono rifiutare, se fare domanda o meno di abbandonare il proprio insegnamento per sposare la causa del sostegno alla disabilità, per ora senza alcuna preparazione, ma domani, chissà, forse… Inizialmente questi docenti non devono aver capito bene, perché ben pochi hanno fatto domanda, allora i bocconiani hanno gentilmente fatto finta di non essersene accorti e, con santa pazienza, resistendo alla tentazione di sopprimerli, hanno spostato più in là, al 6 giugno, il termine per fare domanda “volontaria”.

Sicuramente al 6 giugno le domande saranno lievitate e il governo conta di fare il pienone: tutti i 10.550 docenti in esubero a causa del protrarsi degli effetti della riforma Gelmini potranno essere così trasportati, come sacchi dell’immondizia in una discarica, sull’insegnamento di sostegno e 10.550 precari, in possesso di titolo di specializzazione e che magari hanno anni di esperienza sul campo, se ne torneranno a casa liberando risorse per combattere la crisi!

Tutto bene quel che finisce bene, ma vale la pena fare un supplemento di riflessione e di chiedersi perché la stragrande maggioranza dei 10.550 non aveva inizialmente fatto domanda, anche se si cominciava già a capire che nell’Italia di Fornero chi resta senza cattedra può anche essere trasferito all’altro capo del Paese e/o, dopo un po’, essere licenziato. Il punto è, però, che quegli insegnanti non hanno alcuna voglia di passare sul sostegno o, meglio, il “sacrificio” lo farebbero pure, ma solo pro tempore.

I perdenti posto sono talmente entusiasti della prospettiva di accompagnare un’alunna o un alunno con disabilità che, già oggi, prima ancora di cominciare, non vedrebbero l’ora di tornare sulla propria materia! Si dà il caso, però, che nessuno è in grado di garantirti oggi che abbandonando la tua materia e insegnandone un’altra, un domani tu possa tornare indietro e ripartire dal tuo vecchio punteggio. È questo che “gli esuberanti” trovano intollerabile e io credo abbiano pure ragione ad arrabbiarsi: non è mica colpa loro se è arrivata una che ha cancellato i laboratori e le discipline che insegnavano?!?

Nessuno di questi colleghi è invece preoccupato dal corso di specializzazione per l’insegnamento di sostegno, perché è opinione universalmente condivisa che, se e quando partirà, si tratterà di una farsa. Ciò che ad oggi è invece certo è che, prima di cominciare questa loro nuova avventura, non faranno nemmeno una sola ora di specializzazione (qui)! Vale però la pena chiedersi quale motivazione e passione potranno trasmettere questi colleghi, spesso avanti con gli anni e costretti con un cappio al collo, ad alunni e alunne con i quali non è consentito bluffare. Vale la pena interrogarsi su quanto sia professionale l’atteggiamento del Ministero dell’Istruzione, che evidentemente ritiene che per accompagnare una persona con disabilità ci si possa anche improvvisare e arrangiare. Vale la pena di riflettere sul fatto che ancora una volta si tratta il sostegno come un settore dell’istruzione che pesa, che non si può (ancora) eliminare perché sarebbe impopolare, ma che si può utilizzare per rovesciarci gli scarti altrimenti inutilizzabili.

Del resto pochi giorni fa la Fornero (sempre lei…), partecipando ad un convegno a Milano ha “suggerito” un modo assai saggio per far risparmiare allo Stato i soldi necessari all’assistenza dei disabili, dichiarando che le famiglie possono stipulare liberamente delle polizze presso compagnie di assicurazioni. Chissà perché le famiglie non ci hanno pensato prima… In quella circostanza il ministro ha pronunciato pure una frase degna di menzione. Propongo, da buon docente, al paziente lettore che è arrivato sin qui di indicare quale delle tre frasi che seguono è la frase della Fornero, sapendo che le altre due sono ricavate da un discorso di Tremonti e da un manifesto nazista (a questo sono stati tolti gli elementi riconoscibili senza alterarne il senso) (18):

Come può un Paese con due milioni e mezzo di disabili essere davvero competitivo?”
“Un paziente affetto da una malattia ereditaria costa, durante la sua esistenza, una cifra notevole. Si tratta anche dei nostri soldi!”.
“Non si può pensare che lo Stato sia in grado di fornire ai disabili tutto in termini di trasferimenti e servizi!’’

Lo so, ci potrà essere chi a ragione arriccerà il naso di fronte ad un parallelo così tanto oltraggioso, ma ciò che a me pare assolutamente identica è l’idea di fondo: il ritenere le persone con disabilità una palla al piede, poco compatibili con le esigenze di bilancio.

Così come dalla crisi del ’29, anche da quella del 2008 c’è chi comincia seriamente a pensare che si esca buttando giù le “zavorre, per poi magari scoprire, come allora, che si riprende quota solo per un momento, che poi si torna a precipitare, che poi è necessario andare oltre, scaricare altre zavorre, e così via…

La scuola di Genius e la solidarietà
È di oggi (3 giugno) la notizia che potrebbe subire un’accelerazione l’approvazione della legge per il realizzare la scuola del merito, con ricchi premi per gli studenti migliori, anche se per il momento, per quanto riguarda le paghette, non c’è la copertura economica, e di questi tempi non è un dettaglio da poco. Ciò che conta, quindi, è sancire un principio più che realizzare un vero progetto, ma è proprio il principio che si intende sancire l’aspetto più pericoloso.

La scuola che il ministro progressista sta provando a costruire (19) sembra pensata sul modello di “Genius”, il programma per piccoli geni che conduceva Mike Buongiorno e che ho sempre trovato intollerabile.
I miei bambini non vanno ancora a scuola, ma se un giorno una maestra mi dovesse dire che uno dei due ha rinunciato a finire un proprio compito per aiutare un compagno in difficoltà, beh, sarò il padre più felice del mondo e mi piacerà pensare che ho fatto bene la mia parte. Se, trovandosi lui in difficoltà, non dovesse trovare nessun amichetto disposto a rinunciare a “vincere” per dedicargli del tempo ne sarò mortificato, e lui più di me. Se uno di loro dovesse arrivare primo avrò il terribile sospetto di aver sbagliato tutto.

Distinguere e catalogare buoni e cattivi, lavorare affinché i bravi lo siano sempre di più, investire zero sul recupero di chi è in difficoltà, premiare ed alimentare la competizione tra bambini e ragazzini e non il lavoro cooperativo e il senso di solidarietà, tutto questo mi provoca nausea.

Siccome però abbiamo ancora dei valori arcaici rilancio qui un appello che viene direttamente dalle scuole di Bologna e che è relativo alle conseguenze dei recenti eventi sismici:

SOLIDARIETA’ DA SUBITO E CONCRETA PER LE SCUOLE COLPITE DAL TERREMOTO

Il Coordinamento dei Presidenti dei Consigli d’Istituto e l’Assemblea genitori ed insegnanti delle scuole di Bologna e provincia avanzano una proposta per “abbracciare” idealmente e concretamente i bambini, le bambine e le famiglie colpite dal terremoto: si propone di destinare il ricavato delle feste di fine anno scolastico a quelle scuole e a specifiche iniziative di sostegno rivolte a quelle bambine e a quei ragazzi.

A Bologna lo faremo per le scuole di Crevalcore, il Comune più vicino e più colpito del nostro territorio, consegnando direttamente il ricavato nelle mani del Sindaco e dei Presidenti dei Consigli d’Istituto con una delegazione di bambine e bambini, genitori ed insegnanti accompagnati da clown e banda musicale per giocare e sorridere tra le tende e per iniziare una conoscenza da sviluppare con gemellaggi tra classi alla ripresa dell’anno scolastico (qui).

Come “Associazione per una nuova primavera per la scuola pubblica” proponiamo ora e lo riproporremo all’inizio del prossimo anno scolastico, che ogni scuola del Paese che lo ritenga opportuno, “adotti” anche concretamente, una delle tante classi colpite dal terremoto dell’Emilia Romagna, in modo da far sentire quelle bambine e quei ragazzi parte di una comunità solidale che non li abbandonerà mai.

Infine, nel ribadire che le scuole dovrebbero essere il luogo più sicuro del mondo, il posto dove si sa di potersi rifugiare, ad esempio, quando c’è il terremoto, concludo con le parole che Giada, alunna emiliana iscritta al primo anno delle superiori, ha scritto in facebook quando ha saputo che a causa degli eventi sismici le scuole chiudevano con due settimane di anticipo:

Bene ragazzi, ci si vede l’anno prossimo…
Non avrei mai immaginato di finire un anno scolastico così,
l’avevo immaginato come una festa per tutti …
Tutti con un sorriso stampato in viso bagnati fradici per i gavettoni e invece è finito con il terrore negli occhi di tutti…
Se l’estate doveva iniziare così preferivo non iniziasse…

*

Note

1) È opportuno sottolineare che dette assunzioni sono state vincolate alla modifica alle tabelle stipendiali, tabelle firmate da CISL, UIL, Gilda e SNALS (non dalla CGIL), che hanno trasformato la fascia iniziale 0-2 anni nella fascia 0-8 anni, facendo quindi saltare completamente la fascia stipendiale 3- 8 anni.

2) Sulla condizione di precarietà di tanti lavoratori della scuola si raccomanda il link https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/09/19/vivalascuola-87/

3) Della “vicinanza ideale” tra Gelmini e Marchionne avevo già scritto nel “primo passo” del bilancio dello scorso anno scolastico qui.

4) Ad ogni nuovo rilevamento sul mercato dell’auto, ormai da mesi, scopriamo che la FIAT di Marchionne perde quote di mercato. Si tratta dello stesso mercato in crisi nel quale operano Opel, Renault e tutti gli altri ed è naturale che si venda meno, ciò di cui si dovrebbe chiedere conto a un Manager è perché il tuo marchio perda non solo in assoluto, ma anche in valore relativo, e pesantemente, nel confronto con gli altri. Ma si fa finta di niente o si dà la colpa ai soliti arcaici sindacalizzati, che boicottano le vendite, perché Marchionne piace, perché sa chiudere stabilimenti, delocalizzare, licenziare e togliere le pause per fare la pipì. Per i suoi ottimi risultati commerciali si possono leggere decine di articoli, non dissimili da questo.

5) Su quanto, ad esempio, siano legati i disturbi dell’attenzione e l’iperattività dei bambini al disagio sociale si veda qui.

6) Sul ruolo della scuola si legga anche http://www.orizzontescuola.it/node/21345.

7) Vedi qui e, per un’attenta lettura di ciò che si preparava, si veda l’analisi di Giovanna Lo Presti.

8) Si veda la puntata del 30 gennaio nella quale si lancia un appello alla mobilitazione dei lavoratori della scuola, poi ripreso nel numero del 27 febbraio, che contiene un’analisi delle conseguenze della riforma delle pensioni per i lavoratori della scuola e diversi contributi relativi alle implicazioni didattiche di queste misure.

9) Non ho trovato traduzioni ufficiali, quindi quella che segue è mia e mi scuso per eventuali errori: “(mi parlate) sempre di questa merda di futuro, la merda di futuro, e io, eh? Io cosa faccio? Ditemi un po’, e io? Io voglio essere felice, cazzo, voglio essere felice ora, che si fotta il futuro, che si fotta il progresso… io voglio che l’FMI si fotta, l’FMI è solo un pretesto vostro, caproni, l’FMI non esiste, l’FMI è solo un vostro diversivo per venire qui con le vostre chiacchiere…”.

10) … E se inventássemos o mar de volta, e se inventássemos partir, para regressar… abrir os olhos, numa ânsia colectiva de tudo fecundar, terra, mar…

11) È chiaro che manovrando le statistiche si può sempre dire tutto e il contrario di tutto. Per una lettura uguale e contraria si veda, ad esempio qui.

12) Suggerirei, a proposito di TFA, la lettura dell’articolo di Marina Boscaino e della lettera di un collega, qui riportata.

13) Vedi qui o ancora, per una rassegna stampa completa delle tantissime iniziative, qui.

14) La contraddizione è colta anche dai più destri nel PD, come ad esempio dal responsabile del settore scuola lombardo, Marco Campione, che mostra una certa insofferenza nei confronti delle associazioni di insegnanti e genitori e di alcuni suoi stessi colleghi di partito, ma almeno ha il merito di parlare chiaro qui.

15) Sulla straordinaria attenzione dell’Unione Europea per la valutazione del sistema scolastico italiano si possono leggere diversi ottimi articoli, tra questi “L’invalsi e il mercato” o anche “Scuola pubblica, avanti un altro smantellatore” o ancora questi “Appunti” di Girolamo De Michele.

16) In verità ci credono anche due che “ricoprono incarichi di responsabilità politica per il Pd milanese e lombardo” che scrivono “Al momento attuale (i test Invalsi…) sono l’unico elemento di valutazione esterna capace di coadiuvare l’autovalutazione delle scuole italiane e costituiscono le fondamenta su cui sviluppare una seria cultura della misurazione dei risultati di sistema, basata su dati oggettivi e non su interpretazioni soggettive e impressionistiche” (vedi qui).

(17) Su quanto questa crisi abbia tolto, in particolare ai giovani, in termini di capacità di sognare suggerisco l’intervista a Dario Fo qui.

(18) Il manifesto di propaganda nazista, che recitava testualmente “Questo paziente affetto da una malattia ereditaria costa, durante la sua esistenza, 60.000 RM al popolo. Connazionale, si tratta anche dei tuoi soldi!” è della metà degli anni ’30. La chicca sulla competizione persa per colpa dei disabili è del mai compianto Tremonti. La frase della Fornero è forse la più soft, ma è anche la più fredda. In effetti a me sembra solo una differenza di forma e di gradazioni, non di sostanza.

(19) Sembrerebbe, in questo caso, senza l’approvazione di “democratici”, ma staremo a vedere come si comporteranno se il Ministro dovesse arrivare alla prova di forza di un decreto. Vedi qui.

* * *

La settimana scolastica

Terremoto e bombe. Iniziato con il burlesque berlusconiano, l’anno scolastico 2011-2012 si chiude con le bombe sulla scuola a Brindisi e il terremoto nel cuore dell’Italia. Ci sono state reazioni alle bombe di Brindisi, e c’è stato l’invito a un concreto prendersi cura della scuola, ma una domanda rimane inevasa:

Perché? La domanda, purtroppo, attende ancora risposte. E fanno male anche i primi maldestri passi dell’indagine, la competizione tra procure, alcune dichiarazioni imprudenti, l’annuncio di svolte e chiarimenti che non ci sono stati. La domanda resta, irrisolta: perché? (Dario Missaglia)

In Emilia Romagna intanto nei luoghi più colpiti “la scuola sembra bombardata“. Si scopre anche in queste circostanze la funzione della scuola, come scrive Cristina Contri:

La forza dello stare assieme produceva un nuovo coraggio, e con questo coraggio nuovo siamo andati avanti per nove giorni… Perché se il terremoto è angoscia di una comunità, è nella comunità che l’angoscia deve essere elaborata.

E anche la funzione dell’insegnante, come scrive Giuseppe Caliceti:

Se magari domani avverrà un altro terremoto in coincidenza con la mancanza di un docente e la mancata nomina di un supplente – per risparmiare – le operazioni di evacuazione andranno così lisce e spedite come sono andate questa volta?

In qualche città la scuola si chiude anticipatamente, come a Carpi, in qualche altra in modo anomalo: a Mirandola (Modena) solo esami orali sia per medie che superiori. Il mondo della scuola è chiamato a solidarietà da subito e concreta. Il Coordinamento dei Presidenti dei Consigli d’Istituto e l’Assemblea genitori ed insegnanti delle scuole di Bologna e provincia avanzano una proposta per “abbracciare” idealmente e concretamente i bambini, le bambine e le famiglie colpite dal terremoto: si propone di destinare il ricavato delle feste di fine anno scolastico a quelle scuole e a specifiche iniziative di sostegno rivolte a quelle bambine e a quei ragazzi. La Flc Cgil lancia il progetto “Insieme la scuola non crolla“, mentre Flc Cgil, Cisl scuola, Uil scuola, Snals, Gilda chiedono a tutti i lavoratori della scuola di donare un’ora del proprio lavoro a favore delle popolazioni colpite dal sisma.

Con la consapevolezza che il terremoto lo provoca la natura, ma la messa in sicurezza delle scuole è una scelta di chi governa, ci auguriamo possa essere realizzato quanto auspica Manuela Ghizzoni, appena eletta alla presidenza della commissione Cultura della Camera:

La commissione farà certamente la sua parte per aiutare e sostenere il governo nelle scelte per la ricostruzione del patrimonio storico artistico e dell’edilizia scolastica con l’ambizione, nell’ultimo caso, che a settembre l’anno scolastico possa iniziare regolarmente anche in quei territori.

Sicurezza degli edifici scolastici. Il terremoto ci spinge infatti a domandarci sulla sicurezza degli edifici scolastici italiani. Secondo il rapporto Legambiente 2011, il 36% delle strutture scolastiche italiane necessita di interventi urgenti di impiantistica e prevenzione incendi, oltre il 50% degli edifici si trova in area a rischio sismico, il 9% è a rischio idrogeologico, meno del 50% delle strutture possiede il certificato di collaudo statico, solo il 56,05% ha l’idoneità statica e appena il 10,14% è realizzato con criteri antisismici. L’83% delle scuole è a rischio sismico. “Il 60% delle scuole italiane non ha la certificazione del collaudo statico” dice Giorgio Ponti, uno dei massimi esperti di edilizia scolastica e rappresentante per l’Italia all’Ocse. “Facile immaginare che la situazione sia ancor più grave per quanto riguarda specificamente la sicurezza sismica, soprattutto se si tiene conto che la stragrande maggioranza degli edifici sono vecchi, comunque risalenti a prima del 2003, quando sono entrate le norme antisismiche”. Secondo calcoli resi noti recentemente sarebbero necessari intorno ai 40 miliardi di euro per assicurare che i nostri figli siano ospitati in scuole sicure anche contro i terremoti. “L’impegno economico ha dimensioni impressionanti, ma bisognerebbe anche ricorrere ai fondi europei, che ci sono. Ma che si stanno perdendo, soprattutto al Sud”. Per mettere in sicurezza le scuole.

Merito. E’ il ritornello di ogni “riformatore” e ogni volta qualcuno si chiederà se è la volta buona. Eppure continuano a fare carriera i Trota e i migliori continuano a fuggire all’estero: sarà che riformando è il sistema? Comunque: anche Profumo ha il suo “pacchetto merito” che il prossimo mercoledì dovrebbe approdare in aula. “In ogni singola scuola superiore nascerà lo “studente dell’anno” (i migliori discenti tenendo conto, però, dell’impegno e del reddito familiare). Avranno sconti sui bus e alle mostre e quando andranno all’università pagheranno un terzo in meno l’iscrizione. Negli atenei nasceranno le figure dei “migliori laureati” e dei “migliori dottorati“. E così, in un tentativo di proteggere e rilanciare arti e musica, nei conservatori e nelle accademie nazionali. Diventeranno prassi le Olimpiadi della matematica, dell’italiano, dell’astronomia. Nazionali e internazionali. Ci sarà l’obbligo di 100 ore di didattica per i prof universitari e saranno decurtati i finanziamenti agli atenei che non assumeranno gli insegnanti migliori, scelti da una commissione con quattro commissari su cinque esterni (uno sarà straniero)…” (vedi qui). Una prima domanda è: come si finanzierà tutto questo, visto che per il governo la riforma dovrà essere a costo zero? L’obiezione di fondo viene espressa da Benedetto Vertecchi:

Il richiamo al merito degli studenti può avere due significati, del tutto diversi. Il primo sta a indicare che, in un quadro in cui tutti fruiscono delle medesime opportunità, alcuni studenti ottengono risultati migliori di altri. L’altro significato prescinde da riferimenti di contesto e considera il merito come una qualità assoluta, che deve essere riconosciuta a chi ha rivelato, per i risultati conseguiti, caratteristiche personali migliori. Mentre il primo significato risponde a una concezione democratica dell’educazione formale (quella impartita nelle scuole), l’altro significato ha lo scopo di rendere accettabile, e persino desiderabile, il manifestarsi del determinismo sociale.

Detto più semplicemente, in assenza di una scuola inclusiva che assicuri per tutti servizi di qualità, “Non è incentivando la competizione tra persone e scuole che si migliora il sistema dell’istruzione, ma al contrario si rischia di formare cittadini di serie A e cittadini di serie B” (vedi qui). Per Gennaro Carotenutoè solo l’ultima foglia di fico con la quale nascondere il disinvestimento dalla scuola pubblica. In secondo luogo cela l’estraneità del governo dei tecnici alla democrazia“. Sbagliato il “festival del più bravo” per Domenico Pantaleo. “Detta così, mi sembra una sciocchezza“, è l’opinione dell’ex ministro dell’Istruzione, Tullio De Mauro. Contrario anche un altro ex ministro, Giuseppe Fioroni, per il quale “nei periodi di crisi non serve la politica degli annunci e degli specchietti, ma fare le cose giuste al momento giusto“: al momento la vera emergenza della scuola italiana è la grande dispersione scolastica e la necessità di migliorare le competenze dei nostri studenti. “Si vuole premiare il merito? Si rifinanzi il diritto allo studio” è la proposta di Francesca Puglisi.

Reclutamento. Da una parte il TFA (Tirocinio Formativo Attivo): “la nuova frontiera del business” lo chiama Marina Boscaino, o anche “trattamento di inizio rapporto“. Qui gli ultimi chiarimenti in proposito per gli interessati, mentre Fabio Bonasera fa un po’ di conti. Contributi di accesso ai test preliminari da 50, 100, 120 euro, tasse di iscrizione ai corsi da 2.500 euro in su, un giro d’affari complessivo da circa 100 milioni di euro. Ecco il business pensato dalle Università Italiane, da Trento a Palermo, alle spalle di coloro che ambiscono a frequentare il cosiddetto Tirocinio formativo attivo, canale ormai inderogabile per entrare come insegnanti nel mondo della scuola, quanto meno alle medie e alle superiori. Bisogna però tenere conto del fatto che il Tfa non assicura il reclutamento, cioè l’assunzione presso le scuole, ma solo l’abilitazione.

Concorsi. Intanto il ministero continua a parlare della sulla possibilità di bandire un concorso ordinario per 11.892 posti per il triennio 2013/2014, 2014/2015, 2015/2016. Al momento si tratta solo di una ipotesi allo studio che prevede comunque una serie di procedure autorizzative e di decreti attuativi.

Riconversione dei perdenti posto sul sostegno. In opposizione al D.M. n. 7 del 16 aprile 2012, avente come oggetto la riconversione dei docenti soprannumerari su posti di sostegno, sulla scorta di un breve corso, i docenti di sostegno dell’ITAS “B. Chimirri” di Catanzaro hanno deciso di mobilitarsi mediante una raccolta di adesioni atte a promuovere un ricorso al TAR del Lazio. Il motivo? La riconversione comporterebbe un evidente risparmio da parte dello stato, ma un altrettanto evidente danno a carico sia degli allievi in situazione di handicap e delle loro famiglie, sia dei docenti già specializzati.

Chiamata diretta. Il Consiglio Regionale della Lombardia il 4 aprile 2012 ha approvato una legge, detta legge per lo sviluppo, la crescita e l’occupazione, che al titolo I art. 8 propone che le scuole statali, per i soli incarichi annuali, possano reclutare direttamente i docenti attraverso concorsi di istituto, incrociando domanda e offerta e valorizzando le necessità e il progetto didattico di ciascuna scuola. Per cui la scuola potrà nominare senza avere vincoli di graduatoria, ma basandosi sul presunto “merito” e sulla presunta “competenza” del docente conosciuto: un sistema di reclutamento che scardina ogni diritto di graduatoria. L’Associazione Nonunodimeno e ReteScuole di Crema hanno lanciato un appello per fermare questa legge. A Crema è indetto un presidio per il 9 giugno in piazza Duomo.

Un’altra legge da fermare. Il Comitato Direttivo della FLC Roma Lazio riunitosi il 25.05.2012 esprime grande preoccupazione per quanto si profila all’interno del DDL 953 sulla riforma degli Organi Collegiali, attualmente in discussione alla VII Commissione Cultura alla Camera. La Flc Cgil critica in particolare:

  • l’introduzione dello strumento dello Statuto, differente scuola per scuola, che provocherà l’indebolimento del sistema nazionale d’istruzione, demandando alla discrezionalità delle singole scuole la definizione delle regole democratiche;
  • il ruolo dei soggetti privati, previsti all’interno del Consiglio dell’autonomia con poteri decisionali, quindi con diritto di voto, in ragione di possibili finanziamenti;
  • la restrizione degli spazi di democrazia all’interno degli organi di governo della scuola, causa l’assenza totale della componente del personale ATA nelle decisioni, in aggiunta alla diminuzione del numero dei docenti e degli studenti;
  • che siano depotenziate le forme e le modalità di partecipazione e di democrazia di tutte le componenti.

A proposito di partecipazione democratica alla vita scolastica, segnaliamo un pronunciamento del TAR della Toscana su uno dei tanti contenziosi che nell’ultimo anno hanno visto opposti studenti, genitori e docenti contro dirigenti scolastici. Il TAR ha riconosciuto le prerogative degli organi collegiali della scuola contro le pretese manageriali del Dirigente Scolastico.

Nuove classi di concorso. Confusioni e incertezze sono legate alla definizione delle nuove classi di concorso. Anche qui eliminazioni e accorpamenti a fini di risparmio, con effetti negativi sulla definizione dell´organico e sulle graduatorie ad esaurimento laddove i docenti non sono in possesso dei titoli necessari per l´insegnamento previsti nelle nuove classi di concorso. Si pone il problema di salvaguardare le attuali titolarità e consentire un sistema di implementazione dei titoli senza oneri per chi è iscritto nelle gae o da titolare intende procedere a riconversioni. Lucio Ficara così esemplifica le situazioni che si potrebbero venire a creare:

La bozza delle nuove classi di concorso predisposte dai tecnici del MIUR sembra uno spot pubblicitario del prendo due o tre e pago uno, infatti, a leggere questa bozza, verranno soppresse le classi di concorso A038 (Fisica) e A047 (Matematica), che confluiranno appassionatamente nella classe A049 (Matematica e Fisica), per cui la transitoria atipicità vigente oggi diventerà regola fissa, dove tutti possono insegnare tutto. Stessa confluenza avverrà per A050 (Italiano e Storia) e A051 (Italiano e Latino), e scomparirà anche la specificità dell’insegnamento sul sostegno che verrà accorpata dalle attuali tre aree in un’unica area.

Prove Invalsi. Continua la discussione, destinata a non aver termine se non si perverrà a un sistema di valutazione definito con l’apporto di chi la scuola la vive quotidianamente. Segnaliamo l’intervento di Franco Tornaghi e quanto dice Renato Cipolla:

Il sottoscritto crede per definizione e perché è stato un insegnante nella valutazione, molto meno nei risultati di un test che è solo un piccolissimo episodio di un momento e nulla più; invece crede nella valutazione del processo che ha portato a quei risultati, di un processo che testimoni da dove è partito quell’alunno e dove è arrivato al termine della scuola secondaria di I° grado, che dica quanta fatica e quanto impegno ci ha messo, pur non avendo genitori attenti, contesto extrascolastico favorevole, opportunità di esperienza.

Anche la Flc Cgil, attraverso il suo segretario Domenico Pantaleo auspica un radicale ripensamento:

Non si può pensare di far coincidere un sistema efficace e condiviso di valutazione, che deve avere come obiettivo strategico quello di migliorare la qualità dell’intero sistema scolastico nazionale, con la rilevazione nazionale degli apprendimenti attraverso i test. Tale rilevazione non può e non deve confondersi con la valutazione delle capacità formative degli alunni che è di competenza dei docenti. Così come non accettiamo che la cultura della valutazione debba essere imposta con modalità autoritarie senza il coinvolgimento e la condivisione dell’intera comunità scolastica.

In ultimo, una buona notizia ce la comunica Marina Boscaino. Nel Lazio il buono scuola, ovvero un contributo diretto alle famiglie che desiderino iscrivere i figli alle scuole private paritarie, fiore all’occhiello dell’iniquità in alcune regioni italiane (capofila il governatorato lombardo di Formigoni) non sarà erogato.

Per finire, vi diamo un arrivederci al prossimo anno scolastico, con l’augurio di una buona estate a tutti!

Segnalazioni

Il resoconto del Convegno nazionale promosso dalla Flc Cgil che si è svolto a Roma il 29 e 30 maggio 2012 dal titolo “Parole nuove per la scuola secondaria di secondo grado“.

Eurydice, la rete di informazione dell’Unione Europea sui sistemi educativi, mette a disposizione un quadro informativo su alcune realtà nazionali selezionate in base alla loro significatività geografica e istituzionale. Vengono descritti sinteticamente i sistemi scolastici dei paesi Ue: educazione prescolare ed obbligatoria, criteri di ammissione, organizzazione, curriculum, valutazione e certificazione: vedi qui.

* * *

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative estive del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Il decreto Brunetta qui e il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Altre guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Manuali di resistenza alla scuola della Gelmini qui e qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

11 pensieri su “Vivalascuola. Anno scolastico 2011-2012: quando i duri cominciano a giocare, sulla pelle nostra

  1. Grazie a voi, Sebastiano e Gena.

    Il bilancio non è dei migliori, lo so, il dopo Gelmini non ha permesso alla scuola di tirare un respiro di sollievo.

    Non ci rimane che sperare che il prossimo anno scolastico possa iniziare nel migliore dei modi.

    Mi piace

  2. Pingback: Ancora sulla legge Aprea. Una replica. | Champ's Version

  3. Mi sembra inevitabile che un bilancio così vasto faccia discutere e susciti pareri diversi. Rispetto a quello che dice Marco Campione in replica a questo bilancio:

    http://marcocampione.wordpress.com/2012/06/07/legge-aprea-replica/

    vorrei solo dire che anche a me pare di cogliere qualche insofferenza verso “alcuni suoi stessi colleghi di partito”, come si può leggere qui:

    http://qdrmagazine.it/2012/2/28/50_campione.aspx

    dove dice: “è innanzi tutto questo tipo di atteggiamento ad essere pericoloso per il PD… Che tristezza vedere dirigenti politici che minacciano di non votare una legge che hanno contribuito a migliorare solo perché porterebbe il nome di Valentina Aprea. Che tristezza leggere documenti che si arrampicano sui vetri (il PD è favorevole agli Istituti Comprensivi, ma contrario al provvedimento che li rende obbligatori; favorevole alla valutazione, purché sia facoltativa). Che tristezza vedere un partito accodarsi alle richieste sindacali…”

    Nello stesso articolo si manifesta quella “insofferenza nei confronti delle associazioni di insegnanti e genitori” come è quella che ha promosso “L’urlo della scuola”.

    Che poi questo faccia parte della lotta politica è vero, ma è altrettanto vero che l’insofferenza c’è, e per fortuna il PD non è tutto sulle posizioni di Marco Campione.

    Mi piace

  4. Pingback: Vivalascuola. Anno scolastico 2011-2012: quando i duri cominciano a giocare, sulla pelle nostra « RETROGUARDIA 2.0- Il testo letterario

  5. Grazie di cuore a Ricky e a tutti i lettori.

    Anche a me pare inevitabile che un bilancio che tocca punti strategici della politica scolastica possa suscitare disaccordi, e quindi ben vengano opinioni diverse. Eppure sul macroobiettivo indicato da Marco Campione nella sua replica, “intervenire sulla scuola italiana così tremendamente classista”, mi pare che possiamo essere d’accordo, così come sulla lotta alle “rendite di posizione inaccettabili”. Probabilmente si tratta di chiarire come fare perché la scuola italiana non sia così “tremendamente classista” e quali siano le “rendite di posizione inaccettabili”.

    Mi piace

  6. Io non nego di avere posizioni politiche differenti dai cosiddetti movimenti e da alcuni settori (certamente maggioritari in chi si occupa di scuola, in generale mi piacerebbe verificarlo) del mio partito. Dico solo che la categoria dell’insofferenza non appartiene alla battaglia politica e dunque vorrei tenerla fuori dal dibattito.

    Tra l’altro, mi autodenuncio, l’ho fatto anche ieri, con la mia denuncia dell’inutilità del voler lisciare il pelo a tutti e tutto: http://www.qdrmagazine.it/2012/6/12/65_campione.aspx

    Nel merito mi sembra che siamo arrivati – con l’ultimo commento di Giorgio – ad un punto comune: il nemico comune sono le rendite di posizione e il classismo. Sarebbe bello continuare il confronto su come rimuoverli. Tralasciando le (reciproche) etichette

    Mi piace

  7. Grazie a Marco dell’intervento, parto dal suo commento per sviluppare una considerazione sulla base di un paio di esempi.

    I movimenti della scuola si sono opposti al cosiddetto “dimensionamento scolastico”. Quello istituito dal passato governo con l’articolo 19, comma 4, del d.l. n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 111 del 2011″: quello che dice che “gli istituti comprensivi per acquisire l’autonomia devono essere costituiti con almeno 1.000 alunni, ridotti a 500 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche.”

    Nonostante possa essere un fatto positivo creare istituti onnicomprensivi, in quanto gli istituti onnicomprensivi potrebbero favorire una maggiore continuità tra diversi ordini di scuola, è indubbio che istituti come quelli che si vengono a creare con questa legge – anche di 2.100 studenti – sono qualcosa che urta contro il buon senso, vista l’evidente e immaginabile difficoltà di gestione. Anzi, una scuola del genere è proprio quella che si potrebbe definire una scuola “tremendamente di classe”: istituti mostri e classi pollaio, con la conseguente impossibilità di realizzare una didattica personalizzata nella scuola pubblica, quella che è veramente per tutti; mentre la scuola privata può continuare a formare classi anche con soli 8 studenti.

    Bene, tale posizione dei movimenti adesso ha l’approvazione della Corte Costituzionale, la quale, in seguito al ricorso presentato da diverse Regioni, con la sentenza n. 147 del 7 giugno 2012 ne ha appena dichiarato “l’illegittimità costituzionale”.

    Un altro esempio. Il Consiglio dei Ministri del 15 giugno 2012 ha deliberato l’impugnativa dinanzi alla Corte Costituzionale della legge della Regione Lombardia n. 7 del 18 aprile 2012 “Misure per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione” (quella sulla cosiddetta “chiamata diretta” dei docenti da parte dei dirigenti scolastici) per violazione dei principi fondamentali in materia di istruzione. Legge che ha subito suscitato forte opposizione da parte dei movimenti della scuola e della Flc Cgil. Anche in questo caso quanto sostenuto dai movimenti, che questa legge è incostituzionale, ha come minimo qualche fondamento legislativo.

    Questi sono solo due esempi di viva attualità per dire che “intervenire sulla scuola italiana così tremendamente classista” è una formula che va declinata nelle varie situazioni, per capire fino a che punto si fa la stessa lotta oppure no e per verificare se le conseguenze di una posizione sono coerenti con i principi che vengono sostenuti.

    Questo mi dà l’opportunità di dire che il mio auspicio sarebbe che in una politica volta a realizzare una scuola – e una società – meno “tremendamente classista” trovassero posto, ognuno con il suo apporto, sia una politica riformista sia l’azione dei movimenti.

    Sicuramente oggi, quando assistiamo a una marcata polarizzazione della ricchezza, sarebbero più che mai necessarie riforme vere rivolte a creare condizioni di maggiore giustizia sociale, una giustizia sociale in cui rientri anche una scuola meno “tremendamente classista” appunto.

    I movimenti però dovrebbero essere benvenuti a svolgere un ruolo positivo anche in una politica riformista, poiché, non essendo legati a mediazioni di palazzo, possono esprimere in modo chiaro urgenze e bisogni sociali: è una dinamica della democrazia. E d’altra parte, come abbiamo visto, non è raro il caso in cui posizioni espresse dai movimenti hanno rivelato una loro fondatezza, poi riconosciuta anche dai massimi organismi dello Stato.

    Mi piace

  8. Voglio ringraziare personalmente Giorgio, Sebastiano, Gena, Ricky e chiunque abbia avuto la pazienza di leggere fino in fondo. Un ringraziamento particolare va a Marco Campione, che mi offre l’opportunità di chiarire meglio un aspetto probabilmente centrale in questo momento e trattato solo marginalmente nel mio articolo. Mi riferisco al passaggio relativo alle superstizioni dei progressisti (o, se si preferisce, dei riformisti ) che meriterebbe un saggio a parte e che è incompleto anche perché mi sono soffermato sul solo dogma dei “comandamenti europei”. Quasi a voler colmare questa mia lacuna giungono a titolo esemplificativo i due interventi del responsabile lombardo della politica scolastica del PD.
    Nel primo Campione si sofferma su alcuni aspetti formali, ad esempio sulla definizione di “destro”, sulla correttezza dei termini “insofferenza” e “contraddizione”. Sono esercizi di stile che potrei approfondire, ma che non appassionano e che non mi paiono centrali in questo momento.
    Oltre la forma, nella sostanza, Campione difende la “nuova” legge Aprea, ma non spiega assolutamente cosa ci trovi di utile e cosa gli faccia pensare che renderà la scuola italiana meno “tremendamente classista”. Lanciare slogan senza dare sostanza e senza argomentare è nuovamente un esercizio vuoto, inutile.
    Campione si limita a sottolineare una “forzatura grossolana” mia, perché non mi sarei accorto che il testo è diverso dalla “vecchia Aprea” perché “dal dispositivo originario sono state espunte tutte le parti che non riguardano strettamente la governance”, dimostrando che, come succede a coloro i quali amano sentire solo il suono della propria voce, non ha letto affatto lo scritto al quale pretende di rispondere. Che nella nuova Aprea manchi la prima parte del documento del 2008 è noto e, a scanso di equivoci, l’ho scritto, anche se mi vergogno di scrivere “governance”. Ho affermato che la nuova Aprea è “copiata e incollata da una proposta di legge…” ma bastava andare nove righe più sotto per trovare il riferimento alla parte stralciata.
    Poco male, repetita iuvant, il punto è però che mentre nel “bilancio” sono riportate le argomentazioni di chi, come Mauro Boarelli, vede nella “nuova Aprea” una pessima legge approvata per altro con modalità per nulla trasparenti, nell’intervento di Campione non c’è lo straccio di una argomentazione a favore. Mi piacerebbe, ad esempio, sapere perché gli piace che i presidi, nella scuola dell’Aprea, possano avere molti più poteri, o perché trova opportuna la scomparsa degli organi collegiali o anche, più semplicemente, se trovi giusto che il suo partito contribuisca a privare il Parlamento anche della sola possibilità di discuterne.
    Non uno stracco di spiegazione. Il dogma non criticabile è chiaro: l’Aprea è una proposta di riforma di una scuola che va male e per i riformisti chi non accetta le riforme è un conservatore. Che, con certe “riforme” si possa anche andare di male in peggio è un dettaglio privo di importanza. Il verbo ancora una volta è “credere!”Ci dobbiamo credere, se non vogliamo essere additati come traditori “che supportano chi è asserragliato nella difesa corporativa di rendite posizione inaccettabili” (“rispettiamoci senza etichettarci…”).
    Questo è esattamente l’ardore superstizioso al quale mi riferivo.
    Il secondo intervento non è poi molto diverso dal primo, anche se tratta un argomento diverso (il “merito”) e più di un vero e proprio intervento in risposta al “bilancio” si tratta di un caso di autopromozione. Campione afferma sin dal titolo che “non c’è equità senza merito”, ma a dire il vero non si capisce perché dovrebbe essere così, è un nuovo dogma e tanto basta. La febbre sanfedista non gli consente di leggere e rispondere ai diversi passaggi del mio articolo relativi alla favola del “merito”, della valutazione dei migliori alunni, quindi dei docenti migliori, quindi delle scuole migliori, quindi della destinazione migliore per i fondi pubblici. La trance mistico-religiosa impedisce di vedere, ad esempio, che la partita tra gli alunni è truccata sin dal primo giorno di scuola (suggerirei di leggere la Hack in proposito http://espresso.repubblica.it/dettaglio/hack-la-scuola-non-e-unimpresa/2184499) e che premiare chi è già bravo potrebbe tradursi proprio nel finanziare i benestanti. Campione non si accorge che un scuola meno classista spenderebbe di più per chi è in difficoltà, promuoverebbe corsi di recupero, regalerebbe libri a chi è povero. Non si accorge che i fondi per queste voci sono stati cancellati. Ci dice che le misure per premiare i meriti sarebbero a contrasto, ad esempio, della dispersione scolastica, ma non ci dice perché, né ci spiega da dove abbia ricavato la convinzione che a smettere di frequentare la scuola siano i primi della classe. Sembra quasi che il responsabile della politica scolastica del PD non abbia mai operato in una scuola e che per questo dietro le sue formule si nasconda il nulla.
    Quando Rosa Luxemburg pubblicò “Riforma sociale o rivoluzione?”, un testo che chi si proclama riformista di certo conosce, ebbe a scrivere: “È bastato che l’opportunismo parlasse per dimostrare che non ha niente da dire”.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.