Gualberto Alvino. *La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino*, Loffredo Editore 2012

Prefazione di Pietro Trifone:

Prima di copertina

Sembra che nell’orizzonte della scrittura contemporanea non possa più trovare un posto di rilievo il tradizionale lavorio della forma, la ricerca dell’espressione nobile e ornata. Messa in crisi dalla lingua di plastica e dallo stile semplice, dalle frasi fatte e dall’insolenza gratuita, dagli sms, dai tweet e dai post, la parola inusitata e difficile — la parola verticale, maestosa e impervia come una parete dolomitica — viene ormai considerata quasi alla stregua di un presuntuoso rompiscatole da tenere a debita distanza. Sorte non dissimile è toccata alla callida iunctura dei nostri cari e ormai polverosi manuali di retorica, la combinazione di parole insieme raffinata, estrosa e pregnante. Nella stessa narrativa la variazione dei registri e la modulazione dei toni prevedono generalmente una comoda passeggiata sui falsipiani dell’italiano parlato, del gergo giovanile, dell’uso regionale, piuttosto che vertiginose ascensioni in solitaria sulle rocce a strapiombo della letterarietà estrema.

È appunto a partire da tale non entusiasmante situazione di fatto che il denso e originale volume di Gualberto Alvino sulla prosa di tre campioni indiscussi dell’elaborazione linguistica e della sperimentazione espressiva — Antonio Pizzuto, Vincenzo Consolo e Gesualdo Bufalino — trae le sue profonde ragioni di opportunità, e direi anche di anticonformismo. Colpiti a vario titolo e in diversa misura da imputazioni di ermetismo o di artificiosità, i tre scrittori sono strenuamente difesi dal critico per mezzo del più affilato strumento di investigazione, argomentazione e prova di cui si possa disporre: l’ermeneutica testuale, ossia la spiegazione dei significati e dei valori nascosti sotto il velame di ambigue o anomale opzioni linguistiche, interpretate quindi come stimolanti sfide all’intelligenza e alla sensibilità del lettore. Poiché si tratta di un’arma tanto potente quanto pericolosa per chi la maneggi senza la necessaria perizia, si può affermare che dal suo impiego vigile e accorto dipenda fondamentalmente il successo dell’intrepida operazione analitica ed esplicativa di Alvino.

Non sarà soltanto un caso se tre dei cinque saggi che compongono il volume sono dedicati a Pizzuto, mentre Consolo e Bufalino si dividono i restanti due. A un lettore consumato come Alvino, infatti, riesce relativamente facile tratteggiare gli aspetti più significativi della scrittura di Consolo e di Bufalino, mettendo in rilievo la maestria stilistica di entrambi, e mostrando in particolare l’esuberante commistione di linguaggi operata dal primo, l’originale recupero della tradizione letteraria che contraddistingue il secondo. La prosa di Consolo è paragonata suggestivamente a «un’olla podrida ribollente di tensioni difformi, talora esorbitanti da una schietta urgenza poetica, su cui incombe costantemente il pericolo del feticismo lessicale, del funambolismo sintattico e, se si potesse dire, della glottolatria»; con tutto ciò, scrittori come lui costituiscono «una risorsa preziosa e vitale per la prosa letteraria italiana, oggi più che mai in profondissima crisi» (p. 97). Quanto alla lingua di Bufalino, il critico non esita a presentarla come «il più splendido modello d’italiano degli ultimi decennî», un modello che non va relegato «nell’alveo angusto d’un virtuosismo formalistico di matrice rondesco-dannunziana e d’una ricercatezza fondata sul recupero acritico di materiali aulici» (p. 131). Il frequente ricorso ad arcaismi inconsueti, a sicilianismi adattati e soprattutto a neologismi derivativi testimonia le inquietudini che percorrono e animano la duttile mano dell’artista.

Quarta di copertina

Pizzuto richiede cure più ampie e più onerose. I primi due saggi del volume, per cominciare, forniscono indispensabili glossari dei neologismi dello scrittore, da abbada a zelida, da accessivi a zoofitie, palesando i segreti codici di accesso al complesso sistema della sua lingua, decifrata anche attraverso le numerose note chiarificatrici che l’autore stesso e talora i suoi corrispondenti dispensano nei loro scambievoli carteggi. Si veda ad esempio l’elegante risposta epistolare di Giovanni Nencioni ai dubbi sollevati da Pizzuto intorno alla legittimità del sostantivo abbada, formato a partire dalla locuzione a bada: «abbada, come sostantivo, non è in alcun vocabolario. […] Secondo il parto fisiologico esso dovrebbe nascere maschile, come tante altre locuzioni sostantivate (‘un va e vieni’, ‘un alto là!’ ecc.); ma col taglio cesareo può nascere anche femminile. Eppoi, non teorizzammo […] il diritto all’hapax?» (p. 25).

Va detto che nel caso di Pizzuto la contorsione e la blindatura della parola sono così imperiose che il tentativo di ricongiunzione tra significante e significato, ovvero di traduzione in italiano pedestre dell’acrobatico pizzutese (perché di ciò in sostanza si tratta), può risultare spesso disagevole e avventuroso anche per un interprete agguerrito come Alvino, che agli inespugnabili testi del Palermitano ha dedicato ripetute e sapienti attenzioni filologiche e linguistiche. Il neologismo coranti, rinvenuto in un passo di Testamento («si levano i frati di San Romualdo, alta mezzanotte movendo, per l’impervio, su neve spesso, in molti però, e coranti, e desiderosi»), è commentato prudentemente dal valoroso ma non temerario glossatore: «Forse dall’ant. coranza ‘sollecitudine’» (p. 24). L’avverbio forse, così congeniale ai cultori dell’etimologia, non fu mai usato più a proposito che nella ricostruzione degli etimi pizzutiani: ralaccalga («sineterica emanazione ralaccalga» in Penultime) sarà «Forse incrocio di ra(ia), salacca e alga» (p. 42). Forse, appunto.

Per fortuna le incognite e le insidie dell’esegesi non scoraggiano Alvino, ma sembrano anzi stimolare la sua attitudine alla contuizione, termine teologico assai caro a Pizzuto, che lo adopera per riferirsi alla compenetrazione tra le rispettive coscienze dello scrittore e del lettore. Specialmente l’inatteso Dialogo dello scettico e del fautore regala lampi di autentica genialità. Come quando il personaggio affabilmente scettico, messo di fronte a quelle che il devoto seguace di Pizzuto celebra come straordinarie invenzioni e che a lui sembrano invece delle astruse cineserie, sbotta con comica impazienza: «Ma santoddio, si rischia la meningite!» (p. 90). La replica del sofisticato ammiratore è perentoria: «Dico che Pizzuto fa saltare le sinapsi e ne istituisce di nuove. Dico che Pizzuto è merce per palati sottili e cervelli fini. E che il lettore è obbligato a scandagliare le successive fasi del percorso formativo, se non vuole smarrirsi nei meandri d’un testo impenetrabile a qualsivoglia tentativo di lettura nuda, orizzontale, che non fori la spessa crosta del dettato conglobandolo nella sua integrità» (ivi).

Sappiamo bene, del resto, che l’enigmaticità e l’ambiguità non costituiscono affatto requisiti incompatibili con le conquiste dell’espressione artistica, come dimostrano tanti esempi illustri, da Bosch a Magritte, dal Burchiello a Joyce. Appaiono semmai più rilevanti le contestazioni, già mosse a Pizzuto da Cesare Segre e da diversi altri commentatori, di accondiscendere a un manieristico edonismo verbale, di compiacersi in un esercizio linguistico-letterario che tende a sublimare la parola, sottraendola surrettiziamente al flusso vitale dell’esperienza. Ma l’estimatore di Pizzuto, trasparente alter ego dello stesso Alvino, ribatte con prontezza anche a questa critica: «L’errore è credere che lo stile stia da una parte e la materia narrata dall’altra, quando si tratta d’un binomio inscindibile. Di un’equazione. Lo stile è la materia» (p. 81). Affermazione ineccepibile, che lo stesso Segre e numerosi scettici potrebbero controfirmare, ma che naturalmente non deve indurci ad apprezzare qualsiasi stile coerente con la sua materia: altrimenti, al limite, basterebbe scrivere in modo orrendo per rappresentare le brutture del mondo, o in modo arzigogolato e incomprensibile per esprimere la complessità e l’imperscrutabilità dell’esistenza, e così via.

Rivalutate alcune ragioni degli scettici, arginati alcuni eccessi dei fautori, sarebbe difficile non riconoscere ad Alvino l’apprezzamento e la gratitudine che merita per le sue eroiche esplorazioni, e per le fini analisi linguistiche di cui è impreziosito l’intero volume. Una lussureggiante esemplificazione sostiene il discorso critico e al tempo stesso solletica le papille gustative del lettore con le strabilianti ghiottonerie lessicali ammannite dai tre formidabili capocuochi siciliani.

Un pensiero su “Gualberto Alvino. *La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino*, Loffredo Editore 2012

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.