Nel fare poetico di Gianmario Lucini. “Monologo del dittatore”

Nel fare poetico di Gianmario Lucini. Monologo del dittatore, Edizioni CFR, 2012 , pp. 104, € 12,00

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di Antonino Contiliano

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Una scrittura poetica che si misura con la storia e ne fa materia di elocuzione lirica con l’insieme del parco ideologico che denota e connota il suo esser-ci – pur nella circolarità dell’“eterno ritorno” (nietzschiano) riformulato con l’immagine calviniana rivisitata (“un viaggiatore invisibile / […] / che […] / si trovi a vivere diversi istanti // nel medesimo luogo – dove nel futuro / saranno altre presenze / indifferenti –.”, Racconto, p. 9) – non può essere letta che epicamente straniante. Epica in quanto parola che racconta l’accaduto e il travaglio dell’accordare l’empirico e il razionale, la prassi e l’ideale; epica anche nel senso di una produzione poetica che, ponendosi quale punto di vista straniante che separa e distanzia la veduta, costantemente tuttavia relaziona tra loro gli elementi costituenti la strutturazione linguistica che simboleggiandola la mima.

Il discorso testuale deputato cioè a comunicare, palese la scelta di valore dell’autore, la funzione del segno polisemico che ne media il senso e i mezzi a ciò im-piegati. Analizzando il quotidiano del sistema astratto e ossificato ne coglie infatti logica, significato e senso attraverso un utilizzo saputo della cassetta degli attrezzi formali – arsi ascendenti e discendenti, inversioni, enjambements, rime, allitterazioni, anafore, anadiplosi (“e la visione si raggrinzì nell’urlo // l’urlo invase le strade assolate”, p. 25, Monologo del dittatore), paradossi (“è necessaria la morte / per generare l’immortale”, p. 26, Ivi), epanadiplosi “seguono l’ombra della mia mano e ombre”, p. 32, Ivi), inserzione fonematica allotria – epèntesi – in una parola al fine di una storpiatura ironica della stessa modificandone la morfologia e la semantica (“itaglietta borghese e senza onore”, p. 17, Invettiva), dissociazioni semantiche e ‘derivatio’ (“macellare il macellaio”, p. 38, I castigamatti), etc. – che gli sono propri.

Tra gli elementi dell’imbastitura prioritario, scegliamo, l’aspetto soggettivo e oggettivo dell’essere qui ed ora della materia, del soggetto e dei soggetti in azione che lo fanno e che vi stanno dentro tra struttura e processualità. È l’interazione che mette in contatto un/i soggetto/i con le cose, gli eventi, il presente, il passato e il futuro civile, culturale, sociale e politico dell’essere-insieme-con-altri o con l’insieme delle relazioni che il sistema simbolico in uso formalizza attorno a dei nuclei di senso carichi di ideo-logia. Il linguaggio, infatti, ne modalizza il divenire cogliendo l’intreccio delle fenomenologie soggettive e oggettive (storicamente determinate) come insieme di rapporti di omogeneità ed eterogeneità o di opposti e differenziazioni che le contraddizioni in processo mettono in cammino coinvolgendo ad un tempo strutture cognitive e pratiche, oltre che estetiche. Una complessità dinamica che ragione e immaginazione analizzano, penetrano, astraggono e ricombinano a livelli diversi come una costruzione altrettanto complessa, che comunque deve distendersi su/in un cronotopo, perché le tracce di senso siano leggibili e intellegibili per agire e interagire insieme. Il piano della pagina, infatti, è il luogo in cui il tempo e la sua molteplicità si fa scrittura dell’artefacere simbolico-segnico-semiotico o della poiesis che nulla lascia di intentato perché la sim-biosi dialettica dei materiali e degli strumenti mostri la necessità del concetto quanto dell’immagine e dell’aisthesis, sfruttando insieme linearità e non linearità del discorso formale stesso. Se poi la lingua dell’universo simbolico, come nel caso dei testi poetici raccolti ne il Monologo del dittatore (CFR, Sondrio, 2012) di Gianmario Lucini, mette a lavoro la logica della poesia, allora è anche certo che la paradossalità, nemica del senso comune e del lineare, acquista un suo regime di verità e di senso fino a far sentire che l’identità aliena dello ‘straniero’ è quella della differenza di un compagno sodale, pur se come lettore. Un compagno di strada desublimante cui affiancarsi condividendone (non ci fa ombra l’essere partigiani) l’azione della parola che si fa sia denuncia quanto premessa di una promessa. Un impegno – pur se nell’immagine di una coscienza astraente – giocato in terza persona e che chiede, se possibile, una modifica dello stato di cose presente con il “sogno” di uno “Spirito” che vuole un altro mondo e che dell’altro sia la completa negazione e desostantificazione: «Vede, un uomo nasce al mondo, non a una razza / nulla gli appartiene ed egli è di tutti / e di nessuno, / sopra il suo capo il cielo / davanti ai suoi occhi l’orizzonte / e uno Spirito lo muove a cercare quei luoghi / dove porre fine ad ogni sua ricerca / ascoltare la carezza del vento sul viso / pronunciare il proprio nome a voce chiara / poter dire “io esisto”, / senza timore di essere tradito» (Autodelazione, pp. 61-62).

Così il poeta continua, e questa volta in prima persona coinvolta, a scrivere: “Vengo da dove gli opposti si toccano / e porto il sorriso dei compagni defunti / – li ho veduti del sogno dondolare nel cupo / del mare come angeli dormienti -, […] io sono / nome di tutti e di nessuno / […] / Oggi sono la voce amara della terra / che sussurra la sua solitudine, / sarò storia, domani, che preme, // sarò vento che geme nei secoli / per i lamenti che non furono ascoltati, / e la parola smembrata che forse // potrà ridare il sorriso della bellezza “ (Lo straniero, pp.49, 60). Qui, accanto alla toccante sonorità della ritmicità discendente, propria del tono piano e grave dell’andare dei versi (radiante solitudine e angoscia), è la metaforizzazione allegorizzante che ci colpisce; e ci intriga per quel connubio iconizzante che, ci sembra, miscelare ragione, aisthesis e giudizio. Un intreccio che il poeta governa lasciando che il suo ragionar poetico riveli pure il costeggiare speculativo che lo sottende. Esemplare in tal senso, fra i testi, è il Monologo del dittatore (pp. 25-36).

Il “monologo” è il testo poematico in cui il sogno del dittatore, disturbato dal rumore degli avvenimenti che di lì a poco lo vedranno inerme preda della furia omicida degli oppositori, si specchia nelle diverse sfaccettature della vicenda piegando al contempo la parola dialogante a varianti meditative. Riflessioni che toccano, in sintesi, il senso, il destino e il valore delle cose e degli eventi del mondo. Così nella terzina iniziale del testo il pensiero si ferma sulla propria identità di sostanza sovrasensibile e indifferente (“dio di pietra”: al di sopra e indifferente alle sorti umane) – al di là delle leggi e dei valori della polis come gli “animali” e gli “dei” focalizzati dalla filosofia politica dei greci –, mentre nell’ultima quartina, che lo chiude, quasi a suggellare la scelta iniziale, l’indifferenza si ripresenta nell’accezione del “niente” che svalorizza ogni determinazione biologica e di valore che fa la differenza. “Male e bene non sono che piccole ipotesi / del grande universo e vita e morte / sorelle del medesimo niente / che tutto avvolge” (ivi, p. 36).

Una potenza di valutazione e interpretazione che, anche ideologica, affiora come un esplicito che urge dal soggiorno sito nel presupposto e sottointeso malessere sociale e individuale cui rimanda il ragionar poetico di Lucini. Un ragionare che buca la reificazione del mondo e della sua sintassi rutinaria (che osteggia lo ‘straniero’) combinando l’aisthesis (la voce amara; il vento che geme; il sorriso della bellezza) e la dianoia. Un montaggio che è capace di sintetizzare insieme immagine e astrazione lì dove il verso, per esempio, modernamente metaforizza il pronome e la parola “nome” (“io sono…nome”) – come a dire che le vie della metafora possono frequentare pure gli elementi dell’astrazione grammaticale – e l’ossimoro si gioca nella forma dell’ambiguità; una modalità che, sfuggendo alla sintesi pacificata o all’antitesi insoluta, consente di relazionare i contrari in uno schema di identità senza tuttavia chiudere il cerchio lì dove l’enunciato presenta gli estremi con i pronomi indefiniti – “nome di tutti e nessuno” – dell’universalità astratta.

E non è il solo luogo del libro dove il poeta sfrutta questa chiave della retorica poietica, se ne troviamo l’impiego anche, e solo per un esempio, in “Canzonetta per un presagio”, una delle poesie che fa parte della sezione del libro dedicata (appunto) alle “Canzonette”: “C’è una bonaccia irreale / […] // è come un tempo funambolo / […] // […]/ che spera e dispera a ogni passo” (p. 95).

Un’altra sezione del libro è intitolata “Saturnalia” e raccoglie testi non meno attenti a raccogliere l’interazione, variamente dolorante o aggressiva, tra la realtà degli eventi e il sentire poetico giudiziale e agente dell’autore: “[…] / cerco voci sorelle di rivolta e l’aspro / canto civile fuor di metafora / e sia risparmiata Gomorra se un riverbero / d’umano come questo sole retico // ancora increspi un sentire ostinato / di rivolta e devianza che sussurra / “non nel mio nome”. (Nei giorni di Saturno, p. 86); “Fosse per me, li farei scoppiare / in un sol botto – e dove dico io – / quei petardi che le cagnare / umane corrotte dal sentire // intruppato del ventennio deflagrano / […] / insieme ai ladri, ai servi cretini, / e a tutte le puttane del regime.” (Buon anno con fantasia sovversiva, p. 88).

Senza dimenticare il nome di B. Brecht, che legava l’epicità alla dialettica dello sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione, per chiudere queste poche righe sul libro di Lucini, ci piace tuttavia pescare nel pensiero della lapidaria concentrazione aforismatica del poeta Pound che sentenzia: “l’epica è il poema che include la storia”. E il Monologo del dittatore (CFR, Sondrio, 2012) di Gianmario Lucini non pare abbia disatteso l’aspettativa.

Ma la storia – quella con cui si misura Lucini – sembra anche non rinunciare all’invito di Brecht per le interpretazioni, le valutazioni e l’azione: occorre la consapevolezza del non dover rimanere passivo e immedesimato spettatore del teatro del mondo. È il “risveglio”. E il “risveglio”, come ogni buon “materialista storico” sa (quando non si chiudono le porte né alla realtà, né ai sogni e alle inevitabili contraddizioni che li alimentano), non può essere sospeso eternamente nel limbo di uno spiritualismo disincarnato. Nella sua introduzione a “Monologo del dittatore”, Letizia Lanza infatti scrive che, quella di Lucini, “è una poesia militante. Tagliente come una lama di ben temperato acciaio” (p. 4). Né gli manca, notiamo noi, il taglio pungente e dissacratorio dell’ironia posta nei piani disincantati del linguaggio, si fa per dire, basso-materiale.

Se la storia è un’esperienza del presente che ci fa interagire con l’esperienza del passato (storia avvenuta) e la coscienza è un’azione che – pur delineata nell’immagine anticipatrice della poesia –vuol fare “deflagare la continuità della storia” (W. Benjamin) ed evitare così la vergogna di vedere morire due volte i morti e gli oppressi, allora i soliti predatori della “grandezza dei capitali”, che spingono in guerre assurde “contro chi non ci portò mai guerra / poveri contro poveri e contro tutti” (Invettiva, p. 17), vanno fermati. Così il poeta, portatore del “sorriso dei compagni defunti”, dice:

“ Oggi sono la voce amara della terra / che sussurra la sua solitudine, / sarò storia, domani, che preme, // sarò vento che geme nei secoli / per i lamenti che non furono ascoltati, / e la parola smembrata che forse // potrà ridare il sorriso // potrà ridare il sorriso alla bellezza” (Lo straniero, p. 60); “… perché se pianti pali e fortilizi / in un qualunque slargo della vecchia / Terra, scoprirai di certo gli indizi // d’un odio antico, sei il visitatore / d’un altro tempo e dello stesso spazio; / mentre stai lì una freccia ti sfiora // una lama ti squassa: sei irretito / nel senso oscuro della storia (farsi / scannare pur di scannare il nemico).” // […] // Storia è starci dentro nella storia / dimenticando nomi e date / […] È una storia di banditi / la Storia, un rosario di barbarie e di dolori / per la gloria del papa o dell’imperatore // […] // se non sei feroce al punto giusto / ti spediscono in convento, ti levano / dai coglioni per non disturbare / l’ascesa del più feroce al potere.” (Racconto, pp. 10, 11).

Il vento “del passato continua a soffiare”: facciamo in modo allora che non passino altri secoli e aspettare che “solo il poeta del giovin signore” (Ivi, p. 16), corsaro, dedichi ancora qualche verso all’ossario e ai senza tomba.

 

Un pensiero su “Nel fare poetico di Gianmario Lucini. “Monologo del dittatore”

  1. Me ne fotto!

    Non ho mai incrociato una fede umana o divina con un pianto di legno nella Casa,
    – sul pianerottolo una marionetta gioca con la testa di Maria Stuarda.
    Ha di gelatina gli occhi e non lacrime vomita, ma trucioli e colla di coniglio!
    Il lutto non s’addice ai Cesari e alle stelle… Gesti, gesti a me! Soccorrete le mie mani!

    Ma io che faccio qui o altrove se il boia non ha un nobile rancore sulla lingua
    e mescolare non sa con l’accetta dell’attesa e dell’accidia un colore di Turner.
    Il Nulla azzera i giudizi sui patiboli, e il resto di un delirio è nello specchio.
    E dov’era vissuto il mio corpo quando offriva sangue alla sua ombra?

    Sono rose nere queste quotidianità, ma non sono le mie rose!
    E come posso rifiutare un destino che ad ogni sua domanda mi risveglia?
    Io sono esente per grazia umana, e nella mia parola non c’è risposta!
    E non ho l’acrimonia del vivere, solo voglio esserci quando accadrà.

    Svegliatemi dopo la mia immortalità! La pantomima è piena
    di vento nelle apocalissi, negli incendi e nelle distruzioni! – i tre profeti
    farfugliano : Scusi – lei – sente – molto – la – nostra – differenza?
    La confessione è un’arma terrificante… il Poeta: io me ne fotto!

    antonio sagredo

    Roma, 29 ottobre 2011
    —————————————————————–
    Il libro… oggi

    Il libro aprì le mie mani per segnarmi come un monatto irriverente,
    nella mia mente avvilita i misteri della metonimia antica,
    e quella malattia che traverso il nome si chiama, se volete, Poesia.
    Sorrise il lucido dorsale per mostrarmi la sua identità cartacea.

    E mi sfogliò le epoche come uno stregone distilla il suo veleno cortigiano.
    Mi accecò come un bardo la parola per cantare la mia corteccia irrazionale.
    Il furore dell’infanzia esondò come la bellezza di Rosalia!
    Come la beatitudine di Smeralda inquisì lo spasimo della materia!

    Per coprire d’oscurità i triviali segreti celebrò le distinzioni delle pagine
    con le affilate misture di Salafia, e gli spettri delle sue formule
    per vincere d’immortalità i suoi sembianti. Per il trionfo della maschera
    il trucco di una pelle si ritirò sdegnoso dietro la propria inconsistenza.

    Il libro… oggi, è un cavaliere insopportabile e vincente.
    La macchina non ha piedi, né cammini tracciati dai sentieri,
    e passi tardi e lenti per stampare i tempi e gli ignobili pensieri.
    Come un geniale attore che alle scene assegna gli atti, i gesti, e i fallimenti.

    Antonio Sagredo

    Roma, 5/12 novembre 2011

    Me ne fotto!

    Non ho mai incrociato una fede umana o divina con un pianto di legno nella Casa,
    – sul pianerottolo una marionetta gioca con la testa di Maria Stuarda.
    Ha di gelatina gli occhi e non lacrime vomita, ma trucioli e colla di coniglio!
    Il lutto non s’addice ai Cesari e alle stelle… Gesti, gesti a me! Soccorrete le mie mani!

    Ma io che faccio qui o altrove se il boia non ha un nobile rancore sulla lingua
    e mescolare non sa con l’accetta dell’attesa e dell’accidia un colore di Turner.
    Il Nulla azzera i giudizi sui patiboli, e il resto di un delirio è nello specchio.
    E dov’era vissuto il mio corpo quando offriva sangue alla sua ombra?

    Sono rose nere queste quotidianità, ma non sono le mie rose!
    E come posso rifiutare un destino che ad ogni sua domanda mi risveglia?
    Io sono esente per grazia umana, e nella mia parola non c’è risposta!
    E non ho l’acrimonia del vivere, solo voglio esserci quando accadrà.

    Svegliatemi dopo la mia immortalità! La pantomima è piena
    di vento nelle apocalissi, negli incendi e nelle distruzioni! – i tre profeti
    farfugliano : Scusi – lei – sente – molto – la – nostra – differenza?
    La confessione è un’arma terrificante… il Poeta: io me ne fotto!

    antonio sagredo

    Roma, 29 ottobre 2011

    Me ne fotto!

    Non ho mai incrociato una fede umana o divina con un pianto di legno nella Casa,
    – sul pianerottolo una marionetta gioca con la testa di Maria Stuarda.
    Ha di gelatina gli occhi e non lacrime vomita, ma trucioli e colla di coniglio!
    Il lutto non s’addice ai Cesari e alle stelle… Gesti, gesti a me! Soccorrete le mie mani!

    Ma io che faccio qui o altrove se il boia non ha un nobile rancore sulla lingua
    e mescolare non sa con l’accetta dell’attesa e dell’accidia un colore di Turner.
    Il Nulla azzera i giudizi sui patiboli, e il resto di un delirio è nello specchio.
    E dov’era vissuto il mio corpo quando offriva sangue alla sua ombra?

    Sono rose nere queste quotidianità, ma non sono le mie rose!
    E come posso rifiutare un destino che ad ogni sua domanda mi risveglia?
    Io sono esente per grazia umana, e nella mia parola non c’è risposta!
    E non ho l’acrimonia del vivere, solo voglio esserci quando accadrà.

    Svegliatemi dopo la mia immortalità! La pantomima è piena
    di vento nelle apocalissi, negli incendi e nelle distruzioni! – i tre profeti
    farfugliano : Scusi – lei – sente – molto – la – nostra – differenza?
    La confessione è un’arma terrificante… il Poeta: io me ne fotto!

    antonio sagredo

    Roma, 29 ottobre 2011

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