Provocazione in forma d’apologo 223

Tempo fa una scampanellata imperiosa a un’ora insolita mi ha fatto correre alla porta. Avendo ricevuto come risposta al mio “Chi è?” un bofonchio incomprensibile ho comunque aperto, e senza chiedere permesso è entrato un tale che, come conoscesse già l’appartamento, è subito andato in salotto dove si è sprofondato sul divano, guardando poi verso di me con un sorriso furbo.

Il tale, senza nemmeno presentarsi, mi ha spiegato che era bene che per un certo periodo restasse da me in qualità di ospite. Non trovando lì per lì nulla da ribattere ho taciuto, e costui deve aver preso il mio silenzio come un assenso. Pertanto ha estratto di tasca coltello, rivoltella e bombe a mano, allineando il tutto sul tavolino di fronte al divano, sul quale ha appoggiato i piedi mettendosi a fumare di gusto (nessuno l’aveva mai fatto prima, in casa mia!). Avendogli chiesto cos’era quella roba e se c’entrasse con quella nuova situazione mi ha risposto: “Che cos’è lo vedi, quanto al resto non preoccuparti, non preoccuparti mai”; ma la frase, alla buon’ora, è stata pronunciata in tono urbano, e accompagnata dal più bel sorriso del mondo.
Le cose sono andate avanti nel solco tracciato in quei primi momenti. Naturalmente gli ho ceduto il mio letto, i miei vestiti migliori, la mia auto (un po’ di bicicletta del resto mi fa bene, me l’aveva raccomandata tanto anche il medico).
Dopo qualche settimana sono arrivati alcuni suoi amici, o compagni, o collaboratori, o quel che sono, e ci siamo tutti stretti un po’, com’era naturale specialmente io.
Quando si riuniscono in salotto ed entro in quella nuvola di fumo a portare altre sigarette e liquori (ognuno di loro ha preferenze diverse e precise, e per non rischiare di sbagliare ho dovuto compilare una lista) interrompono per un istante i loro discorsi e senza nemmeno l’accenno di un sorriso mi congedano con un “Grazie, ora va’ pure”, che negli ultimi giorni è diventato un più sobrio “E ora vattene”, invito al quale mi affretto ad aderire, inseguito dalla rassicurazione “E soprattutto non preoccuparti mai”.
Non preoccuparmi… È una parola. Papà, papà, perché sei morto? Tu sì che sapresti che cosa fare adesso! E me l’avevi anche detto: ma è passato tanto tempo, e il mondo è così cambiato, che non lo ricordo più.

16 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 223

  1. chissà che seneca non avesse ragione a dire “abbandona ogni preoccupazione per la tua esistenza e te la renderai piacevole”.
    ti abbraccio

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  2. Cara Elisabetta,
    “se non ti occupi di una cosa sarà lei a occuparsi di te”, in modi magari per te spiacevoli.
    Come tanti della mia età ho interiorizzato delle parole d’ordine che hanno mostrato tutti i lori limiti e risvolti negativi, ma che tuttavia non hanno ancora finito di esercitare i loro influssi.
    Pertanto ascolto la tua bella citazione con rispetto, ma con un orecchio solo.
    Ti riabbraccio,
    Roberto

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  3. Roberto, che dire?
    Diciamo che il mondo ci pone sempre nuove sfide, così tante e tali, che spesso siamo noi a non riconoscerle più!
    Credo anche però, che proprio questo porci delle sfide ci consente di trovare, piano piano, le risposte giuste ai vari frangenti, anche quando quelle risposte le avessimo, per abitudine, dimenticate.
    A presto e un abbraccio forte!
    Marco

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  4. Caro Marco,
    io penso che certe nostre amnesie siano almeno un po’ simulate, per quieto vivere ed altri non esaltanti motivi. Quando ci sentiremo davvero con le spalle al muro forse la memoria ci tornerà di colpo… sempre che non sia troppo tardi.
    Grazie e un forte abbraccio a te,
    Roberto

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  5. La violenza nel mondo c’è sempre stata, sono le risposte che non sono più le stesse, ma non solo perchè le abbiamo dimenticate, in fondo l’ospitalità è sacra.
    Turbato,ringrazio.

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  6. Gentile Gum,
    vista la situazione tratteggiata “l’ospitalità è sacra” diventa una freddura davvero niente male: m’inchino.
    Ringrazio a mia volta e saluto,
    Roberto

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  7. Caro Riccardo,
    se non avesse un sapore di giustificazione ti confiderei che non ho pensato affatto all’accoglienza di individui o gruppi cosiddetti “svantaggiati”, ma all’invasione da parte di “avvantaggiatissimi” che solo per pusillanimità possiamo (fingere di) non credere tali.
    Quello che invece posso dire a voce alta è che mi pongo il problema di rispettare le persone e le leggi, non di non passare per reazionario.
    Comunque reazionario non lo sono…
    mentre lo è il mio ginocchio sotto l’azione del martelletto del medico.
    Grazie e un abbraccio,
    Roberto

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  8. Buon giorno.
    Tutto comincia quando accetta il primo, poi segue il secondo, il terzo e così via. Accortosi però di aver commesso la prima imprudenza, non è mai troppo tardi per mettere i suoi ospitati alla porta! Si può dire loro – sempre che non abbiano cambiato la chiavi della serratura e che non sia troppo tardi: – “Scusate, mi sono sbagliato. Non avevo capito. Vi prego di andare”. Il difficile è forse avere il coraggio, quando la situazione è compromessa. Una volta però che la situazione è compromessa, si deve fare di tutto per rimetterla a posto. Io penso.
    Saluti da Cacasenno (Carlo)

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  9. Caro Carlo,
    parole sante. Il fatto è che persa la sinderesi tutto va storto. E che se quel “Vi prego” non fosse semplice formula di stile, accompagnata da più solidi argomenti, riceverebbe come risposta sgangherati cachinni.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  10. Caro Roberto,
    leggo la tua provocazione e rientro nell’appartamento del signor Egge (“che aveva imparato a dire di no”), nel quale, come racconta Brecht in una delle storie più note del signor Keuner – Maßnahmen gegen die Gewalt – Misure contro la violenza (ma “Gewalt” in tedesco significa anche ‘potere’, oltre che ‘violenza’) – un giorno, “al tempo dell’illegalità” entrò “un agente che gli mostrò un certificato emesso in nome di coloro che dominavano la città e su cui era scritto che doveva appartenergli ogni abitazione in cui mettesse piede” (B. Brecht, Storie da calendario. Traduzioni di Paolo Corazza, Franco Fortini e Cesare Cases. 130-131). Anni fa la provocazione di Brecht fu oggetto di accese discussioni in una classe alla cui attenzione sottoposi questo testo e conservo ancora “l’intervista nell’oltretomba” che uno studente scrisse con impeccabilmente feroce piglio critico, per di più in buon tedesco, su questo brano. Oggi affiancherei la tua provocazione alla “storiella del signor Keuner” in questione. Sono certa che ne deriverebbero ottimi spunti per una rinnovata declinazione del “dire no”. Grazie e un abbraccio

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  11. Cara Anna Maria,
    il fondamentale apporto del tuo intervento sta nell’aver rimesso in contatto “violenza” con “potere”, cosa un po’ disusata, non solo da parte del nostro sciagurato protagonista. Inoltre, parlando di un agente munito di un certificato emesso in nome di coloro che dominano la città, fai preciso riferimento a un potere in qualche modo legale, il più problematico con cui rapportarsi.
    Grazie! e riabbraccio,
    Roberto

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  12. semplifichiamo il tutto… non si apre a ” scampanellate imperiose ad orari insoliti ” !!! : – )
    un abbraccio

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  13. Cara Ilaria,
    tutto dipende da come va a finire: se non apri sei un indifferente o peggio, se apri e finisce male sei stato un incauto.
    C’è dunque una specie di nodo gordiano, che va tagliato: il che significa che nell’agire, oltre alle pur utili regole, conta anche molto la visione che abbiamo del mondo e di noi stessi.
    Grazie e un abbraccio a te,
    Roberto

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  14. …e se si controlla dallo spioncino ???? beh se non ce lo abbiamo siamo del gatto !!!!
    Giusto Roberto … scelta difficile!!! :D!!!
    Ancora un caro saluto

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  15. Cara Ilaria,
    ho notato che lo spioncino quando serve è tanto sporco da risultare inutile.
    Quanto all'”essere del gatto”, al di là del significato proverbiale, confesso che sono dei miei gatti anche più di quanto il protagonista dell’apologo lo sia dei suoi ambigui ed incomodi ospiti; e non solo non mi preoccupo, ma ne sono masochisticamente beato.
    Rincaro i risaluti,
    Roberto

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