Quegli anni maledetti – Franz Krauspenhaar Le monetine del Raphael, Gaffi editore.

di Giorgio Simoni

Franz Krauspenhaar è un toro da monta letteraria. Queste sono le parole che mi sono rimbalzate nella testa durante la lettura di Le monetine del Raphaël, ultima fatica dello scrittore pubblicata da Gaffi editore. Kraupenhaar snocciola frasi che colpiscono come una gragnola del Carlos Monzon dei bei tempi; toglie il fiato, gonfia gli occhi di stupore e rabbia, fa vibrare i polsi: insomma c’è poco da fare i damerini, le pagine del romanzo grondano letteratura, signori. Di quella sopraffina, che ti sbatte sotto gli occhi tanto le scopate furibonde quanto le peggiori stragi dei nostri anni plumbei, che al Robert Palmer cantore plastificato e patinato, sbronzo sboccante come un beone all’ultimo stadio nella ramazzottiana Milano da bere, affianca la scelta irreversibile, per certi versi drammatica, del protagonista – Fabio Bucchi – di lasciare il suo comodo posto impiegatizio in una ‟fabbrichetta” dell’hinterland per votarsi definitivamente all’Arte, quella con la A maiuscola.

Ecco, volendo distillare il romanzo in due parole, Le monetine del Raphaël è innanzitutto questo: la storia di un’ossessione. Fabio Bucchi è infatti un pittore, viscerale, affamato, e la propria opera svetta in cima ai suoi pensieri, è l’unica cosa per cui valga la pena lottare, non importa se poi per essa si scenda a compromessi con i capobastoni che hanno intorbidato la Repubblica – sebbene non vengano lesinate critiche feroci al sistema e in primis a se stesso – non importa se si infrangono cuori e imeni, se si fa buon viso a cattivo gioco con le droghe consumate a palate, con le perversioni, con le perenni insoddisfazioni capaci di rosicchiarti la vita e le speranze. L’arte prima di tutto à la guerre comme à la guerre.

La parabola di Fabio Bucchi, discepolo di Francis Bacon, e un passo avanti ai cosiddetti ‟pittori maledetti” – da Franco Angeli a Mario Schifano – è la parabola stessa dell’Italia del periodo storico che va dagli anni Settanta fino al 1993, quando la prima Repubblica muore sepolta, appunto, sotto gli spiccioli lanciati all’indirizzo di Bettino Craxi, idolo totemico del malaffare, delle connivenze, dell’arraffa-arraffa che ha sancito uno dei periodi più drammatici del nostro paese.

Per certi versi, si diceva, Fabio Bucchi è l’incarnazione di quell’Italia; una miscela di bellezza e spietatezza, bravura e noncuranza, furbizia e genialità. E nella raffigurazione di questo affresco a tinte fosche, la grazia e lo spessore del talento di Franz Krauspenhaar affiorano come isole vulcaniche; sorpresa e conforto, stordimento e struggimento, infatti, investono a grandi folate il lettore come solo le vere opere d’arte riescono a fare.

(Pubblicato su Tornogiovedì – 11.6.2012. Immagine: FK – Renaissance.)

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