Discanto. Intervista con Cristina Annino

Di Nadia Agustoni

pubblicata ieri su Rai new 24, nella rubrica Poesia a cura di Luigia Sorrentino

Con Chanson Turca (LietoColle 2012) Cristina Annino segna una tappa importante del suo lavoro poetico. Un libro quest’ultimo nel continuum linguistico dell’autrice e però insieme inusuale per il fecondo intreccio di argomenti, per la visuale sull’esistente e su vicende recenti che hanno suscitato, al loro accadere, le più disparate reazioni nella società civile. Non mancano testi, come quello su Ezra Pound, dove letteratura e vita sembrano cercare altre istanze per dare spazio a uno sguardo smarcato da pietismi troppo facili. Chanson Turca non è un libro ideologico in senso tradizionale, bensì un discanto direi tragico (reso a volte in modo sorprendentemente giocoso), di un certo nostro attuale non vivere o vivere male il mondo.

Annino con questi nuovi testi si confronta a tutto campo con vita, attualità, temi privati e humus sociale chiamando il lettore all’uso delle proprie facoltà critiche e ad uno sguardo capace di distanza da se stesso. L’autrice vuole lettori autentici; chiede pensiero a chi è capace di leggere in controluce un mondo che reca tracce e discorsi di una libertà difficile nella capacità di rinnovarsi.

In una mia recensione che apparirà su QuiLibri ho toccato diverse tematiche del libro, qui pongo ad Annino alcune domande che sono un modo di approfondire e continuare questo discorso aperto che da tre anni proseguo a livello critico con l’autrice.

In questo nuovo libro, pur nel tuo continuum linguistico, introduci tematiche nuove.

“Ti riferisci ovviamente ai due lunghi poemi della seconda parte del libro, dove ho usato il metodo della drammatizzazione ironica. Questo modo di scrittura, oltre che per la lunghezza, si differenzia poco da testi di intensa connotazione personale, in quanto l’uso di energia emotiva utilizzata per stare dentro a una qualunque situazione, è identico in entrambi. La diversità consiste nel fatto che l’ironia -non sarcastica definizione di cose o derisione fine a se stessa- è il contrario di un boomerang; non riporta addosso nessuna presunta verità, ma cresce in velocità andando a colpire la faccia del vero.
Ogni testo fortemente psicologizzato, ricicla infatti costantemente l’io in un’ottica solo individuale; quindi, in questo caso, non si sarebbe risolto in una maggior penetrazione o coinvolgimento con i fatti narrati, quanto in un prevedibile auto compiacimento nel subirli in modo, appunto, soggettivo. Avrebbe insomma invertito le proporzioni logiche dei due poemetti. Ritengo inoltre che l’ironia, coinvolgendo più personaggi e a volte ampliata da un timbro di autentica giocosità, abbia eliminato il perbenismo di giudizi personali soltanto moralistici.”
Diversi personaggi di queste poesie, come sottolinea Maurizio Cucchi nella prefazione al libro, sembrano presenze misteriose; nulla di inventato, qui gioca la tua capacità di aprire squarci nel reale in un modo che non è di tutti, perché tratti ogni personaggio togliendo le foglie d’alloro e con crudezza, riuscendo però a far si che risalti quell’impronta don chisciottesca cui accenno nella mia recensione; uno sguardo, appunto tragico e ironico…
“Far vivere una persona in poesia, darle autonomia d’azione, per poi immaginarla uscire dal testo continuando ad esistere; è una mia passione da sempre.
Nasce dalla riflessione che la solidarietà o per lo meno l’ attenzione umana- ma non solo oggi- sia vissuta da gruppi nell’esclusivo incontro con altri gruppi simili. E che dentro questi agglomerati dovuti a selezione non soltanto spontanea, l’individuo, ovviamente protetto dai suoi simili, prenda scarsa coscienza delle sofferenze di “altri” individui. Per questo, ciò che più conta, secondo me, è la scelta dei miei personaggi. Di questi, mi attrae il difetto. Visibile o nascosto, il disagio esistenziale di tali persone non è soltanto una mia proiezione in loro, bensì il tentativo di dare visibilità a quell’organismo reale che dovrebbe costituire il simbolo della nostra odierna generalità umana.
Qual è, infatti, la sistemazione del “difetto”, nell’ordine delle cose? Non esiste, se non nella nomenclatura di un eventuale controllo mentale, il cui obiettivo tenderà sempre alla “necessaria” sparizione della differenza altrui.
“Quindi siamo, col difetto, dentro l’infinito perdente dello spirito. Questo per dire che il disagio, il minimum sociale, la differenza di tali individui mi interessa nel senso che vedo, in quel loro microcosmo, la faccia visibile o risposta dell’infinito vincente della materia. E abbasso il mondo per farcelo ancor più agire dentro. E’ in questa zona quasi subliminale di luce in cui li osservo con grande stima- intuendone l’ urgente vitalità- che tento, almeno in poesia, di capovolgere la loro unica qualità di stare al mondo. Per renderla, spero, almeno attendibile.”

La tua poesia è pensiero, entri nel vivo delle nostre distruzioni, ma senza fermarti; sembri pattinare sul nichilismo, sull’insensato, e aprire crepe in un muro. Anche Grotowshi, autore di teatro e impegnato in una continua ricerca, parlava di “fare buchi nel muro per guardare dall’altra parte” Puoi spiegare cos’è per te l’altra parte del muro?

“Più che nichilismo, io cerco di pattinare sul nullismo tentando di aprire crepe.
Mi chiedi, metaforicamente, cosa c’è al di là del muro. Grotowski l’ha scoperto? Io non so, spero o mi illudo ci sia (e che la strada per trovarlo non sia troppo lunga) quel che dovrebbe invece starci sempre scoperto davanti, cioè la speranza. Ma quale, se l’inclinazione umana è per la corruzione e non per la virtù? La speranza è quindi che almeno gli intellettuali e gli scienziati, possano trasformare il pensiero in vita. Quella di ognuno di noi. Giacché ho fiducia, dopo tutto e ancora, nella sostanza etica delle cose e degli uomini.”
In alcuni testi è evidente da sempre il tuo legame con la pittura, in Chanson trovo però più insistiti gli accenni a Hopper, Warhol… penso al lavoro di scarnificazione e ibridazione, al riscrivere i corpi proprio nella contemporaneità.

“Il mio legame come dici tu, con la pittura c’è sempre stato, in me come poeta e come persona. Del resto la pittura è stata il primo mezzo di comunicazione tra gli uomini. Si potrebbe dire che tutto ciò che guardiamo o tocchiamo – sospendendo ovviamente un giudizio di valore – è pittura o scultura, tutto il reale intorno lo è, lo è il mondo. Usare la visione pittorica anche in poesia, mi sembra naturale, in quanto lo scrivere non toglie la facoltà memoriale o simultanea del vedere. Ci sono pittori, per esempio Hopper, con i quali condivido molti aspetti psicologici intuiti nelle sue opere. Altre volte Warhol (che non prediligo) dà un supporto ironico la forza di un mio discorso già ironico.
Dunque anche la persona, nel momento in cui la guardi, è già un quadro; la vertiginosa o apparente immobilità dello spazio in cui essa si muove, lo vedo come un naturale quanto reale movimento di forme e colori. Tutto qui.
Più significativo è invece il mio riferimento a Hopper e al realismo americano in genere, dove la condizione di isolamento, di muratura esistenziale dentro l’ordine pittorico suo e del mondo, è evidente fino al coinvolgimento emotivo e ben si attaglia a certi miei personaggi.
La poesia, io penso, nasca ecumenica, si potrebbe rifare in versi anche una sinfonia di Beethoven, paradossalmente, giacché persino la musica ha colore e corpo. Basta saper ascoltare. Non credo di affermare delle novità”.

Un’altra questione che vorrei tu approfondissi è la tua attenzione, se c’è, al linguaggio televisivo. Tra l’altro tu scrivi da tempo anche sceneggiature.

“Il linguaggio televisivo mi interessa nel senso che esercita la mia capacità di togliere. Mi riferisco alla tempistica di certe battute, soprattutto comiche e agli spot. Alcuni sono riuscitissimi, altri hanno difetti che appunto, ti allenano. In tal senso potrei riferirmi anche al cinema”.
I tuoi lettori, e penso a chi ti commenta in internet e a chi ti scrive, sembrano non trovarti un poeta difficile. Invece c’è chi ti trova oscura.

“Può essere. Io, per esempio, non ho mai capito granché, nelle poesie di Dylan Thomas”.

8 pensieri su “Discanto. Intervista con Cristina Annino

  1. Riporto le riflessioni scaturite dalla lettura dell’intervista, ieri.
    Attorno al concetto centrale di ironia – contrario di boomerang – ruotano nella raccolta, come ben evidenzia l’intervista di Nadia Agustoni a Cristina Annino, una modalità di scrittura, abbassare il mondo per farlo agire nell’infinito vincente della materia,, e la sfida al superamento dei “confini della pittura e della poesia” tracciati da Lessing nel “Laoconte”. “Usare la visione pittorica nella poesia”, giacché “lo scrivere non toglie la facoltà memoriale o simultanea del vedere”, sposta la tensione dall’ambito del ‘finito’ (i ‘confini’ del “Laocoonte” di Lessing) a quella di due infiniti, ai quali Cristina Annino attribuisce aggettivi che non lasciano adito a dubbi e sfumature – “l’infinito perdente dello spirito”, “l’infinito vincente della materia”. Proprio in questa tensione tra infiniti c’è chi sa scorgere la speranza quella di trasformare il pensiero in vita. C’è da augurarsi che il contagio della speranza/illusione responsabile e intenzionale si propaghi, ma questo contagio non può che passare per una visione disincantata del “difetto”, per l’ironia, appunto.

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  2. Ringrazio Giovanni Nuscis per l’ospitalità e Anna Maria Curci che propone un intervento critico da lettrice attenta. L’intervista è una delle più belle (secondo me) di Cristina Annino, per la forza con cui ci parla. Il libro assolutamente da leggere.
    Un saluto.

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  3. “Qual è, infatti, la sistemazione del ‘difetto’, nell’ordine delle cose?” – strana domanda interessante.
    Bella quest’intervista, per fortuna l’oscurità, che lascia molto ancora da esplorare.

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  4. Ecco un’intervista che davvero rappresenta un tassello prezioso e un’opportunità per incontrare un’autrice complessa e ricca di lati nascosti.
    Difficile e importante, di questi tempi, riuscire come la Annino, ad avere fiducia nella sostanza etica degli uomini;

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  5. @Marco B.
    si tratta di una vista, la frase stava per “voglio ancora credere..”, alrimenti sarebbe una contaddizione con quanto affermo altrove; riconferma, tuttavia, espresso correttamente, il concetto di speranza.
    Ringrazio i commentatori e per l’ospitalità.

    C.A:

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  6. Io faccio parte di quelli che trovano la poesia di Cristina Annino spesso oscura. Ma, ci tengo a sottolinearlo, è un mio problema ed è giusto così, nelle differenze c’è lo stimolo per imparare. E questo non mi impedisce di riconoscere il grande valore della sua scrittura, così come l’acutezza di questa bella intervista.

    Francesco t.

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  7. Pingback: Il mondo nelle cose fino alle parole, fino al ritmo sintattico del dolore - in realtà, la poesia

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