I marziani atterreranno a Lucca? Be’, intanto i terrestri sono ammartati a Gale, nei pressi del monte Sharp

di: Guido Tedoldi

Questo articolo deriva da un cortocircuito mentale che ho sperimentato qualche giorno fa, generato da 2 eventi distinti. Domenica 5 agosto, sul Domenicale del Sole24ore, c’era un articolo di Christian Raimo intitolato «Chissà se i marziani atterreranno a Lucca»; poche ore dopo, nella mattinata di lunedì 6 agosto, la sonda Curiosity lanciata dalla Nasa è ammartata nel cratere Gale, che si trova alle pendici del monte Sharp, alto circa 5˙500 metri.

Cioè, non sono i marziani che sono venuti da noi, siamo noi terrestri che siamo andati da loro.

Va detto che Raimo, sul Domenicale, di quello che stava combinando la Nasa non si è interessato minimamente. Il suo articolo si concentrava piuttosto sullo stato un po’ depresso della letteratura di fantascienza italiana – depresso a causa del fatto che sono poche le librerie italiane in cui ci sono scaffali dedicati al genere fantascientifico. E anche dove quegli scaffali ci sono, i titoli in vendita sono perlopiù stranieri e non di autori nazionali.

Secondo Raimo questo stato di cose è forse riconducibile alla convinzione di Carlo Fruttero e Franco Lucentini che «un disco volante non può atterrare a Lucca». La veridicità o meno di quella affermazione non è mai stata seriamente messa alla prova, però Fruttero e Lucentini ci credevano e quando tra il 1961 e il 1986 diressero la collana Urania in cui Mondadori convogliava i suoi titoli di fantascienza, non pubblicarono quasi mai un romanzo di autore italiano.

Nonostante le difficoltà, una produzione di fantascienza italiana c’è stata e c’è, e lo stesso Raimo nel suo articolo elenca alcuni titoli anche recenti di romanzi, fumetti e film. Riconoscendo però una difficoltà, che non è solo degli autori nostrani bensì generalizzata nel mondo contemporaneo: «Le nostre idee di futuro invecchiano e muoiono più in fretta di quanto siano veloci le società tecnologiche a produrre aggiornamenti per i nostri device».

E qui, bang, arriva l’ammartaggio di Curiosity. Non sono le nostre idee di futuro a invecchiare o meno: sono i tempi necessari a verificarle che sono lunghi. Curiosity non è la prima sonda che la Nasa ha inviato su Marte, ma è la più grossa pesando circa 900 kg e questo ha comportato studi sul modo di farla atterrare senza disintegrarla all’istante (dall’arrivo nell’orbita di Marte, a 130 km d’altezza, al momento dell’effettivo ammartaggio, sono passati soltanto 7 minuti).

Se tutto questo non è una storia «da fantascienza», poco ci manca. Ma è cominciata 14 anni fa, e la sua conclusione è prevista tra 2 anni con una spesa complessiva superiore ai 2 miliardi di euro. Io, a scriverla in sintesi, ci ho messo pochi minuti. Se mi fossi impegnato avrei potuto trarne un libro di qualche centinaio di pagine… diciamo con un lavoro di 6 mesi. E gli eventuali lettori, per leggerla tutta, avrebbero potuto metterci… una settimana? sì, forse, considerando gli impegni lavorativi e familiari. In ferie, 4 giorni, forse, tra un bagno in mare e un gelato.

Ma nei 14 anni in cui Curiosity diventava realtà e poi veniva lanciata e poi ammartava ecc. ecc. ecc., sono stati scritti tanti libri per esplorare tante idee. E nel frattempo le industrie tecnologiche avrebbero creato prodotti meravigliosi a ritmi impensabili. Il succo però è rimasto lo stesso: c’è qualcuno là fuori?

Il cortocircuito mentale è che la fantascienza non va di pari passo con la mancanza di ambizione. Se si pensa che gli alieni non possono atterrare a Lucca, non si scrivono storie in cui lo fanno. Se si pensa che tanto su Marte non c’è vita, e non vale la pena andare a verificare perché costa una montagna di soldi, non si mandano sonde ad ammartare. E quindi non si sa mai se certe idee sono campate per aria oppure sono i semi fecondi di realizzazioni concrete.

Forse, in Italia, non si scrive fantascienza perché c’è la crisi economica e il futuro fa paura.

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