Ritorno all’isola

di Gloria Gaetano

Vicino Roma, in una libreria molto suggestiva, dove si presentano opere d’arte e di poesia, ho incontrato una donna di grande forza ed energia, Marcia Theophilo, candidata al premio Nobel. Già avevo letto qualche sua poesia, che mi aveva colpito profondamente per il profondo legame con la sua terra, proprio all’interno della foresta amazzonica.
La cittadina è Morlupo, abitata da una popolazione italica affine agli etruschi, con successivi palazzi del ‘400 e del ‘600.
Guardo affascinata il bel video di Maria Korporal con una poesia di Marcia, e mi vengono in mente certi suoi versi che mi hanno colpita profondamente:

Noi alberi viviamo di piogge
Di rugiade eterne e delle brume
Dei fiumi e degli oceani
Di mattutini e nebbie delicate
Durante il giorno il calore
Dei raggi del sole
Dilata i nostri corpi sublunari
Che assorbono così, nel profondo
La soavissima rugiada notturna.

Mi sento profondamente in sintonia con la poeta-antropologa, ascolto a fondo, mentre legge, con la sua voce profonda e intensa, versi in cui si avverte il legame con la terra, con gli alberi, con gli animali, che in certi momenti diviene una forma di identificazione, che ci comunica un senso di libertà, ci fa sentire l’anima della natura, che è totale, assoluta, una.
Marcia ci spiega che sente la vita del mondo in una lingua india diversa da tutte le altre lingue, che lei è in grado di decifrare come alita l’anima della foresta. Dentro la foresta il suo cuore batte, e nel cuore vive il respiro, la musica delle acque della foresta. E così io comprendo: noi siamo alberi, senza i quali il genere umano si estinguerebbe. Perciò Marcia canta un’anima che sta dissolvendo, canto rumori vitali, canto il sogno di un ritorno a un mondo pulito, il disegno magico, misterico della foresta, che è vita e dà vita a tutto il pianeta, a tutti gli uomini, non solo l’Amazzonia è il verde del pianeta, il suo respiro, ma è anche l’acqua del pianeta. E continua. Ho imparato la lingua della foresta nella speranza che altri uomini sensibili possano capire l’equilibrio del mondo che non si può disfare, per gli stupidi conforts di pochi. La poesia è l’unico strumento libero che mi può permettere di colpire il cuore e la mente degli uomini.
Mentre lei, che si lascia così amare da noi, parla, noi capiamo che la poesia è questo, espressione libera, canto dei popoli, e delle persone che sentono che è espressione non di business, ma canto libero. Quando ci siamo incontrate nella hall dell’albergo, le chiedo come mai si identifica con la foresta amazzonica, e lei mi risponde che è colpita e sente profondamente che l’Amazzonia è il mondo e lei è la voce del mondo in sofferenza, che la foresta è un organismo complesso che respira, parla, si lamenta e aggredisce per difendersi.
Le chiedo: – Lei nei suoi versi parla dei bambini leopardo che imitano anche molti animali. I loro giochi sono proprio questi?
E penso ai bambini del primo mondo che non riescono a divertirsi con tutti i giocattoli che compriamo.
Ma lei chiarisce: – I bambini dell’Amazzonia hanno giochi diversi, si identificano con gli animali e giocano liberamente. E so che sanno imitare i loro lunghi e vertiginosi salti, che partecipano di un mondo che conoscono.
Invece i bambini del mondo di cemento sono imprigionati nei loro quartieri, nella mancanza di tutto ciò che è legato alla vita, al movimento. Urutau è un simbolo sciamanico, una figura fantastica che si identifica con l’uccello, che sa di dover vivere nel cemento, ed è infelice, emette il suo lamento, la sua preghiera per non finire lontano da un humus che non vuole perdere, ricordando il mondo magico, pieno di voci della foresta.
La mia poesia non è altro che il canto dell’Amazzonia, che vuole vivere e congiungersi con l’anima della foresta.

Non c’è altro da dire, le sue parole mi avvincono profondamente. Mi hanno spiegato tutto. E io sento che la poesia non è altro che il canto libero del mare, della terra, dell’essere noi insieme. È quella voce che vuole ristabilire l’equilibrio nel mondo, donare un futuro a tutti, che è pianto e gioia e rispetto della vita di tutti. È dolore e gioia, voce unica del cosmo.
Questo mi ha insegnato Marcia.

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