L’ILVA, LE ILVE D’ITALIA

Dopo anni di indifferenza o connivenza e di omessi controlli sulla sicurezza degli impianti dell’Ilva, a Taranto, si sveglia di colpo il Governo dichiarando la propria competenza e, nella sostanza, l’inopportunità del provvedimento assunto della magistratura tarantina a tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini. Ma dov’era il Governo, in tutti questi anni, prima che la magistratura intervenisse? Cambiano, certo, i ministri, la loro eventuale responsabilità, in merito, ma non la normativa vigente e gli obblighi degli apparati amministrativi e degli organi ispettivi. Se non fosse intervenuta la magistratura, sarebbero forse intervenuti i ministeri competenti?

Ciò detto, ci si chiede come potranno bonificarsi gli impianti senza fermarli. E il perché di tanta preoccupazione per i lavoratori quando si sono pagati, in Italia, da gennaio a luglio 2012, circa 600 milioni di ore di cassa integrazione. Siamo davvero sicuri che gli impianti si possano rimettere in sicurezza mettendo fine ai rischi per la salute? Perché se così non fosse sarebbe meglio pensare già da ora ad un piano che riconverta ecologicamente, in tempi brevi, l’attività delle migliaia di persone che ci lavorano: che non possono, non devono perdere il lavoro.

Questa situazione, non dissimile di quella di altre realtà industriali, induce a ritenere che dovremo convivere in futuro con cambiamenti repentini nel mondo del lavoro, senza esclusione di settori. Ma per far fronte a questo, ripiegando in positivo una crisi, servono menti aperte, filosofie nuove che partano dalla persona, dalla tutela dei diritti e dall’ascolto delle attese; serve in particolare una più equa distribuzione delle risorse privilegiando la loro destinazione (contributi, finanziamenti) a vantaggio di più persone possibile, invece che di poche, come avviene di regola con gli appalti milionari. Cosa che finora nessun governo ha fatto, favorendo anzi il crescente divario economico tra classi sociali. Un compito che solo lo Stato può assumere (per la normativa generale) e le istituzioni territoriali (i comuni, innanzitutto, da soli o consorziati), che meglio dello Stato conoscono il territorio, la sua vocazione, le tradizioni, i possibili nuovi percorsi di sviluppo. Ogni territorio deve iniziare o riprendere  a sognare un proprio futuro diverso dal destino che multinazionali e grandi gruppi gli hanno appioppato con forza, anche grazie ad una classe dirigente incapace e senza idee; deve invece sviluppre nei territori una capacità progettuale coraggiosa e lungimirante, ininterrotta,  col coinvolgimento più ampio possibile di persone e di soggetti. Le comunità devono saper dire no alle proposte di investimento che, ipotecando o depauperando le loro risorse, non farebbero fino in fondo il loro bene; devono inoltre favorire il più possibile la crescita culturale delle nuove generazioni, stimolandole e supportandole nella progettazione di nuove attività, o nello sviluppo di quelle già esistenti.  Più che rivoluzioni, servono competenze, condivisione di conoscenze e molto lavoro dentro un progetti comuni. (Giovanni Nuscis)

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