Per Elsa Morante

di Meth Sambiase

“Di Elsa Morante so bene – ho saputo a suo tempo, ho inteso – la vita come (quasi) negazione o rovesciamento di quell’ordine che le era apparso all’inizio. Ma proprio per questo avvertivo quella sua vita come tragica e penosa… E questo, poi, dev’esser stato il suo profondo patire. Di capire che l’ordine le era impossibile. Elsa ha creduto nell’inesistenza, nel miraggio, ha visto terra dove non era. Questa, per me, la sua tragedia. Un’anima perduta”. Dove si sia persa quest’anima, non lo spiega il ritratto che Anna Maria Ortese, fa di Elsa Morante. Sebbene, lo scritto, lo si avverta come una confidenza, una valutazione da tener segreta per non turbare, per tenere a riparo il patrimonio di sensibilità che l’altra grande scrittrice italiana, rinveniva nella Morante. Di cui oggi ricordiamo il centenario della nascita.

Da donna a donna, l’Ortense descrive l’artista romana come il “genio più alto di tutti i tempi italiani della donna”. Dal bagaglio letterario del talento Morante, mettiamo a fuoco la sua raccolta di poesia, Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi, un libro senza esergo introduttivo, in cui la parola è sempre materica e densa, funzionale al “raccontare”, e nemmeno ci si aspetta i voli improvvisi, le lievità che inaspettatamente si aprono brevi, brevissime perché non devono disturbare lo spirito del canto. Lo spirito non è né perso né trovato, ma ha urgenza di raccontarsi fuori del Se, la narrazione è verso l‘Altro, esente da intimismi lirici che non siano fuorvianti dalle storie che scandiscono le parti dei racconti, delle ballate, delle partiture musicali, tutte imposte alla parola poetica. Parola che vive qui, dentro e fuori dalla tradizione della scrittura metrica, portata nelle intenzioni dell’autrice, un’ultima volta sulla sua pagina. Aprendosi all’Addio, come prima parte, in quartine che si ampliano in metriche differenti fino alla chiusa (inaspettato sonetto), e nel mezzo un soggetto a metà strada tra la capacità del crescere nel “corpo offeso dei viventi” dei suoi fanciulli e la visione oggettiva del reale, d’ispirazione pasoliniana. Poi tocca all’epica, con la Serata a Colono, che l’autrice, per evitare fraintendimenti, ne precisa un’intenzione parodistica, sebbene la scrittura pressi il mito. L’esergo è omaggiato in Marina Cvetàeva, inciso ad introdurre un luogo dove il futuro e il passato, (l’archetipo) figlia senza volto e l’archetipo Edipo, attraversano le stanze del tempo, prendendo posizione nel dolore dell’incomprensione e della solitudine, nell’ossimoro spirituale di esser nel cuore del racconto mitologico e nella realtà immediatamente percepita.

Nelle Canzoni popolari le stanze mutano di tempo, si concentrano nel cuore di un racconto in versi, che dimostra, spiega, rende conto, per alleggerire la “salute della mente” mentre prende parola il “sale della terra”, gli umili, i discriminati, i fuori-storia di ogni tempo, da Giuda in poi. Sempre ad indicare, ad incalzare, verso dopo verso, con una ricerca di fonia e di ritmo, di cuore e voce, che da vita “fisica” e mette la maestria dell’autrice a servizio di uno spirito “sorvegliato a vista” dall’urgenza di non disperdere il cuore. Fino alla sua dissoluzione dal presente, con un congedo. Gli ultimi versi immersi nel libro sono quelli che ne danno titolo e corpo progettuale, ma la Morante si riserva un’ultima indicazione. Il Congedo, l’addio (con cui era cominciato il viaggio dei versi) non sarà placido, sarà distruttivo. “Elsa Morante – spiega Gabriella Sica in un libro sulla metrica – riprende molto liberamente la canzone, fino a farne macerie in cui l’intera forma, ormai franta, conserva solo la scansione in stanze. I versi sono brevissimi , anche bisillabi e addirittura soltanto suoni, o lunghissimi, molto vicini alla prosa; molti gli inserti grafici discordanti, le rime, quando appaino, sono del tutto occasionali” L’ispirazione è vita ed è al sopra di ogni metro e nel metro stesso, a tener conto di questo addio. Come un’infezione incurabile che dissolve le membra e costringe la scienza a trovare nuovi rimedi per sanare e rifondare i corpi, così la tradizione della metrica, in questo caso la Canzone, dev’essere guardata con occhi nuovi (con occhi di fanciullo?) per poter (ri)tramettere la vita. Dopo il 1968, anno di pubblicazione del libro, la Morante non pubblicherà più libri di poesia.

4 pensieri su “Per Elsa Morante

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