Grande romanzo americano, di Roberto Saporito

Una cosa che succede quando scrivi un libro è che tieni la morte al suo posto;
l’ideale è continuare ininterrottamente a scrivere.
” (Bernard Malamud)

UNO

Quando apri gli occhi e guardi la sveglia elettronica, la sveglia elettronica è spenta, senza vita. Hai la testa pesante, hai dormito poco e male, hai bevuto troppo ieri sera e adesso non sai che ore sono.
Prendi il cellulare sul comodino, guardi l’ora e urli:
“Cazzo, è tardissimo.”
Ti alzi, accendi la macchinetta del caffè, accendi la televisione, vai in bagno a pisciare. Ti osservi allo specchio: hai avuto giorni migliori, non c’è che dire.
Mentre aspetti che la macchinetta del caffè si scaldi butti l’occhio al televisore e nel televisore c’è una delle Twin Towers che sputa fumo, che sputa fumo esattamente all’altezza del tuo ufficio di rappresentanza, l’ufficio dove tu in questo preciso momento dovresti essere, l’ufficio dal quale vendi e compri opere d’arte dai prezzi impossibili, l’ufficio che è diventato la tua vita, l’unica cosa che fai, l’unica cosa che pensi, l’unica cosa che ti fa alzare la mattina, tutte le mattine, tranne oggi.
Alzi il volume.
Il giornalista alla televisione dice incendio, incidente, attentato, morti, feriti, confusione, fumo, fumo, fumo.
Quando un aereo colpisce la torre nord tu apri la cassaforte e svuoti il suo contenuto fatto di dollari, tantissimi, guadagnati in nero e li travasi nello zaino che usi per andare in palestra.
Prendi solo i soldi, tutto il resto lo lasci lì dov’è, come se fossi semplicemente uscito questa mattina per andare al lavoro, come tutte le mattine. Tranne oggi.
L’unica cosa che riesci a pensare è la parola “sparire”.
Scendi nel garage sotterraneo e ne esci in sella della tua Vespa degli anni settanta, un tuo vezzo vintage da newyorchese acquisito, un mezzo di trasporto scomodo e moderatamente snob.
Prendi la direzione opposta alle torri, al fumo che anche da qui, sulla Madison angolo 48esima, si vede alto e minaccioso e fuori contesto.
New York appare impazzita, in preda a terrore e curiosità, un cocktail devastante, ma per te tutto questo appare solo come una possibilità di cambiamento radicale: “sparire” è l’unico tuo pensiero.
“Sparire” è una parola magica. “Sparire” è un mantra che ti accompagna. “Sparire”, “sparire”, “sparire”.
Fermo a un semaforo senti un tizio incollato ad una radio che dice che è crollata la torre sud, la numero due, quella di fronte a dove tu dovresti essere in questo preciso momento, quella dove sei sempre.
Sono morto, pensi.
Finalmente, sono morto, ed è assurdo da dire, ma per te è un pensiero piacevole, un moltiplicatore di futuri, un azzeratore di passati.
Sono sparito.
Assapori la parola in bocca e ha un gusto buonissimo, come il più prelibato dei cibi, foie gras di Fauchon.

DUE

Guardi per l’ennesima volta il crollo delle torri, l’aereo che entra nel grattacielo come un coltello affilatissimo nella carne. Una cosa di una precisione chirurgica. Più che carne però sembra docile burro.
Guardi la televisione, è l’unica cosa che riesci a fare.
Sei nella stanza di uno squallido motel da qualche parte nel New Jersey.
Pensi a tutte le persone che sono morte, ma il vero pensiero fisso è che tutti penseranno che tu sei morto, e se tutti lo pensano è come se fossi veramente morto. Racconta una cosa, vera o falsa, almeno tre volte e quella cosa diventa vera, comunque.
Guardi la tua torre che crolla e dici:
“Sono morto.”
Il famoso mercante italiano d’arte contemporanea è morto.
Il famoso mercante italiano d’arte contemporanea, che era stufo di essere un mercante d’arte contemporanea è morto, è scomparso nel crollo delle torri. Cazzo, suona benissimo, pensi, suona maledettamente bene.
La verità è che riesci a pensare solo a te stesso, come al solito: il mercante è morto ma tu sei uguale a prima.
Il mercante è morto, viva il mercante.
Il mercante è scomparso e tu di colpo sorridi: non sono più nessuno, pensi. E continui a sorridere.
E’ una sensazione bellissima non essere più nessuno e in modo particolare non essere più quel mercante d’arte contemporanea che non sopportavi più.
Eri diventato un tale stronzo, un tale avvoltoio del cazzo che l’unica cosa che potevi fare era morire.
La tua torre ricrolla e tu dici:
“Sei morto, stronzo.”
E la cosa ti dà una soddisfazione enorme.

TRE

“Dov’era lei quando sono crollate le torri?” ti chiede il tipo del motel.
Bella domanda.
E da oggi in poi sarà una domanda ricorrente. Una sorta di intercalare esistenziale.
“Dov’era lei quando sono crollate le torri?”
E ti viene da rispondere:
“Nella torre nord che mi è crollata addosso, uccidendomi.”

[di Roberto Saporito]

Incipit del [piccolo] “grande romanzo americano” [inedito] di Roberto Saporito [in fase di ennesima revisione]

http://romanzo.blog.tiscali.it/

4 pensieri su “Grande romanzo americano, di Roberto Saporito

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