Un libro ancora da leggere

Di Elisabetta Bordieri

Quando Martina si affacciò alla finestra, quello che vide fu solo neve e freddo e ghiaccio e sale. Si affacciava tutti i giorni, tutte le mattine alla stessa finestra, ma il paese di cinque anime, dove era finita a sopravvivere ormai da anni e anni, non concedeva altro. Tutte le migliori aspettative, nel giro di poco, tutte andate in fumo, così il dolce paesino piccolo, isolato e di gente semplice si era rivelato uno stucchevole agglomerato gretto, dimenticato e di gente ottusa. Aveva pensato che fare il medico di paese fosse come nei film. La dottoressa venuta da lontano mal vista all’inizio ma rispettata da tutti poi, che si sarebbe fatta pagare in marmellate e uova dalla gente meno abbiente, che avrebbe fatto amicizia con il maresciallo quasi pensionato e che avrebbe stretto qualcosa di più con il comandante della guardia forestale. Quindici interminabili anni e nemmeno l’ombra di una marmellata o di un uovo, di un amico maresciallo, né tanto meno di una aitante guardia forestale. Solo tanto lavoro e nulla più.
Martina era una donna sola. E non desiderava altro.
Dopo una metodica colazione, senza quella passione che richiede la degustazione di un cappuccino, si riaffacciò alla finestra. Ancora solo neve e freddo e ghiaccio e sale. Uscì.
S’incamminò nel parco verso il consueto ambulatorio.
“Buongiorno” una voce sgradevole e fastidiosa le si parò di fronte.
Poi venne fuori un viso. Un uomo. Rughe disseminate ovunque, talmente ovunque che a Martina si materializzò davanti in un attimo il cedimento delle strutture cutanee dell’uomo in un accartocciamento inumano di viscere. Vide la morfologia del suo corpo come una distribuzione compatta di grinze e solchi, vuoti volumetrici fino nelle interiora protese come grovigli di serpenti che entravano e uscivano dal corpo avvolgendogli anche l’anima. Un vecchiume fuori e dentro da far accapponare la pelle a polli già avvizziti.
“Buongiorno” sogghignò per niente vergognandosi della visione di poco prima.
“Volevo consigliarti di leggere questo” tirando fuori dalla tasca un libro.
“Mi perdoni ma io sto andando a lavorare, non ho tempo di leggere romanzetti rosa o arancioni che siano, e sopra ogni cosa non la conosco. Se non c’è altro io andrei”
“C’è altro. Molto altro. Non è un romanzetto. E sotto e dentro qualsiasi altra cosa tu mi conosci già in ogni tua notte” e se ne andò con il suo libro.
Lo seguì con lo sguardo imbambolata da quelle strane parole e le parve quasi che il tipo avesse una gobba sulla schiena, no, non proprio una gobba, ma una specie di escrescenza che faceva a cazzotti per cercare di spuntare fuori dal cappotto. Due ali, ecco sì, le sembrarono due ali impacchettate male.
Lui si rigirò una volta. E i loro sguardi si incrociarono. Ma Martina non vide un vecchio ma un bel giovane. Nemmeno il tempo di dare senso all’allucinazione che quello sparì dalla sua vista.
Innervosita, arrivò in ambulatorio in ritardo e già la fila di gente si snodava nella sala d’attesa viscida e appiccicosa come la pelle di un serpente. Le tornarono in mente i serpenti delle frattaglie del signore del parco. E il libro. A Martina non piaceva dilettarsi nella lettura. Anche se la verità era ben altra. Martina non sopportava leggere. Quando dedicava tempo e spazio alle parole scritte da uno sconosciuto le sembrava di sentire i rapidi passi dell’avanzare dell’età. L’invecchiamento precoce era sempre alle porte quando si sedeva ad aprire un libro. E poi già doveva leggere per lavoro, tenersi aggiornata continuamente. Fare il medico, essere medico non era stata una sua scelta, o meglio era stata una scelta dei suoi vent’anni, quando ancora non era una donna di spessore, e lei non voleva avere più nulla a che fare con quel periodo polveroso della sua vita. Un’età insulsa e senza testa. Il tempo per imparare la voluttà nel distacco e il piacere della rinuncia per Martina doveva ancora venire. Lei imparò solo molto presto che per staccarsi dalle persone bisogna interiorizzarle fino a stare male, fino a sentire una mano che entra all’altezza del petto e che tira forte, da dentro verso l’esterno, fino a vivere l’estirpazione completa. Un male atroce, ma poi finalmente si torna a vivere, perché staccarsi da lui fu esattamente così. Anche se ogni volta, ogni giorno, ogni maledetto attimo sapeva di essere un medico. E questo non poteva più estirparlo. Lui le aveva lasciato per sempre il ricordo della scelta di quel giorno, dove nel promettersi amore eterno, promettevano di vivere una professione come missione, come un solido pilastro per lenire la sofferenza del mondo. Tutte ridicole boiate.
I primi pazienti scivolarono via velocemente, e poi a seguire tutti gli altri, finché si ritrovò a fine mattinata senza nemmeno accorgersene.
Un paio di ordinarie visite nel primo pomeriggio e poi avrebbe finalmente messo un punto a quella giornata la cui fine tardava a venire.
Quasi sera, e nonostante il termometro segnasse temperature polari, si rincamminò nel parco verso casa. Le piacevano le sensazioni opposte e contrarie presenti nello stesso momento. Odiava il freddo sfacciato di quel paese e la sua gente tutta, e amava nel contempo inoltrarsi nello stesso freddo a piedi in un parco pubblico, quando invece la carcassa della sua automobile l’avrebbe potuta difendere da tutto questo. Non era la banalità di sentirsi soli in mezzo agli altri. Era piuttosto la necessità di volerlo essere.
Pensò di farsi sfiorare dal pensiero del vecchio della mattina, ma avrebbe distrutto cinque minuti preziosi di vita, e così, a passi svelti, si ritrovò in cucina a smanettare il frigorifero per cercare qualcosa da mangiucchiare. Saltando ogni giorno il pranzo, era abituata a cenare con gli orari delle migliori galline per poi dedicarsi al nulla. Non capiva perché mai uno si dovrebbe sentire in dovere, in obbligo di occupare il tempo libero in qualche modo, lettura, musica, televisione, viaggi, ricamo, bridge e quant’altro. Nessuno che lo dedicasse al nulla. Il nulla era un posto scintillante, era arte, era scienza, era il non luogo per eccellenza. E lei era lì che voleva vivere. E morire.
Un tonfo forte la fece sobbalzare. Chiuse il frigo e si precipitò nel salottino dove trovò i vetri della finestra sparsi ovunque. Si maledì per non aver chiuso le imposte e per abitare al piano terra. Qualche ragazzino idiota, magari figlio di qualche paziente idiota, di quel paese idiota, si doveva essere divertito. Prese ramazza e straccio e iniziò a pulire smoccolando qua e là. E poi, tra i pezzi di vetro, vide il libro. Stavolta il pensiero del vecchio non la sfiorò ma le perforò gli intestini. Lo tirò su. Nessun titolo, nessun autore solo una copertina di un colore indefinito che le annebbiò il campo visivo. Non si azzardò a sfogliarlo e lo poggiò sulla prima cosa che gli venne a tiro. Doveva essere un libro di quelli fai da te, le tipografie stampano qualsiasi cosa a qualsiasi persona. Imbufalita, terminò di pulire e cercò il numero dell’omino di paese tutto fare per rimettere un vetro nuovo o il freddo l’avrebbe divorata, già sapendo che comunque non sarebbe venuto prima del giorno successivo. Avrebbe cenato tardi e in compagnia dei pinguini. Forse il vecchio non c’entrava niente ma voleva rivedere il libro che chissà in quale caspita di angolo della sala era finito, e poi si sarebbe lasciata avvolgere dal caldo tessuto color ambra della poltrona. Lo trovò dove non ricordava di averlo poggiato, iniziò a sfogliarlo e a leggerlo infastidita. Lo aprì a caso.
“…perché la lettura rende l’anima profonda nella sua leggerezza, perché ogni parola scritta ridona vigore a tutti i sensi. Non si dovrebbe mai tenere un libro sul comodino. I libri dovrebbero essere nei posti più impensati. Sul lavandino, in macchina, fuori il balcone, sul divano. Perché non è nel tempo libero che si deve leggere ma in quello vissuto…”
Ma che roba era! Non si dovrebbe leggere mai, pensò Martina, altroché tempo libero e vissuto e divani e comodini!
Chiuse il libro e lo sbatté così violentemente per terra che si ribaltò più volte finendo chissà dove, maledicendo il vecchio, il parco, il paese, l’ambulatorio e lui, si pure lui.
Di cenare ormai non ne aveva più voglia, si era fatto troppo tardi e l’indomani l’avrebbe attesa una giornata piena tra visite e controlli.
Si infilò nel letto annoiata rivolgendo una preghiera a Morfeo che l’aiutasse a passare quella notte ma, dopo due ore, capì che Morfeo era impegnato in altre faccende. Si alzò e rifinì in cucina davanti al frigorifero. Un frigo aperto ma quasi vuoto è di una tristezza senza fine. Non aveva a disposizione più imprecazioni tranne una che aveva messo da parte evidentemente a sua insaputa, che tirò ad alta voce quando, girandosi per andare via, inciampò nel libro. Lo prese e lo scaraventò via contro la parete di fronte che evidentemente con astuzia si scansò per evitarlo, lasciando che la finestra accanto lo prendesse in pieno. Altro tonfo, altri vetri in frantumi. Annichilita si accasciò per terra e con sua grande meraviglia, pianse. Sentì qualcosa sfiorarle le palpebre, un odore come di papaveri. Le sembrò di sognare lui, le sembrò fosse lì. Il nulla finalmente l’avvolse e alla fine Morfeo s’intenerì, la prese e la portò con sé in una notte di luna bianca e invadente. Ma questa volta la portò in alto, troppo in alto.
La mattina seguente la polizia trovò tutto così come Martina aveva lasciato. Il frigo aperto ma quasi vuoto, vetri in frantumi e lei, accasciata per terra. Non finì nemmeno sul giornalino del paese o nel notiziario del telegiornale locale. Del resto era sempre stata una persona chiusa, un medico scostante, che non aveva mai socializzato con la gente del posto. A poco sarebbero valse le indagini della magistratura, alla gente importava solo dimenticare un fatto fastidioso e, soprattutto, dimenticare lei.
Il giovane medico legale svolse la sua perizia e, senza farsi notare, raccolse un libro in un angolo della casa e se lo mise in tasca. Si avvicinò al corpo di Martina e fece come un gesto per asciugarle le lacrime. Nessuno lo vide, sul finire della sera, andare via né vestire gli abiti di un vecchio rugoso. Era figlio della notte, e alla notte doveva tornare. Invocò il potere dell’aria e gli spiriti dell’immaginazione e plasmò qualche petalo di papavero. Morfeo dispiegò le grandi ali e, senza far rumore, se ne tornò alla luna, solo un quarto di luna fredda quella sera, che avrebbe fatto da culla a Martina e rischiarato appena con un lieve soffio le parole di un libro ancora da leggere.

13 pensieri su “Un libro ancora da leggere

  1. ..e tra i vetri sparsi ovunque appare qualche petalo di papavero…
    sei taglente come quei vetri, e anima appena sotto la pelle come il rosso dei fragili papaveri.
    immagini e sensazioni , questo è il bello di te!
    :-))

    "Mi piace"

  2. Se penso che ho la libreria piena di libri ancora da leggere, mi vengono i brividi….. come a leggere questa bellissima storia, dove neve, freddo, ghiaccio e sale, non stanno fuori dalla finestra, ma dentro di te,quasi a voler congelarei battiti del cuore affinché il tempo non passi.

    "Mi piace"

  3. oggi mi insegni che non si è mai soli veramente e che le vere rughe sono dentro al cuore se permettiamo al rancore di costruircele e sono quelle che ti fanno vedere solo ghiaccio neve e sale, così che non ci accorgiamo di quanto belli e leggeri siano i rossi papaveri…. papaveri, papaveri…uhm mi ricordano qualcosa…
    baci Daniela

    "Mi piace"

  4. Io invece vedo in questo racconto la catarsi della letteratura, con un esito un pò macabro ma…Qui la protagonista muore nella vita vera ma quante volte, nei libri, muore una parte di noi, fa deragliare il dolore senza che ci uccida, perchè le parole che leggiamo ci guardano dentro. Brava Elisabetta che ha scritto tante storie che parlano di coppie, di amori possibili veri e immaginati (guardate qui: http://www.booksbrothers.it) qui fa anche una capatina nella magia.

    Maria Zimotti

    "Mi piace"

  5. ….Ma sai che ti pensavo in questi giorni? Mi chiedevo quando avresti sfornato un’altro racconto ed…. eccoti quà!!!!! Emozionante e bellissimo,ma ormai lo sai io sono la tua fan numero uno e aspetto sempre con gioia la pubblicazione dei tuoi racconti…..tvb…..bacioni!!!!!

    "Mi piace"

  6. “”Un libro ancora da leggere””. Ogni racconto che leggo, scritto da te, mi sembra completamente diverso dai precedenti, come se l’autore sia un altro. Il titolo di questo tuo racconto è la conferma che…ti devo ancora leggere, per sapere chi sei, cosa pensi, cosa scrivi; eppure ti conosco da anni. Brava la mia nuora! Mi auguro solamente che il tuo affetto per me sia sempre lo stesso, come il mio lo è per te.
    Quello che cambia in me nei tuoi confronti è l’ammirazione per la tua penna, che sempre più diventa d’oro !!
    Meriti sempre il mio 3/B : Bene, Brava, Bis. Ciaooooo – Corrado il suocero.

    "Mi piace"

  7. Non fare certe domande o non ascoltare certe risposte che vengono comunque date può far credere che la resa dei conti non verrà mai, ma non è così.
    Un caro saluto,
    Roberto

    "Mi piace"

  8. …una di quelle vite cominciate male…e finite peggio nell’ indifferenza generale per un’ antipatia indifferente cresciuta e coltivata negli anni.
    Bello, e come dice tuo suocero, non sembri nemmeno tu. Sei poliedrica.
    Un grosso bacione e scusa, ma mi sono perso la mail

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.