Lucetta FRISA – L’emozione dell’aria. Nota di Narda Fattori

Meeres Stille

(Franz Schubert)

la meditazione è una luce bianca

in un punto della tenda di questa camera

la stessa che c’è al mare quando

mi costringe ad abbassare gli occhi.

il bianco non è la verità ma invita

a perdersi e ritrovarsi in un punto solo

infanzia vecchiaia parola e foglio

naturali come una goccia di pioggia.

ma la misura è difficile:

dopo iniziamo a dissiparci

a invocare Dio per un mal di testa.

hai il cuore pigro – mi dici.

sono sempre stata così?

e metti su un vecchio disco

di Fischer-Dieskau che canta

Tiefe Stille herrscht im Wasser

Ohne Regung ruht das Meer

Und bekummert sicht der Schiffer

Glatte Flache ringsumher…

una melodia sotterrata

una tenda appena mossa

la calda vita non c’è mai stata ma domani

mi vestirò di rosso

balleremo il flamenco

abbaieremo alla luna insieme ai cani

Notturni e valzer

(Frédérik Chopin)

spegni la luce

il buio ci vola tra le mani

sparso ce lo tocchiamo sulla pelle

nella gola il fresco di un gelato e Chopin

danza tra gli oggetti – piume sfatte

Poi quel soffio sulla guancia

ogni volta che siamo qui in estate

sempre allo stesso posto del divano

e nessuno di noi ha aperto i vetri

per non fare entrare le zanzare

è solo aria?

dicono che a volte i morti

si sollevano

fino a venirci accanto

Nei Notturni e nei Valzer

nel tocco sensuale del pianista

in questa stanza di note e ombre

vanno e vengono

in tempo reale

Pavane pour une enfante défunte

(Maurice Ravel)

distesa

se si alzasse ora sarebbe morta

è vecchia anche se sembra giovane.

ha solo tenuto duro: immobile

per non perdere i capelli

scriversi le rughe col coltello

non avvizzire di lacrime

Ha compassione

di chi non è partito spaccando il muro

ha compassione

di chi partendo patisce altri dolori:

soltanto questo lascia dietro a sé

Di stagione in stagione lei volò

senza un respiro grande

non si definì non si sfogliò

subito raggiunse la radice

Ora con gli occhi in questo buio secco

lo prega di non chiederle più nulla

farla dormire in pace

Le cose sono abituate ad andar via

lasciano la loro gravità

come aloni sulla cera

L’asse terrestre

ruota

intorno a un divano torpido

La rêveuse

(Marin Marais)

le cose si avvicinano

nella confidenza sonora:

lo stato della grazia

è la più alta illusione illuminata

dal sole animale

la sognatrice

entra nelle creature

scuotendosi la polvere aliena della mente

le rispondono

i minerali e gli astri:

sono solo sogni

ma a diverse velocità del fluire

echi

contrappunti

della stessa placenta

dei solidi e dei liquidi

dei morti e dei vivi.

lei attraversa

tutti gli stati d’animo come

il periplo dei venti

le fasi dell’incandescenza

ma si sente sbiancata

e non riesce a parlare

oppure è solo la stanza

vaso silenzioso?

Ancora non hai nessun profilo

le dice il sogno – neppure

quello che i fari dalla strada

proiettano sul muro

For  children

(Bela Bartòk)

Il mio ideale è maturare verso l’infanzia.

Bruno Schulz

la stanza nel buio si colora.

sono palloncini le note?

bisbigliano tra lampadario e soffitto

si fermano

sulla soglia di casa

il mare è qui sul pavimento

sale ad accarezzarci il collo

dammi la mano per entrarci dentro

piano

senza le scarpe

come dentro un tempio

una mattina al mercato dei palloncini erano legati a un albero

pronti a scattare in alto ne chiese uno ma non riuscirono subito a slegarlo

e infine eccolo tra le sue mani, rosso: si afflosciò subito.

dammi il coltello

tutto va preso a squarci a morsi –

è così che si diventa adulti.

pose timida il dito sopra un tasto del pianoforte e l’universo esplose

– era gonfio e invisibile? Abracadabra  abracadabra

gola orecchi occhi  a quel tocco si spalancarono

abracadabra

se potessi

ripetere quel suono

e lo stupore

ma stasera

giochiamo a palla sulle onde

in questa stanza sul mare

voliamo alto

se potessi

posare ancora il dito sulla tastiera

ripetere

quel suono e lo stupore

abracadabra

abracadabra

dammi l’ago e dammi

filo e forbici

voglio cucire

ricucire

scucire il mondo

Abîme des oiseaux

(Olivier Messiaen)

dalle prigioni

si guardano volare gli uccelli –

la stanza

sigillata

non si apre

in una parte della mente

altre leggi o nessuna

altre terre senza acqua e ossigeno

fra nebulose –

è l’abisso degli uccelli?

stanotte

nel cielo caldo

i punti delle stelle

sembrano mosche intorpidite

o uccelli in posa a luccicare

in un’altra gabbia

Si suona nel lager ma nessuno vola

e qui un velo di note

ci allontana dall’orrore e noi

noi si aprirà le dita

per segnare l’ombra delle ali

sulle tombe

perché gli uccelli la vedano

La mer

(Claude Debussy)

Gli scontri umani avvengono in alto disse Lucrezio

tutto si genera tra masse potenti di nuvole

fame e desiderio principio e fine di storie e stelle.

La tramontana sull’acqua è fremito ma sulla pelle

è ruga, dico, e tu sulla minitastiera simuli

la furia marina in questa notte ancora estiva ma perdonami

se penso solo alla tramontana buia:

mai mettersi in mare dicono i pescatori le barche

si rovesciano i pesci affondano la caligine si conficca

i piedi perdono i passi nessun vecchio marinaio

ritorna a raccontare neppure si riesce a dormire

tra le coperte neppure in sogno si fugge e il cane

invecchia di colpo.

È questa la tramontana buia? È il vento chiuso nella casa?

Che bravo sei – dico – e ti applaudo ti applaudo

Toccata settima

(Girolamo Frescobaldi)

una scala sale e poi si ferma

resta lì a creare

altre scale

senza condurci

da nessuna parte

l’aria chiama slanci

verso un aperto sempre più aperto

un alto sempre più alto

una stanza d’aria ferma

ha il peso specifico

dell’arabesco vaporoso

che non snida nulla

la mia carezza resta a metà –

si crea a cerchio la sua aria

foglia che non va

né su né giù.

Dove siete anime dei cieli promessi?

qui non ci sono voci

né parole, nulla progredisce

o torna, si danza o si fa finta

su passi sottili

distanti dal pensiero

e io ti chiedo: dove sei?

e tu rispondi: dove sei?

non c’è nessuno qui, neppure noi

Concerto per la mano sinistra

(Maurice Ravel)

se il disordine segna i cambiamenti

riaffiorano

i versi sbigottiti

galleggiano

verso nuovi mormorii.

Ciò che manca è la forza

di confonderci e rifare una gioia di sorprese

dalle menomazioni.

Le assenze

hanno germogli al buio

da coltivare attentamente

perché le ombre

raccolgono l’energia dei millenni

i profili potenti di terre morte

le trame di chi in loro ha creduto

nelle ore diurne.

Chi si ripara nell’ombra a godere la luce

sceglie la parte sinistra di sé gli oscuri

lobi temporali che dirigono

occulte partiture.

ora tu suoni

per me per noi

per questa casa saturnina che a ogni nota

si frantuma un po’ di più

moduli assenze come

vuoti virtuosi

pause musicali

impari e dimentichi

impari e dimentichi

e non smetti mai di suonare

Oblivion

(Astor Piazzolla)

dimenticare è danzare all’indietro

ogni passo striscia il tacco sulla cera

non bisogna inciampare

ma scivolare il corpo con grazia.

tu reggimi bene lo sai

che soffro di vertigini

quando mi allontano dalla scrivania.

ciascuno con una spina dorsale

eretta da cinquantamila anni

ha imparato a volteggiare poi

s’incrina il pavimento.

se danziamo all’indietro il piede

cancella il fastidio dei riflessi

ci illudono le curve di seguire

il flessuoso universo.

miei occhi nei tuoi occhi: dipanando

il filo lungo e ritorto del mondo

lui slitta via e noi

avvitati a un chiodo

Introspection

(Thelonius Monk)

gli idioti

guardano dall’altra parte della strada

non vedono macchine

solo cani festosi

gli idioti

vedono i morti sotto gli sgabelli

che li vedono stupiti

di vederli lì

gli idioti

vedono il mare dappertutto

nel letto

e negli sgabuzzini della polvere

gli idioti

se ne infischiano di restare o partire

nel corpo

nel cervello

nei piedi

stanno

come in grembo alla madre

gli idioti

amano la musica

coprono di musica la terra

coprono il dolore

sono innocenti

uccidono l’orrore

con i suoni

gli idioti

non sono mai intonati

gli idioti

sono i morti che ritornano

ritornano continuamente

per salvarci

dall’intelligenza

non sono mai intonati

gli idioti

suonano sempre la stessa musica

gli idioti

la sola

imparata

quand’erano sottoterra

Peace Piece

(Bill Evans)

Ogni cosa non è sola

se non la lasciamo andare

un filo

la lega alle altre e a noi

basta una musica

velo tra cosa e cosa

corpi fluidi specchi che ci sdoppiano

sdoppiando il mondo

ma è un’illusione

l’illusione è

la verità che non si cerca

appare

al tocco di due note

l’illusione

come l’amore è solida

vediamo due rincorrersi nel labirinto

di un giardino antico

le curve del disegno si allontanano

poi quasi si toccano i due

ridono

sale un canto d’usignolo

loro non sanno che è un rospo –

cantano allo stesso modo

Dove si va

oltre la verità

si bussa a quelle porte celesti

che non si aprono

non possono aprirsi più

perché l’oltre è finito

e tra il paradiso e l’inferno

c’è un millimetro.

 

*

Lucetta Frisa

L’emozione dell’aria

CFR

 *

La musica è vibrazione d’aria, aria che si piega, corre su precipizi, sprofonda, risale, volteggia lieve come una farfalla, sfugge alla presa, capitombola, si muove elegantemente come i cavalli al dressage,…, molto concisamente, forse superficialmente, la musica è aria che emoziona e ci trasporta dentro, fuori, adagio, solenne, allegra, andante…

Lucetta Frisa si fa penetrare da questa emozione e, mutando il ritmo, il timbro e la melodia, varia il suo dettato, il contenuto dello stesso che può elevarsi, ma mica poi tanto, perché la musica, arte sottile e matematica, trascende la quotidianità ma mai l’individuo perché di esso è prodotto, arte e non merce, e quindi è una grazia e una bellezza o un dramma e un abisso che gli restituisce la possibilità creativa, quel prezzo terribile che paga da quando volle mangiare all’albero della conoscenza. Il titolo stesso è una azzeccata sineddoche: è la persona che si emoziona alla vibrazione dell’aria nella musica.

Lucetta Frisa ha già trasposto elegantemente le emozioni suggerite da dipinti famosi e anche da essi, in una felice contaminazione artistica, si è fatta penetrare, è entrata in dialogo.

Con la musica non si può dialogare, puoi solo assumere la disposizione più consona all’ascolto: tecnico se sei musicista, intimo, intrapsichico se sei poeta.

Ecco come ce lo dice: “voci/ voli/ fiato/ di chi ama o muore/ l’emozione dell’aria trova il suo alfabeto.” È un alfabeto che si può ascoltare, con il quale, però, non si può interloquire. L’eloquio è fra sé e sé, fra sé e gli altri. La Frisa può dirlo con questa intensità:

 

“Se i suoni sono specchi

di un detrito astrale

 

                  chi evocano

                  invocano

quale visione

          o profezia?

          E a noi tocca solo il dolore

              o sordità?

 

se il canto di sirena incantò il tempo in pietra

  le nostre voci

          affondano

    nei vuoti abbandonati

          degli astri……”

 

Porgiamo un attimo di attenzione alla spaziatura dei versi che, mi pare, cerchino di imitare la disposizione delle note sul pentagramma; la loro apparente irregolarità è in realtà il loro pregio, la musica che suonano, il ritmo che vibra nella loro scrittura, il fiato , il respiro.

Ma torniamo ai versi: che sa l’uomo di questo suo miracolo, pur essendone l’artefice? Può essere che la profezia che vibra sia diventata incomprensibile e qui si stia nel dolore e nella sordità?

Se il canto delle sirene trasformava gli uomini in pietre, ora sordi, si cattura il vuoto fra gli astri e, ben sappiamo che il vuoto è molto maggiore del pieno.

Ecco che la musica apre le porte della riflessione intrapsichica, emozionale, anche filosofica.

 

“ la musica lascia una scia

                     d’aria

                         ed ombra

 

                                        dov’è il centro?

                                        è solare vento

                                      che a caso muove il nulla

                                         le sue figure?

 

nella polvere fu concepito il fremito tellurico

ma nell’atmosfera tutto sembra immobile e muto”

 

Lucetta procede nel suo ascolto che proietta fuori di sé scienza e coscienza, soprattutto molti interrogativi senza risposta, che non hanno risposta.

Tutta la prima sezione, intitolata Basso ostinato si fa carico delle domande “impossibili” e giunge, inevitabilmente, alla fine del personale (umano) percorso dell’uomo che passerà oltre la Turbolenza e, contrariamente al razionale e percepito, il ponte è un taglio che ci unisce al buio e resteremo con una fame inesausta di musica  che dovrebbe sprofondare con le sue partiture sotto la nostra stessa crosta e ci porteremo via minutaglie, le cose di tutti i giorni, tutti i giochi, gli inganni.

La musica, così amata e cosi violentemente amante, ci abbandonerà alla sordità, la terra ne sarà abbandonata.

Questa prima sezione del libro, che ha la struttura di una fuga di Bach (però da inesperta, non vorrei azzardare nessuna analogia) è anche la più aspra e solenne e il titolo è ben accordato: basso, come il ridere del grillo, forte come la lingua del tuono ( versi di Emily Dickinson), ostinato, niente fughe ma scavi, ascolti, echi, rimandi, rifrazioni e qualche riflessione.

Poesia coltissima, attenta, controllata ma anche dolente, amara, senza alcuna forma di consolazione. La sezione che segue, Les amusements, ci accompagna verso musica diversa, se non proprio divertente come promette, capace di penetrare e assolvere le minuzie, le sofferenze, gli antri oscuri del transito umano. Ogni poesia porta il titolo del brano e il nome dell’autore (Schubert, Chopin, Ravel, Brahms, Rimsky-Korsakov, Bartòk, Astor Piazzolla,…); musica diversa per tempi diversi ma la non contemporaneità dei musicisti offre la possibilità di raccontarsi, perché questo osa talvolta Frisa, in modi e con timbri spurgati dall’emotività:

 

“[…]   ora tu suoni

per me per noi

      per questa casa saturnina che a ogni nota

      si frantuma un po’ di più

[…]

impari e dimentichi

impari e dimentichi

 

         e non smetti mai di suonare.

 

La terza parte, più breve, intitolata Peace Piece, si sposta con indifferenza fra la musica da camera a quella blues e jazz, ma non sono indifferenti i temi: in queste poesie Lucetta Frisa esce da sé per guardare gli altri, gli altri come persone e non come mondo, cioè convitati ad una mensa amara.

E per i bambini, per il loro rispetto, per il loro affetto, per evitare loro le escissioni dei sogni e i morsi della vita, dice” abracadabra/ se potessi” Ma non c’è magia che tenga, se non questi bellissimi versi che possono solo restituirci un po’ d’umanità.
La dolenzia non è disamore , è troppo amore per la bellezza che si vorrebbe pura come nell’arte e diffusa invece le brutture scorazzano nelle contrade del mondo e se ne sono impadronite.

Narda Fattori

 

6 pensieri su “Lucetta FRISA – L’emozione dell’aria. Nota di Narda Fattori

  1. Ringrazio molto Fabrizio Centofanti per aver accolto con generosità questo lungo(forse troppo lungo) post dedicato al mio ultimo libro e la bella recensione della cara e brava Narda Fattori. E ringrazio molto anche Giovanni Nuscis che si è occupato di postare il tutto e che saluto con cordialità.
    Intendevo scrivere un libro sul Suono e la Musica (articolazione,modulazione del suono) origine della vita umana: suono divino e suono puramente umano. E su certi brani musicali specifici che mi hanno suggerito queste poesie, per evocazione, per fascinazione. Oltre ai tempi,ai movimenti musicali.
    Per chi vuole ascoltarmi: http//:www.suonosonda.it e poi sulla stessa finestra ,a destra, cliccare Wörter und Musik. E’ il sito di una bella rivista di musica (classica e contemporanea).
    ancora GRAZIE!
    lucetta Frisa

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  2. gli idioti

    sono i morti che ritornano

    ritornano continuamente

    per salvarci

    dall’intelligenza

    Grazie a te, Lucetta, e complimenti per queste poesie dal calmo e vigile respiro, attraversato da refoli di senso che ci trattengono, ci fanno ritornare col piacere di un luogo conosciuto, eppure nuovo.

    Giovanni

    "Mi piace"

  3. Gentilissimo Giovanni ( e non dico altro).Dovrei fare l’elogio dell’Attenzione? Una cosa che non si compra.
    lucetta

    "Mi piace"

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