Le prefazioni disperse di Giovanni Nencioni

Giovanni Nencioni, Prefazioni disperse, a cura di Luciana Salibra, Firenze, Accademia della Crusca, 2011, pp. xxxvi-298.

Nato l’11 settembre 1911 a Firenze, dove si spense il 3 maggio 2008, Giovanni Nencioni è stato uno dei maggiori teorici della linguistica greca, latina e italiana, nonché il più amato presidente dell’Accademia della Crusca (da lui amministrata con passione e rara perizia nell’arco d’un trentennio: 1972-2000), che ora ne celebra degnamente il centenario della nascita con un volume a cura di Luciana Salibra contenente le prefazioni autoriali e allografe (scil. d’opere altrui, specie di giovani autori) prodotte dal grande linguista in più di mezzo secolo d’attività scientifica e professionale (1944-2002), la maggior parte delle quali — nota la curatrice — «erano reperibili solo nella collocazione primitiva, di prefazione appunto, e dunque in stato di frammentazione e per così dire di ‘penombra’» (p. iv): materiali, quindi, quasi-inediti e perciò d’estremo interesse storico e documentario.

L’opera è divisa in cinque sezioni:

–     Nencioni curatore comprende due introduzioni (alle Memorie su Napoleone di Stendhal [1944]; a una Divina Commedia curata dallo stesso introduttore, con litografie di Salvador Dalí, per i tipi di Salani, 1959) e due presentazioni: alle Vite del Vasari e alle Lettere di Michelangelo, entrambe corredate di concordanze e indice di frequenza, congiuntamente curate nel 1994 dalla Scuola Normale Superiore di Pisa e dalla Crusca;

–     L’Accademia della Crusca: vi sono adunate quindici tra avvertenze e prefazioni ad opere edite a cura dell’istituzione fiorentina lungo l’intero periodo della presidenza Nencioni, dall’anno successivo alla nomina al 2000, data alla quale egli annunciò le proprie dimissioni «per limiti di età», e costituiscono dunque l’esatto diagramma del gran lavoro svolto dal Nostro per l’Accademia; questi i testi presentati: Atti del Convegno internazionale dei direttori d’imprese lessicografiche, promosso dalla Crusca e svoltosi a Firenze nel maggio 1971); due riproduzioni anastatiche (1974, 1987) del Vocabolario degli Accademici della Crusca (Venezia, 1612); L’opera di Bruno Migliorini nel ricordo degli allievi (1979, con saggi e testimonianze del Gotha della linguistica italiana: Gianfranco Folena, Ignazio Baldelli, Arrigo Castellani, Piero Fiorelli, Ghino Ghinassi); La lingua italiana in movimento (1982, Atti degli Incontri sullo stato attuale della lingua italiana a cura del Centro di studi di grammatica italiana della Crusca); tre volumi pubblicati dalla Crusca nel suo iv centenario (1983, Severina Parodi, Quattro secoli di Crusca. 1583-1983; Catalogo degli Accademici della fondazione, a cura della stessa; Roberto Paolo Ciardi-Lucia Tongiorgi Tomasi, Le pale della Crusca. Cultura e simbologia); La Crusca nella tradizione letteraria e linguistica italiana (1985, Atti del Congresso Internazionale per il iv Centenario dell’Accademia della Crusca); Gli italiani parlati. Sondaggi sopra la lingua di oggi (1987); ristampa anastatica di Alberto Chiari-Italiano Marchetti, L’autore della «Nencia da Barberino» (1991); Gli italiani scritti (1992); Harald Weinrich, La memoria di Dante (1994); La Crusca risponde (1995, raccolta in volume dei primi nove numeri del foglio semestrale «La Crusca per voi», fondato e diretto da Nencioni); Le Concordanze della lingua poetica italiana delle origini di d’Arco Silvio Avalle (1995, Tornata pubblica del 1994, con interventi di Aldo Menichetti e Aurelio Roncaglia); Gli italiani trasmessi. La radio (1997); riproduzione anastatica delle Derivationes di Uguccione da Pisa (2000);

–     Gli “allievi”: sette prefazioni ad altrettanti testi di giovani studiosi — non tutti, per la verità, suoi scolari —, i cui soli titoli bastino a dimostrare la poliedricità dello studioso: Leonardo Becciu, Il fumetto in Italia (1971); a Carla Marello, Lessico ed educazione popolare. Dizionari metodici italiani dell’800 (1980); Salvatore Claudio Sgroi, Sulla lingua di Pirandello e Sciascia (1990); Luciana Salibra, Lessicologia d’autore. Studi su Pirandello e Svevo (1990); Regole della toscana favella, edizione critica a cura di Anna Antonini Renieri (1991); Emanuela Cresti, Corpus di italiano parlato (2000); Gastone Venturelli, I pensieri linguistici di Giovanni Pascoli (2000);

–     Parole e immagini è il titolo d’una delle cinque opere di materia strettamente linguistica introdotte da Nencioni: Temistocle Franceschi-Antonio Cammelli, Dialetti italiani dell’Ottocento nel Brasile d’oggi (1977); Grazia Grechi Aversa, Le parole ritrovate. Terminologia rustica di Poppi nel Casentino (1996); Repertori di parole e immagini. Esperienze cinquecentesche e moderni “data bases” (1997); Giovanni Grazzini, Di Crusca in Crusca (2000); Alfonso Leone, Conversazioni sulla lingua italiana (2002);

–     ma è Memorie, a nostro avviso, il capitolo di gran lunga più prezioso, specie per chi voglia penetrare nella fucina stilistica nencioniana e investigarne strumenti e meccanismi: sette introduzioni — autentici squarci d’alta narrativa, perfino nei brani più francamente critici, sostenuti da una scrittura al tempo stesso affabile e sapientissima, asciutta e suggestiva, mai gratuitamente «tecnificata» — a pagine di maestri e autori che il linguista conobbe personalmente e ai quali fu legato da devozione o da profonda amicizia: il glottologo Vittorio Bertoldi, acuto etimologista e instancabile «inquirente» delle sopravvivenze del sostrato mediterraneo nelle lingue romanze («Che l’etimologia fosse un’arte egli soleva affermare con piacere, parlando di certe intuizioni alle quali doveva i suoi etimi più belli e argutamente alludendo a certi linguisti, pur dottissimi, i cui sforzi etimologici si rivelano tanto laboriosi quanto infecondi», pp. 24-25; «I numerosi nomi romanzi del colchico sono raccolti in primo luogo secondo le vicende fra cosa e parola, in cui convergono, con un cangiante lusso d’immagini e definizioni, da un lato una remota tradizione botanica e officinale, dall’altro le credenze, i giochi, i simboli, le metafore della fantasia popolare; poi secondo la successione delle voci nel tempo, lungo le fila delle correnti dotte e popolari e dei loro incroci», pp. 19-20); il filologo Francesco Maggini, allievo e collaboratore di Michele Barbi («Chi pensa alla giovinezza studiosa di Francesco Maggini la ricolloca in quella Firenze che si divideva tra il fronte aggressivo e vocifero della letteratura militante e quello tranquillo e operoso dell’Istituto di Studi Superiori e della Crusca, senza escludere la prestidigitazione dannunziana; la quale trovava da spacciare le sue dorature piuttosto fra i dotti che fra gli scapigliati ed i beceri, ovviamente: giacché su quei professori, ancorati, anche se positivisti, ad una tradizione di rispettabilità sociale e di patrie idealità riscaldate dal loro stesso storicismo, l’aspetto archeologico, medieveggiante, cruschevole e finalmente irredentistico del multifronte poeta non poteva non esercitare capziosi blandimenti», p. 28; «Con me studente, e in genere coi giovani, Maggini apriva la sua dottrina — che era molta, nitida, sicura — solo se richiesto; di sua elezione non parlava, anzi non diceva che poesia», p. 29); il filosofo e giurista Lopez de Oñate («Fu nel 1937 che Flavio Lopez de Oñate, entrato con me l’anno prima, vincitore dello stesso concorso, negli uffici amministrativi del Ministero della Pubblica Istruzione, mi presentò a Giuseppe Capograssi, professore di filosofia del diritto. L’incontro avvenne al mercato dei libri di Campo de’ Fiori, in quella romanissima piazzetta del Paradiso che ogni mercoledì, bandite le bancarelle delle cianfrusaglie, accoglieva quelle dei libri vecchi. Capogrossi era lì, magro e stretto in un suo cappottuccio, scattante a corti passetti da una bancarella all’altra o curvo sulle file dei libri, aguzzando gli occhi e gettando qua e là le mani nodose, nervose, fulminee. Da tempo, ogni mercoledì, fin dalle prime ore del mattino, tra l’amico maturo e quello giovanissimo si svolgeva una gara a chi arrivava primo, a chi primo intuiva le prede migliori, a chi scremava il mercato. Alla fine, entrambi lasciavano il campo carichi e conciliati. Ebbi poi modo di notare, fattomi terzo di tanta compagnia, che il giovane cercava in quei libri le tessere di un infinito mosaico da rincomporre, l’altro le voci spente della sommaria insolenza della cultura incoronata», pp. 31-32); i banchieri Del Vecchio, di cui Nencioni fu per decennî cliente entusiasta e fedelissimo («L’ulteriore dilatazione del capitale, dell’attività, della sede, portata dalla nuova forma giuridica e dal nuovo statuto; l’inevitabile spersonalizzarsi e oggettivarsi delle funzioni direttive e amministrative imposto da quella forma; e la scomparsa di un grande animatore dell’istituzione, l’umanissimo Piero: non sono valsi a mutare il tono dei rapporti con la clientela, che è rimasto com’era: affabile, cordiale, domestico; né a stemperare il filo della sua privatezza, l’impagabile libertà dall’ingerenza politica. Si continua a entrare in quella sede tanto ricca di buon gusto quanto priva di sfacciata sontuosità, in quella sede così poco ‘bancaria’, con la convinzione di trovarvi dei consiglieri schietti e non condizionati; e si continua a uscirne non delusi», pp. 131-32); il critico letterario e alto funzionario ministeriale Salvatore Comes («Tra i filologi e critici che qui da par loro ripresentano i saggi letterari di quel fervido italianista che seppe essere, tra le grevi e spesso affannose cure amministrative, Salvatore Comes, io m’introduco, last and least, con un proposito più modesto: quello di ricordare il collega di amministrazione, divenuto poi amico fraterno; ricordarlo in tempi anche remoti, e perciò più limpidi alla memoria e al sentimento, ricercando in lui, come in un mio specchio, il senso di quel nostro lavoro, alieno dai nostri interessi intimi — ai quali tenacemente tornavamo — e vischioso e intossicante, eppure sentito come una dignità civile da esercitare con anonima pazienza», p. 117; «Lo riavvicinai quando assunse la direzione dell’istruzione universitaria, nel 1965. Da allora ho seguito con pena la via crucis della riforma universitaria, e di lui: l’ho visto lacerato tra il proposito di abbandonare il posto della battaglia infruttuosa, dandosi tutto ai prediletti studi letterari, e la speranza di poter contribuire almeno un poco al restauro dell’università; l’ho visto passare da un’amarezza all’altra, sempre sospinto e sorretto dalla sua vecchia esperienza di amministratore, per cui ripeteva che l’azione umana è necessariamente monca e compromissoria e che è meglio fare un passo avanti sul solido terreno che un viaggio sul mappamondo, e che il suo primo compito restava quello stesso dei tempi peggiori, resistere all’illegalità, all’irrazionalità, all’improvvisazione, anche a costo di dover talvolta distruggere con le proprie mani, per ordini insensati ed umilianti, ciò che poco prima si era tentato di costruire», p. 121); l’intellettuale antifascista Max Varadi, poeta, ambasciatore d’Israele, esperto d’affari mediorientali, allievo e assistente — come Nencioni — di Piero Calamandrei («Fummo compagni di scuola, non di classe […], in quel fiorentino ginnasio-liceo classico “Galileo” che vantava ottimi professori e maestri di vita […], alcuni dei quali seppero introdurci degnamente all’avvio della riforma Gentile, sostituendo ad un insegnamento grammaticale e nozionistico un insegnamento storico e sistematico, governato dall’interpretazione della civiltà classica e dal nuovissimo corso di storia della filosofia. E potemmo, da bravi scolari, goderci in pace e in serenità la nuova libera scuola, ignari dei potenziali frutti del nuovo regime politico», p. 133); infine, lo scrittore più arduo del Novecento non solo italiano, Antonio Pizzuto, dal cui mondo espressivo Nencioni — che del prosatore palermitano fu intimo amico e perfino revisore linguistico di alcune tra le sue opere più traumaticamente sperimentali — dichiara di radicalmente dissociarsi («Non essendo mai, prima di allora, penetrato nell’officina di un fabbro della parola e non avendo mai assistito al suo vivo lavoro, seguire, sia pure marginalmente, per un decennio […] il travaglio creativo di Pizzuto, fu per me, nel mio campo di linguista, un’esperienza imprevedibile. Avevo conosciuto in lui un demiurgo della lingua, forzante i suoi limiti tradizionali, e insieme sdegnante i funambolismi di certe avanguardie, per trarre da una cultura illimitata e inesausta il nuovo lessico necessario ad una nuova presentazione della vita. Ora lo vedevo investire tutte le strutture della lingua, anche quelle articolanti e organanti l’enunciazione, straniando l’italiano — secondo la stessa diagnosi continiana — dalla tipologia indeuropea e accostandolo a quella di alcune lingue asiatiche e boreali; straniamento aggravato dalla ossessiva eterogenea desultorietà dei grani del rosario lessicale. Era evidente che il suo demone spronava Pizzuto contro quei ‘riguardi’ segnati dalla natura acciò che il parlante non si metta più oltre. Le sue pagine pubblicate postume mostrano che quei riguardi, quel Rubicone furono passati», p. 152).

Chiude il volume una breve Appendice in cui si offre un mannello di prefazioni a testi proprî e altrui particolarmente rappresentative «del pensiero e dell’interiorità dell’autore» (Salibra, p. iv), e precisamente: Premessa alla ristampadi Idealismo e realismo nella scienza del linguaggio (1989); Introduzione a Come parlano gli italiani, a cura di Tullio De Mauro (1994); L’incessante itinerario di una concezione democratica della lingua, prolusione agli Scritti linguistici inediti di Alessandro Manzoni (2000); Prefazione a Saggi e memorie (2000).

[Da «Studi linguistici italiani», XXXVIII (XVII della III serie) 2012, fasc. 1, pp. 152-55]

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