Vivalascuola. La scuola non è una merda

“La scuola sarà sempre meglio della merda” (Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa).

Sarà lotta durissima. Basta alla follia di questo governo e al suo disprezzo per scuola e insegnanti“: a dirlo è uno dei sindacati più moderati della scuola. Altri parlano di “impazzimento“, “abuso“, “barbarie“. Si riferiscono a quanto contenuto nell’art. 3 della bozza di quella ennesima finanziaria mascherata chiamata Legge di stabilità 2013: “A decorrere dal 10 settembre 2013 l’orario di servizio del personale docente della scuola primaria e secondaria di primo e di secondo grado, incluso quello di sostegno, è di 24 ore settimanali“. A questo punto Fatti, non parole: i docenti si sveglino” è l’esortazione di Giuseppe Caliceti. Ma è necessario che “gli insegnanti non si battano soltanto contro le 24 ore; si battano perché la scuola viva” avverte Giovanna Lo Presti. Anzi “È ora che si ribellino non contro questo o quel singolo provvedimento, ma contro l’intero complesso delle norme che, almeno a partire dal 2008, sono state varate” dice Girolamo De Michele.

Non soltanto contro le 24 ore, ma perché la scuola viva
di Giovanna Lo Presti

Soltanto i soliti illusi potevano aspettarsi qualcosa di buono da Francesco Profumo il quale, sia come rettore sia come neo-ministro, non ha mai nascosto da che parte battesse il suo cuore. Le dichiarazioni di assenso nei confronti degli interventi di quella che (sino ad ora) è stata la peggiore ministra della Pubblica Istruzione (noi ci ostiniamo a chiamarla così – pubblica) da parte del premier Monti davano un’idea chiara di quello che sarebbe accaduto. E infatti il ministro Profumo si muove sulla stessa lunghezza d’onda di chi lo ha preceduto e non è meno prodigo di dichiarazioni né di idee rispetto a Gelmini.

L’una auspicava il ritorno dei “grembiulini”, l’altro l’avvento in ogni cartella del tablet: ma, in realtà, non c’è differenza, se non nell’epifenomeno. Gelmini e Profumo sono adepti della stessa religione meritocratica e, pur ministri della Pubblica Istruzione hanno giurato fede, inginocchiandosi in qualità di subalterni e vassalli, al ministro dell’Economia e delle Finanze. Perciò, non raccontiamocela, la scuola viene intesa da loro soltanto come un capitolo di spesa da tagliare. Della qualità della scuola non gliene importa un bel nulla, il “merito” non è che una patacca ideologica per giustificare operazioni inutili (Invalsi, progetti di valutazione delle scuole e degli insegnanti, premi al presunto merito etc.), volte ad accaparrarsi il consenso di un’opinione pubblica sempre più disinformata e sempre più nutrita dei luoghi comuni diffusi dagli altoparlanti televisivi e dalle pagine di giornali tutt’altro che “indipendenti”.

La vera politica scolastica, almeno negli ultimi vent’anni, è stata fatta in Italia nelle Leggi finanziarie, che hanno agito sul corpo vivo della scuola attraverso successivi tagli, caratterizzati dal fatto di essere di anno in anno più gravi. Man mano che la società italiana si spaccava in due (da un lato il 10% dei ricchi, che hanno in mano metà della ricchezza del nostro Paese, dall’altro il 90% della popolazione) la scuola perdeva la sua funzione di “ascensore sociale”. Di fatto, è con l’inizio degli anni Novanta che il lavoro dipendente (pubblico e privato) entra in sofferenza; a partire da allora, la perdita di potere d’acquisto dei salariati si è tradotta in un arricchimento di altri ceti. Ha avuto luogo una vera lotta di classe, vinta e stravinta da uno strato sociale che non ha avuto bisogno di scendere in piazza per rivendicare i propri privilegi. Oggi, come ci viene ricordato ormai anche da comuni fonti di informazione, dieci (10) punti di PIL sono passati dai lavoratori ai detentori di rendite e di capitali. Un punto di PIL vale tra i quindici e i sedici miliardi di euro. Cioè, tradotto in soldoni, svariate migliaia di euro (sei-sette almeno) sono mediamente uscite dalle tasche di ogni dipendente per finire nelle tasche di un ceto imprenditoriale, dirigenziale, politico sempre più avido, sempre più piratesco.

Ora veniamo alla vocazione “europeista” del ministro Profumo, quella che lo porta a dire che ci si deve adeguare all’Europa e che quindi gli insegnanti italiani devono lavorare di più, per avvicinarsi così ai loro colleghi europei. Profumo cerca di trovar soluzione ad un problema serio, già indicato a suo tempo da Brunetta, il quale proclamò che, per un lavoro part-time qual è quello dell’insegnare, i docenti sono pagati anche troppo. Quindi, dice Profumo, facciamoli lavorare di più così rimediamo a questa ingiustizia! L’Europa, l’Europa lo vuole! Mi chiedo quali siano le fonti di informazione del ministro. Attenendosi a quelle ufficiali (dati Eurydice, messi in rilievo anche da un recente studio della UIL, che certo non è un sindacato rivoluzionario) la media delle ore settimanali di insegnamento dei docenti italiani è superiore alla media europea: nella scuola dell’infanzia con 22 ore contro 19,6 di media, nella scuola secondaria di I grado identica alla media con 18 ore e nella scuola secondaria di II grado con 18 ore contro le 16,3 di media. Risulta peraltro certo che nella scuola finlandese (ricordate Gelmini che, sfidando il comico involontario, aveva dichiarato di ispirarsi, per la sua “riforma”, alla scuola finlandese?) si guadagnino sino a 61 mila euro annui (lordi) dopo 16 anni di servizio, mentre in Italia si arriva 48.000 euro (lordi) dopo 35 anni di servizio. Gli stipendi degli insegnanti di scuola superiore, nei Paesi europei con cui è giusto confrontarci, a fine carriera raggiungono una retribuzione annua che in Francia è di 51.560 dollari, in Germania di 76.433 dollari, in Spagna di 59.269 dollari. In Italia si arriva a 45.653 dollari, contro una media OCSE di 49.721 dollari.

Ci voleva quindi la fantasia di un ministro “tecnico” per rilanciare, stravolto, un glorioso slogan: “Meno salario e più orario. La faccia tosta con cui Profumo dichiara dalle pagine del giornale collaborazionista la Repubblica che chi accetterà l’incremento di orario continuerà a guadagnare lo stesso stipendio, mentre per gli altri che non volessero aumentare il proprio carico di lavoro si può pensare a decurtare la retribuzione, è impagabile. Se il “patto per la scuola del futuro” che Profumo dichiara di auspicare sorge su queste basi, si salvi chi può! Quindi, se si vuole essere “europeisti si restituisca alla scuola italiana quel punto abbondante di PIL che la distanzia dalla media europea. Vale a dire: si restituiscano alla scuola italiana sedici miliardi di euro, invece di togliergliene otto, come ha fatto il ministero Gelmini. Altrimenti, per piacere, non si invochi “l’Europa”.

La logica del piano inclinato è inoppugnabile: l’oggetto posto su di esso tende a scivolare verso il basso, sempre più verso il basso, sempre più veloce – a meno che non venga frenato da una qualche forza, a meno che il piano non modifichi o annulli la sua inclinazione. Le cause e concause che possono accelerare la scivolata verso il basso sono svariate – ed altrettante ce ne sono che la possono frenare. Ora, che il nostro Paese si trovi su un immaginario piano inclinato è cosa certa; stiamo scivolando verso il basso da molti punti di vista. C’è voluta la faccia inutilmente seria del primo ministro Monti per affermare che il Paese sta dando il meglio di sé. Evidentemente Monti non considera né il ceto politico né il ceto imprenditoriale come facenti parte dell’Italia: se no, se avesse pensato al numero di indagati in Regione Lombardia, ai Fiorito che scialano denaro pubblico e annegano nella più disgustosa volgarità, allo scioglimento del consiglio comunale di Reggio Calabria per contiguità con la mafia, alla protervia infinita di Marchionne che parla di Firenze come di una povera e piccola città, certo non avrebbe detto che il paese sta dando il meglio di sé. Monti, anche questo è evidente, è un uomo colto: deve aver letto Bauman, che colloca i gruppi dirigenti politici ed economici nell’era della globalizzazione in uno spazio extraterritoriale, in una zona franca che sfugge al controllo delle leggi nazionali. Ed applica quest’idea anche ai nostri ridicoli politici e imprenditori nazionali, che però, più che in uno spazio extraterritoriale sembrano muoversi su un palcoscenico da avanspettacolo, su cui si recita una commedia di dubbio gusto.

Rivendichiamo l’idea che gran parte del paese reale sia migliore dei politici che lo rappresentano. Oggi gli insegnanti italiani vengono ancora una volta umiliati e fatti passare per nullafacenti agli occhi di un’opinione pubblica già ben orientata a considerare le 18 ore di cattedra come un indegno privilegio. Io dico: se 18 ore vi sembran poche, provate voi ad insegnare; provate voi ad entrare in classi sempre più numerose, formate da bambini e ragazzi il cui immaginario è stato colonizzato da televisione, videogiochi et similia, tanto più irrequieti quanto più provengono da famiglie dissestate da una crisi sociale che, dopo aver imposto gli idoli falsi e bugiardi del consumismo, ha aggiunto allo stato di miseria culturale l’incubo dell’indigenza economica. Provate voi ad insegnare, se pensate che questo sia un mestiere di tutto riposo. Provi il ministro ad entrare nel recinto-aula che contiene i trenta studenti di una prima professionale e verifichi se quattro ore di lezione sono poche o tante.

Certo a Profumo non interessa, ma esiste un decreto, l’81/08, che prevede interventi di prevenzione contro l’usura psico-fisica di chi svolge le cosiddette helping profession, fra le quali rientra quella dell’insegnante. Il governo, che pure sarebbe obbligato a farlo, non ha stanziato nessun fondo per arginare il problema dello stress dipendente dall’ambiente di lavoro: e basterebbe analizzare i risultati della Commissione Medica che valuta l’idoneità al lavoro per capire quanto gli insegnanti siano esposti a patologie nervose e oncologiche. Ma tutto questo a Profumo non interessa; né gli interessa riflettere sul fatto che abbiamo la classe docente più vecchia d’Europa (ah, l’Europa!), con un’età media che, nelle scuole superiori, supera per il 57,8% i cinquanta anni – di contro, soltanto lo 0,5% – cioè nessuno – è sotto i trenta anni e l’età media dei “giovani” precari si attesta attorno ai quarant’anni.

E ancora, il nostro Ministro se ne frega di un altro dato che contraddistingue negativamente la scuola italiana: le docenti donne sono, mediamente, circa l’80%. Il che vuol dire molte cose, ma soprattutto che, in un Paese che non ha mai avuto un vero Welfare quelle donne che, ad esempio, formano il blocco più numeroso dei docenti della scuola media inferiore, hanno 58 anni ed hanno dovuto tirar su i loro figli (ma come mai in Italia non si fanno più figli?), mandare avanti il loro faticoso lavoro (faticoso, nonostante i giorni di ferie, nonostante le 18 ore settimanali, nonostante i luoghi comuni: e se la scuola italiana non è andata a catafascio può dire grazie alla tendenza a “mettere le toppe” propria di tante docenti), accudire i genitori anziani. E queste insegnanti, grazie all’intervento della sensibile Fornero, non possono andare in pensione se non tra parecchi anni, alla faccia dei “giovani”, che, nonostante il concorso più pasticciato e pubblicizzato del mondo, ben difficilmente metteranno piede in cattedra.

Il governo “tecnico”, brutto e senz’anima, vuole ora regalare agli insegnanti un terzo di orario di lavoro in più, a parità di stipendio. E lo stipendio era già basso in partenza: adesso è bloccato dal 2009, privato degli scatti di anzianità, il che significa migliaia e migliaia di euro sottratti ad ogni lavoratore. Quanti posti di lavoro potrebbe tagliar via tale provvedimento? 100.000, come dice chi fa i conti tenendo presenti i numeri reali? 24.000, come prospetta la Flc-CGIL? 6.000, come pensa l’ottimista Bersani? Chi lavora nella scuola sa bene che nemmeno un posto di lavoro può essere eliminato; anzi, la scuola deve avere nuove e ingenti risorse. I conti dello Stato non lo permettono? Ma chi lo dice? Un signore che guadagna un milione e mezzo di euro all’anno, cifra che un insegnante non riesce a mettere insieme in tutta la sua carriera.

Qui si arriva al punto centrale: in una società diseguale e ingiusta la scuola pubblica, gratuita, di qualità non serve. Servono luoghi per la reclusione dei più giovani, non scuole. Perciò gli insegnanti non si battano soltanto contro le 24 ore; si battano perché la scuola viva e perché le mostruose sperequazioni sociali cui ormai ci stiamo abituando diminuiscano. Speriamo che da questa offensiva boutade nasca quel movimento di protesta che manca al nostro Paese: non chiediamo soltanto il ritiro dell’articolo 3 della Legge di stabilità, chiediamo che venga restituito quel punto di PIL che porterebbe la scuola italiana in Europa, chiediamo il rinnovo del contratto e il reintegro degli scatti di anzianità, chiediamo edifici scolastici dignitosi, aule meno affollate, e chiediamo che a scuola si possa davvero, di nuovo, insegnare e non svolgere una precaria azione di supplenza sociale, come ormai troppo spesso capita. Chiediamo questo ed altro, per noi e per i nostri studenti e ricordiamoci che quello che chiediamo è il minimo. Il programma massimo è quello di buttare a mare una classe di tecnici e politici insipienti.

Chiunque sarebbe stato in grado di portare avanti il programma “tecnico” di Monti. Che ci vuole? Usiamo i dipendenti pubblici per far cassa, aumentiamo le tasse avendo ben presente che devono colpire le classi meno abbienti (Monti ed il suo governo ci hanno offerto un’ottima versione moderna della “tassa sul macinato”), alziamo il prezzo della benzina ed aumentiamo l’età pensionabile. Anzi, io proporrei anche un prelievo una tantum di qualche decina di euro sulla tredicesima dei dipendenti pubblici. Ma forse la vera abilità di chi ci governa non sta nel congegnare misure tanto ridicole quanto ingiuste: sta nel presentarle come naturali, necessarie, inevitabili, salvifiche, atte a promuovere lo sviluppo e l’occupazione.

Basta con queste menzogne, basta con l’intollerabile ipocrisia di chi salva l’Italia penalizzando persino gli handicappati. I lavoratori della scuola abbiano uno scatto d’orgoglio: inizino a contrastare chi li insulta offrendo loro quindici giorni di vacanza contro l’aumento di sei ore settimanali di lavoro. Spieghino all’opinione pubblica che il loro lavoro, così importante per una società, è stato vilipeso da tutti i punti di vista. Gli studenti sono scesi già in piazza: è necessario unirsi a loro, in una lotta comune e importante.

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Dove ci sono pecore ubbidienti, è giusto che i lupi banchettino
di Girolamo De Michele

Ed ecco che il ministro “tecnico” (in quota-PD, come i suoi due sottosegretari) non trova di meglio che rispolverare il prolungamento dell’orario di cattedra per gli insegnanti delle superiori, come già fece il ministro (in quota-PdL) Moratti. L’argomento sottinteso è lo stesso: gli insegnanti delle superiori lavorano poco – diciotto ore a settimana, e il resto del tempo al bar.

Potrei rispondere che una documentata indagine ha dimostrato che un insegnante lavora mediamente più di 1600 ore all’anno: sembra sia il tempo di lavoro effettivo più alto tra i dipendenti statali. L’indagine si può leggere per intero qui; o, se si va di fretta, nella buona sintesi che ne fece a suo tempo Salvo Intravaia su “la Repubblica” dell’8 aprile 2006: “Fai l’insegnante? Lavoro comodo. Ma adesso non è più vero” (qui).

Facciamo un rapido calcolo: di quanto tempo di studio ha bisogno un ragazzo per preparare un’interrogazione di una ventina di minuti, o una verifica di un’ora? E a noi insegnanti, per preparare un’ora di lezione, non volete concederne almeno un’altra di lavoro? E diciotto ore di lezione più diciotto di preparazione fanno già trentasei ore settimanali. Senza il conto delle riunioni, dei Consigli di Classe, dei Collegi Docenti, dei colloqui con le famiglie, dei Dipartimenti, delle Commissioni; della correzione dei compiti scritti; dell’aggiornamento.

Ma queste cose il ministro le sa. Come sa bene l’effetto che il suo provvedimento non tarderà a realizzare: insegnanti delle superiori contro insegnanti delle medie e delle elementari, a rinfacciarsi le ore di lavoro e il salario, come i polli di Renzo, in attesa di finire, gli uni e gli altri, infilzati dallo spiedo di chi rapina ulteriore ricchezza sociale col pretesto della crisi. Mentre, ricordiamolo, si pagano intere finanziarie di interessi alle grandi banche e società d’intermediazione mobiliare (come Goldman Sachs, Deutsche Bank, JP Morgan), che il debito italiano lo hanno ampliato a dismisura con le loro speculazioni finanziarie.

Storia vecchia, si dirà: e infatti la sua origine è lontana. Precede non solo il ministero Moratti, ma anche quello Berlinguer. È con la riforma della pubblica amministrazione, e in particolare col passaggio dei dipendenti pubblici al regime di diritto privato (dlgs 29/1993), che inizia questa storia: il pubblico dipendente ha visto modificato il proprio status lavorativo, attraverso l’articolazione di una somma di diritti e doveri reciproci tra dipendente e amministrazione pubblica assimilabile ai contratti di diritto privato a titolo oneroso e a prestazione corrispettiva, la cui interconnessione è costituita da un mutuo scambio (do ut des). In termini giuridici si chiama “sinallagma contrattuale“: il docente, come pubblico dipendente, viene equiparato al produttore generico che riceve dalla società uno scontrino da cui risulta la quantità di lavoro prestato, e sulla base del quale ritirerà dal fondo sociale una equivalente quantità di mezzi di consumo.

Insomma (per dirla con Lenin, che aveva una certa qual passione per la pedagogia), il rapporto di diritto privato è un ristretto orizzonte che costringe a calcolare con la durezza di uno Shylock: «non avrò per caso lavorato mezz’ora più di un altro, non avrò guadagnato un salario inferiore a un altro?». Ma è in questo mondo che si realizza il diritto costituzionale all’istruzione, al sapere, a una vita degna di essere vissuta: infatti è all’interno di questo ristretto orizzonte, regolato dallo scambio tra individui atomici, che è regolamentata l’attività di produzione del sapere, di maturazione dell’autonoma capacità critica, di sviluppo della capacità di imparare a imparare.

Si dice spesso che la scuola ha per fine non una «testa ben piena», ma una «testa ben fatta»: ma non si sottolinea a sufficienza che questa testa ben fatta è un cervello collettivo, la cui essenza è la cooperazione sia orizzontale tra soggetti docenti o discenti, sia verticale tra docenti e discenti. Non c’è forse attività umana che esprima meglio la realtà del comune che i processi di apprendimento: soprattutto nell’epoca del capitalismo cognitivo, nella quale la produzione sociale di sapere è immediatamente produzione di valore. Ma questa produzione bio-politica di sapere/valore è regolamentata in forma privatistica, in primo luogo dal punto di vista amministrativo: l’abolizione dell’organico funzionale; l’aumento dei carichi di lavoro individuali a scapito del tempo della progettazione e della condivisione; la progressiva precarizzazione del corpo docente; la gerarchizzazione autoritaria realizzata dalla riforma-Brunetta e completata, col servile ossequio del PD, con la legge (cosiddetta ex-Aprea) 953; sono conseguenze logiche della privatizzazione del rapporto di lavoro.

Come lo è la suddivisione della retribuzione in tre voci, con l’inserzione dell’indennità di servizio, che consente ulteriori prelievi sul salario in caso di malattia, e rende ancor più evidente l’acribia dello strozzino che pesa ogni singola parcella della libbra di carne – ogni singolo minuto del tempo di lavoro – per la retribuzione del servizio: la produzione di sapere, come quella di idee, immagini e affetti non è limitata a specifici momenti della giornata lavorativa.

In questo modo l’intero tempo di lavoro è sottoposto a una doppia precarizzazione; quella derivante dai rapporti di lavoro a tempo determinato, e quella derivante dall’effettuazione di lavoro retribuito solo e soltanto nella misura in cui c’è una prestazione richiesta, senza alcuna comprensione contabile o contrattuale del lavoro propedeutico – aggiornamento, informazione, lettura, formazione professionale, apprendimento di nuove tecnologie – alla prestazione contrattuale.

È ora che i lavoratori della scuola si ribellino non contro questo o quel singolo provvedimento, ma contro l’intero complesso delle norme che, almeno a partire dal 2008, sono state varate; che rivendichino il diritto a disegnare in prima persona la scuola del comune, attraverso dei veri e propri Stati generali dell’Istruzione e della Conoscenza; che dicano con forza che non un voto verrà dato a chi – con pensieri, opere e omissioni, ma anche con retoriche barocche e biforcazioni della lingua – si rende complice della distruzione della scuola pubblica.

In caso contrario, che si dia ascolto ad Hans Magnus Enzensberger: dove ci sono pecore ubbidienti, è giusto che i branchi di lupi banchettino.

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Fatti, non parole: i docenti si sveglino
di Giuseppe Caliceti

Il ministro Profumo è bravo a fare gesti di solidarietà. Peccato che, meschinamente, non li faccia di persona, ma li faccia fare ad altri. Parlo del sofisma col quale, nei giorni scorsi, il ministro ha annunciato la sua proposta di aumentare ai professori, dal prossimo anno scolastico, l’orario settimanale. Dalle 18 ore attuali, alle 24 ore di docenza in classe. Come per altro avviene già per i docenti della scuola primaria. Per la precisione, 22 ore frontali sulla classe e 2 ore di programmazione settimanale di team.

Di fronte a questa possibilità, nei giorni scorsi, si è assistito a un effluvio di lettere ai giornali di professoresse. Tra le più belle, appassionate e argomentate, segnalo la lettera al ministro Profumo della prof Mariangela Calateo Vaglio, nel suo blog sull’Espresso intitolato “Non volevo fare la prof”. Un governo che d’imperio minaccia di stracciare un contratto di lavoro per imporne un altro, senza contrattazione, compie un atto gravissimo. Ogni commento è superfluo: siamo alle barbarie.

D’altra parte, è interessante analizzare questa reazione docente. Per lo più scomposta, occorre dirlo. Spesso la sacrosanta alzata di scudi delle prof assomigliava a chi improvvisamente si svegliasse da anni di letargo. Non voler passare da 18 a 24 ore settimanali, se non si spiega bene, rischia di essere difficile da comprendere da un’opinione pubblica addestrata per anni da media e politici all’esercizio delle denigrazione della scuola pubblica e dei suoi docenti, senza che la maggioranza di questi ultimi, fino ad ora, abbia sentito l’esigenza di scrivere lettere ai giornali e protestare efficacemente.

Soprattutto, mi pare che questa protesta metta in luce le ataviche debolezze del corpo docente italiano, di gran lunga più inerme di quello dei taxisti o dei camionisti, degli avvocati o degli operai. Quali? La divisione. L’individualismo. L’incapacità di far gruppo. La pochezza politica. La paura. E pur prendendomi ugualmente del maschilista, non credo che questo accada perché la maggior parte è femminile. Se si confrontano i livelli di indignazione con i numeri della partecipazione dei prof e dei docenti in genere, per esempio al recente sciopero della scuola della Cgil, personalmente abbastanza deludenti rispetto al disastro che si sta abbattendo sull’intera scuola pubblica, la latitanza politica – in senso partecipativo, non di appartenenza a un sindacato o a un partito – è lampante.

Le responsabilità di quanto sta accadendo è legato anche a quanto i docenti hanno lasciato fare: dobbiamo ammetterlo, anche come docenti. Alla diffidenza verso gli scioperi che ha la stragrande maggioranza. All’estrema diligenza con la quale avviene ogni loro forma di protesta e di lotta. Occorre ricordare loro – ricordarci – che la scuola che si trovano a lavorare ora, non è sempre stata così, ma è il frutto di lotte di anni e anni di tanti, – docenti, genitori, studenti, sindacati, politici, – hanno fatto prima di loro senza guardare al loro solo particolare. E in questo periodo, se i diritti non vengono salvaguardati, se non avviene una loro costante e accurata manutenzione, semplicemente, ormai lo dovremmo aver capito tutti, vengono tolti.

Gli ultimi due governi che si sono succeduti lo hanno mostrato chiaramente: non intendono dialogare con i docenti né con gli studenti, ma fare quello che vogliono passando sulle teste di tutto e di tutti. Se si teme di perdere cento euro perché si aderisce a uno sciopero, se ne subiscano poi le conseguenze senza protestare troppo. Non è tempo di belle lettere ai giornali, ma di fatti, di prese di posizioni forti, compatte, che da decenni mancano nella scuola italiana. Occorre sporcarsi le mani non solo d’inchiostro, ma organizzando una seria protesta. Magari perdendoci anche più di sei ore settimanali. Gratis. Altrimenti qualcun altro ve ne farà fare gratis anche molte più di sei.

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MATERIALI

24 ore anziché 18: “impazzimento” o lucido progetto?

Sarà lotta durissima. Basta alla follia di questo governo e al suo disprezzo per scuola e insegnanti.

Questa è la dichiarazione dello Snals, cioè di uno dei più moderati sindacati della scuola, segno che governo e ministro dell’Istruzione hanno passato il segno. Si riferisce a quanto contenuto nell’art. 3 della bozza di quella ennesima finanziaria mascherata che viene chiamata Legge di stabilità 2013:

1. A decorrere dal 10 settembre 2013 l’orario di servizio del personale docente della scuola primaria e secondaria di primo e di secondo grado, incluso quello di sostegno, è di 24 ore settimanali.

Nelle sei ore eccedenti l’orario di cattedra il personale docente non di sostegno della scuola secondaria titolare su posto comune è utilizzato per la copertura di spezzoni orario disponibili nell’istituzione scolastica di titolarità e per l’attribuzione di supplenze temporanee per tutte le classi di concorso per cui abbia titolo nonché per posti di sostegno, purché in possesso del relativo diploma di specializzazione.

Le 24 ore di servizio del personale docente di sostegno sono dedicate interamente ad attività di sostegno. L’organico di diritto del personale docente di sostegno è pari, a decorrere dall’anno scolastico 2013/2013, a quello dell’anno scolastico 2012/2013.

2. Il periodo di ferie retribuito del personale docente di tutti i gradi di istruzione è incrementato di 15 giorni su base annua. Il personale docente fruisce delle ferie nei giorni di sospensione delle lezioni definiti dai calendari scolastici regionali ad esclusione di quelli destinati agli scrutini, agli esami di Stato e alle attività valutative. Durante la rimanente parte dell’anno la fruizione delle ferie è consentita per un periodo non superiore a sei giornate lavorative subordinatamente alla possibilità di sostituire il personale che se ne avvale senza che vengano a determinarsi oneri aggiuntivi per le finanze pubbliche.

3. All’articolo 5, comma 8, del decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, è aggiunto alla fine il periodo “Il presente comma non si applica al personale docente supplente breve e saltuario o docente con contratto sino al termine delle lezioni o delle attività didattiche, limitatamente alla differenza tra i giorni di ferie spettanti e quelli in cui è consentito al personale in questione fruire delle ferie.

4. Le disposizioni di cui ai commi dal 4 al 7 non possono essere derogate dai contratti collettivi nazionali di lavoro. Le clausole contrattuali contrastanti sono disapplicate dal 1° settembre 2013.

Il ministro nelle sue dichiarazioni fornisce anche dettagli sulla realizzazione del provvedimento:

Non abbiamo intenzione di coltivare il luogo comune degli insegnanti italiani che guadagnano poco e lavorano poco, conosco la delicatezza di quel mestiere avendolo fatto, chiedo solo che siano più flessibili. Si potranno differenziare gli stipendi: più bassi per chi vuole lavorare solo la mattina, retribuzione piena per chi accetta l’ aumento delle ore.

Insomma, più lavoro a parità di stipendio oppure a parità di lavoro uno stipendio ridotto. Osvaldo Roman aveva appena fatto in tempo a calcolare i tagli degli anni precedenti e invocare “Basta tagli alla scuola nel 2013“.

Cosa prevede il contratto nazionale di lavoro
Il provvedimento cozza col fatto che come noto l’orario di lavoro del personale docente della scuola è regolato dal vigente contratto CCNL 2006/2009, che all’art. 28 comma 5 recita:

In coerenza con il calendario scolastico delle lezioni definito a livello regionale, l’attività di insegnamento si svolge in 25 ore settimanali nella scuola dell’infanzia, in 22 ore settimanali nella scuola elementare e in 18 ore settimanali nelle scuole e istituti d’istruzione secondaria ed artistica, distribuite in non meno di cinque giornate settimanali. Alle 22 ore settimanali di insegnamento stabilite per gli insegnanti elementari, vanno aggiunte 2 ore da dedicare, anche in modo flessibile e su base plurisettimanale, alla programmazione didattica da attuarsi in incontri collegiali dei docenti interessati, in tempi non coincidenti con l’orario delle lezioni.

Gli insegnanti lavorano già più di 24 ore
Al ministro bisogna dire che gli insegnanti non “lavorano solo la mattina. Lo ricorda Lucio Ficara:

Sul contratto di lavoro dei docenti troviamo l’art. 29 comma 3 che prevede fino a 40 ore annue di riunioni del collegio docenti e incontri quadrimestrali scuola-famiglia e fino ad altre 40 ore di attività collegiali di consigli di classe. Nello stesso articolo e al difuori delle 80 ore appena menzionate ci sono anche gli scrutini del primo e del secondo quadrimestre, che sono obbligatori e non hanno, per evidenti motivi, un limite massimo di orario ed ancora c’è un’ulteriore ora, i cui criteri di espletazione sono decisi dal Consiglio d’Istituto, per l’incontro scuola-famiglia antimeridiano. Sempre nell’articolo 28 al comma 2 sono previste un altro bel numero di ore di servizio che i docenti devono concedere ai bisogni dei propri allievi: si tratta della preparazione delle lezioni ed esercitazioni e della correzione degli elaborati.

Ci si dimentica anche di mettere nel conto la norma contrattuale dell’obbligo del docente di entrare in classe 5 minuti prima dell’inizio della lezione e il tempo dedicato per la vigilanza dell’uscita dalla scuola durante l’ultima ora di lezione.

Il docente di oggi è chiamato a svolgere un lavoro immane, anche quello di sopperire ai compiti di presidi inetti e incapaci. Il docente di oggi, non svolge soltanto lezioni frontali, ma svolge lezioni interattive che deve preparare con cura, lezioni di tipo laboratoriale, in cui l’alunno diventa protagonista.

Il docente di oggi è anche psicologo, riferimento dei giovani, educatore, il docente di oggi programma, riprogramma, valuta e rivaluta, organizza le strategie didattiche e studia varie metodologie di apprendimento, il docente di oggi è in perenne formazione (art. 64 del contratto), il docente di oggi non si limita a fornire contenuti, ma si applica a insegnare metodi di studio, a formare competenze con cui l’allievo si possa disimpegnare nella sua azione di studio. Insomma bisogna dire che il docente di oggi ha già un orario di almeno 24 ore settimanali.

A rischio altri 30.000 posti di lavoro
L’effetto immediato di tale disposizione sarebbe quindi la diminuzione dello stipendio per i docenti che volessero mantenere un orario di 18 ore e la cancellazione degli spezzoni orari, delle supplenze temporanee e dei corsi di recupero che verrebbero assorbiti dal nuovo orario.

Secondo calcoli della Flc Cgil ciò comporterebbe la perdita di 25.000 posti di lavoro e di 4.000 cattedre di sostegno agli alunni con disabilità, mentre in termini economici significherebbe un intervento di oltre un miliardo a carico della scuola.

Di questa ulteriore contrazione delle cattedre gli effetti sarebbero paradossali:

Quando le 24 ore diventerebbero “frontalila scuola tutta verrebbe a perderci. Il termine frontale è utilizzato dai professori per definire le ore passate in classe con gli alunni. Un insegnante di lingue con una classe in media tra i 27-30 alunni in cui svolge, grazie a Gelmini solo due ore per classe, si troverebbe ad avere, in caso di ore frontali, 360 alunni. (Fabio Luppino)

Irresponsabilità, impazzimento, abuso, barbarie…
Dello stesso tenore di quelle dello Snals sono le dichiarazioni della Cisl scuola:

Il Governo e il Ministro dell’Istruzione stanno dando in queste ore una prova di irresponsabilità che lascia allibiti.

nonché quelle della Uil scuola:

Pensare che con un decreto legge si possa:
– cancellare il contratto di lavoro che regola orario di lavoro e retribuzioni
– aumentare gli obblighi di servizio
– ridurre la retribuzione
e su questo avere il voto favorevole delle forze parlamentari, credo sarebbe un “
impazzimento“.

e della Gilda degli insegnanti:

la FGU-Gilda degli Insegnanti attiverà tutti gli strumenti a sua disposizione, sindacali e legali, per opporsi a quello che si configurerebbe come un vero e proprio abuso.

Per la Flc Cgil:

Siamo all’accanimento e alla barbarie… Non sono bastati gli otto miliardi della legge 133/2008 e i continui interventi legislativi, non è sufficiente il blocco dei contratti, degli scatti di anzianità e per ultimo la cancellazione della indennità di vacanza contrattuale.
È una barbarie pensare di fare pagare il conto della crisi sempre e soltanto al lavoro dipendente. È una barbarie licenziare ulteriori 30.000 precari. È una barbarie cancellare i diritti contrattuali.

Per i Cobas

Troviamo nella bozza la misura più grave e vergognosa: l’aumento di 6 ore settimanali di lavoro per i docenti delle scuole secondarie a parità di salario… Gli speculatori di banche e finanziarie vogliono ancora di più e i loro servitori al governo eseguono diligentemente e i parlamentari che lo sostengono continuano a votare qualsiasi porcheria antipopolare.

Per Paolo Latella di Unicobas scuola:

Si è superato il limite della decenza, non si capisce il senso di questa scelta senza motivazioni didattiche ma solo economiche… sempre e comunque al ribasso e sempre e comunque contro le famiglie e gli studenti!

E la politica che dice?
Manuela Ghizzoni, presidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, denuncia che

È stato chiesto troppo alla scuola per pensare di non comprometterne il funzionamento, a scapito della qualità offerta agli studenti. Neppure in una fase recessiva si può pensare di venir meno ad un diritto costituzionalmente sancito come il diritto allo studio: proprio in un momento di crisi il dovere della politica è garantire un futuro luminoso almeno ai giovani.

Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd, ricorda che

In tre anni, invece di reperire risorse con tobin tax e patrimoniale, l’86% del risparmio della spesa statale è stato prodotto tagliando l’istruzione e 132.000 posti di lavoro. Esattamente l’opposto di quel che ci raccomanda l’Unione Europea che, nel documento strategico Europa 2020, per battere la crisi chiede ai Paesi membri di investire in una crescita intelligente ed inclusiva e all’Italia di aumentare il numero di laureati e di dimezzare il tasso della dispersione scolastica.

Per la senatrice Mariangela Bastico

Mentre gli altri settori delle pubbliche amministrazioni hanno aumentato la spesa, la scuola l’ha ridotta negli ultimi tre anni per più di 8 miliardi di euro. Volere incidere ancora sull’investimento in istruzione, per il quale siamo i penultimi tra i paesi dell’OCSE, è una scelta incomprensibile ed inaccettabile, sia che si tratti di tagli diretti sia indiretti.

Per Pierfelice Zazzera dell’Idv

Il Ministro Profumo ha una gran faccia tosta… E’ come rubare a un povero!… La scuola statale è ormai come un paziente terminale attaccato alle macchine ma con elettroencefalogramma piatto e senza battito cardiaco. Questo governo sta solo aspettando di celebrare il funerale.

Per Vito Meloni, responsabile nazionale scuola Prc-Se

Non solo si aggraverebbero brutalmente le condizioni di lavoro degli insegnanti, con effetti drammatici sulla qualità della didattica, ma decine di migliaia di insegnanti diventerebbero in esubero, mentre per i precari ci sarebbe la definitiva espulsione dal sistema scolastico dopo anni ed anni di servizio prestato in condizioni professionali e salariali difficilissime.

Rosi Bindi, presidente del Pd e vicepresidente della Camera, si annuncia l’indisponibilità a votare “tagli mascherati e misure che disattendono i legittimi diritti degli insegnanti”. La Tecnica della Scuola commenta:

Su una cosa tuttavia il ministro Profumo ha ragione: “in Italia ci vuole più bastone che carota”, ma è ora che il bastone vada a colpire dove serve davvero.

Ancora falsità: ignoranza o malafede?
Secondo quanto afferma il ministro Profumo, l’orario di insegnamento di 24 ore servirebbe ad allineare la scuola italiana a quella europea, come riprendono i media fiancheggiatori pubblicando notizie infondate come quella che i docenti italiani lavorerebbero meno dei colleghi europei.

In realtà i dati internazionali dicono altro, pur nella oggettiva difficoltà di comparazione alcuni anni fa messa in risalto da Pino Patroncini. Secondo i dati Eurydice la media delle ore settimanali di insegnamento dei docenti italiani è superiore alla media europea. Infatti il carico settimanale di un insegnante italiano della scuola primaria è di 22 ore rispetto alle 19,6 della media Ue. Per la secondaria superiore sono 18 le ore per l’insegnante italiano, 16,3 per la media europea. Nella secondaria inferiore le ore sono le stesse in Italia e nella media Ue: 18.

Questa la tabella di raffronto, elaborata dalla Uil scuola, sull’orario settimanale dei docenti tra alcuni Paesi europei:

Paesi UE primaria second. I gr. second. II gr.
Danimarca 18 20 19
Grecia 18 16 14
Germania 20 18 18
Italia 22 18 18
Francia 24 17 14
Spagna 25 19 19
Finlandia 18 16 15
Romania 18 18 18
Ungheria 20 20 20
media UE 19,6 18,1 16,3

.

E non solo: i docenti italiani lavorano di più e vengono pagati meno. Secondo il rapporto Education at a Glance 2012 i docenti italiani, che hanno lo stipendio fermo a 12 anni fa, guadagnano da 4 a 10 mila euro in meno rispetto alla media europea.

Se un insegnante italiano di scuola media ad inizio carriera guadagna 24.000 euro (la media Ue è di 28.000) un collega tedesco ne guadagna 42.000, uno spagnolo 34.000. Al massimo della carriera, dopo 35 anni, un docente di scuola superiore in Italia arriva a guadagnare quasi 39.000 euro lordi l’anno (la media Ue è di quasi 49.000) un tedesco ne guadagna 63.000, uno spagnolo 48.000, un francese 47.000. Va inoltre considerato che, avendo l’Italia il carico fiscale tra i più alti, la differenza, al netto è anche maggiore.

Si ricorda che lo stesso ministro qualche settimana fa per motivare il progetto di abolire la figura dell’insegnante di sostegno ha falsificato il numero di tali insegnanti sostenendo che sono 150.000 invece di 96.000.

Stesso discorso si può fare sull’intenzione di ridurre di un anno il percorso scolastico con la motivazione che lo vuole l’Europa, smentito dai dati forniti da Pino Patroncini.

Mobilitazioni, ricorsi, appelli, petizioni
Da tutte le organizzazioni della scuola si annunciano mobilitazioni, mentre il Codacons e l’Anief hanno già preannunciato il ricorso alla Corte costituzionale. Segnaliamo intanto un appello:

La proposta di Profumo di aumentare il numero delle ore di insegnamento da 18 a 24 è perniciosa e creerà ulteriore scompiglio nelle vite di migliaia e migliaia di famiglie di docenti e di studenti.

Non si tratta soltanto di un ennesimo attacco al salario (l’aumento delle ore, infatti, non equivarrebbe a un aumento dello stipendio mensile!). Se dovesse passare il piano che il Ministro dell’Istruzione ha intenzione di proporre, le condizioni di lavoro degli insegnanti di ruolo diventerebbero a dir poco disumane.

Facciamo un esempio.

Un insegnante di francese delle medie, per arrivare a 24 ore, dovrebbe insegnare in dodici classi, partecipare alle riunioni di dodici consigli di classe (lavorando così per molte ore pomeridiane in più, che peraltro non verrebbero computate) e correggere un numero spropositato di verifiche scritte (anche questo lavoro non computato per lo stipendio mensile).

In ogni caso, l’aumento naturale degli impegni pomeridiani andrebbe a sottrarre tempo alla fase della preparazione delle lezioni e del materiale didattico, con un naturale scadimento della qualità dell’insegnamento.

La cosa peggiore, però, è che l’aumento delle ore di un terzo rispetto a quelle attuali comporterebbe anche un taglio di un terzo delle cattedre attualmente presenti nel nostro paese!

Le conseguenze, in termini di costi umani, sarebbero perniciose. I precari, che in tutti questi anni hanno sopperito a tutte le situazioni di emergenza che si sono create nella scuola italiana, perderebbero la speranza di lavoro. Un terzo degli insegnanti di ruolo (in genere i più giovani) potrebbero invece perdere il posto nelle loro sedi di titolarità, e, precarizzati a loro volta, diventerebbero il serbatoio umano (probabilmente pagato a cottimo) per le ore di supplenza che attualmente sono affidate con contratto a tempo determinato proprio ai precari.

E’ dunque un dovere sociale firmare questa petizione, per difendere la qualità dell’istruzione delle nostre scuole e per tutelare la qualità di centinaia di migliaia di vite umane che, senza alcuna responsabilità, pagherebbero il costo di una crisi che non hanno causato.

Alcune associazioni hanno lanciato una raccolta di firme per le dimissioni del ministro Profumo.

Quasi un anno di governo è sufficiente per giudicare l’operato del ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Francesco Profumo. Tutte le sue scelte confermano che egli è l’esecutore testamentario della legge Gelmini, vale a dire il prosecutore del più distruttivo attacco alle strutture della scuola e dell’università pubbliche mai realizzato nella storia della repubblica.

Egli stesso ha dichiarato che tutte le sue iniziative sarebbero state realizzate «con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, senza nuovi e maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Ma è andato anche oltre.

Egli continua a bloccare i concorsi universitari (sottobanco diminuisce la dotazione finanziaria per la loro applicazione), ha imposto nuovi tagli agli enti di ricerca, ha accresciuto il finanziamento alle scuole private, deliberato la possibilità di aumentare le tasse degli studenti universitari, ha prorogato i rettori in carica, al potere da decenni

* * *

SEGNALAZIONI

Nei giorni 11 e 18 ottobre, dalle ore 15.00 alle 18.00 presso l’Aula magna dell’Istituto Comprensivo “A. Stoppani” di via Via Monteverdi 6, Milano, Seminario GISCEL, Comprendere per imparare nell’educazione linguistica e nell’educazione matematico-scientifica, per informazioni e iscrizioni mlzambelli@gmail.com, si può prendere visione del programma qui.

* * *

LA SETTIMANA SCOLASTICA

L’annuncio dell’aumento dell’orario di lavoro degli insegnanti a parità di stipendio è arrivato alla vigilia dello sciopero nazionale della scuola del 12 ottobre indetto dalla Flc Cgil. Tra le riflessioni in occasione di questa giornata di sciopero segnaliamo quelle di Franco Arminio e di Marina Boscaino Marina Boscaino

Alla mobilitazione hanno partecipato anche gli studenti. Gli studenti dell’Unione degli universitari e della Rete degli studenti medi hanno posto al governo 10 questioni riguardanti: edilizia scolastica, diritto allo studio, innovazione della didattica, democrazia scolastica, riforma scolastica, tasse universitarie, qualità dell’offerta formativa universitaria, numero dei laureati, finanziamenti agli atenei e merito, disoccupazione giovanile. Ha risposto loro il sottosegretario dell’Istruzione Marco Rossi Doria ammettendo:

La nostra generazione non è stata all’altezza delle grandi questioni che avevamo davanti e i risultati sono adesso sotto gli occhi preoccupati dei più giovani… Il Paese ha estremamente bisogno del loro contributo ideale e fattivo per cambiare ciò che non funziona più, per trovare le risposte che noi non abbiamo saputo dare.

Il problema è che all’ammissione dell’errore non segue un ravvedimento. Abbiamo dedicato alla nuova versione dei tagli alla scuola sub specie dell’aumento dell’orario di lavoro questa puntata di vivalascuola. Questa però non è l’unica norma riguardante la scuola contenuta nella “Legge di stabilità“. Un’altra è che i permessi saranno retribuiti interamente solo nel caso del dipendente che utilizza la legge 104 per motivi personali o per assistenza a figli o coniuge, negli altri casi saranno decurtati del 50%, anche per chi assiste i genitori.

Mentre una vera e propria rivoluzione è annunciata anche nel mondo della ricerca pubblica. I dodici enti di ricerca sono stati di fatto soppressi e riorganizzati in un Centro nazionale di ricerche, una sorta di “super Cnr bis” che taglierà costi e consigli di amministrazione dei vari enti.

Contemporaneamente il tentativo di conciliazione svoltosi l’11 ottobre al Ministero in merito alla questione degli scatti stipendiali del personale della scuola è fallito. I segretari generali di Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals Confsal e Gilda Fgu hanno deciso, pertanto, di proclamare lo sciopero della categoria, riservandosi di fissare nel pomeriggio di lunedì 15 la data di svolgimento.

Intanto il 10 ottobre è stato diffuso uno studio della Cgil sui salari dei dipendenti pubblici, secondo cui a fine 2014, a causa del blocco dei contratti e dello stop all’indennità di vacanza, si perderanno 240 euro al mese sul potere d’acquisto, complessivamente circa 6.000 euro in 5 anni.

Come stupirsi allora dei dati dell’Associazione italiana editori, secondo cui le persone che hanno letto almeno un libro sono state 723 mila di meno rispetto al 2010 e il fatturato nei primi mesi del 2012 registra un calo dell’8,7%?

Come stupirsi dei dati diffusi dall’Istat il 3 ottobre nel report dal titolo “La scuola e le attività educative”, in cui si conferma che la scuola italiana è una scuola classista e che i risultati meno soddisfacenti a scuola si riscontrano nei figli degli operai. A un risultato analogo è pervenuta qualche anno fa una ricerca della Banca d’Italia, che si concentrava soprattutto sullo svantaggio a carico degli studenti che vivono nel Mezzogiorno. Confermato dai dati sull’occupazione: al sud solo due ragazze su dieci sono occupate.

Ma il ministro pensa alla scuola del futuro partecipando a ISchool, la manifestazione promossa da World Wide Rome all’insegna di innovazione, digitalizzazione e futuro, dove dichiara che “La scuola con i banchi di formica verde è… di un altro millennio” e a chi gli fa notare che

alcuni istituti in Italia non hanno neanche quei vecchi banchi in formica verde, hanno strutture cadenti (e anche in settimana non mancano i crolli), al limite dell’agibilità, molti comuni non sono raggiunti dalla banda larga, figurarsi se si può immaginare di avere un tablet per ogni studente o una didattica fatta sul web e interattiva

promette la “nascita di un’anagrafe degli edifici” sempre annunciata ma che l’Italia aspetta da decenni. Chissà se arriverà prima un tablet ogni classe.

La settimana ha visto anche l’approvazione alla Commissione Cultura della Camera del ddl 953 ex legge Aprea sull’autogoverno della scuola. Esulta l‘Agesc (Associazione genitori scuole cattoliche), esalta la legge Manuela Ghizzoni, replica Marco Boarelli, che evidenzia le innegabili e documentate somiglianze e riprese letterali dalla proposta originaria di Valentina Aprea, che lo stesso Pd aveva avversato.

L’Associazione NonUnodiMeno ha lanciato un appello per il ritiro del ddl 953 (ex legge Aprea). Anche il sindacato Gilda definisce “scellerata” questa legge e dice no ad un´autonomia scolastica senza freni. Per una analisi della legge rimandiamo agli articoli di Mauro Boarelli, Anna Angelucci, Marina Boscaino. Il Coordinamento per la Scuola della Costituzione propone il lavoro a un progetto alternativo per la democrazia e l’autonomia della scuola.

Iniziate sabato 6 ottobre, proseguono le iscrizioni al “concorsone“, possibili fino alle ore 14.00 del 7 novembre 2012. Qui si possono trovare testo del decreto, tabella di valutazione titoli, ripartizione posti, programmi da studiare e istruzioni per accesso e registrazione POLIS. Mentre i numerosi ricorsi già lo mettono a rischio, appare sempre più impari la mobilitazione di risorse (7000 scuole, 100.000 postazioni informatiche, 400.000 candidati) rispetto ai circa 11.000 posti da assegnare.

* * *

MOBILITAZIONI

Il 20 ottobre la FLC CGIL organizza una grande manifestazione nazionale di tutti i comparti della conoscenza, con sciopero della scuola, su una piattaforma che mette insieme conoscenza, lavoro e diritti “per ridare prima di tutto alle nuove generazioni la possibilità di uscire dalla disperazione della precarietà esistenziale“.

Il 27 ottobre gli studenti saranno di nuovo in piazza contro la politica del governo sulla scuola. L’appuntamento è a Roma, con partenza alle 14,30 da Piazza della Repubblica e conclusione in Piazza S. Giovanni con una grande assemblea popolare, ove si discuterà di come dare continuita’ alla mobilitazione; la manifestazione vedrà la partecipazione anche di altre organizzazioni sociali, sindacali e politiche e movimenti civili.

* * *

RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

7 pensieri su “Vivalascuola. La scuola non è una merda

  1. Questa vicenda impone un’altra considerazione.

    La Flc Cgil ha scioperato il 12 ottobre e tornerà in piazza il 20 ottobre. Oggi Cisl scuola, Uil scuola, Snals e Gilda hanno deciso di scioperare il 24 novembre.

    E’ il caso di riflettere su questo frazionarsi di date e iniziative, come ci invita a fare questo appello.

    A tutte le Organizzazioni Sindacali della Scuola
    Siamo indignati ma anche stremati per la continua opera di svilimento della scuola pubblica ed in particolare della funzione docente. Persino il linguaggio usato da chi ci governa mette in evidenza, al di là delle ipocrisie, il disprezzo nei nostri confronti (il bastone e la carota) da cui non possono derivare certo sviluppo e crescita. Le divisioni da troppo tempo imperanti tra le diverse sigle sindacali, spesso irragionevoli e motivate solamente da gelosie d’organizzazione, hanno contribuito in modo determinante a indebolirci e rischiano di toglierci la speranza in un futuro migliore. Vi chiediamo quindi UNITA’ DI INTENTI E DI AZIONE o saremo costretti a un’immediata restituzione delle tessere sindacali.

    Per firmare, si veda qui.

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  2. Pingback: Bastone e carota… « La scuola è nostra! Miglioriamola insieme

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