IL TERZO SGUARDO n.44: Variazioni sul Gattopardo e la sua mitologia. Salvatore Silvano Nigro, “Il Principe fulvo”

Variazioni sul Gattopardo e la sua mitologia. Salvatore Silvano Nigro, Il Principe fulvo, Palermo, Sellerio, 2012

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di Giuseppe Panella*

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Il romanzo-saggio di Salvatore Silvano Nigro che indaga sulla storia e il destino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e il suo grande libro di una vita è dedicato al bibliotecario Raffaele Giampietro, qui indicato con il nomignolo affettuoso di Bendicò. Viene identificato cioè con il nome del gigantesco alano che accompagna il principe Fabrizio Salina in tutti i momenti culminanti della narrazione dei suoi ultimi anni di vita. Ma non si tratta, certamente, di un epiteto diffamatorio o una diminutio capitis dell’eccellente bibliotecario della Scuola Normale Superiore di Pisa (dove anche Nigro per qualche tempo ha insegnato Letteratura italiana contemporanea) ma di un elogio sia pure amicale.
Il cane Bendicò è, infatti, nelle parole stesse di Tomasi di Lampedusa, “un personaggio importantissimo ed è quasi la chiave del romanzo “ (lettera dello scrittore a Enrico Merlo del 30 maggio 1957, citata nel libro a p. 99). E, non a caso, l’ultimo capitolo del libro si intitola Ultimo viene il cane (chiaro rimando al titolo di un fortunato volume di racconti di Italo Calvino del 1949).
Il richiamo è alla collezione di ricordi che Concetta, la figlia del Principe destinata in moglie al cugino Tancredi che non l’ha più presa in considerazione dopo l’incontro-coup de foudre con Angelica Sedara, mantiene ancora in quattro casse, nel 1910, ancora molti anni dopo la scomparsa del padre. Tra i vari oggetti e trouvailles di essi (ritratti tra cui quello del padre “non più amato”, il suo corredo da sposa mancata ormai ingiallito, fotografie di amici che le avevano inferto qualche ferita al suo io fin troppo maltrattato dal destino) compare anche la pelliccia ormai tarmata del cane tanto amato dal Principe Salina.

«I ricordi diventano amari. Concetta si sente punita persino dal ricordo di Bendicò, con il quale il padre era vissuto in simbiosi. Erano entrambi giganteschi, il Principe e l’alano, e inseparabili. Dal “mucchietto di pelliccia” viene addosso a Concetta un’intollerabile “nebbia di malessere”. Anche le poche cose care le si rivoltano contro. Il “ferrigno stame” della sua vita sfugge a ogni controllo. Le si attorciglia addosso. La stritola. Concetta è disperata. Deve allentare il filo fatale, non potendo reciderlo. Suona il campanello e ordina che la pelliccia venga buttata nella spazzatura. Segue un momento di compassionevole tenerezza. Per un attimo gli occhi di vetro del cane fissano Concetta con “umile rimprovero”. Lo sguardo è da creatura agonizzante. […] La carcassa vola giù dalla finestra. Vola, come in un quadro di Chagall. Non precipita. Il movimento è au ralenti. Per un istante non misurabile dal “mucchietto” di peli tarlati la pelliccia si ricompone in figura; e prima di ridiventare “mucchietto di polvere livida”, si vede intero, baffi compresi, danzare nell’aria il Gattopardo araldico di casa Salina con il quale il Principe si era sempre identificato. Il quadrupede tiene sollevato “l’anteriore destro”. Pare che imprechi. La visione è dantesca» (pp. 110-111).

Con la fine ingloriosa di Bendicò, prima conservato a mo’ di reliquia dall’annosa zitella Concetta (e quindi fasullo come tutte le reliquie conservate gelosamente nel palazzo Salina che l’autorità ecclesiastica riterrà alla fine non autentiche e non meritevoli di culto) poi buttato via come un “mucchietto di pelliccia” tarmata e inutile, anche il regno dei Gattopardi che all’inizio del romanzo sembrava celebrare il proprio trionfo sull’altissima soffittatura dello stesso palazzo è definitivamente tramontato. Di essi non ci sarà d’allora in poi più traccia – e resteranno soltanto le iene a ridere della loro vittoriosa epifania.
Ma nel libro di Nigro non c’è soltanto l’alano Bendicò. C’è la ricostruzione di un capitolo “segreto” della vita di Tomasi di Lampedusa, legato, nel bene e nel male, al destino del cugino Lucio Piccolo di Calanovella: quello delle lettere spedite da Londra ritrovate dall’autore di Canti barocchi nel 1966, poi promesse ad Antonio Pizzuto per la pubblicazione su “La Fiera Letteraria”, poi neglette e rigettate e infine chiuse in una cassa di ferro rinforzata da sistemarsi in una casa di campagna sita sulla fiumara di Naso, in provincia di Messina. Apparentemente disperse dalla potenza dell’oblio e dell’incuria del tempo, le lettere sono poi state ritrovate e risultano un piccolo gioiello di scrittura satirica e sbeffeggiatrice, imitando come pare la lezione di Gilbert Keith Chesterton e del suo traduttore italiano Emilio Cecchi. Scritte tra il 1926 e il 1931, sono veri e propri sbeffeggiamenti ai danni del cugino Lucio, ridicolizzato con nomi un po’ sfottenti (forse troppo, tanto che Piccolo probabilmente se ne risentì) e ritratto in situazioni piuttosto buffe. Poco meglio ne esce il fratello di Lucio, il pittore Casimiro, accusato di essere un “braghettone” alla maniera di Daniele Ricciarelli da Volterra che rese castigati i nudi di Michelangelo nella Cappella Sistina, appunto perché riduceva e mimetizzava il sesso maschile nelle proprie opere per eccessiva pruderie. Ma da queste lettere viene fuori anche un Lampedusa fascista ed entusiasta delle gesta delle squadracce di Mussolini; come pure la ripresa dal celebre libro di Giovanni Papini dedicato alla Storia di Cristo del 1921 di tutta una serie di luoghi comuni antisemitici che, pur essendo esibiti nelle lettere, non contrassegneranno, però, il suo comportamento pubblico successivo.
Lampedusa, dunque, si rivela nelle lettere da Parigi (ne è rimasta anche qualcuna da Genova) un personaggio molto singolare nel bene e nel male, anche se probabilmente da esse non si poteva certo presagire il futuro narratore dei fasti e del declino della nobiltà siciliana.
Il che avviene, invece, e risulta ampiamente dimostrato, per i tre racconti (e l’autobiografico Ricordi d’infanzia) da lui scritti nello stesso periodo in cui redigeva Il Gattopardo e, in particolare, proprio da quel piccolo gioiello di introspezione letteraria che è La sirena (uscito in precedenza con il titolo di Lighea, voluto dalla vedova). In esso, il senso di morte che affiora prepotentemente dalla vicenda del grande filologo Rosario La Ciura che, come è noto, va incontro ad un destino che ha presagito, anzi pregustato, da tutta una vita e che gli sembra coronare un’esistenza di studioso della civiltà classica ricorda prepotentemente quello che caratterizzerà il Principe Salina nel penultimo capitolo del suo romanzo, il celeberrimo racconto del ballo al Palazzo Pantaleone.
Inoltre risulta particolarmente interessante il modo in cui Nigro collega la scomparsa repentina di La Ciura che chiude il racconto a quelle altrettanto affascinanti di Ettore Majorana e di Ippolito Nievo, avvenute negli stessi luoghi e anch’essi ancora celati da un mistero finora mai compiutamente svelato, quasi come se fossero stati accomunati tutti dal sudario equoreo del mar Mediterraneo, in un abbraccio più vitale dell’esistenza vissuta stessa:

«Il vecchio professore si è imbarcato sul Rex, che naviga verso Napoli. Ha appuntamenti accademici, come Majorana. E come Majorana non arriva agli incontri. Durante la notte il professore è salito in coperta. E si è lasciato sedurre dalla creatura marina. Ha raggiunto la sirena in fondo al mare, “dove tutto è silenziosa quiete”. Il suo corpo non viene ritrovato. La scomparsa di Majorana “anticipa” la sparizione di La Ciura, nelle acque stregate del golfo di Napoli che già, nella notte tra il 4 e il 5 marzo del 1861, avevano inghiottito al largo della penisola sorrentina il vapore Ercole con tutto il suo equipaggio. Né relitti, né cadaveri, erano stati restituiti. Nell’inabissamento era andato disperso lo scrittore Ippolito Nievo. Lungo la costa sorrentina, in vista del golfo di Napoli, la tradizione vuole che fossero gli scogli delle sirene incantatrici, addensati come nell’Isola dei morti di Böcklin. In questo liquido cimitero senza avelli, in mezzo a rocce che attraggono e sgomentano, gli uomini sono colti dal potere di fascinazione della morte, della passione per la scomparsa. Misteriosamente, come nel triangolo delle Bermude» (p. 48).

Il mondo marino appare come garanzia di immortalità e ad essa, infatti, aspirano gli uomini come il Principe che ne sono sedotti come dal richiamo di un mondo che può permettergli di aspirare a qualcosa d’altro, una volta oltrepassata la soglia della vita.
Anche nel settimo capitolo del Gattopardo accade qualcosa di simile, ma la sirena è meno classicamente incarnata della sirena che ammalia e corteggia il più compassato La Ciura.
La morte appare, nelle pagine spesso struggenti e sempre appassionate, nonostante il velo dell’ironia che talvolta si prova a ricoprirle o ad appannarle, quale il punto di riferimento essenziale e “irredimibile” dell’opera di Lampedusa.
Nella morte come approdo salvifico e non come condanna le vite dei suoi due personaggi più importanti trovano una giustificazione non effimera: la sirena si prenderà cura del filologo corrucciato e disgustato della Modernità, la bella signora incontrata alla stazione di Catania, dopo un inconcludente viaggio in treno alla volta di Napoli, condurrà Salina al di là della vita.
Merito del romanzo-saggio di Salvatore S. Nigro è proprio quello di aver saputo celare il più possibile la propria “prima natura” (quella del provetto filologo e storico della letteratura) per far emergere, con cautela e drammaticità insieme, la sua “seconda natura” di scrittore che si pone sotto le insegne di Lampedusa, accettandone la lezione letteraria con acribia e coraggio misti a ironia.

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*Il primo sguardo da gettare sul mondo è quello della poesia che coglie i particolari per definire il tutto o individua il tutto per comprenderne i particolari; il secondo sguardo è quello della scrittura in prosa (romanzi, saggi, racconti o diari non importa poi troppo purché avvolgano di parole la vita e la spieghino con dolcezza e dolore); il terzo sguardo, allora, sarà quello delle arti – la pittura e la scultura nella loro accezione tradizionale (ma non solo) così come (e soprattutto) il teatro e il cinema come forme espressive di una rappresentazione della realtà che conceda spazio alle sensazioni oltre che alle emozioni. Quindi: libri sull’arte e sulle arti in relazione alla tradizione critica e all’apprendistato che comportano, esperienze e analisi di oggetti artistici che comportano un modo “terzo” di vedere il mondo … (G.P.)

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