Essere tra le lingue #5: Assunta Finiguerra

di Manuel Cohen

All’indomani della sua scomparsa, due libri postumi tributano il dovuto omaggio ad Assunta Finiguerra (1946-2009), poeta guerriera e ‘zappatora’ (si deve la definizione ad una tesi di laurea sulla sua opera stilata da Alessia Santamaria), con Franca Grisoni ed Ida Vallerugo, una delle più autentiche ed irriducibili voci contemporanee. LietoColle accorpa due lavori editi, aggiungendo la sezione eponima di inediti, che è coeva ed adiacente, per motivi e tratto di stile, alla raccolta organica curata da Guido Oldani per Mursia. Si tratta dei versi ultimi e terminali dell’autrice, scritti durante la sua malattia devastante, e trafitti da una luce di allucinata verità di destino. Ironica, sarcastica, viscerale e iraconda, vera più del vero, la grande lottatrice Finiguerra mette a nudo la condizione di infermità, il disamore per l’uomo, il continuo combattimento tra ira e carne, parola ed angelo, verità e dio: Tatemije, Padre mio. Così, attingendo a un orizzonte di similitudini e metafore domestiche e rurali, registra nel suo ultimo diario in versi: «Nge só juorne ca me sende na strazze/ nu zùfere de grandinje arse o sole/ nu muandarine fràcete sott’a mole/ de nu silenzje ca parle cchiù de Dije.», «Ci sono giorni che mi sento uno straccio/ un torsolo di granturco arso al sole/ un mandarino fradicio sotto la mole/ di un silenzio che parla più di Dio». Tutta l’opera della poeta è stata un corpo a corpo, agonico e agonistico, con l’amore declinato ed esteso variamente all’uomo, l’amato, al dio, alla natura, alle origini lucane, alla comunità di dis-appartenenza, alla memoria della lingua madre, viscerale e ferina, terragna e lunare. Ma in questo corpo a corpo, la potenza della sua parola, arcaicamente connaturata e sorgiva, affondava e traeva linfa dall’oralità e dalla tradizione: non è un caso che Assunta sia una ottima rimatrice e che prediliga la quartina, il sonetto e l’endecasillabo, il verso princeps della/e nostra/e letteratura/e, impastandolo sempre terragnamente a un dato di concretezza assoluta e di ironia, autoironia o sarcasmo con cui ha ritessuto la tradizione: «A rose ca gallegge ndó becchiere/ me guarde cu duje uocchje annammarute/ pe ddìreme ca pe eḍḍe só fenute/ i tiembe de spascézze ndó giuardine», «La rosa che galleggia nel bicchiere/ mi guarda con due occhi amareggiati/ per dirmi che per essa son finiti/ i tempi di goduria nel giardino». Un caso, una data, riconnette la Finiguerra ad un poeta molto divaricato da lei eppure dall’analogo e tragico destino, che ha fatto della sua ultima opera una leopardiana lingua mortale: l’autrice esordisce relativamente tardi, nel 1995, mentre Dario Bellezza è intento a redigere i suoi ultimi versi di Proclama sul fascino (uscito postumo da Mondadori nel 1996) e a combattere la sua battaglia contro l’AIDS. In entrambi i casi, la parola si fa referto e regesto, clinica e lucida disanima del male e del dolore; in entrambi, la vita minacciata e giunta ad una ricapitolazione di sé, valica la lettera, oltrepassa i confini invisibili del pre- e del post- letterario. Si tratta di due vicende estreme, straordinariamente non canoniche, che non saranno facilmente codificate, incuranti delle convenzioni del poeticamente corretto e aliene da ogni medietà linguistica. Destinate, anche per questo, a pagare con il silenzio: Tenghe a càttedre a scóle d’u turmiénde/ re mmalepatènze mbare de l’amore/ poche studiénde hanne a chiòcca bbone/ e cchi re fface pecché le vatte u córe», «Ho la cattedra alla scuola del tormento/ le sofferenze insegno dell’amore/ pochi studenti hanno voglia d’imparare/ e chi lo fa perché gli batte il cuore».

Assunta Finiguerra, Tatemije, Mursia, Milano, 2010; Fanfarije, prefaz. di F. Loi, LietoColle, Faloppio, 2010.

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Qui alcuni testi di Finiguerra, con una nota critica di Carla Saracino

[apparso su «Punto. Almananacco della poesia italiana», anno I, n. 1, 2011]

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