Provocazione in forma d’apologo 231

“Non si può scegliere fra uomo e Dio” furono le uniche parole trovate scritte sul biglietto d’addio di un suicida. Vennero scambiate per generiche parole di sconforto e il caso fu archiviato senz’altro.

Pochi sapevano – e quei pochi non parlarono – che quell’uomo, qualche anno prima, era stato lasciato per così dire sui gradini dell’altare dalla fidanzata, la quale, all’improvviso e senza spiegazioni, aveva scelto il convento; e lui non s’era mai ripreso dal colpo.
Quei pochi, s’è detto, non parlarono; ma sorella Rachele, attraverso una di quelle vie che a volte ci si spalancano davanti come voragini, venne a sapere egualmente dell’accaduto; e saputolo cadde in una crisi violenta, violenta almeno quanto quella della sua vocazione, e forse benefica.
Lasciò il convento, tornò nel mondo, in breve si sposò, ebbe dei figli.
Ne aveva già due e li cresceva nell’amore di Dio e dell’uomo quando morì, dando alla luce il terzo.
Il marito, un uomo anziano che conosceva tutto delle sue passate vicende e che l’amava anche per il suo dolore, quando il prete gli chiese con che nome battezzare il neonato – la cui sopravvivenza era incerta – non ebbe esitazioni, rispose subito: “Beniamino”.

16 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 231

  1. Cara Elisabetta,
    come darti torto. Ma come vedi, oltre a quelle delle nostre parole, esistono anche altre vie.
    Riabbraccio,
    Roberto

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  2. “Pochi sapevano – e quei pochi non parlarono – “.
    Dietro un suicidio possono nascondersi tanti eventi avversi, ma non in questo caso.
    Quei pochi che sapevano perché non parlarono? In certi casi, poi, alcuni vedono solo con gli occhi deel volto, non con “quelli della mente”, quindi non si rendono conto della sofferenza di un “tizio” che a un certo momento si getta dal balcone dell’ultimo piano e si chedono: “Perché l’ha fatto?”. Siamo soli, tremendamente soli in un mondo indifferente.
    Un caro saluto
    Giorgina

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  3. Cara Giorgina,
    quei pochi non parlarono probabilmente per la scabrosità della vicenda in tutti suoi passaggi, non solo nell’ultimo e finale. Comunque ciò che ho voluto mettere in rilievo è che quello che doveva arrivare è riuscito a trovare la strada egualmente.
    Un caro saluto a te,
    Roberto

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  4. la scelta è prerogativa dell’uomo, almeno fino a ieri…
    poi si sa che il discorso intorno a Dio si fa complesso
    prima di tutto viene il credo.
    se credi, puoi anche scegliere Dio.

    Buon giorno caro Roberto 🙂

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  5. Caro Roberto,
    temo che ciò che intendevo esprimere non sia arrivato. Ammetto che l’essere abbandonati all’altare sia una vicenda scabrosa su cui è meglio non fare tanti commenti in una cerchia sempre più larga, se non altro per delicatezza verso l’abbandonato, però io intendevo parlare del suicidio, di ciò che passa per la mente e devasta l’animo di chi giunge al gesto estremo, premeditato o repentino. Che significa: “Non si può scegliere tra l’uomo e Dio”? Soprattutto come frase di commiato da parte di un suicida?
    Ri-saluto
    Giorgina

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  6. La stessa fine con due diverse premature morti è ciò che lega i due protagonisti dell’apologo. Una, voluta dall’uomo, l’altra, da Dio? Forse! Per avere destini migliori avrebbero allora dovuto entrambi fare l’uomo e la donna di Dio.
    Perchè il piccolo, poi, si volle chiamare “prediletto” visto che aveva provocato la morte di mamma suora, si spiega ancora con le parole d’esordio?
    Ringrazio e saluto.

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  7. Cara Carla,
    è vero, non si può fare a meno di scegliere, anche se a valutare attentamente le nostre scelte si riducono a ben povera cosa. La fede, della quale parlo non dall’esterno o dall’inteno ma dalla soglia, dovrebbe arricchire tali scelte, e non impoverirle ulteriomente.
    Buona sera a te,
    Roberto

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  8. Cara Giorgina,
    “Non si può scegliere tra l’uomo e Dio” è un’espressione di estrema amarezza e protesta, alla quale sorella Rachele, ex promessa del suicida, risponde come detto nel seguito dell’apologo.
    Per il resto, ti chiedo di leggere la mia risposta al commento di Gum.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  9. Gentile Gum,
    “Perchè il piccolo, poi, si volle chiamare *prediletto*”?
    Ecco toccato il punto nevralgico dell’apologo.
    Quasi sempre nei miei piccoli scritti su LPELS drammatizzo e contamino motivi diversi, e la cosa può riuscire o meno, ma mi fa piacere quando qualcuno coglie l’incongruenza o la stranezza nella quale pongo il punto d’equilibrio o di frattura del testo.
    Qui si tratta della morte di Rachele e della nascita di Beniamino (Genesi 35). Per qualche mistico la prima rappresenta la ragione, che soltanto morendo può lasciar sorgere l’illuminazione, rappresentata dal secondo.
    La situazione fase dopo fase verificatasi nell’apologo determina un carico di dolore in termini terreni davvero intollerabile, che soltanto una rottura di livello può, dandogli senso, superare.
    Conferimento di senso e superamento costituiti dal nome, che ricollega all’archetipo, attribuito al neonato dal fresco vedovo: anziano buono e saggio, saggio perché buono, che non si pretende portatore di soluzioni impossibili, ma che è capace di accompagnare e abbracciare con una tenerezza consolatrice.
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  10. ogni scelta forse è uno sbaglio,
    ma mi chiedo, come può infilarsi Dio nel danno enorme
    che ha provocato sorella Rachele?? poi… non più sorella…???!!!
    salutone

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  11. Beniamino (in ebraico: בִּנְיָמִין
    – benyamîn) è il dodicesimo ed ultimo figlio di Giacobbe
    e, dopo Giuseppe, il secondo figlio di Rachele, la quale muore nel
    parto. Beniamino è anche una delle dodici tribù di Israele, di cui il più piccolo dei figli di Giacobbe è l’eroe eponimo.
    Il nome ebraico Beniamino significa “figlio della mia destra” (yemen che significa, appunto, destra). Era il più amato, non solo da Giacobbe, ma
    anche dagli altri fratelli. Per tale motivo il nome Beniamino ha preso il significato
    di “figlio prediletto”.
    Il figlio di Giacobbe
    Secondo la Bibbia, Rachele, morente, lo voleva chiamare Ben-Oni, cioè “figlio del dolore”, dolore per aver partorito al suo amato Giacobbe solo due figli.
    Ma Giacobbe lo battezza “Beniamino”, “bastone
    della vecchiaia”: «Poi levarono l’accampamento da Betel. Mancava
    ancora un tratto di cammino per arrivare ad Efrata, quando Rachele partorì ed
    ebbe un parto difficile. Mentre penava a partorire, la levatrice le disse: «Non temere: anche questo è un figlio!». Mentre esalava l’ultimo respiro, perché stava morendo, essa lo chiamò Ben-Oni, ma suo padre lo chiamò Beniamino. Rachele morì e fu sepolta lungo la strada verso Efrata, cioè Betlemme. (dalla “Genesi”, 35, 16-19)

    Un caro saluto
    Giorgina

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  12. Cara Ilaria,
    e dove non potrebbe infilarsi Dio, posto che ci sia?
    Quanto al danno “provocato” da sorella-poi-non più-sorella Rachele, resta davvero enorme; senza dolo magari, perché nessuna creatura ha il controllo completo della catena che da certi eventi conduce a certi altri, ma comunque oggettivo, di cui è quantomeno il foro interiore dei più sensibili a chiedere conto.
    Salutone a te,
    Roberto

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