Ti stringo la mano mentre dormi, di Elena Buia

Da Ti stringo la mano mentre dormi
di Elena Buia Rutt
Fuorilinea, 2012
Prefazione di Antonio Spadaro S. I.
Postfazione di Claudio Damiani

Lo spazio di Dio

In questa casa
ultimamente
nessuno più parla di Dio.

Eppure a volte all’improvviso
spingendo da puledri
la macina dei giorni
si apre nel silenzio
uno spazio d’aria
che quando
lo attraversi
sorridi piano
come nevicasse.

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5. Bistecche

da qui

Lo spazio è vita, è il luogo dove prendi forma ed entri in contatto con la gente e con le cose; ma rischia di chiudersi in una morsa senza scampo, specialmente su di te, bambino introverso e sognatore che preferisce stare in casa a organizzare partite di calcio coi soldatini della Airfix. Continua a leggere

Mungere pietre, di Eliana Petrizzi

La mia faccia non mi piace, ma deve essere una bella giornata: dalla finestra entra una luce che mi libera dal terrore di cambiamenti improvvisi nelle cose e nel tempo. Il vento passa tra i piedi come un serpente. Anche ciò che non si muove un poco si trasforma.
Aria calda, asfalto umido. La mia dirimpettaia mi spia dal balcone con sguardo minerale. Poi chiude la tenda come si volta una pagina. Uomo che passa in bicicletta, corteccia di fango lungo una suola: evento senza ormeggi e, tuttavia, fermezza della traccia. Ascolto il ronzio del sangue nelle vene, il brusio selvatico nelle foreste, l’espirazione dell’acqua in pozzanghere e caverne, il fluire dei pesci, il rombo latente della Terra. Conservo del mondo una memoria fredda, come se da un ponte fissassi una città lontana.
Nel piatto del brodo, l’olio galleggia in dischi come galassie. Penso al mio nome: parola sola nell’onestà del vuoto. Nell’ordinaria perlustrazione delle falle, sono il punto in cui l’orologio fermo segna l’ora esatta. Non ho imparato il distacco con cui è bene legarsi alla vita: il mio desiderio non si impiglierebbe in niente, ma crescerebbe al di là, privo di oggetto. Continua a leggere

Intervista a Mariapia Veladiano: “Insieme la paura fa meno paura”

 di Massimo Cerofolini

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La vita scorreva su un piano di ordinaria serenità. Poi all’improvviso sotto i piedi di Ildegarda, erudita quarantenne milanese che si divide tra giornalismo e teologia, si spalanca la voragine: il marito la abbandona senza spiegazioni e il figlio piccolo scivola sul piano inclinato di una serie di malattie.
Con chi prendersela? Ildegarda sceglie di prendersela con Dio. In modo duro, quasi blasfemo, per lei che comunque ha una fede matura e coltivata. Ma non fugge, come il marito. Resta lì, nello stile di Giobbe, in questa domanda senza risposta. Di più, rilancia il rapporto con la sua voce profonda, con la sua parte divina, amplificato dall’incontro con un pastore luterano, vittima di una tragedia ben più grave della sua.  È un prendere o lasciare, che lei rivolge spavalda al suo Dio. Per scoprire se la sua vita spirituale è un bluff o se invece ha una logica, misteriosa certo, ma stringente, autentica.

Dopo il felice esordio di “La vita accanto”, Mariapia Veladiano esplicita il suo interesse spiccato per il sacro. Lo fa in un romanzo, “Il tempo è un Dio breve” (edito da Einaudi), in cui tutto dichiara il suo punto di vista: dalla scelta dei nomi (Ildegarda come Ildegarda di Bingen, la mistica medievale, il pastore Dieter che evoca la figura di Dietrich Bonhoeffer) ai temi su cui si ferma, che sono quelli assoluti del dolore innocente e del significato del male nelle nostre vite.  E tira fuori, la scrittrice vicentina,  una dedizione alla fede che può disturbare un non credente e insieme una libertà di pensiero che può infastidire un devoto. In modo cioè molto personale, assolutamente fuori dagli schemi obsoleti con cui spesso si divide il mondo tra praticanti e senzadio. Continua a leggere

4. Un nome

da qui

Quante volte hai percorso questa strada? Ti sembra di toccare con mano l’atmosfera umida dei pomeriggi di novembre, quando sfioravi gli alberi spogli e tutto ti attraeva: i passanti intabarrati, una finestra aperta da cui scorgevi l’interno di una casa, l’edicola centrale, da cui occhieggiavano donne senza veli. Continua a leggere

Comunismo possibile. Utopia efficace

L’amico aveva il padre che faceva il tubista, / e la vita se l’è sudata/ per consentire al figlio di essere quello che ora è. / […] / Nulla ricorda in lui il padre che faceva il tubista, / e la vita se l’è sudata / per consentirgli di essere quello che è. […] / È felice, e basta. / Va in televisione, fa l’addetto stampa, / e parla sempre con la stessa voce, dice sempre le stesse cose. / Che i comunisti sono cattivi, e hanno rubato la gioventù / a chi solo perché aveva vent’anni credeva di essere eterno / e di poter cambiare il mondo. Che il mercato rende liberi, / e che un servo di scena può essere felice come il padrone, / e che sa bene come i servi sono simili a quei cagnolini, / e che scodinzolano non appena annusano l’odore del biscotto.
Emilio Piccolo[1]

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di Antonino Contiliano
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Nel “kuore dell’impero, mescolando memoria e desiderio” – scrive Stefano Docimo, Attualità o no del comunismo- TEMPI DI CATASTROFE, TEMPI INTERESSANTI (www.retididedalus.it, luglio, 2012) – è possibile ancora pensare alle promesse del “comunismo” e alle sue premesse?

Il cuore dell’Impero, chiamando a testimoni l’Identificazione biometrica (Mario Lunetta, Ivi) e l’Algo-Mondo(Marco Palladini, Ivi), infatti non predilige “un’equa distribuzione dei pani, dei pesci & delle tecnologie” (Mario Lunetta) e “non conosce Algos, il gran dio dei dolori /che ci fa umani oltre le equazioni incognite, / anestetizza ogni operazione di vita” (Marco Palladini). E tuttavia sembra che le premesse per attivare il mondo delle promesse della democrazia comunista non manchino se i “tempi di catastrofe” dell’Impero appaiono “tempi interessanti”.

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CATANIA

di Massimo Maugeri

Strana città, Catania. Bella e contraddittoria, come molte città del Sud. Paradossale, a volte. Capace di affascinare e di contrariare, di sorprendere e di deludere. Dipende dalla prospettiva da cui la si guarda, dallo stato d’animo contingente del visitatore di turno. Difficilmente, però, lascia indifferenti. E questo è senz’altro un punto a suo favore: l’odio gramsciano per l’indifferenza, non passa da questa città… che però – bisogna ammetterlo – non si salva dal rischio di scivolare in un’apatia atavica, che talvolta la avvolge. Del resto, quella celebre esortazione di Giovanni Paolo II (“Catania alzati, rivestiti di luce e giustizia”), scolpita su una lapide posta sulla facciata di uno dei palazzi di Piazza del Duomo, a ricordo di quel 4 novembre 1994, giorno in cui il pontefice polacco solcò il suolo del capoluogo etneo, rimane una voce che merita ancora oggi di essere ascoltata con molta attenzione da una città che spesso rimane seduta… salvo, appunto, sgranchirsi le gambe di tanto in tanto. Questa natura dicotomica, poi, è anche segnata dalla sua posizione geografica: distesa tra la Montagna e il mare (è bene ricordarsi di chiamare l’Etna al femminile: per i catanesi non è il vulcano, ma ‘a Muntagna), ammicca tra l’oscurità della pietra lavica e la luminosità rutilante di un sole generoso. Una città capace di far disperare per le sue inefficienze, ma anche di far innamorare per il fascino dei suoi luoghi. Perché – è bene precisarlo – Catania è una città che pullula di luoghi-simbolo. Primo fa tutti, la statua dell’Elefante situata al centro di Piazza del Duomo: un luogo che possiede una tale potenza evocativa che non può non lasciare traccia nelle pagine dei narratori a cui la città ha dato i natali. Ne ho scritto più volte anch’io, già a partire dal mio primo romanzo “Identità distorte” (2005): “Al centro della piazza barocca l’elefante in pietra lavica, u liotru, svettava sulla fiumana di corpi assiepata dinanzi alla Cattedrale, nel tratto che va dall’imbocco di Via Etnea a Porta Uzeda. Con i suoi occhi bianchi u’ liotru osservava placido i volti appesantiti e caduchi degli uomini e delle donne in attesa. Dietro un sorriso abbozzato pareva percepire i suoni, le voci, i bisbigli della città. Di quella città di cui esso stesso ne era simbolo. Di quella città dove bene e male, luci e ombre, sacro e profano, si erano avvicendati in un flusso continuo di eventi che gli erano scivolati addosso; lievi, uniformi, come l’acqua a linzolu della Fontana dell’Amenano. E tutto aveva compreso, assorbito, captato; quasi che l’obelisco egizio di granito di Syene, che imperioso si stagliava dalla sua schiena per più di tre metri e mezzo d’altezza, non foss’altro che una potente, maestosa, antenna ancestrale”. Continua a leggere

“FIORI CIECHI”, DI MARIA ANTONIETTA PINNA

Recensione di Giovanni Agnoloni

Fiori ciechi, di Maria Antonietta Pinna (Annulli Editore) è un’opera che spiazza, come sanno fare le migliori tra quelle che spostano il punto di osservazione dall’uomo alla natura. Qui i protagonisti, sia pur “antropomorfizzati” nel pensiero, sono dei fiori. Ho detto “nel pensiero”, ma avrei dovuto dire “nelle emozioni”, perché questi personaggi, che animano Florandia, un’immaginaria Repubblica dei Fiori, sono dei piccoli archetipi emotivi, coacervi di passioni e moti viscerali.

A volte mi sembra di trovarmi di fronte a una “variabile impazzita” del Connettivismo, ma non è così. Vi sono spunti descrittivi di lirismo cosmico, ma a mio avviso prevalgono elementi (sia pur originalmente interpretati) di forte simbolismo e surrealismo. Continua a leggere

Lo scoppio ritardato del poetry slam

di Max Ponte

Il rinnovamento della poesia orale; la possibilità di una federazione italiana

Il poetry slam è una gara di poesia fondata sull’oralità, nata negli U.S.A. e approdata in varie parti del mondo. L’inventore è Marc Kelly Smith che crea la prima scena di slam ufficialmente nel 1987, mentre colui che lancia tale modalità di poetare nel nostro paese è il poeta Lello Voce. L’importazione di questo gioco o sport letterario avviene relativamente tardi se vogliamo. Certo non è una novità assoluta se pensiamo che la memoria delle tenzoni e delle rime pubbliche (citerei gli strambòt di Villanova d’Asti, rime in piemontese lanciate ogni anno per la festa del paese alla cittadinanza, che sin da piccolo mi hanno incuriosito e che risalgono all’età medievale) è ancora viva nella tradizione italiana. Siamo nel 2001 comunque e il poetry slam è arrivato in Italia. “Su una cosa non c’è dubbio alcuno: che ad aver organizzato il primo Poetry Slam italiano è stato il sottoscritto, con Nanni Balestrini e Luigi Cinque, nel marzo del 2001” scrive Lello Voce sul suo sito. Continua a leggere

3. Il posto migliore

da qui

Siamo di nuovo in Viale Europa: la vita è lo spazio in cui si vive, l’angolo di mondo in cui un dettaglio ne richiama mille; perfino le assenze, ciò che ha smesso di esistere per sempre: il negozio di alimentari Liberati, il bar Rossana, la vetrina di Eurosport dove, incantato, contemplavi l’ultimo modello di scarpe da ginnastica. Continua a leggere

Vivalascuola. Zero in Geografia

Ha fatto molto scalpore l’intervento del Ministro Profumo sull’insegnamento della religione cattolica; nello stesso contesto il ministro ha affrontato il tema dell’insegnamento della geografia: “Ero in una scuola con il 50% di studenti stranieri e ho chiesto ai ragazzi come studiassero geografia. ‘Non dai libri’, mi hanno risposto, ma dai nostri compagni che ci raccontano le loro città e i loro costumi’” In una società multietnica il contatto con altre culture spinge a rivedere le modalità di insegnamento di alcune materie. Ma riteniamo che quest’insegnamento debba ritrovare la sua antica collocazione, soprattutto dopo i tagli effettuati dal ministro Gelmini. Ricordiamo, infatti, che a seguito della “razionalizzazione” Tremonti-Gelmini, la Geografia è divenuta la cenerentola della scuola, colpita soprattutto nel biennio dei Licei e negli Istituti Tecnici. (qui)

Geografia e culture, storia e geografia
di Rossella Kohler

Apprezzo sempre quando sui media si parla di geografia nella scuola. “Nel bene e nel male, purché se ne parli”, come diceva Oscar Wilde nel Ritratto di Dorian Gray. Se ne parla e quindi esiste. Eh sì, perché in questi ultimi anni il dubbio sulla sua sopravvivenza è legittimo. Continua a leggere

Hendrix 70

27 novembre 2012. Domani. Jimi Hendrix avrebbe settant’anni. Come sarebbe Jimi settantenne? Difficile, quasi impossibile immaginarlo. Improbabile che continuerebbe a sculettare sui palcoscenici, come Mick Jagger, o Keith Richards. Oppure sì? Avrebbe rivoluzionato la musica rock, come sognava qualcuno, oppure il Mercato se lo sarebbe mangiato a colazione? Continua a leggere

Sara e Elia, di Rosa Salvia

Sara giunse ad Haifa servendosi di mezzi di fortuna, autobus e autocarri militari. Si fece portare solo per un primo tratto lungo il percorso per Ramat David, e preferì fare a piedi l’ultimo tratto che fiancheggiava la colonia agricola dove sperava di trovare suo marito Elia. Quel tratto di strada correva fra colline rudi che pareva fossero state messe lì apposta per proteggere da un nemico l’ampia pianura nel cui centro sorgeva il kibbutz. Un paio di volte sostò a percuotere la strada solida col piede. Non riusciva a convincersi del tutto che quello fosse terreno consacrato. Ad un certo punto s’inginocchiò sul ciglio della strada, fra i sassi e l’odore della polvere. Aveva un bisogno quasi fisico di toccare quella terra, ma le gambe non la reggevano e fu costretta a rialzarsi. Continua a leggere

2. Odori

da qui

Basta girare l’angolo per avere ricordi più precisi. E’ Viale Europa, dominata dalla chiesa che sporge come un cubo di calce sopra la collina; un’immagine che ti ha sempre messo in soggezione, come se l’angoscia, la paura del buio, i sensi di colpa si concentrassero esclusivamente tra gli spigoli delle mura bianche e il grigio della cupola, che col corpo squadrato ha tutta l’aria di un osservatorio che snobba le stelle e si dirige su di te. Continua a leggere

Postumana, di Andrea Margiotta

Ma i critici letterari che sbavano per la poesia post umana (nuova definizione critica) sono forse mosche? Sono cresciuti a botte di numeri dell’Uomo Ragno o con le gesta di Lara Croft? Hanno mai riflettuto sul fatto che, a mettere parole strane e stranianti (magari accostando campi semantici lontanissimi – e questo non c’entra con le indicazioni sulla rima di Ungaretti, poeta umanissimo dell’innocenza e, successivamente, anche umanistico – e tacitando ogni avviso di umanità, dall’io al corpo, al sangue), si arrivi a una Maniera che ha la caratteristica della facile serialità e, dunque, a scapito di categorie keatsiane messe troppo presto in soffitta, quali bellezza, verità (e, se volete, quelle di necessità, autenticità etc.) con la maiuscola o minuscola che siano? Continua a leggere

“OLONOMICO” DI SANDRO BATTISTI. UN ROMANZO CONNETTIVISTA

Recensione e intervista di Giovanni Agnoloni

Olonomico di Sandro Battisti (Ciesse Edizioni – prefazione di Giovanni De Matteo; postafazione di Marco Milani) è un romanzo che invita a un’esperienza complessa e molto particolare. Il libro del co-fondatore romano del Connettivismo racchiude in sé la sostanza della saga, da lui già da tempo sviluppata, dell’Impero Connettivo, un impero che si proietta non solo su distanze abissali nello spazio, ma anche su profondità insondabili nel tempo. È un esempio di “stato” dai tratti assonanti con quelli dell’impero romano – la cui nascita ha guidato e ispirato dalle imperscrutabili distanze dello spazio-tempo – che abbracciano tutto lo sviluppo della storia umana, fino al suo ulteriore gradino evolutivo della post-umanità.

Ma non è questo il punto. Non quello che conta, almeno. Olonomico è un’opera profondamente connettiva, nella misura in cui collega e sollecita molteplici livelli percettivi e di lettura. Contiene spunti di grande apertura intuitiva, in una sorta di coscienza iperestesa in cui gli stessi confini dell’individualità soggettiva sfumano in una percezione di Oltre, aperta alle radici cosmiche dell’essere. Continua a leggere

Case di poeti, di Anna De Simone

“Sapere le case dei poeti

di Anna Elisa De Gregorio

Appunti su Case di poeti di Anna De Simone, Mauro Pagliai Editore, 2012

Quest’anno non avremo dubbi su che cosa regalare agli amici per l’ennesimo Natale di crisi: lontani da ogni spreco, regaleremo tutti felicemente un libro a tutti. Possibilmente un libro che parli di poesia, necessaria in tempi tristi. E, a questo proposito, da poco è uscito un volume, nella elegante veste tipica delle edizioni Pagliai, che non è una silloge poetica, non è un romanzo, né un saggio, né un reportage, ma è un po’ di queste cose messe insieme: un racconto di “viaggio” nelle Case di poeti, arricchito da fotografie, da un florilegio di loro poesie (dove i temi scelti, quasi a chiudere un ideale cerchio, sono le case o i luoghi più intimi e familiari), da note critiche e appunti inediti dell’autrice Anna De Simone. Continua a leggere

Gli studenti in corteo hanno il diritto di continuare a credere nella lotta – di Mauro BALDRATI

DA TISCALI                               

Alla manifestazione del 14 novembre, a Bologna, il corteo “grande”, cioè degli adulti, dei lavoratori, dei disoccupati, dei precari, a un certo punto si è unito a quello degli studenti, che proveniva da un’altra piazza. Lo spazio era poco, insufficiente a contenere tutte le persone, causa la non disponibilità di Piazza Maggiore, già impegnata per una esposizione di aziende di cioccolato (Cioccoshow). Per cui il corteo degli studenti era fermo a un incrocio, in attesa di inserirsi nel nostro, per confluire nella piccola, inadeguata Piazza Malpighi, dove abitava Giacomo Leopardi durante uno dei suoi soggiorni bolognesi. Continua a leggere