PSYCHEDELIC PILL, Neil Young with Crazy Horse

di Loris Pattuelli

“Da venticinque secoli la cultura occidentale cerca di guardare il mondo. Non ha capito che il mondo non si guarda, si ode. Non si legge, si ascolta. La nostra scienza ha sempre voluto controllare, contare, astrarre e castrare i sensi, dimenticando che la vita è rumore e solo la morte è silenzio: rumori del lavoro, rumori degli uomini e rumori delle bestie. Rumori comprati, venduti o proibiti. Nulla di essenziale accade ove non sia presente il rumore”. Jaques Attali.

I rumori sono tanti, milioni di milioni, e quelli che girano intorno al rock sono sempre i migliori. Mi vengono in mente Satisfaction dei Rolling Stones e All along the watchtower di Jimi Hendrix. Dovendo allungare la lista, la mia scelta cadrebbe su qualcosa di Neil Young. I suoni dell’elettricità lui li frequenta da sempre, da sempre la sua fama di menestrello fa il paio con quella di miglior rumorista del reame.

Neil Young, il caro e vecchio Neil Young. Ma quanti sono i dinosauri del rock che hanno ancora qualcosa da dirci? Pochi, molto pochi, e quei pochi bisognerebbe tenerseli ben stretti. Lo scorso trenta ottobre è uscito Psychedelic pill, un gran bel disco con un gran bel titolo e una gran bella copertina. Le tracce sono nove: due di quindici minuti, una di trenta, una di otto e ben cinque di appena quattro minuti. In tutto quasi due ore di musica per un doppio CD con i Crazy Horse, la sua band di sempre. Siamo dalle parti di Like a hurricane, Big time, Cortez the killer, Rockin’ in the free world, in quel transitivo rivolgimento natale che gira intorno alle teste di tutti noi. Non credo ci sia molto di meglio da ascoltare oggi in giro per il mondo.

Il disco si apre con a un requiem tenero, rammaricato, estatico e furioso per tutti quelli che volevano cambiare la vita e trasformare il mondo. Nella seconda canzone una ragazza danza, il mondo si ferma, poi insieme volano tra le stelle in cerca di tempo buono. La terza parla di ciò di cui parlava anche Jacques Brel nella Chanson des vieux amants. La quarta raccoglie le classiche cose usa e getta che si trovano sempre nei saloon. La quinta gira intorno a Bob Dylan, Roy Orbison e Grateful Dead, a “quella vecchia musica che mi calmava l’anima”. La ragazza danza anche nella sesta canzone, ma questa volta la sua eternità non è molto più lunga della vita. La settima racconta la storia di Ben, figlio di Neil e Pegi Young, che non ha mai parlato e non ha mai camminato e che ogni mattina va a lavorare. Il disco si chiude come si era aperto. Ricordi la promessa? Cambiare la vita e trasformare il mondo. “Ci siamo arrivati vicino”, dice il ritornello, e io adesso “voglio camminare come un gigante sulla terra”.

Ma quanti capolavori può contenere un disco? Al terzo ascolto ne ho contati quattro: Driftin’ back, Ramanda inn, She’s always dancing e Walk like a giant. Più o meno gli stessi numeri di quando il rock viaggiava sul vinile. Ascolto e riascolto She’s always dancing e penso che anche questo sia un buon pretesto per uscire dalla stasi, per ricordare con più attenzione anche quelli che dimenticano dove porta la strada.

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