L’arte poetica di Claudio Damiani

di Rosa Salvia

Desidero iniziare il mio viaggio nell’universo poetico di Claudio Damiani, non senza aver prima ricordato una fondamentale dichiarazione dello stesso Damiani: “Non credo più nella poetica. Se penso al “Fanciullino” di Pascoli, mi viene da dire: quella non è una poetica, ma un’arte poetica esattamente come l’Ars di Orazio. Perché, dietro di esse, c’è la lingua. La lingua è ciò che unisce la poesia universale. E’ qualcosa di oggettivo, di già dato, di tradizione, di natura, di memoria, mentre la poetica è soggettiva, linguaggio, cioè impossibilità di comunicare, critica della comunicazione. La soggettività nella poesia è solo un certo modo di plasmare la lingua, ma la lingua è già data, e anche la poesia è già data, come la vita”. Dalla introduzione di Franco Buffoni al testo Poesia Contemporanea – Secondo quaderno italiano, Edizioni Guerini e Associati (1992).
Qualche anno prima, nel 1987, Damiani aveva pubblicato la memorabile plaquette intitolata Fraturno (per incidens, Fraturno è un piccolo lago fra i monti della Sabina), in cui accanto all’immediatezza totale, all’assoluta assenza di mediazioni fra la parola e la cosa, è ancor vivo l’uso dell’endecasillabo. Cito qualche verso dell’Elegia di Fraturno dedicata agli ippopotami: “amore / te li ricordi? Oh come erano teneri / e dolci. E tu dicevi: “Dove sono? / Perché mai dici che son belli se / non si vedono?”.Oh, amore, erano / nell’acqua e forse non sapevi il nome / italiano quand’io dissi: “Tesoro!” Continui sono i richiami alla donna con una formula delle più prevedibili – “amore”, “amore mio”, “tesoro” – ma riscattata (secondo una procedura che vale del resto per l’intera poesia di Damiani) dalla necessità reale dell’intesa amorosa (e si tratta di un colloquio che trova probabilmente un precedente nell’ “amica”, “amica mia”, del Saba di Casa e campagna e Trieste e una donna), come osserva Roberto Galaverni il quale nel 1996 curò l’antologia Nuovi poeti contemporanei per le edizioni Guaraldi.
Peraltro in questi versi l’allusione ad un’irraggiungibile primavera delle cose richiama alla mente anche Penna.
Il mio viaggio però, affinché non divenga dispersivo, data l’ampia produzione poetica di Damiani, si focalizza sui due ultimi testi pubblicati dal poeta: Poesie, a cura di Marco Lodoli, Fazi Editore – 2010, un’opera comprensiva di una miriade di componimenti tratti dalle precedenti raccolte e il fico sulla fortezza, Fazi Editore – 2012.
Immagino, quale insegnante di filosofia e storia, di trovarmi in una quinta classe di un liceo romano e di discutere con gli studenti del nesso fra filosofia, scienza e poesia attraverso l’analisi dell’arte poetica di Claudio Damiani per porre l’accento su una visione olistica e dinamica della conoscenza. Ma perché proprio le poesie di Claudio Damiani? Perché la lingua poetica di Claudio Damiani, pur colloquiale e quasi parlata, è attentamente studiata per creare armonia e possiede la saggia oraziana semplicità con cui vengono affrontati i grandi temi. Perché Damiani è uno scrittore di versi la cui poesia si fonda su una costante alleanza con la prosa e fugge la retorica, “per cui per esempio gli arcaismi abbastanza frequenti (opre, fere, guata, lene, ecc.) non hanno funzione di decoro o di rimando intertestuale, ma piuttosto vengono sentiti come elementi che proprio la lunga consuetudine letteraria, l’appartenenza a una secolare tradizione di poesia (che va da Orazio e Petrarca e Pascoli fino a Caproni) ha fornito di una insostituibile verità e naturalezza”. Dalla Antologia Nuovi poeti contemporanei, a cura di Roberto Galaverni.
Perché l’ingannevole elementarità dei versi e lo stupore quasi infantile con cui il poeta si accosta a tutto quanto è bello esigono, per essere percepiti, un orecchio molto fine. Perché il poeta afferma una propria dimensione interiore di quiete, e, pur lasciando trapelare un’inquietudine di fondo, ci indica una via, ci aiuta come un amico fedele a ritrovare l’orientamento, a sentirci meno soli. Perché la silloge Il fico sulla fortezza, l’ opera a mio avviso più complessa, offre spunti di riflessione molto interessanti circa il legame fra poesia e scienza.
Il mio viaggio comincia con la lettura di questo componimento: “Che bello che questo tempo / è come tutti gli altri tempi, / che io scrivo poesie / come sempre sono state scritte, / che questa gatta davanti a me si sta lavando / e scorre il suo tempo, / nonostante sia sola, quasi sempre sola nella casa, / pure fa tutte le cose e non dimentica niente / – ora è sdraiata ad esempio e si guarda intorno – / e scorre il suo tempo. / Che bello che questo tempo, come ogni tempo, finirà, / che bello che non siamo eterni, / che non siamo diversi / da nessun altro che è vissuto e che è morto, / che è entrato nella morte calmo / come su un sentiero che prima sembrava difficile, erto / e poi, invece, era piano”. Da la mia casa (1994)
Vi è una completa unità in questo componimento fra essere, dire e sentire, amore indifferenziato per l’essere noi stessi mondo. E’ una poesia di lode, che cantando la pienezza dell’essere, dice anche la mortalità come uno dei caratteri di necessità dell’esistenza. Possibile dunque l’ accostamento all’etica spinoziana per quella legge della necessità che anima la dimensione minerale, animale, vegetale, equorea della natura e che fa della morte un momento di passaggio nella vita stessa: “Che moriremo / questo lo sappiamo / ma che non c’eravamo già prima / questo non lo crediamo, / e se prima c’eravamo / è credibile / che moriremo?” Da il fico sulla fortezza (2012)
Il Deus sive natura spinoziano, l’inconsistenza ontologica del male e dunque della morte si coniugano molto bene con le radici filosofiche della poesia di Damiani: “Dal mondo inorganico / a quello organico, alla vita / non c’è un vero salto / ma una linea continua, / anche se non proprio nitida. / Ma gli atomi, non sono forse vivi? / Non si riproducono, questo è vero, / ma si trasformano, liberando energia, / sono energia, condensata in materia / che si organizza perché ha un pensiero solo: / giungere alla vita per riportare l’ordine / o qualcosa che è stato perduto, riconquistarlo, / una missione che ci sfugge, eppure lo sentiamo, / sentiamo che andiamo, anche nelle continue cadute, verso un bene lontano sempre più vicino”. Da il fico sulla fortezza (2012). Mi pare di cogliere in questi versi anche l’anelito verso la possibilità del deus super omnia di Giordano Bruno, che non può conoscersi con la ragione, ma soltanto intuire. Come mi sembra pertinente un collegamento con una riflessione del fisico Niels Bohr (insignito nel 1922 del premio Nobel per la fisica per i suoi studi sulla fisica quantistica). In un passo del suo testo Teoria dell’atomo e conoscenza umana (Boringhieri, 1961), Bohr scrive: … “Il progresso tecnico ha permesso di riconoscere gli effetti dei singoli atomi e di ricavare informazioni sulle particelle elementari che compongono gli atomi stessi.” […] “La spiegazione della loro continua trasformazione è stata trovata nell’equilibrio statistico dell’energia, risultante dall’interazione delle molecole”.
Inoltre il “sentiamo”, due volte ripetuto nel componimento, non può riferirsi certo a un sentire interiorizzato, una forma di sentimento intellettualmente coltivato, ma a una pienezza della realtà che persiste nella sensazione e ci lega in un’appartenenza. In tal senso la poesia di Damiani va a collocarsi in quell’impasto di umanissima materia biologica soggetta allo sfregio del tempo, ma anche al disperato tentativo della materia stessa di sottrarsi a quel tempo, di preservarsi. Conoscere la natura vuol dire conoscere anche il suo “modo di essere”, cioè “il poetico” della natura. Senza immaginazione e spirito di appartenenza tale conoscenza è impossibile. Ma ciò vale anche per la scienza. Il fisico Charles S. Pierce nella sua opera Scienza e pragmatismo (Paravia, 1972) scrive che solo l’immaginazione può fornire allo scienziato “un qualche indizio di verità”. L’uomo di scienza ha a che fare con ipotesi temerarie, con congetture “terribilmente incredibili”. Proprio come il poeta, ci sarebbe da aggiungere.
“ E se gli atomi di idrogeno / non fossero tutti uguali / ma fossero tutti diversi, invece, / in qualche cosa piccola, in qualche piccolissima cosa / fosse ognuno diverso, come i fiocchi di neve, / come le impronte digitali, come tutte le cose, / ci hai mai pensato, eh?” Da il fico sulla fortezza (2012).
Come si evince da questi versi, ricorrente, nelle poesie di Damiani, è la presenza di un interlocutore anonimo, di un compagno che impersona una sorta di alter ego con cui poter condividere tutto ciò che il poeta ha amato e rinnegato per anni, il classicismo e il moderno, l’universo e le stalle e le stelle e la terra e i fiori e le pietre. In un equilibrio di oggetti e di presenze che risponde ad un bisogno di totalità, di polifonia, di globalità. Forse in fondo ai sogni del poeta c’è il desiderio di creare un mondo libero finalmente dalle menzogne della storia: “Sembrerebbe dalla pubblicità / che siamo ricchi, forti / e invece siamo poveri, fragili / come le foglie sugli alberi, / anche i potenti, i più ricchi / con un niente vanno nell’Orco, / da un momento all’altro li afferra la Moira / e li trascina nella polvere, cadono sul terreno con tutta l’armatura / che fragorosamente risuona / e potresti vedere, ben visibili, / le loro vergogne”. Da il fico sulla fortezza (2012)
Il “senso del luogo”, non un ideale generico inteso come oggetto di ricerca, bensì uno spazio preciso, fisico, tattile, che non è lo specchio e l’allegoria di un “io”, ma il teatro vivente in cui la natura e le generazioni si incontrano, ritrovandosi nel paesaggio, negli elementi della sua permanenza e delle sue trasformazioni è un altro punto saliente della poesia di Damiani. E tutto ciò nello spirito di una ricerca di conciliazione, che non intende però eludere i momenti tragici dell’esistenza: “Ecco che ci trasporta il tempo / come il Licenza ingrossato quell’inverno / travolse il poggetto con l’ampio salice / e la bella conca d’acque tranquille verdi, / lui che era così mite. / Così ci trasporta il tempo / dividendoci a pezzetti / come tronchi separati a grande distanza nei flutti, / ma poi non uno se ne perde. / Così smembrati galleggiamo nella corrente / e ci lasciamo trascinare / perché altro non si può fare. / Guardiamo le rive scorrere, / le canne che resistono, i fiori ricoperti d’acqua ma ancora intatti, ancor vivi, / come insetti nell’ambra”. Da Eroi ( 2000).
Damiani ha la capacità, propria solo ai poeti più veri, di far transitare territori e paesaggi dentro le parole, di traghettare certe intermittenze di luce o di pietra, dentro versi come trappole di suoni. I luoghi rappresentano per il poeta un confine e un limite capace di aprire e svelare il mistero del desiderio. Conoscere il limite ed esplorarlo sino agli estremi della sua possibilità di tenuta rappresenta forse la chiave del desiderio più intenso. “Ho quasi le vertigini, disteso / sopra la torre più alta a strapiombo / sul mare azzurro. / Le pietre bianche mi fanno compagnia, / tutte rotte e a pezzetti, come se un sommovimento / della terra avesse scosso il castello / e avesse sparso le pietre. / C’è un muro con finestre ad arco ed edera / giovinetta che sale virente / come fosse stata messa ad arte. / Ho la sensazione che tutto sia distrutto / e tutto sia intero, perfetto”. I versi sono tratti dal componimento Sul Monte Bello, da La miniera (1997).
Peraltro quella di Damiani è una voce che pare omerica, tanto affonda il suo spirito nell’appartenenza a “un’antica Italia rurale mai morta” (citando Enzo Siciliano) che lenisce persino gli eventi più assurdi e dolorosi: “Senti come è dolce respirare / nella mattina, / i paesi pascolano sparsi / alle pendici dei boschi. / E anche la guerra appare lontana / oggi, come un temporale lontano / che si allontana”. Da Attorno al fuoco (2006)
Nei componimenti dedicati a persone care, che siano la donna amata, o i figli, il padre, gli amici, il tono è ancor più intimo, sommesso, delicatissimo: “C’è la sera intorno ai tuoi capelli, / è venuta in silenzio, a passetti piccoli, / e non ce ne eravamo accorti. / E anche tu, sei venuta che non ti vedevo / e poi mi hai circondato”. Da Attorno al fuoco (2006) E ancora: “Ogni tuo passo è un passo/ verso una gioia quieta. / Tu non aspetti, io non aspetto. / Tu non sei più giovane, piena di speranza, / ma hai raccolto i remi , hai ammainato le vele, / ti lasci dondolare dalla brezza/ e vai alla deriva felice”. Da il fico sulla fortezza (2012)
Non c’è gioia più grande di quella di prepararsi a perdersi nell’oceano, non c’è sofferenza maggiore di quella di coloro che si aggrappano alla sponda del fiume, alla superficie delle cose, senza riuscire a cogliere l’eterno che è in noi, il bellissimo messaggio di questi versi.
Limpidi, tenerissimi questi versi dedicati al figlio: “Papà, ma è vero che in paradiso gli alberi non ci sono?/ No, In Paradiso gli alberi ci sono. E come potremo stare senza gli alberi?” Da Eroi (2000).
Al contempo però molti sono i componimenti accorati, dolenti che riguardano il vissuto familiare, amicale, l’ambivalenza dell’amore per la persona amata, o quelli più crudi e polemici che riguardano le aberrazioni del mondo in cui viviamo, la guerra prima di tutto. Anche in tal caso i versi riescono a comporsi in terse linee, segno di consapevolezza e di misura che li sottrae alle insidie della rassegnazione, ma non al senso storico dell’ingiustizia: “E’ la sofferenza che ho dietro / che mi pesa, / è quella che ho alle spalle / tanti anni di prigionia / e di stenti, / la mia giovinezza passata / a pensare senza capire / e le persecuzioni, / la vita sempre nascosto. / Ho vissuto troppo tempo / in povertà / togliendomi troppo spesso / le scarpe / per non consumarle, / e anche adesso che sono ricco / la cinta dei miei pantaloni /è un pezzo di corda vecchia”. Da il fico sulla fortezza (2012)
E ancora: “Poiché ci sono pochi fucili / ci danno un fucile in due, / quando cade uno, l’altro prende il fucile, / quando cade anche l’altro / il fucile rimane per terra, / se c’è qualcuno senza fucile / può prenderlo, altrimenti / resta lì, inusato / sopra un tappeto di morti. Da Attorno al fuoco (2006)
Trovo altresì bellissimo un altro componimento di pietra e di sangue per la rara tensione poetica con cui Damiani coglie la drammaticità dell’esistenza e la nostra piccolezza: “Bisogna avere un cuore di ferro / come Ulisse, per vivere. / Penelope è davanti a noi e piange / e noi dobbiamo tacere, non possiamo dire niente, / non possiamo commuoverci. / E’ tutto così chiaro / eppure non possiamo rivelarci”. Da il fico sulla fortezza (2012)
Un discorso a sé merita la silloge Sognando Li Po (2008) a cui Damiani ha lavorato per quindici anni, un intenso viaggio nella poesia cinese, poesia della terra, un viaggio che nasce forse dalle lacerazioni e dai dubbi del poeta di oggi, il quale accoglie nei suoi versi antiche suggestioni animistiche orientali rattenute e vibranti in risposta al frastuono e al caos del nostro mondo occidentale.
L’elemento estetico si fonda dialetticamente con la serenità etica e i monti, i sentieri, le fonti, infine i sassi su cui riposare, nel dolce sussurro dei versi, mi paiono reliquie, il miracolo della presenza mentale attraverso cui anima individuale e natura tendono a divenire simili, a vivere ancora una volta all’interno della medesima corrente di energia: “Guardo le stelle, sono clementi, / sono tante non le puoi controllare tutte, / ti fanno passare, ti lasciano andare / tra le loro maglie segrete. / Sulle mie tempie scende la sera, / non sto dormendo, sono cosciente / vedo l’età che trapassa, e porta con sé / le diecimila cose, / vedo le diecimila cose che cambiano / restando perfettamente uguali”.
Il poeta vorrebbe abbracciare ogni cosa che scorre, si raccoglie e si scioglie nel tutto e in tal senso si potrebbe tornare alla poetica di Shelley in cui il vincolo d’amore rende ogni istante una completezza.
Struggente Il canto dell’eterno dolore di Po Chu-i, che Damiani trascrive in settenari dalla traduzione di Martin Benedikter: tragica storia d’amore fra l’imperatore Hsuan-tsung, all’apogeo dell’età dell’oro dei T’ang, e Yang Kueifei, ex monaca taoista approdata nel 745 al suo harem, che si chiude con questi versi: “Vogliamo essere uccelli / nell’ala uniti, in cielo, / vogliamo essere in terra / rami cresciuti in uno”. Eterno è il cielo, a lungo / vive la terra, e muore. / Solo questo dolore / senza fine nel tempo / senza fine non muore”.
Se la conclusione del canto non può essere la felicità, ma il dolore dell’amore negato, i versi diventano il luogo in cui questa separazione si fa permanenza, e l’eternità del dolore, paradossalmente, l’unica felicità possibile.
Per dirla con Keats bisognerebbe “scegliere fra disperazione ed energia” e, aggiungo, leggere l’energia come quella forza della passività, che permetta hegelianamente di farsi compenetrare dal negativo per superarlo in vista di una più saggia consapevolezza. Li Po, il grande poeta cinese, di fronte al negativo, ripropone, con le sue parole di fuoco e di vetro, quell’energia che in fondo è la poesia stessa e ci mostra la via da seguire: “Se poi qualcosa di molto grave vi si prepara / sopportate e pensate che siete graditi al cielo, / il cielo vi guarda e annota come siete forti / e vede crescere la vostra forza ogni giorno”.
Concludendo vorrei fare qualche altra riflessione sulla silloge il fico sulla fortezza.
Damiani titola una delle sezioni della raccolta: V’è arte e sappiatela usare, un verso dell’ amico poeta Beppe Salvia con cui negli anni giovanili fondò la rivista “Braci”.
Certo, la via per coltivare l’arte, c’è. Ma è una via che bisogna che ognuno ripercorra per suo conto, da sé. Com’è accaduto per Salvia e Damiani, “così diversi eppure quasi fratelli nell’intransigenza verso ogni cedimento alla mediocrità ammantata di supponenza” (citando Marco Lodoli)
Dunque, ne il fico sulla fortezza le coordinate indicate in precedenza, “senso del luogo”, “doppia tradizione (classica e moderna)”, “equilibrio” agiscono ancora come meccanismi propulsivi, e Damiani continua a declinarli con la consueta maestria. Si tratta di ripensamenti intesi letteralmente come un ritornare, come ri-pensare situazioni e avvenimenti: ecco la consuetudine dei luoghi, ecco la costellazione di voci, lontane e vicine nel tempo e nello spazio, nelle quali possa risuonare ancora una pluralità di riferimenti riconoscibili, ecco la continua ricerca di un punto di equilibrio con la pesantezza del reale, ecco la personalissima “classicità” che si apre sempre a nuove letture: “Il fico sulla fortezza / ha vita molto precaria / perché quando faranno i restauri / sarà certamente tagliato. / Però sta tranquillo sotto la luce del sole / distendendo il suo ampio mantello / disuguale, incurante dell’estetica, / se ne frega di stare così in alto / non soffre di vertigini / si lascia accarezzare / dalla luce e dalle brezze tiepide / sente la nebbia, sente gli uccelli / che parlottano fra i suoi rami”.
C’è sempre un sottile collegamento con le opere precedenti come se lo scopo ultimo del poeta sia quello di creare un Canzoniere. E la rigorosa attenzione al connubio poesia-scienza che rende l’opera complessa e poliedrica, nasce forse anche dalle suggestioni degli sviluppi della scienza contemporanea. Il fisico Paul K. Feyerabend nella sua opera Contro il metodo sostiene che occorre affermare un vero e proprio anarchismo metodologico contro l’antica sacralità della scienza che limitava la capacità dello scienziato di pensare in modo nuovo la realtà. Una visione dinamica e unitaria del sapere contro i rigidi schematismi tradizionali. Di conseguenza i confini fra filosofia, fisica, chimica, biologia e non ultimo poesia come ci propone Damiani, non sono poi così netti.
“Le mere scienze di fatti creano meri uomini di fatto” scrive Edmund Husserl, allo stesso modo essere poeta non è la stessa cosa che scrivere poesie e Claudio Damiani è un poeta di quelli che una generazione ormai ne esprime solo qualcuno.
Perciò la verità di Eraclito: “Chi non tenta di raggiungere l’irraggiungibile, non lo raggiungerà mai,” a mio avviso è davvero la verità.

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