Vivalascuola. Con la schiena dritta

C’è stato il gioco delle tre carte. 1. “Sull’abrogazione della norma che prevedeva l’aumento dell’orario a 24 ore a parità di salario per gli insegnanti c’è stata una convergenza di tutto l’arco parlamentare“: Manuela Ghizzoni, Presidente della Commissione Cultura della Camera (qui). 2. Non ci sarà nessun aumento dell’orario dei professori. La rassicurazione arriva dal ministro Francesco Profumo (qui). 3. Nella serata del 9 novembre il Governo ammette che la norma contenuta nel ddl Stabilità sull’aumento dell’orario d’insegnamento è tutt’altro che superata (qui). Infine l’11 novembre anche la Commissione Bilancio abroga il provvedimento (qui). E’ il risultato della mobilitazione degli insegnanti. E il Governo risponde con gran faccia tosta: restituisce con una mano e toglie dall’altra! Infatti alla scuola verrebbe ancora ridotto il MOF (Fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa): si finirebbe col bloccarla del tutto. Occorre scioperare il 14 e dire che il MOF non si tocca, occorre tenere alta la guardia fino all’approvazione definitiva della Legge di stabilità e rendersi conto che il provvedimento è solo accontonato. Sta al mondo della scuola cogliere questa occasione per una battaglia culturale nel Paese, con studenti e famiglie, che faccia vera informazione e riporti orgoglio e dignità all’insegnamento e alla scuola pubblica.

Il “senso dell’accovacciato” e la “schiena dritta
di Giovanna Lo Presti

Verso lo sciopero del 14 novembre, assemblee nelle scuole
Sono reduce da un’assemblea di insegnanti di Torino: in questi giorni la mobilitazione è incentrata sul possibile aumento delle ore di cattedra da 18 a 24 settimanali, a parità di retribuzione – naturalmente. L’enormità del provvedimento ha destato dal loro torpore anche quei docenti che sino ad ora se ne sono stati tranquilli, e che, in questi ultimi anni, si sono limitati a mugugnare in sala insegnanti. Geremiadi infinite su condizioni di lavoro sempre più difficili, su retribuzioni sempre più insoddisfacenti, su tagli alle risorse sempre crescenti, su una precarietà destinata a divenire condizione stabile e generalizzata. Geremiadi che soltanto in modo episodico sono uscite dalla sala insegnanti per divenire protesta consapevole e pubblica.

E questo, a mio parere, è il primo problema della scuola italiana: sono troppo pochi gli insegnanti che, nell’ultimo quarto di secolo, si sono sentiti offesi e maltrattati in quanto lavoratori e che hanno abbandonato la lamentela per mettere in campo una protesta. La lamentela è quella di chi si limita a dire: “Ahi, mi hanno fatto male!”; la protesta è quella di chi individua responsabilità, valuta i danni e le conseguenze, indica possibili rimedi.

Bene, le 24 ore di Profumo hanno funzionato come acceleratore e nucleo di condensazione, hanno destato dal sonno molti docenti dormienti; che però già ieri, 5 novembre, in seguito a vaghe rassicurazioni di ritiro del terribile provvedimento, dimostravano di aver ripreso a dormire, visto che l’assemblea torinese era molto meno affollata rispetto a quella di quindici giorni prima.

Fra l’altro, la novità positiva del vedere finalmente un gruppo consistente di docenti precari impegnati in una protesta di ordine generale deve essere – purtroppo – qualitativamente ridimensionata dal fatto che i precari sono quelli che, di necessità, continuano a vedere l’innalzamento dell’orario a 24 ore come una minaccia concreta, destinata a riproporsi al primo rinnovo contrattuale. Quindi, mentre il docente a tempo indeterminato non si sente più il fiato sul collo, il precario – e giustamente – continua a vedere minacciata, in tempi brevi, la sua già incertissima possibilità di lavorare. Se a questo si aggiunge il pericolo imminente di un concorso che potrebbe ulteriormente compromettere la stabilizzazione lavorativa di persone vicine ai quarant’anni, si comprende come mai i precari siano ancora in prima fila contro la Legge di stabilità.

Il delirio di onnipotenza e la sindrome del primo della classe
Ieri, in quel teatro particolare che è un’assemblea pubblica, ho visto recitare da attori nuovi lo stesso copione frusto che, con poco successo di pubblico, viene messo in scena da anni. Due, in particolare, le tare genetiche dell’insegnante che si trasmettono da generazione in generazione e che anche ieri hanno trovato voce: il delirio di onnipotenza e la sindrome del primo della classe. Sono tare, bisogna dirlo, favorite da quell’ambiente lavorativo sui generis che è la scuola.

La prima, il delirio di onnipotenza, ha portato una giovane insegnante ad alzare la mano ed intervenire dicendo che non se la sente di scioperare il 14 novembre perché non vuole togliere ai suoi studenti la possibilità di imparare, non vuole negar loro quella lezione cui hanno diritto. Non so cosa insegni la signorina in questione, ma non credo si tratti di materia esoterica che abbisogni di complicati rituali che, se interrotti per una giornata, fanno fallire la trasmissione del prezioso sapere. Il grado di sopravvalutazione di sé e del proprio ruolo che un intervento di tal fatta esprime è spaventoso. Si tratta comunque – e per questo merita attenzione – di un intervento tipico: non so quanti colleghi ho sentito affermare che non potevano far sciopero proprio quel giorno o partecipare all’assemblea sindacale perché avevano l’interrogazione, il compito in classe, il recupero etc. etc. Sulla buona fede della maggior parte di loro non scommetterei nemmeno un euro, mentre la giovane insegnante mi pareva in buona fede, forse ancora per poco.

Veniamo alla perniciosa sindrome del “primo della classe, che è quella da cui senz’altro è afflitto il giovane collega che è intervenuto esortando tutti a individuare un metodo di valutazione che sceveri il grano dal loglio, il bravo dal cattivo docente. Siamo l’unico Paese europeo, proclama, che non ha ancora un sistema di valutazione efficiente! Non lasciamo in mano all’Invalsi (e qui ha ragione) la valutazione di studenti, insegnanti, scuole – troviamo noi un sistema che metta in rilievo il merito!

Argomentazioni apparentemente di buon senso, ma in realtà viziate dal fatto di aver introiettato, al limite in modo “migliorista”, la patacca ideologica della meritocrazia. Ammesso e non concesso che si riesca correttamente ad individuare gli insegnanti “migliori”, ci si deve chiedere quale effetto potrebbe avere, in un lavoro collettivo com’è quello dell’insegnare, il premio dato ai meritevoli. I quali meritevoli, va da sé, non potrebbero essere che una piccola parte della categoria. E degli altri, dei non meritevoli, cosa ce ne facciamo? Pensano, i “primi della classe”, che il premio al merito innescherebbe automaticamente un processo di emulazione dei meno bravi nei confronti dei più bravi? Pensano anche che, nel più endemicamente corrotto dei Paesi possibili, coloro che verranno identificati come “meritevoli” siano davvero i più bravi?

In ogni caso a me sorgeva spontanea una risposta da dare al giovane collega (che non ho dato, come non ho replicato alla crocerossina dell’insegnamento, onde evitare un inutile vespaio e sperando ancora in un esito positivo dell’assemblea): per milleduecento euro al mese chiunque accetti di entrare in una classe e qualunque cosa faccia, fosse pure l’evitare che gli studenti si azzuffino, è pagato troppo poco. Prima di passare a questioni di dettaglio, qual è quella dell’individuazione degli insegnanti “miglioripretendiamo, a gran voce, condizioni di lavoro dignitose e retribuzioni adeguate al compito delicato che ci tocca svolgere. Prima questo, poi, ragionando molto bene sulle modalità, quello. E’ una questione di priorità logiche: a nessuno verrebbe in mente di misurare le prestazioni di un centometrista dopo averlo malnutrito per mesi e costretto a gareggiare in un pantano.

Ultimi, ma non meno importanti, c’erano i numerosi teorici della “visibilità. Il rosario di iniziative snocciolate all’insegna della VISIBILITA’ è stato numeroso e presentato con un certo entusiasmo. Che questo sia il trionfo della spettacolarizzazione della vita, un combattere con le stesse armi del proprio avversario e sul suo stesso terreno, sembra essere una riflessione di pochi. Mettiamoci la maglietta verde, come i colleghi spagnoli! Saliamo sulla gru! Facciamoci vedere in piazza mentre correggiamo i compiti! Costruiamo una manifestazione simile a quella del “Se non ora quando”! Proprio l’esito di quella più che riuscita giornata, invece, ci dovrebbe portare a riflettere: cosa si è sedimentato, dell’enorme manifestazione delle donne, ad una settimana, ad un mese di distanza?

Non è la “visibilità” che va perseguitata ma la permanenza e l’allargamento della mobilitazione, il contagio positivo della protesta, l’espandersi a macchia d’olio dello scontento accompagnato dalla consapevolezza di ciò che significa, per un’intera società, la crisi dell’istruzione pubblica. Se la protesta si diffonderà, la visibilità verrà da sé. I lavoratori della scuola sono quasi un milione – ed accanto a loro, se la protesta sarà convincente, ci saranno molti studenti e molti genitori. Se una parte consistente di questi saranno per le strade e nelle piazze, fuori dai recinti scolastici, la visibilità sarà garantita.

Per l’istruzione in Italia si spende, grosso modo, un punto di PIL in meno rispetto ai principali Paesi europei: un punto di PIL vale 15 miliardi di euro, il doppio, cioè, degli 8 miliardi di euro che sono stati sottratti alla scuola dalla “riforma” Gelmini. Quindi, per allinearci con quell’Europa che tanto piace ai nostri governanti, lo Stato dovrebbe restituire alla scuola almeno 23 miliardi.

Scandalosa la condizione della scuola: parola di ministro
Spiace quasi ripetersi ma è notorio che gli stipendi degli insegnanti italiani sono bassi, anzi “scandalosamente bassi” per usare le parole di un ex ministro dell’Istruzione, Tullio De Mauro, che così si espresse, a suo tempo:

L’ho detto prima di entrare al governo e continuerò a dirlo finché avrò voce, con dati statistici alla mano: il livello delle retribuzioni degli insegnanti italiani è assolutamente scandaloso nel confronto internazionale; lo era prima e lo è tanto più negli ultimi anni, quando la mole di lavoro e anche l’impegno sono diventati enormi“.

Era il maggio del 2000.

Spiace ripeterlo, ma nei giorni in cui Profumo e il suo governo preparavano il lancio delle 24 ore a parità di salario, da più parti si commentava il rapporto Eurydice, che metteva in luce il sostanziale allineamento degli orari di lavoro dei docenti italiani rispetto ai loro colleghi europei.

Lo stesso rapporto Eurydice evidenzia anche due anomalie tutte italiane: la fortissima femminilizzazione della professione (il dato statistico relativo al 2009 è del 75, 8% di donne insegnanti, contro il 60% circa degli altri paesi europei) e l’età media molto alta degli insegnanti (il 57, 8% degli insegnanti delle superiori ha più di cinquanta anni, mentre soltanto lo 0,5% è sotto i trent’anni).

Mettiamo accanto a questi dati la riforma pensionistica Fornero e il futuro concorso a cattedre di Profumo – e ci viene voglia di esclamare, come quel personaggio de Il fu Mattia Pascal: “C’è logica?”. Se più della metà dei docenti delle superiori ha più di cinquant’anni, mediamente la “riforma” li terrà in servizio una decina d’anni; in che modo il governo prevede di stabilizzare le masse di precari che nella scuola lavorano da anni? Non certo attraverso un ridicolo concorso che, se mai passasse l’innalzamento a 24 ore, dovrebbe fare i conti con la cancellazione di almeno 24.000 posti di lavoro (e mi limito alle stime sindacali, che mi paiono piuttosto prudenti). Quindi 22.000 posti in più (quelli del concorso) e 24.000 posti in meno (quelli tagliati dalla Legge di stabilità): a che pro spendere quindi i molti soldi richiesti dall’effettuazione del concorso? C’è logica?

Sembrerebbe di no, ma temo che una logica ci sia: poiché si tratta di una logica semplice, sgradevole ed evidente, in pochi la vogliono vedere. Ce lo ha insegnato La lettera rubata – il miglior posto per nascondere qualcosa è quello in maggior evidenza. La logica, brutale, dell’articolo 3 della Legge di stabilità è la stessa che ha fatto sì che la politica scolastica in Italia, a partire dai primi anni Novanta, l’abbia fatta più il Ministero dell’Economia e delle Finanze che non il Ministero della Pubblica Istruzione.

Togliere ai poveri per dare ai ricchi
I primi anni Novanta sono quelli in cui vide la luce quella politica di concertazione che, complici gli imbelli sindacati firmatari dell’accordo, è stata la principale causa di una clamorosa redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto. L’erosione continuativa dei redditi da lavoro dipendente ha inizio in quel momento; così come, parallelamente, ha inizio quella precarizzazione del lavoro di cui oggi vediamo gli ultimi, ma non ancora definitivi, esiti. È passata, sempre in quegli anni, la favola della bassa produttività dei lavoratori italiani, che ha retto nonostante le analisi volte a dimostrare il contrario, e cioè che, se il lavoro in Italia è meno produttivo che altrove, ciò dipende non dai lavoratori: la nostra classe imprenditoriale, sempre più avida, sempre più sfrenata ha preferito i guadagni facili della speculazione finanziaria agli investimenti in ricerca e in innovazione; il lavoro non è più stato considerato un valore sociale, ma una merce.

Da qui quella logica del lavoro usa-e-getta, che in prima battuta, è stata definita “flessibilità”, con gran lodi degli opinionisti e degli intellettuali di regime. Oggi i disastri della precarietà hanno rivelato il vero volto della “flessibilità”. Eppure, nonostante l’emergenza sociale costituita dai bassi redditi e dalla crescente disoccupazione (drammatica se tocca i più giovani, drammaticissima se tocca chi ha più di quarant’anni) la via che il nostro governo percorre è sempre la stessa: togliere ai poveri per dare ai ricchi.

A pieno titolo la questione scolastica si inserisce in questo disegno che ho tratteggiato. A cosa serve la scuola in una società civile? A trasmettere sapere a tutti i bambini, a tutti i ragazzi, a tutti i giovani. La scuola della Repubblica italiana, quella che dovrebbe rispettare il dettato della Costituzione, è una scuola fortemente egualitaria: i “capaci e meritevoli” vengono tirati in ballo, nella nostra Costituzione, soltanto per dire che, qualora siano privi di mezzi, lo Stato contribuirà a favorire la loro frequenza scolastica. Altro che l’inno alle “eccellenze” che oggi viene intonato da destra e da sinistra (intendo sinistra parlamentare, quella che, di sinistra, mantiene soltanto il nome, per giunta a mezzo servizio con il centro).

Per vocazione, la scuola che rispetti la Costituzione dovrebbe essere il primo, potente motore di mobilità sociale – ed una forte mobilità sociale non può che tendere ad una società di eguali. La parola “eguaglianza”, così carica di fascino per le masse popolari del Novecento ha oggi perso totalmente il suo appeal. “Diritti”e “giustizia sociale” sono, per le orecchie di molti, gusci vuoti, roba da idealisti. Il sapere è quella cosa con cui non ci si fa un panino, l’ha affermato, or non è molto, un nostro ministro. Insomma, il fronte dell’utilitarismo grezzo, del profitto immediato, della “modernità” assunta acriticamente come valore in sé ha vinto e stravinto.

Società di qualità = scuola di qualità
In una società sempre più ingiusta e diseguale non serve una buona scuola per tutti. In quel “per tutti” sta la differenza: a chi ci governa non interessa che la scuola svolga il suo compito istituzionale, interessa soltanto che restino in piedi strutture che abbiano come fine essenziale quello di contenere masse di bambini e adolescenti. Queste strutture possono anche essere fatiscenti ma, almeno per ora, non le si può abolire; le persone che in esse lavorano, sottopagate, devono essere sfruttate al massimo.

Un venti per cento di esse va tenuto in una condizione di precariato, così li si paga ancora di meno. Che si arrangino. Tanto l’opinione pubblica è contraria agli insegnanti; l’opinione pubblica continua a pensare che abbiano tre mesi di ferie e che lavorino 18 ore a settimana (ah! L’insulto dello scambio iniquo fra l’aumento di un terzo dell’orario di lavoro e l’incremento di quindici giorni di ferie!). Tagliamo, tagliamo pure sulla scuola – si dicono i demolitori – tanto un trenta per cento degli insegnanti che si dà comunque da fare e che ama il proprio lavoro senza condizione c’è; e c’è pure un trenta per cento di pelandroni, che però non osa ribellarsi; e poi il venti per cento dei precari ha già le sue gatte da pelare. Ci vogliamo preoccupare, si dicono nelle stanze del MPI e del MEF, di un potenziale venti per cento di cani sciolti, che ragiona con la propria testa e che proprio per questo non riuscirà ad aggregare una protesta decorosa? Le percentuali precedenti, questa volta me le sono inventate io ma penso abbiano qualche attendibilità.

Il corpo mastodontico della scuola italiana non si muove perché le sue parti ritengono di avere esigenze diverse le une dalle altre: e non si riflette sul fatto che la malattia che ha aggredito la scuola italiana è gravissima. E molti, troppi insegnanti sono ancora contenti di lavorare nella propria “classetta”. Ma presto anche la parte “sana” comincerà a soffrire, perché, mi ripeto, nel progetto sociale che le classi dirigenti stanno mettendo in piedi, una buona scuola per tutti non serve, non è funzionale al sistema, è anzi pericolosa. Anche l’operaio vuole il figlio dottore, si diceva in una canzone d’altri tempi. Chi ci governa vuole dire basta a questa confusione: anzi, vuole far sì che quel figlio dell’operaio divenuto dottore non abbia la possibilità di far studiare il suo, di figlio. La logica- semplice, chiara, autoevidente – è quella di ridurre alla subalternità una massa popolare vastissima, sempre più vasta.

Per questi motivi il governo “tecnico” non è in grado di spiegare come potrà incrementare l’occupazione giovanile e, contemporaneamente, tenere al lavoro gli ultrasessantenni e bloccare il turn over nel pubblico impiego; né ci sa dire come “rilancerà l’economia” se i redditi delle classi lavoratrici vengono erosi progressivamente, né ci può chiarire come, spendendo di meno per l’istruzione o per la sanità, tali servizi possano migliorare. Non siamo di fronte ad inspiegabili arcana imperii, la cui comprensione sta fuori dalla portata di un comune cittadino; abbiamo, semplicemente, a che fare con una banda di grassatori, che tiene il Paese sotto scacco dichiarando ossessivamente che, se non fossero state fatte scelte rigorose ed amare saremmo finiti come la Grecia. Gli unici tutelati sono coloro che fanno parte delle classi privilegiate – questa è la rigorosa e amara verità. Ed è a questo stato di cose che la protesta dei lavoratori della scuola e degli studenti è chiamata ad opporsi.

Il senso dell’accovacciato
C’è un breve racconto di Lucio Mastronardi, pubblicato nel 1975, che si intitola L’accovacciato. Son tre pagine, all’altezza di quelle memorabili e caustiche del Maestro di Vigevano, in cui si fa lo sberleffo alla “scuola attiva”, al subalterno cinismo della classe docente, alle anguste smanie pedagogiche di dirigenti che si battono per l’“innovazione”. Per chi conosce la scuola e i suoi meccanismi sono pagine che danno da pensare: com’è possibile che la scuola italiana dei primi anni Sessanta presenti le stesse tare della scuola contemporanea?

Torniamo a L’accovacciato: la voce narrante è quella di un giovane maestro che insegna nella scuola in cui è stato studente. Il suo vecchio maestro ha scritto un libro, la sintesi di lunghi anni di lavoro, ed ha deciso di presentarlo ai colleghi nel corso di un “cenacolo pedagogico”. Il vecchio maestro ha più di quarant’anni d’insegnamento: “È un uomo che vive per l’infanzia. Oltre a fare scuola e doposcuola e ripetizioni, ha in piedi parecchie iniziative: filodrammatiche, giornaletti, bar dei piccoli…”. Al momento di presentare il suo libro ai colleghi, afferma di non voler lodi ma “una critica costruttiva”. Ma le lodi giungono generose finché arriva il turno del direttore. Le parole sono pietre: “Per me il suo libro è brutto. Ci manca il senso dell’accovacciato: un’opera dell’infanzia che manca del senso dell’accovacciato è un’opera fallita”. Rapida conversione di parere: “Quello che volevo dire! Mormorarono parecchi maestri”. Il vecchio maestro si difende: ma no, il “senso dell’accovacciato” c’è, si leggano bene i capitoli dieci, undici, dodici… Lo attacca impietosa una vecchia maestra: cosa ci si può aspettare di buono da un socialista? NO! non sono socialista, sono socialdemocratico – dice il vecchio maestro. Non si fa politica qui! – si allarma il direttore. Alla fine il decreto è inappellabile: anche se il direttore lascia tutti liberi di leggere il libro in classe nessuno lo vuole più leggere: che valore ha un libro in cui manca il “senso dell’accovacciato”? Non lo vuole leggere ai bambini nemmeno il giovane maestro: “Mentre camminavamo verso il bar, (…) il mio maestro mi diceva: – Neanche tu… Me la sarei mai aspettata da te”. Lo sventurato risponde con una frase che ho sentito ripetere le mille volte da tanti colleghi, quando si trattava di prendere posizione, di scioperare, di ragionare con la propria testa: “Perché non sono di ruolo…

Non se la prendano i colleghi precari – la figura peggiore ce la fanno i maestri di ruolo, così insipienti e subalterni, pronti ad accettare per buona la prima scempiaggine pseudo-pedagogica, anche quando si presenta in forme ancora più ridicole del pur ridicolo “senso dell’accovacciato”. E ciò che vale nella finzione letteraria è purtroppo vero anche nella vita reale.

Non è mai tardi per inaugurare la linea del giusto orgoglio del proprio lavoro, nella consapevolezza che condizioni di lavoro pessime per noi sono condizioni di studio pessime per i nostri studenti e che, quindi, la nostra lotta ha una forte vocazione sociale. Ha ragione George Steiner, quando afferma che una società che non fa onore ai propri insegnanti, come è quella basata sul profitto sfrenato, è una società difettosa. Siamo ancora in tempo – c’è più tempo che vita – a gettare alle ortiche ogni passato, presente, futuro “senso dell’accovacciato” e a reclamare, con la schiena dritta, una scuola migliore – che è poi come dire una società più giusta.

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MATERIALI

La mano visibile del mercato. Intervista a Luciano Gallino
di Pietro Raitano

“Si sente dire spesso che ‘si vede la luce in fondo al tunnel’, che la ripresa non è lontana. Sono dichiarazioni totalmente slegate dalla realtà. E chi le afferma, se ne deve assumere la responsabilità”. Lo dice Luciano Gallino, classe 1927, sociologo di fama internazionale.

Professor Gallino, che cosa ci dicono i recenti dati sul lavoro in Italia?
Ci dicono che la situazione dell’economia e del lavoro è gravissima. La disoccupazione tocca livelli altissimi: tra disoccupati “dichiarati” e lavoratori “scoraggiatisiamo arrivati ormai a quasi 4 milioni di persone. Se il tasso di disoccupazione è diminuito quindi è solo perché molte persone hanno semplicemente smesso di cercare lavoro. Ma non solo… Le stime dicono che i precari sono 3 milioni. Io ipotizzo 4 milioni. Quel che conta però è il totale: stiamo parlando di 7, 8 milioni di persone che non hanno lavoro, o lo hanno scadente e mal pagato (ricordiamoci che i precari quando hanno uno stipendio ragionevole lo hanno per 8, 9 mesi). Non vedo proposte adeguate per questa situazione.

Quali conseguenze ha la disoccupazione?
È una ferita profonda del proprio senso di autostima. Soprattuto per i giovani: perché non ho lavoro? Ho studiato, ho esperienza… L’unica cosa che crea valore reale è il lavoro: 4 milioni di persone che non producono, 4 milioni che producono poco e male. Poi ci sono le professionalità che si perdono: il 50% dei disoccupati ha superato un anno di inattività, un’eternità se comparato con lo sviluppo della produzione e il mutamento delle tecnologie. Per strada si perdono forme di conoscenza. La disoccupazione è il più grande scandalo che la società possa conoscere. Che non se ne parli è uno degli aspetti più gravi.

Perché colpisce il sistema produttivo italiano?
La finanziarizzazione dell’economia ha stravolto i criteri delle imprese. Il risultato è stato che queste cercano di comprimere i costi del lavoro, spremute dagli azionisti e dagli investitori, per inseguire rendimenti elevati, assurdi dal punto di vista industriale…

Il risultato sono compressione dei salari, intensificazione dei ritmi, emarginazione dei sindacati. Attenzione, però, vale per tutti i Paesi europei, anche per la Germania, dove milioni di lavoratori hanno pagato questa situazione. Tuttavia la Germania ha una ventina di grandi industrie che vanno abbastanza bene, e parecchi altri elementi che spiegano la differenza con noi. Uno fra tutti è il tasso di investimento in ricerca e sviluppo. Sui 27 Paesi dell’Unione europea, l’Italia è al quindicesimo posto, dietro all’Estonia, con un tasso di investimento dell’1,25% del Pil. Il tasso tedesco è più del doppio, quasi il triplo.

Quanto hanno influito le riforme del mercato del lavoro che si sono susseguite nel tempo?
Le cosiddette riforme del lavoro progettate dalla fine degli anni 90 in poi hanno aumentato il lavoro precario. In particolare, se si guarda la curva del lavoro precario, dal 2003 – anno della stesura del decreto attuativo della legge 30 – c’è una fortissima impennata. La precarietà peraltro contribuisce alla crescita del coefficiente di disoccupazione, perché tra un contratto e l’altro passa sovente qualche mese.
È una delle conseguenze delle dottrine neoliberali, che per quanto sconfitte, smentite e sconfessate, sono sempre lì, si insegnano nelle università, costituiscono la forma mentale dominante nei media.

Come si può creare lavoro?
Molte altre scelte creerebbero lavoro specializzato ad alta intensità: riqualificazione del territorio, di quel 70% di edifici non antisismici, degli acquedotti che perdono, delle scuole non a norma. C’è un’ampia platea di settori che richiederebbero lavori che sono altamente tecnici, che richiedono l’impiego di tecnologie avanzate e al tempo stesso hanno utilità collettiva ampia e diffusa.

Il suo ultimo libro parla esplicitamente di lotta di classe.
Le classi ci sono più che mai: quando una persona guadagna 1.200 euro al mese, è totalmente soggetto a ordini dall’alto, addirittura fino al modo in cui si muove… Lavoratori con uno stipendio scarso, e una pensione che si annuncia da fame. Questa è una prima classe, distinta da altre, che hanno un minimo di indipendenza in più e di controllo fisico in meno: insegnanti, funzionari, fascia alta degli impiegati, commercianti.

Infine c’è la classe dominante, quella espressione di un potere politico ed economico enorme, che dice al 90% della popolazione che cosa fare, e controlla i mezzi per farglielo fare. Diffonde quella che viene chiamata “la mentalità del governare“… Tra classi, infine, la mobilità è dovunque inferiore a quanto si pensi

Il risultato è crescita di disuguaglianze. I salari italiani sono fermi dal ‘95, negli Usa fermi addirittura dal 1975. Si stima anzi siano leggermente regrediti. Il fenomeno riguarda l’80, 90% della popolazione, mentre si è enormemente arricchito il famoso 1%. Tanto è vero che in alcuni Paesi europei troviamo indici di disuguaglianza astronomici.

Perché la finanza ha preso tutto questo potere?
Perché non ha avuto opposizione. Non certo dai partiti, che a partire dagli anni 80 si sono adoperati per la finanziarizzazione, la liberalizzazione di movimenti di capitale, la produzione a valanga dei titoli come i derivati strutturati. Tra questi i partiti di sinistra e di centro-sinistra, che hanno ispirato molti documenti degli anni 80 in quella direzione, spinti da illustri personaggi della sinistra.

Il fatto straordinario è che le banche oggi hanno convinto i governi che andavano salvate per la seconda volta. In meno di tre anni il debito pubblico europeo è aumentato del 20%. A partire dal 2008 si sono dissanguati i bilanci pubblici per salvare le banche. Dal 2010 la crisi delle banche è stata travestita da crisi del debito pubblico. E quando i bilanci pubblici sono esangui non ce la fanno più, e scattano i tagli. (da altreconomia.it, 1 ottobre 2012)

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Da tempo osservo cosa accade in Italia e mi chiedo: per conto di chi governa Mario Monti?
di Massimo Ragnedda

Mi chiedo, se proprio si vogliono reperire fondi, perché il premier nominato Mario Monti non faccia un accordo, come ha fatto il governo di centro destra tedesco, con la Svizzera per un prelievo forzoso dei capitali anonimi italiani (non quelli legalmente depositati, ma quelli anonimi fuggiti al fisco italiano) presenti nelle banche Svizzere. Basterebbe una tassa del 30% (sempre meno di quanto pagano gli italiani che onestamente pagano le tasse in Italia) per avere un gettito di 35/40 miliardi di euro. Caro Professore, perché non tassa quei capitali? Sono soldi che ci spettano e che stanno fuggendo al fisco italiano.

E poi, mi permetto di chiederle, cosa sta aspettando a tassare, come ci chiede l’Unione Europea, gli immobili adibiti ad uso commerciale della Chiesa? si guadagnerebbe qualche altro miliardo di euro e si eviterebbe di pagare una multa all’EU. Come ben sa, infatti, l’Europa ci chiede di emanare, entro il 31 dicembre 2012, i decreti attuativi che impongono il pagamento dell’Imu per i locali a uso commerciale della Chiesa.

E poi, cosa sta aspettando a tagliare l’acquisto di qualche aereo da guerra f35 (in tutto ci costano 20 miliardi di euro) e destinare quei soldi alla scuola, all’Università, alla ricerca e alla creazione di nuova occupazione e nuove imprese?

Cosa sta aspettando a tagliare le pensioni d’oro (persone come Amato, solo un esempio, prendono più di 1000 euro al giorno) cosa che frutterebbe all’Italia circa 7 miliardi di euro? Cosa aspetta?

Le chiedo cosa stia aspettando a tagliare i super stipendi di manager pubblici (mettendo una soglia massima di 300 mila euro annui, che non è pochissimo, ma ben 25mila euro al mese, più o meno quanto prende il presidente degli Stati Uniti che mi pare abbia qualche responsabilità in più di un manager di un’azienda pubblica italiana) facendoci risparmiare qualche altro miliardo di euro. Che aspetta?

Cosa aspetta a tassare i grandi patrimoni piuttosto di spremere i poveri pensionati, gli operai e i piccoli artigiani? Cosa aspetta? (da Tiscali, 9 novembre 2012)

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Allo specchio,
di Nicola La Gioia

L’aspetto più curioso è proprio questo. Quando in Italia esplode uno scandalo, i proletari e gli esclusi da qualsivoglia spartizione chiedono giustizia ai propri rappresentanti, urlando la propria impotenza. L’opposizione chiede giustizia alla maggioranza, rivendicando la propria impotenza. La maggioranza chiama in causa un sempre fantomatico Sistema, lamentando la propria impotenza (“governare gli italiani non è difficile, è inutile”, Giolitti o Mussolini a seconda della vulgata), e poi si appella all’arbitrato del Preside(nte) della Repubblica. Il Presidente è quasi impotente per via istituzionale, ma la richiesta di una sua presa di posizione chiama spesso per chissà quale affinità quella del papa, il quale, infatti, spesso interviene per mezzo dei propri cardinali (attenzione! a propria volta spesso il papa è ovviamente et infallibilmente impotente davanti alle macchinazioni dei cardinali), che a loro volta (talmente parte in causa la Chiesa in via sostanziale negli affari italiani da potersi permettere di non esserlo in via formale) non possono consumarsi in altro che in una reprimenda.
Insomma, nessuno in Italia è mai parte in causa. Al limite, siamo tutti parte lesa.

È questo sentirsi insomma sempre fuori dai giochi, sempre impotenti in prima persona, sempre alienati da un nobile protagonismo, cioè da una seria e reale responsabilità – in attesa perenne del veltro, della peste, dell’uomo della provvidenza, di un altro che si pigli la responsabilità che non vogliamo assumerci per la parte che ci compete, pretendendone però poi l’impossibile guadagno – è questo, credo, uno dei peggiori difetti di noi individui italiani.

Si tratta di una colpa dalla quale, se può essere sollevata l’idea di un popolo, non dev’esserlo, invece, ogni singolo – per il quale, nel proprio foro interiore, dovrebbe sempre pesare l’onere della prova. Ognuno dovrebbe sentirsi chiamato a scardinare (a distruggere in se stesso, dunque a trascendersi in un’ottica civile) ciò che lo rende alieno alla comunità senza la quale il suo profilo identitario pure andrebbe a disgregarsi. È attraverso la cruna di un simile paradosso che abbiamo oggi il dovere di passare. (da Lo Straniero, N. 149 – Novembre 2012)

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

La settimana scolastica si apre con le parole rassicuranti del sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria:

Le 24 ore non sono più in discussione, ora si tratta di trovare altrove le risorse. Ed è l’impegno che coinvolge in queste ore forze politiche, relatori di maggioranza, commissione Bilancio della Camera, governo e ministero“.

Anche il ministro Profumo parla in modo incoraggiante: innanzitutto ricordando il suicidio di un docente precario rassicura i precari:

Non è stato fatto nulla per peggiorare la situazione dei docenti precari – dice – che dura da molti anni. Io sto lavorando per cercare una normalizzazione.

Sarà. Però molti insegnanti non la pensano allo stesso modo. Per Giuseppe Aragno

La precarietà condotta alle estreme conseguenze è stata la molla che ha indotto Carmine Cerbera al suicidio, questo è certo, ma non meno certo è che a togliere ogni certezza ai docenti precari è stato Profumo.

Intanto si annuncia nuova precarietà: sono 321.000 le domande per il concorso a cattedre: termini scaduti il 7 novembre, prova preselettiva in dicembre. Ce la farà uno su 28. Rapporto destinato a crescere, visto che il Tar del Lazio accogliendo un ricorso ha dichiarato illegittimo il divieto di partecipare al concorso per i laureati non abilitati, ammettendoli con riserva. “Una lotteria a premi” lo definisce Domenico Pantaleo, “una fabbrica di illusioni“.

Il nuovo bando avrebbe dovuto riaprire la scuola ai docenti giovani “ed evitare di bloccare una generazione di neolaureati“. In realtà l’età media dei partecipanti al concorso è di 38 anni e sei mesi. Posti disponibili, 11.542, di cui saranno assegnati 7.351 il prossimo settembre, i restanti 4.191 a settembre 2014. A questi si devono sommare altrettanti 11.542 posti previsti per gli iscritti alle graduatorie ad esaurimento: meno di quelli già programmati con il DM 3/8/11, in cui l’allora ministro Gelmini prevedeva per ciascun anno scolastico – dal 2011/12 al 2013/14 – un massimo di 22.000 unità di personale docente ed educativo per anno. E gli altri 300.00? Non è precarietà questa? Inoltre, come domanda Giovanna Lo Presti in questa puntata di vivalascuola:

Il concorso, se mai passasse l’innalzamento a 24 ore, dovrebbe fare i conti con la cancellazione di almeno 24.000 posti di lavoro (e mi limito alle stime sindacali, che mi paiono piuttosto prudenti). Quindi 22.000 posti in più (quelli del concorso) e 24.000 posti in meno (quelli tagliati dalla Legge di stabilità). C’è logica?

Oppure, come domanda Marina Boscaino:

Il 24 settembre Profumo ha dichiarato al «Messaggero» che la selezione costerà all’Erario circa un milione di euro tra procedure e commissioni. In una scuola così disastrata, valeva la pena (ammesso che il dato sia attendibile) questa ulteriore spesa per mettere a concorso il turn over?

Ma in una intervista il ministro Profumo è stato ancora più rassicurante:

Dobbiamo individuare le priorità del paese, e la scuola è la priorità. È il miglior investimento sul futuro per costruire un paese più moderno. Ho appena ascoltato il discorso presidenziale di Barack Obama, lo ha detto sette volte: una scuola migliore. La strada è segnata. Le priorità vanno individuate ora, in questo momento di difficoltà“.

Anche se a riflettere non si capisce di cosa stia parlando. Dobbiamo individuare le priorità del paese. Ancora? Dopo un anno di governo? La scuola è la priorità. Prioritaria in cosa? Nei tagli? E continuando, il ministro ammette:

non ho mai nascosto la situazione: il patrimonio scolastico italiano, in mano ai comuni e alle province, è vetusto. Ora dobbiamo partire con l’anagrafe del sistema edilizio e una programmazione che duri nel tempo“.

E ancora non capiamo: l’anagrafe? Ancora l’anagrafe? E’ da un anno che bisogna partire. Sono arcinoti i dossier di Legambiente e Cittadinanzattiva. Le province inviano relazioni e il sostituto procuratore di Torino Raffaele Guariniello, in una lettera al ministro dell’Istruzione afferma che la situazione della sicurezza nelle scuoleè ormai un’emergenza nazionale”. E se ne accorge anche un giornale filogovernativo.

E sarà perché la scuola è la priorità che per la prima volta dopo decenni di regolari assegnazioni, il ministero dell’Istruzione non ha ancora comunicato agli istituti l’entità dei finanziamenti del 2012/2013 per il cosiddetto Fondo d’istituto: quello che consente il normale funzionamento delle scuole. In queste condizioni, senza i contributi “volontari” delle famiglie le scuole rischierebbero di bloccarsi. Ed è per lo stesso motivo che le Province a corto di fondi minacciano di chiudere le scuole perché impossibilitate a pagare il riscaldamento?

Mancano la sicurezza, il riscaldamento e la carta igienica, ma si hanno “belle trovate di punto in bianco“, come si esprime Mariangela Galatea Vaglio

ed annunciano oggi l’arrivo di valanghe di tablet in classe, ieri le Lavagne elettroniche distribuite a pioggia qua e là… E tutto questo a costo zero, perché gli stanziamenti per i corsi di aggiornamento del personale sono inesistenti o ridicoli. E’ ingenuo come immaginare che, dando a ciascuno di noi un pianoforte, nel giro di pochi mesi noi tutti, anche chi non ha suonato mai una nota, sia in grado di comporre le Nozze di Figaro e nel contempo insegnare ai propri alunni come si suona una fuga di Bach“.

Un’altra bella trovata è questa: Palazzo Madama ha detto dunque sì al disegno di legge che introduce lo studio obbligatorio dell’Inno di Mameli a scuola «nell’ambito delle attività finalizzate all’acquisizione delle conoscenze e delle competenze relative a “Cittadinanza e Costituzione”» (?!).

Con la legge approvata si istituisce anche la «Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera» nel giorno 17 marzo di ogni anno, in ricordo del giorno in cui, nel 1861, fu proclamata, a Torino, l’unità d’Italia. Ci riflette su Stefano Guglielmin:

L’inno di Mameli è un canto ispirato al bisogno di libertà dallo straniero. Divenne inno nazionale provvisorio nel 1946, per volontà del ministro della guerra Cipriano Facchinetti. Tale provvisorietà è tuttora in atto, non essendo ancora inserito, nell’articolo 12 della Costituzione repubblicana, un rigo che lo confermi in via definitiva.

Il canto, composto nel 1847, è fortemente bellicoso, così come voleva il romanticismo politico del XIX secolo. Speravo che fossimo usciti dall’idea che la guerra fosse la linea conduttrice della nostra storia. Forse è il caso che, chi ha deciso l’obbligo d’insegnare l’inno a scuola, definisca meglio l’antagonista. E poi: davvero vuole che insegniamo l’integralismo religioso, il colonialismo, la retorica, l’odio verso gli sconfitti?

E Alex Corlazzoli:

A Barbiana nella scuola di don Milani erano esposti gli articoli della Carta Costituente. Nel 1948 quando la Costituzione fu promulgata, i sindaci la affissero per tutto l’anno nella sala comunale. Sarebbe bello, ora con questa Legge, che tornasse ad essere esposta nelle scuole. Altro che inno di Mameli!

Critico anche il presidente dell’Associazione presidi Giorgio Rembado. Se non sui contenuti, certamente sul metodo “ottocentesco”:

Il fatto che il Parlamento si occupi dei contenuti dell’insegnamento è anacronistico e sbagliato. Non compete a Camera e Senato dire cosa bisogna studiare a scuola, ma piuttosto dare indirizzi strategici“.

Forse il governo pensava che tale notizia fosse tale da oscurare la notizia che

la norma contenuta nel ddl Stabilità sull’aumento dell’orario d’insegnamento settimanale da 18 a 24 ore è tutt’altro che superata. Anzi, col passare dei giorni le possibilità che possa decadere sarebbero addirittura limitate.

Però, nonostante nuove rassicurazioni del ministro, studenti e insegnanti tornano a manifestare sabato 10 novembre in molte città italiane e a presidiare il ministero per la quarta domenica consecutiva per chiedere: la cancellazione dell’art. 3 della legge di stabilità, che innalza da 18 a 24 ore l’orario di lezione dei docenti; il ritiro della legge 953 (ex-Aprea) che prevede l’ingresso di privati nei Consigli di autonomia della scuole e limitazioni della democrazia scolastica, che proprio nei prossimi giorni proseguirà al Senato il suo percorso parlamentare; il ritiro del concorso truffa che umilia migliaia di insegnanti precari che da anni lavorano nella scuola. E torneranno a scioperare e manifestare il 14 novembre aderendo alla giornata di mobilitazione europea per il lavoro e la solidarietà e contro l’austerità.

Infine domenica arriva la notizia che i fondi per scongiurare l’aumento delle ore di lezione a stipendio invariato (anzi diminuito!) dovranno provenire dal MIUR stesso. A ribadirlo è Polillo, sottosegretario all’economia. Non dal Ministero della difesa, come si era chiesto in un primo momento, nè da fondi vari, i soldi dovranno venire dalla stessa Istruzione. “Questo è semplicemente inaccettabile – scrive il segretario della Flc Cgil Domenico Pantaleo – la nostra protesta non si fermerà“.

Infatti l’11 novembre anche la Commissione Bilancio abroga il provvedimento, anche se pare che sarà sempre la scuola a pagare con nuovi tagli al MOF (Fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa) che finiranno per bloccare definitivamente le scuole. Tutto scongiurato, comunque, per quanto riguarda le 24 ore? Non è proprio così, da più parti giungono segnali di accantonamento del progetto, non certo di abbandono.

Intanto, visto che il Governo continua a chiedere dove trovare i fondi, il suggerimento è di fare come negli Usa: “È arrivato il momento di tassare i ricchi“.

* * *

MOBILITAZIONI

Per il 13 novembre le organizzazioni sindacali FLC-CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola, SNALS Confsal, GILDA Unams hanno programmato un’iniziativa unitaria: un’assemblea sindacale nelle prime due ore in cui tutte le scuole sospendono le lezioni per discutere, coinvolgere, protestare contro la considerazione che questo Governo riserva alla scuola ed al suo personale, in particolare contro le norme sulla scuola contenute nella Legge di stabilità e il blocco degli scatti.

14 novembre, sciopero europeo in Spagna, Portogallo e Grecia, mentre per la fine della settimana sono attese decisioni in questo senso anche in altri Paesi. La mobilitazione è “per il lavoro e la solidarietà” e per il “no all’austerità”. In Italia lo sciopero è promosso da Cgil, Cobas, Cub, Unicobas, e si svolgerà in concomitanza con una giornata di mobilitazione degli studenti. Motivazioni della protesta, in Italia, anche il no al disegno di legge di stabilità e la richiesta al governo di modificare la sua politica economica e scolastica.

Il 17 novembre, Giornata Internazionale dello Studente, gli studenti tornano in piazza contro le politiche di austerità portate avanti dal governo e il blocco degli investimenti nell’istruzione.

24 novembre, sciopero nazionale della scuola per l´intera giornata, con manifestazione nazionale a Roma, indetto da Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals Confsal e Gilda Fgu, con adesione anche della Flc Cgil. Esso sarà preceduto da un nutrito pacchetto di iniziative che prevedono: immediata sospensione delle attività non obbligatorie svolte nelle scuole dal personale docente e ata, assemblee nelle prime due ore di lavoro il 13 novembre, richiesta di incontro con i segretari dei partiti che compongono l´attuale maggioranza, presìdi presso le sedi politiche e parlamentari, sospensione delle relazioni sindacali col Ministero dell´Istruzione.

* * *

DATI DA RICORDARE

Questa la tabella di raffronto, elaborata dalla Uil scuola, sull’orario settimanale dei docenti tra alcuni Paesi europei:

Paesi UE primaria second. I gr. second. II gr.
Danimarca 18 20 19
Grecia 18 16 14
Germania 20 18 18
Italia 22 18 18
Francia 24 17 14
Spagna 25 19 19
Finlandia 18 16 15
Romania 18 18 18
Ungheria 20 20 20
media UE 19,6 18,1 16,3

.

E non solo: i docenti italiani lavorano di più e vengono pagati meno. Secondo il rapporto Education at a Glance 2012 i docenti italiani, che hanno lo stipendio fermo a 12 anni fa, guadagnano da 4 a 10 mila euro in meno rispetto alla media europea.

* * *

RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

5 pensieri su “Vivalascuola. Con la schiena dritta

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