Essere tra le lingue #6: Ida Vallerugo, “Mistral”

di Manuel Cohen

E i vuardàn la citât che sot di nô/a impîa li sô lûs e a vîf./ Sigûrs ch’i sini vîs?/ Soul cui ch’al vîf si lu domànde?/ Sôsta dal vivi, viva eternitât?/ O si prepàre a vampâ la flama/ che finalminti a fai uman il timp?’, ‘ora voglio camminare con te sui prati./ E guardiamo la città che sotto di noi/ accende le sue luci e vive./ Sicuri che siamo vivi?/ Solo chi vive se lo chiede?/Pausa del vivere, viva eternità?/O si prepara alla vampata la fiamma/ che finalmente fa umano il tempo?’ La vicenda letteraria di Ida Vallerugo (1946) assomiglia al percorso di un fiume carsico: alle raccolte in lingua (1968, 1972) segue un silenzio editoriale lungo un quarto di secolo, interrotto sporadicamente da rare uscite su riviste e antologie (1983, 1984, 1987), fino all’esordio neodialettale di Maa onda (1997) che raccoglie testi scritti dal 1979, ed ora Mistral, una ponderosa raccolta di testi risalenti al 1981-82, nelle raffinate edizioni de’ Il Ponte del Sale, per l’ottima cura di Anna De Simone. Franco Loi, presentando una anticipazione di testi in Nuovi poeti italiani (Einaudi, 2004), afferma che: “La sua poesia è come un mare in cui ci si perde”; risulta infatti di non facile impresa il tentativo di storiografare questa esperienza singolare, che per molti aspetti appare come un meteorite sul parterre della poesia contemporanea: siamo di fronte a una poeta dalla postura classica, che ricorre all’invocazione, all’esclamazione, all’enfasi e all’ode, che ricorda per potenza di voce e per intensità di sguardo i lirici greci e i tragici romantici: una parola in bilico tra apocalittico presentimento e preveggenza: ‘il prisintimìnt al é di ruvina’, ‘il presentimento è di rovina’. Una lunga riflessione sulla vita, il tempo, l’eternità, una continua richiesta di immortalità. Una voce che affonda letteralmente nella notte dei tempi e ne evoca motivi e luoghi, affidandosi a una phonè, la parlata originaria della Val Meduna, che diviene lingua elettiva della scrittura poetica: un attraversamento a vario grado della lirica, che riaffiora nei suoi miti e motivi mediterranei e occidentali (l’uva, le olive, l’amore e la morte, il mare e i molti fiumi che fanno da sfondo: il Rodano, il Danubio, l’Eufrate e Il Tamigi) nel paradigma del Pasolini provenzale, dotto e prezioso, segnato da ascisse e coordinate riconducibili all’interiorità del soggetto lirico, al suo mondo di relazione: ‘La fadia da inventâssi un necessàri ceil/ par gî da nô a nô, e magari incjantâssi inmò / iessint da l’anestesia dai dîs/ a sisìli alêgri naturâls che tai voi a pàssin’, La fatica di inventarsi un necessario cielo/ perandare da noi a noi, e forse incantarsi ancora/ uscendo dall’anestesia dei giorni/ a rondini allegre naturali che negli occhi passano”. O meglio, alla suo porsi ‘da noi a noi’ con i modi e i mondi dell’essere e dell’essere stati: un continuo colloquio con le ombre passate e trapassate, in un confronto contrastivo tra luce e buio (in ideale comunanza con la poesia di Tolmino Baldassari), che trova qui una pronuncia allucinata, una ossessa chiave d’accesso alla comprensione del mondo, attraverso una parola attinente e straniata (nell’evocazione di sirene e sibille, nell’erranza o spatriamento: la Iugoslavia e la Grecia, la Provenza e la Cornovaglia, Arles e Londra) abitata dal forést, lo straniero, incarnante il topos della diversità: una alterità di luoghi lontani da ‘mappe sicure’ e da ‘sentieri battuti (mapi siguri, tròis batûs) di vissuti (su tutte, Giovanna d’Arco), di immagini di libertà a forte densità analogica, nel dominio della metafora.

Ida Vallerugo, Mistral, a cura di A. De Simone, pref. di F. Loi, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2010.

(apparso su «Punto. Almanacco della poesia italiana», anno I, n.1, 2011)

3 pensieri su “Essere tra le lingue #6: Ida Vallerugo, “Mistral”

  1. Grazie per il post, come sempre, a Renata, che sopperisce al mio semianalfabetismo informatico. E Grazie sempre a Fabrizio per l’ospitalità.

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