“CELESTE E GALILEO”: INTERVISTA A MARCELLO LAZZERINI

di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Celeste e Galileo è uno spettacolo teatrale scritto da Marcello Lazzerini, giornalista e scrittore fiorentino, che ripercorre in forma drammatica le linee dell’omonimo libro che ne è stata la prima espressione, edito da Romano Editore nel 2010.

Messo in scena dalla Compagnia delle Seggiole, ha riscosso successo anche a livello internazionale, e recentemente è andato in scena a Firenze nella splendida Villa il Gioiello, ultima dimora di Galileo Galilei, a due passi dal Convento di San Matteo, in cui vissero Suor Celeste e Suor Arcangela, le sue due figlie monache, con una delle quali in particolare, Celeste appunto, lo scienziato sviluppò un rapporto di particolare confidenza e una commovente corrispondenza epistolare.

In questa intervista che l’autore mi ha gentilmente concesso ripercorriamo le tracce di questa esperienza umana e teatrale.

– “Celeste e Galileo” è uno spettacolo intenso, che ci fa calare nella profondità dell’emozione storica. Com’è nata l’idea di trasformare il tuo libro in uno spettacolo teatrale?

No, il testo è stato pensato subito come opera teatrale incentrata sull’incontro di due giovani d’oggi (Luca e Virginia) con Galileo e sua figlia; incontro che trae alimento da un libro contenente le lettere che Virginia, divenuta Suor Maria Celeste, ha indirizzato al padre nel periodo più tormentato delle loro esistenze (dal 1623 al ’33); lettere che poi ho confrontato con i manoscritti originali conservati alla Biblioteca Nazionale di Firenze: sfogliarle, toccarle, è stata una grande emozione, che ho cercato di trasferire nel testo incentrato sul rapporto d’amore filiale, che con lo scorrere degli anni e si è fatto sempre più intenso, annodandosi a una vicenda storica intricata, divenuta simbolo di uno scontro titanico fra scienza e fede, ma nella quale la politica gioca un ruolo determinante. La scrittura di Celeste mi è stata di aiuto a capire meglio la personalità, il rigore, l’umanità, l’intelligenza e la fede della piccola e fragile creatura, morta a neanche 34 anni, a conclusione di una vita di stenti e di sofferenze, alternate alle gioie ricevute di riflesso dalle imprese scientifiche del padre. Il testo è pubblicato da Romano Editore nella collana Palcoscenico.

Galileo Galilei (da doxologists.org)

– Galileo Galilei e sua figlia Suor Celeste sembrano quasi due figure opposte: tanto ampia e potente quella del padre, quanto piccola e raccolta quella della monaca a lui così affezionata. Ma avevano dei punti in comune?

– Che quella di Galileo fosse una personalità ridondante è fuori di dubbio: scienziato, filosofo, letterato, naturalista, buon musicista, abile nel disegno, nel corso della sua esistenza ha lasciato un’impronta indelebile non solo come astronomo, come colui che attraverso le “sensate esperienze” ha dimostrato la fondatezza della rivoluzione copernicana, cercando addirittura di “leggere nella mente di Dio”; ma anche come inventore di strumenti tecnico-scientifici che hanno cambiato l’approccio degli uomini volto all’esplorazione della Natura e alla conoscenza delle sue leggi (basti ricordare il telescopio, il microscopio, il termometro, il compasso militare, il pendolo, ecc.). Noti il suo carattere ribelle, il suo spirito indomito e le sue grandi doti di polemista. E tuttavia, scrisse il Viviani, la modestia gli fu sempre compagna, in lui mai si conobbe vanagloria o jattanza. Muovendosi facilmente all’ira, ma più facilmente si placava.

Di fronte a questa figura gigantesca, la piccola e fragile Celeste riesce a conquistarsi piano piano l’amore paterno, trasformandosi, almeno nell’ultimo decennio, nel suo angelo custode, capace di indicargli  la fallacia delle cose terrene che lui invece non sembrava in grado di cogliere, così preso a penetrare con sguardo di Linceo i cieli. Una creatura dolce e sofferente ma dotata di grande intuito, in grado d’intendere la giustezza della visione galileiana: una personalità ricca di bontà, d’amore, fede, saggezza e coraggio. A tal riguardo, colgo l’occasione per esprimere il mio caldo apprezzamento per l’interpretazione data ai vari personaggi dalla Compagnia delle Seggiole diretta da Fabio Baronti: lui nei panni di un Galileo combattivo, consapevole della giustezza delle sue scoperte, sconfitto da un potere sovrastante, ma non domo; lei, Silvia Vettori che ci offre una Celeste tenera dolce e pratica; gli altri sono: Massimo Manconi (padre Maculano, l’Inquisitore, voce tonante e argomentazioni  persuasive), Marcello Allegrini (la voce del Cardinale d’Ascoli che pronunzia la sentenza),  Sabrina Tinalli (voce narrante), Vanni Cassori, curatore della colonna sonora e Mariagiovanna Grifi,  organizzazione). Al successo di questo spettacolo-evento hanno contribuito alcuni brani originali di Beppe Dati, arrangiati da Eric Buffat, vocalist Beatrice di Salvio.

– Come nasce la tua passione per i personaggi storici, e il tuo approccio così vivo alle loro figure?

Nasce da tempo ma ha trovato una prima espressione nel 2001, con la pubblicazione del libro Reporter sul Golgota, accadde nel 33.d.C., edito da Jaca Book, una sorta di cronaca in diretta della Passione di Cristo vissuta attraverso la vicenda di un patrizio romano, con le testimonianze dei discepoli, delle donne, di Pilato, Nicodemo e di figure fittizie che ci conducono dalle viscere dell’ebraismo agli anni oscuri di Gesù, fino al cuore dei contrasti religiosi, politici e sociali del periodo, segnato da laceranti scontri tra sacro e profano, tra violenza e sacralità della vita. Il testo si sposa con le immagini delle stupende tavole in bronzo della Via Crucis dello scultore Giuseppe Calonaci. Da quel libro è stato tratto l’omonimo evento teatrale “en plein air”, rappresentato nel 2003 dal Teatrino dei Fondi, regia di Andrea Mancini, in varie località tra cui S.Miniato, nell’ambito dell’Istituto del Dramma Popolare, Pruno nelle Apuane, e al Festival di Radicondoli.

Villa il Gioiello (da Wikipedia)

– Visitare la Villa il Gioiello, a margine dello spettacolo, è stato molto coinvolgente. Sapere che in quelle stanze Galileo ha trascorso gli anni più dolorosi, quelli successivi all’abiura, in cui era solo e malato, e che ciò nonostante riuscì a ricrearvi una sorta di cenacolo di studiosi… e che lì morì. Puoi darci una sintesi di questi “arresti domiciliari” così speciali?

Credo che far rivivere Galileo e Celeste nella casa ove il grande scienziato visse gli ultimi anni della propria vita sia stata un’idea felice per il carico di emozioni che ha offerto: il lavoro, nella sua versione integrale era stato presentato per la prima volta a New York (Theatre for the New City), nell’Ottobre del 2010, nell’ambito della settimana del teatro italiano curata dal grande drammaturgo Mario Fratti (7 Tony Award per il musical Nine), ma il debutto fiorentino è avvenuto alla Villa il Gioiello, a casa sua, dunque! Felice idea ed efficace mise en scene da parte della Compagnia delle Seggiole, attraverso un suggestivo allestimento, nel rigoroso rispetto dell’ambiente.

Scelta felice ed utile, poiché ha consentito al pubblico che vi ha partecipato (tutte esaurite le otto rappresentazioni dal 25 al 28 Ottobre scorso: due per sera), di seguire, subito dopo, la visita guidata della Villa, un gioiello che non molti, anche a Firenze, conoscono e che merita di essere conosciuta e, anche per breve tempo, vissuta. Permettimi di esprimere, anche a nome della Compagnia delle Seggiole, un sentito ringraziamento agli enti che gestiscono il complesso: l’Osservatorio Astrofisico di Arcetri e il Museo di Storia Naturale di Firenze, che hanno manifestato la loro totale disponibilità.

Quanto alla vita del grande scienziato al Gioiello, dopo la condanna agli arresti domiciliari, è stata segnata dal peggioramento del suo stato di salute, fino alla totale cecità, dalle forti restrizioni cui era sottoposto: rare e contrastate, con rudi maniere, uscite per incontrare le figlie (Suor Celeste e Suor Arcangela), malate nel vicino Convento di S.Matteo, scarse le visite – tra le quali quella del pittore Susterman, cui si devono due ritratti di Galileo – e del Granduca; serrati i controlli dell’inquisitorie fiorentino, il Muzzarelli Fanano, affinché non ricevesse persone sospette con cui parlar del moto terrestre e dovesse vivere nella perenne mortificazione. Ciononostante, il suo spirito indomito gli ha consentito di continuare a scrutare il cielo e portare a termine il suo ultimo capolavoro  Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, pubblicatoa Leida. Poi, circondato dall’affetto del figlio Vincenzo e dei suoi amati discepoli, Vincenzo Viviani ed Evangelista Torricelli, il mercoledì dell’8 di Gennaio del 1641, ad Incarnatione, a hore quattro di notte, in età di settantasette anni, mesi dieci e giorni venti, con filosofica e cristiana costanza rese l’anima al suo Creatore, inviandosi questa, per quanto creder ne giova, a godere e rimirar più d’appresso quelle eterne ed immutabili meraviglie, che per mezzo di fragile artifizio con tanta avidità ed impazienza aveva procurato di avvicinare agl’occhi di noi mortali. Così Vincenzo Viviani.

Marcello Lazzerini (da lucebella.it)

– Stai realizzando dei nuovi progetti teatrali?

Sempre con la Compagniadelle Seggiole stiamo portando avanti, dopo la felice esperienza di Villa Corsini nell’estate scorsa, la lettura, dal vivo, di alcuni dei miei incontri (in)credibili messi in onda da Radio Vaticana nel programma “Faccia a Faccia improbabili”, dedicati ad interviste fantasiose con personaggi storici come Vespucci, Galileo, Lorenzini o di pura invenzione (La Palla). Altri sono in gestazione. Mi piacerebbe fosse messo in scena anche in Italia, magari a Castiglioncello ove è ambientato, il mio ultimo lavoro (presentato sempre a New York nell’Ottobre 2011, stesso teatro, stesso Festival), Ciao Marcello, dedicato al grande Mastroianni.

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