Il mio paese, di Eliana Petrizzi

Vivo al centro di una valle vicina a città, stazioni ed autostrade, famosa per i carciofi e la cipolla ramata. Di lavoro ce n’è poco. I maschi si sposano giovani, le femmine vanno in palestra un mese prima di sposarsi. Dopo il matrimonio, ingrassano, sfornano figli come giumente, e a trent’anni ne dimostrano cinquanta. A mezzogiorno, sulle panchine davanti al Comune, i corpi dei vecchi assumono la posizione dei morti che si vedono al telegiornale dopo una strage. Al bar, mirabile accordo tra le persone ai tavoli e le canzoni alla radio: non conosco né le une né le altre.
Incontro per caso la bambina con cui giocavo da piccola nel giardino sotto casa: mi guarda come se non mi avesse mai incontrata prima.
In compenso, l’aria è buona; buoni la carne, il vino, la frutta, il pane. Il tempo è lento, i passaggi a livello si chiudono con largo anticipo e si riaprono con comodo, e nell’attesa non ci sono motori accesi, ma lucertole che riposano, cicale che brillano.
Spengo le azioni e me ne vado in giro.

Ore 7,30

Inizia la vita degli uomini: camion che passano, auto che suonano, biciclette che corrono, saracinesche che si alzano, donne che si raccontano da un capo all’altro della via, auto con impianti d’amplificazione buoni per il palco della festa patronale. Le signore del paese escono a fare la spesa anche quando non serve. Come ogni mattina, la ragazza che abita nella casa di fronte attraversa la strada per aprire il negozio di biancheria. Indossa gli stessi jeans, la solita camicetta, la borsa firmata. L’altro giorno ho cercato la strada in cui abito su Google Map: nella foto c’è lei mentre attraversa la strada.
Al mio paese ci sono ore in cui il mondo è esonerato. Dall’una alle quattro, cala un coprifuoco che si rispetta unanimi. Non passano nubi, smettono gli uccelli, chiusi negozi e case. Le ore tirano espirazioni lunghissime. Percorro le stanze raccontandomi la storia delle mie povere cose, chiedendomi se esistono davvero solo perché, ogni giorno, sono l’unica ad incontrarle.
In strada, una 128 fa un giro pigro dell’isolato. Una moto ronza come un moscone in agonia. Bottiglie di plastica rotolano sull’asfalto. Un cane dorme al centro della strada. Nel sole a valle, profumo di legno, di terra calda, di erba nuova. Il rumore di una tavola che si sparecchia, la frenata di un pullman che arriva e riparte lento.

Ore17,00,

Come al mattino, camion che passano, auto che suonano, biciclette che corrono, saracinesche che si alzano, donne che si raccontano da un capo all’altro della via.

Ore18,00

Giù in paese, il bar è chiuso per ferie. La saracinesca calata, affisso al centro un foglio bianco che comunica le date che la gente corre a leggere come un manifesto a morto. Il paese è finito. Gli abitanti vagano come superstiti dopo l’impatto con un meteorite. Tommaso siede in un bar ancora aperto. Sulla sedia di plastica, però, si vede da lontano che quel bar non è il suo: mangia il gelato con lo sguardo di chi consuma un pasto in una mensa da campo. Ma c’è pure chi non se ne cura: donna Maria ha perso marito e figli; seduta in terrazza tra i gerani, legge un libro col velo da sposa sul capo. Non se ne curano gli archi di ponte e nemmeno le formiche, che vanno tra i piedi della gente coi chicchi di grano sul dorso.

Ore 20,00

Mi siedo un poco fuori al balcone. Vivo al centro di una valle circondata da montagne ad est e da colline ad ovest: un paesaggio che mi ha insegnato negli anni il buono del limite; maestro di fatica, di pazienza, di fede e di misura. Limite basso che in ogni stagione ti dice che dietro c’è una valle ampia, e poi il mare. Le montagne sono così vicine che puoi vedere le chiome degli alberi, i cespugli di ginestre, un gregge che pascola. Da casa di mia madre si vede la parte vecchia del paese, col viale di ciottoli che era un tempo l’alveo del fiume. Qui, nelle sere di Novembre, ritrovi il calore degli avi riuniti in casa, l’asino che attraversa la cucina, gli otri di terracotta sulla pietra, i racconti nell’aureola delle candele, i pomodori stesi a seccare. Fuori, l’umido di muri e sentieri dove, finito il lavoro, non passava più nessuno.
Resto seduta ad osservare cose che pure qui accadono ogni sera: il campetto di calcio con i lampioni accesi sotto la chioma degli olmi, le altalene spinte in alto, i palloni che volano, ragazzi, merli e rondoni che fischiano, una gazza immobile sulla cima del pino lontano. Seguo il profumo dell’erba arsa, delle arance dal giardino in basso, della carne arrostita dal balcone oltre la via. Ed ancora le luci dei paesi arroccati sulle colline verso Avellino, le note di un flauto dalla camera di un bambino che ripete la lezione, i panni stesi sui terrazzi, le finestre aperte delle cucine, con lampade sfiorate da una figura che non si affretta, tutte le case, i giardini, i vicoli, i pochi passanti evaporati in un senso lieto dell’approdo.

Ore21,00

Le strade sono femmine nella stanchezza dolce dopo il parto. Alla fine del giorno, mi viene da considerare che il pensiero è una forma di infelicità. Per questo, al sommo della pace, se mi chiedo a cosa sto pensando, mi rispondo sempre “A niente”.

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