Gli studenti in corteo hanno il diritto di continuare a credere nella lotta – di Mauro BALDRATI

DA TISCALI                               

Alla manifestazione del 14 novembre, a Bologna, il corteo “grande”, cioè degli adulti, dei lavoratori, dei disoccupati, dei precari, a un certo punto si è unito a quello degli studenti, che proveniva da un’altra piazza. Lo spazio era poco, insufficiente a contenere tutte le persone, causa la non disponibilità di Piazza Maggiore, già impegnata per una esposizione di aziende di cioccolato (Cioccoshow). Per cui il corteo degli studenti era fermo a un incrocio, in attesa di inserirsi nel nostro, per confluire nella piccola, inadeguata Piazza Malpighi, dove abitava Giacomo Leopardi durante uno dei suoi soggiorni bolognesi.

Noi, i padri, le madri, gli zii, i vicini di casa, ci siamo fermati in contemplazione. Erano magnifici. Si avvertiva tutta la loro velocità, la loro fiducia e la loro rabbia. C’erano ragazze e ragazzi di tutte le età, dalla prima alla quinta superiore. Dietro a un grande striscione sulla difesa della scuola pubblica saltavano, alzavano i pugni, ridevano, ballavano al ritmo di un rap martellante diffuso da grosse casse acustiche tipo rave. “Come sono belli!” ha esclamato una signora dietro di me.

Inutile negare o minimizzare lo sbocco romantico che inumidiva gli occhi di chi aveva un passato di cortei, di assemblee e occupazioni dove erano nate avventure intellettuali, politiche e, molto spesso, sentimentali; l’emozione che provocava questo contatto di generazioni, questo saluto di lotta. Quella loro energia, che nel collettivo si trasformava in pura potenza, come contrastava con la lugubre sceneggiata dei vecchi, tronfi tecnocrati che rubano le loro risorse, il loro futuro. Come strideva con la sfilata dei predicatori televisivi, onnipresenti sullo schermo a recitare il loro nulla. Come ridicolizzava i “giovani”, come quel “democratico” sempre in maniche di camicia, perché così gli ha prescritto il suo spin doctor, vecchio yuppy del trust Mediaset. Per fortuna non ci sono stati scontri, anche se mia figlia, che sfilava con la sua quarta liceo, ha detto che erano circondati da poliziotti robocop, minacciosi e aggressivi.

I giorni seguenti la televisione ha mostrato, con dovizia di particolari, le immagini degli scontri, avvenuti soprattutto a Roma. Noi vecchi manifestanti, benché già scafati da varie cariche della celere, ci siamo indignati, infuriati assistendo alla spettacolarizzazione di poliziotti vigliacchi che prendevano a manganellate dei ragazzini inermi. E mi sono trovato in difficoltà di fronte alle esclamazioni di mia figlia che gridava: “ma perché fa così?”, quando un enorme poliziotto marciava contro tre ragazze di 15-16 anni, piegate dalla paura, prendeva a calci il loro cartello e agitava il manganello. E quando in due o tre sprangavano un ragazzo a terra, che si copriva la testa con le mani. “Perché?” era la domanda, vibrante di paura, di impossibilità di accettare. Che potevo risponderle? Che sono in malafede tutti quegli appelli a “capire” i poliziotti che guadagnano 1.100 euro al mese? Come se i fascisti picchiatori non appartenessero al popolo. Come se i razzisti del ku-klux-klan non fossero operai poveri e disoccupati della provincia americana. Potevo riversare su di lei la rabbia che mi provocava la grottesca “spiegazione” della “ministra” sui lacrimogeni lanciati dalle finestre di un ministero? Mi ricordava uno spettacolo di Dario Fo, quando la satira era davvero satira, e al ministro di turno si opponeva uno sberleffo, non lo si invitava in uno studio televisivo per ridere assieme a lui: Dario Fo, che sbertucciava le “spiegazioni” sulle inverosimili traiettorie delle pallottole dei carabinieri che avevano ferito o ucciso qualche manifestante.

Come potevo scaricare su di lei, che aveva sfilato con fiducia coi suoi compagni, tutto il nero che mi porto dentro, tutta la rabbia disfattista che mi causa il quotidiano spettacolo di una casta politica svenduta, inetta, ipocrita, decrepita, morta? Potevo infierire sulla devastazione della scuola pubblica, la sua scuola, denunciando che il disegno di legge 953, del quale i ragazzi chiedono il ritiro perché sancisce il “silenzioso” ingresso dei privati nella didattica, è stato firmato anche dal cosiddetto “centrosinistra”? Potevo contribuire a mettere una pietra tombale sul suo futuro, spiegandole in quale abisso siamo precipitati, ostaggi di un regime di banchieri e del loro Sceriffo di Nottingham che “parla bene però?”

Così ho scelto di glissare, di essere morbido, possibilista, forse incerto, forse ambiguo, forse retorico nello stigmatizzare la strumentalizzazione che fa il Potere dei “violenti” nei cortei, perché una ragazza di 18 anni senza una vera esperienza politica non può permettersi di sobbarcarsi la visione fosca di chi le ha viste tutte; ha il diritto di sperare, e di credere, senza essere costretta ad assorbire il malanimo di chi le speranze le ha viste sbriciolate dai vampiri e dagli zombie che imperversano, più tracotanti che mai.

Ha il diritto di credere, di costruire, di pensare positivo, perché forse è dal loro amore, che nonostante tutto è ancora vivo, che può perpetuarsi il progetto di una rinascita.

 

20 novembre 2012

2 pensieri su “Gli studenti in corteo hanno il diritto di continuare a credere nella lotta – di Mauro BALDRATI

  1. robertorossitesta

    La sinistra che (si) conta in questi giorni è davanti allo specchio e al pallottoliere, forse più al secondo che al primo, ed il rischio è che l’unica risposta a certe piazze venga dai “tecnici”: togliere subito quasi tutto ai padri per dare magari qualcosa in seguito ai figli. Per buona volontà si potrebbe anche accettare questa come la prima amara parte di una risposta, non come la risposta sic et simpliciter.
    Inoltre, questo rischio ha un risvolto pratico: che i robocop di cui parla Mauro Baldrati restino i soli interlocutori visibili della piazze suddette. In proposito chissà cosa avrebbe da dire oggi Pasolini, se fosse ancora vivo.
    Un abbraccio,
    Roberto

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