Sara e Elia, di Rosa Salvia

Sara giunse ad Haifa servendosi di mezzi di fortuna, autobus e autocarri militari. Si fece portare solo per un primo tratto lungo il percorso per Ramat David, e preferì fare a piedi l’ultimo tratto che fiancheggiava la colonia agricola dove sperava di trovare suo marito Elia. Quel tratto di strada correva fra colline rudi che pareva fossero state messe lì apposta per proteggere da un nemico l’ampia pianura nel cui centro sorgeva il kibbutz. Un paio di volte sostò a percuotere la strada solida col piede. Non riusciva a convincersi del tutto che quello fosse terreno consacrato. Ad un certo punto s’inginocchiò sul ciglio della strada, fra i sassi e l’odore della polvere. Aveva un bisogno quasi fisico di toccare quella terra, ma le gambe non la reggevano e fu costretta a rialzarsi.
Al kibbutz erano tutti affaccendati a vivere. Ogni pietra lì la scalfiva, e la scalfivano le facce della gente che incontrava per strada e la scrutavano.
Certo non era più quella di prima. Se il suo corpo era ancora esile, il viso era tirato e spento. Non aveva ciglia, come se le avesse bruciate, e gli occhi infossati sembravano esiliare il sole. I capelli scuri, un tempo così folti, erano cortissimi e radi. Dalla sua bocca le parole uscirono con una certa difficoltà quando si avvicinò a un uomo anziano curvo a piantare semi in un piccolo pezzo di terra. “Dov’è Elia?” disse impastando le sillabe, senza nemmeno un cenno di saluto. Sara ritrovò l’ambiguo sorriso di suo suocero a darle pieno soffrire. Lui si limitò a fissarla, sorpreso. “Elia!” chiamò al di sopra della fitta estensione di piante di pomodoro, “c’è tua moglie qui, Sara è tornata!”
A quelle parole Sara fu presa da una strana sensazione: l’assurda differenza che corre fra la morte e l’illusione del battere del cuore.
Ma ecco con passo riluttante giungere un uomo. Indossava un paio di calzoncini corti su gambe che una volta sua moglie ridendo definiva “bastoncini nevrastenici”. Aveva gli occhi della persona intransigente, sempre pronti a schizzare via dal viso e labbra colorite, piene. A confronto con la nuda ossatura di quella strana situazione, si sentiva svuotato d’ogni linfa. Non uno sguardo, non un cenno a sua moglie Sara. Stava abbandonando l’intera struttura d’acciaio del presente, per inoltrarsi nelle stanze dell’odor di chiuso della memoria.
Fu Sara a rompere il silenzio proprio nel momento in cui cadeva sul suolo sassoso di Palestina un’oliva verde, dura, reale. “Dov’è Rachele? Avrò il diritto di vedere mia figlia!” il tono della voce era tagliente, la gola le si era contratta sotto la pelle. Si sentiva sulle spine. Ma si avvide che anche ad Elia era venuta la pelle d’oca sebbene con indifferenza fingesse di ignorarla. “Ce n’è troppi di ebrei che sprecano l’intelligenza in cose superflue. Queste invece sono cose che contano,” disse infatti lui indicando con la mano l’estensione lavorata dalla comunità.
Sara vide in quelle parole una provocazione che finse di ignorare. “Ti supplico, fammi vedere nostra figlia, è in casa? Dov’è? Dov’è?” avrebbe potuto vomitare lì per lì, la nausea era enorme.
“Tu che non hai niente da insegnarle, che sei fuggita via come una ladra, hai l’arroganza di accampare diritti!” la voce di Elia attizzava un rancore che la devastava.
Sara aveva pensato a Elia per tutto il viaggio. Le due immagini che aveva di lui, al passato e al presente, non riuscivano a coincidere. C’era un errore da qualche parte. Questo momento mentiva: non era lui, non era lei, questa storia si stava svolgendo altrove, o altrimenti il passato era un miraggio. Tutto sembrava piombato nell’inerzia del cuore, mentre un tempo le loro riconciliazioni le facevano a letto, focosamente. Nel desiderio, nell’eccitazione, nel piacere, tutti i rancori restavano calcinati; si ritrovavano l’uno di fronte all’altra nuovi e felici.
“E’ venuta fin qui! Dalle almeno la possibilità di chiarire il perché è voluta scappare a Gerusalemme. Fallo anche per Rachele”. La voce posata di suo suocero intimidiva Sara che però, dopo un attimo di smarrimento, gli chiese: “tu che ci hai visti vivere insieme spiegami perché tuo figlio da tempo ha cessato di amarmi al punto da indurmi ad andarmene. Forse non ero alla sua altezza perché non sempre rispettavo lo shabat o il kippur?”
“Non lo stimolavi abbastanza”. Fu la risposta secca di suo suocero.
“Si, avrei dovuto alimentare il suo desiderio di diventare rabbino, ma io non sono credente. Lui questo lo sapeva quando mi ha sposato!” Sara riusciva a stento a trattenere le lacrime e faticava a parlare. “Elia non ha mai condiviso il mio amore per la pittura, covava rancori segreti. No, ci hanno diviso i pregiudizi che piegano i sentimenti. Ecco la spiegazione dei suoi silenzi, ecco la vocina anonima che mi suggeriva: “ va via, va via, torna al tuo mondo, forse chi sa gli mancherai, forse chi sa si deciderà a uscire dal suo guscio, forse chi sa verrà a cercarti!”
Sara lentamente si appannò, perse il filo, cominciò a ripetere ossessivamente il nome di sua figlia mentre Elia rimaneva in silenzio rassegnato di fronte a quelle che un tempo chiamava le intemperanze di Sara.
“Ho il cancro, Elia,” disse lei di scatto, con una smorfia di dolore, “non vedi come la chemio ha ridotto i miei capelli? E’ cominciata con una pallina dura al seno sinistro. Me ne sono accorta troppo tardi. Quando si è giovani si pensa che certe cose possano accadere solo agli altri”. La pelle cerea del suo viso aveva preso un aspetto deliquescente.
“Oh…, che dolore! sibilò suo suocero con voce tremula, “ecco perché sei così pallida e sciupata!” Intuendo in ciò che stava per accadere un momento privato, dovette desistere dall’ansia e allontanarsi per pregare, perché altrimenti come sarebbe stato possibile affrontare il futuro?
Elia si era non poco intontito a quella notizia che lo avvinghiava come una morsa lasciandogli appena quel tanto di libertà per lottare coi serpenti della sua coscienza. Sudava, batteva i denti, mentre quella piccola donna con tutto il suo dramma pareva un angelo crocifisso alla sua stella.
“Da quanto tempo stai lottando contro questo male?” Finalmente parlò, ma se la voce era floscia come un vecchio guanto di camoscio, la mente stava già collaudando i suoi congegni d’acciaio.
“Da più di un anno ormai”. Fu la risposta rassegnata di Sara. Con i suoi jeans larghi si accasciò sotto un albero di olivo. “Solo l’amore per Rachele mi ha dato la forza di venire qui”.
“Riposati adesso, non parlare. Da questo momento baderò io a te, la ricerca sta facendo passi da gigante, potremo farcela, vedrai!” Elia le si sedette accanto stringendole le mani. Pareva in preda a una mania di onnipotenza, tirava fuori le parole a raffica come fossero proiettili. “Non mi perdonerò mai di essere stato così duro con te. Mi sono lasciato piegare dalle mie paure. Mi sottraevo a quelle che chiamavo le tue trappole anche quando facevamo l’amore. E quelli sono stati gli unici momenti veri della nostra vita”.
“Abbiamo sbagliato entrambi, Elia, senza mai fare veramente un tentativo per comprenderci”. Sara sorrise debolmente e, voltandosi indietro, vide in solitudine suo suocero dondolarsi nella preghiera. Rimase per un lungo momento a guardare le sue labbra che si muovevano. Da quella distanza le parole della preghiera parevano cose solide. E invidiò quella fede che a lei mancava, l’occhio del suo spirito continuava a cercare invano l’ago della salvezza così sfuggente.
“Rachele è a Gerusalemme, Sara,” Elia pronunciò il nome di sua moglie dolcemente, lentamente, come se temesse di romperlo, “in un ottimo collegio. Potrai vederla quando vuoi. Sai, oltre a studiare con ottimi voti, comincia a leggere i versetti della torah”.
“Proprio come suo padre!”
“Andremo a Gerusalemme. Non ci lasceremo più. Torneremo a essere una famiglia”.
Accarezzarle lo sguardo, poterle dire finalmente quanto fosse stato un letargo la sua assenza. La strinse fra le braccia, forte forte, membra e parole antiche. Così completa era la loro momentanea liberazione che la semplice gioia di cui erano pieni affiorò sfavillante sui loro visi, nonostante il dolore. Sara con un groppo alla gola si chiese se nella sua più umile capacità potesse accettare le benedizioni della luce e dell’acqua e invocare persino Dio.
Fu allora che vide sopra di loro una nuvola aprirsi e uscirne una schiera di uccelli bianchi.
Filavano quieti verso il lungo esilio.

***

Questo racconto nel gennaio 2009 ha vinto il primo premio nonché il premio speciale della Giuria, presieduta da Lilli Gruber, del Concorso letterario Le donne raccontano, legato alla fondazione Umberto Veronesi

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