Vivalascuola. Zero in Geografia

Ha fatto molto scalpore l’intervento del Ministro Profumo sull’insegnamento della religione cattolica; nello stesso contesto il ministro ha affrontato il tema dell’insegnamento della geografia: “Ero in una scuola con il 50% di studenti stranieri e ho chiesto ai ragazzi come studiassero geografia. ‘Non dai libri’, mi hanno risposto, ma dai nostri compagni che ci raccontano le loro città e i loro costumi’” In una società multietnica il contatto con altre culture spinge a rivedere le modalità di insegnamento di alcune materie. Ma riteniamo che quest’insegnamento debba ritrovare la sua antica collocazione, soprattutto dopo i tagli effettuati dal ministro Gelmini. Ricordiamo, infatti, che a seguito della “razionalizzazione” Tremonti-Gelmini, la Geografia è divenuta la cenerentola della scuola, colpita soprattutto nel biennio dei Licei e negli Istituti Tecnici. (qui)

Geografia e culture, storia e geografia
di Rossella Kohler

Apprezzo sempre quando sui media si parla di geografia nella scuola. “Nel bene e nel male, purché se ne parli”, come diceva Oscar Wilde nel Ritratto di Dorian Gray. Se ne parla e quindi esiste. Eh sì, perché in questi ultimi anni il dubbio sulla sua sopravvivenza è legittimo.

Qualche tempo fa (riportato ampiamente dai media) ha parlato di geografia il ministro dell’istruzione, Francesco Profumo, sollecitando una maggior apertura interculturale per quanto riguarda la religione; poi, per non far sembrare che il suo obiettivo fosse solo l’educazione cattolica, ha auspicato anche per la geografia un apporto di conoscenze dalle varie culture.

Il dibattito seguito alle sue dichiarazioni si è scatenato soprattutto, ed era immaginabile, sull’ora di religione. Ma il cenno alla geografia c’è comunque stato e questo ci offre una volta tanto l’occasione di riprendere l’argomento.

Dicevo, se ne parla quindi esiste.
Perché, dal Ministero di Luigi Berlinguer in poi, ogni riforma, piccola o grande, dalla primaria alla secondaria di II grado, ha teso a ridurre, quando non ad azzerare, le ore di questa materia in tutti i gradi di istruzione.

Ultimamente, oltre al ridimensionamento, si è fatto dell’altro: in diversi ambiti scolastici si è infatti accorpata la geografia alla storia, stabilendo un unico monte ore e togliendole quindi di fatto non solo spazio ma anche identità. Dico questo, attenzione, senza negare l’immensa potenzialità di un’interazione tra le due discipline, in forme composite e molteplici: una geografia per la storia (Gambi, e prima ancora Braudel: “La geografia investe con una luce rivelatrice i fili innumerevoli che si intrecciano nella complicatissima trama della vita umana.”) e una storia per la geografia (l’individuare le radici dei fenomeni e dei processi di trasformazione dei territori “è” il metodo geografico).

Nella realtà, infatti, coordinate spaziali e coordinate temporali non sono separabili: ogni lettura del reale, presente o passato, per essere completa ed epistemologicamente valida deve prendere in considerazione le due prospettive e arrivare a una loro integrazione. Storia e geografia acquistano vantaggio reciproco da relazioni sinergiche e, nella scuola, da una progettazione didattica che, utilizzando differenti metodologie applicative, valorizzi le interconnessioni tra spazio e tempo sempre presenti nella realtà. Per esempio, utilizzare un approccio spaziale per l’analisi dei fenomeni storici fa ben capire come la scala scelta (locale, regionale, nazionale o planetaria) non sia mai una variabile di secondaria importanza, ma un elemento fondamentale per la loro comprensione. Anche la geografia, come sappiamo, si avvantaggia dall’incontro con la storia: con il suo contributo può descrivere territori che cambiano e si modificano, soprattutto in rapporto ai comportamenti dei popoli nei confronti dell’ambiente, delle risorse e delle relazioni con le altre comunità.

Nonostante ciò, la costruzione di un curricolo comune sulla base degli obiettivi di conoscenza risulta estremamente arduo. La storia insegnata ai ragazzi non può prescindere da una struttura cronologica, con obiettivi legati alla successione di eventi e fenomeni all’interno di ambiti temporali chiaramente individuati. D’altra parte la geografia si basa su un approccio regionale, che porta ad analizzare le varie parti del pianeta in una sequenza elastica, ma coerente e ordinata.

Non di rado quindi, anche quando è lo stesso docente a insegnare le due discipline, ci si trova di fronte a difficoltà per affrontare una progettazione comune, che non sia funzionale solo all’uno o all’altro ambito di studio. Inoltre, anche se si possono facilmente individuare competenze comuni alle due discipline, l’approccio metodologico (a volte anche concettuale e lessicale) rimane diverso.

Partendo dai diversi curricoli si può però giungere allo sviluppo di temi di geostoria che prendano in esame aspetti della realtà territoriale, problemi sociali o economici, questioni ambientali, correlazioni tra le diverse parti del mondo, ecc., in una prospettiva integrata, storica e spaziale e con una notevole efficacia didattica. Il processo di costruzione e il quadro complessivo che ne emerge abituano gli studenti a osservare fatti e fenomeni attraverso punti di vista più ampi e differenziati, contribuendo ad educarli al pensiero critico, al confronto e alla complessità.

Sull’osservazione di Profumo, su storia e geografia, su geografia e contributi delle diverse esperienze culturali sono interessanti, come sempre, le riflessioni di Ilvo Diamanti.

Le parole del ministro sull’insegnamento della Geografia, dunque, non hanno provocato alcuna reazione semplicemente perché, ai più, era sfuggito che questa materia esistesse ancora, nei programmi scolastici. D’altronde, il territorio stesso sta scomparendo ai nostri occhi. Inghiottito dalla metastasi immobiliare di cui soffre il nostro mondo. Ma, prima ancora, è scomparso il senso delle distanze e dei confini. Dei percorsi e degli itinerari. Ormai, chi organizza più i propri viaggi e i propri spostamenti su mappe e carte? Ci pensa il GPS a guidare e a guidarci. Un passo dopo l’altro. Basta avere un navigatore satellitare oppure uno smartphone.
(….)
L’amnesia geografica della nostra scuola e della nostra società ci priva, necessariamente, anche della storia. Perché non può esserci storia  –  né economia né politica – in una società senza memoria. Senza mappe. Senza confini. Senza territorio. Così, in questo Paese, dove si polemizza perché “non c’è più religione“, avanza, nel silenzio, un “uomo sospeso“. Senza spazio e senza tempo. Senza dove e senza quando. A-polide e a-storico.

Per questo ha ragione il ministro Profumo, sulla geografia nella Scuola. Oggi gli studenti apprendono la disciplina non dai libri ma dai compagni (di diversa provenienza) che raccontano le loro città e i loro costumi. Ma occorre che anche gli studenti di origine e provenienza straniera sappiano da dove vengono e dove vivono oggi. Che comprendano perché essi, i loro genitori, se ne sono andati dai paesi di origine. Come i nostri nonni e bisnonni, tanti decenni fa. Emigrati lontano. Spinti dalla necessità economica, dalle guerre. O dal desiderio di migliorare la condizione propria e dei propri figli. Senza una storia e una geografia di “lunga durata“: educare i giovani e integrare i “nuovi italiani“, non mi sembra possibile.

Ecco. Proprio partendo proprio dalla boutade di Profumo risulta evidente la sua (e diffusa) non conoscenza di ciò che è la geografia; e risulta anche comprensibile la facilità con cui, più di tutte le altre discipline, ha potuto essere sminuita, mortificata, vanificata.

Secondo la proposta (che nelle intenzioni era senz’altro aperta e ben attenta alle esigenze dell’attuale società multietnica) del ministro, la geografia viene vista come un collage di esperienze che, più o meno casualmente (chi può dire se in classe ti troverai accanto una compagna cinese o nigeriana, un amico rumeno o peruviano) vengono trasmesse tra pari: tu mi racconti come si viveva al tuo villaggio, io ti do le dritte per muoverti nella giungla di una metropoli italiana.

Ora: tutto questo va bene, non c’è dubbio che l’apporto di esperienze ‘deve’ far parte del lavoro all’interno della classe. Il racconto degli ambienti di vita e del trascorrere della giornata, la narrazione dei ricordi e delle emozioni, la trasmissione di elementi importanti come la struttura della famiglia, il cibo, il lavoro, il tempo libero, i paesaggi: tutti questi sono apporti importantissimi per costruire la reciproca conoscenza all’interno della classe, per valorizzare ogni individuo, per scoprire magari che chi è meno considerato o ha più difficoltà è invece portatore di un ricco patrimonio di conoscenze.

Ma tutto ciò non è la geografia.
La geografia, pur con il suo carattere di disciplina di connessione tra i diversi saperi, deve proporre, come ogni materia di studio, uno specifico approccio sistemico alla realtà.

La geografia ha propri concetti fondamentali (spazio, regione, territorio, rete, flusso, squilibrio, ecc.), proprie tematiche essenziali (paesaggio, ambiente, sviluppo, sostenibilità, risorsa, globalizzazione/localizzazione, Nord/Sud, ecc.), propri strumenti di lavoro (coordinate, cartografia, iconografia, statistica, ecc.) che insieme contribuiscono a individuare ‘sistemi geografici’ per la comprensione del mondo a scala differente, da locale a planetaria.

Il docente di geografia insegna a pensare lo spazio e a pensare l’umanità in questo spazio: insegna a comprendere le forme di organizzazione territoriale e sociale, attraverso il riconoscimento di reti, relazioni orizzontali e verticali, processi, trasformazioni.

Si può andare avanti molto a raccontare che cosa è la geografia e qual è il suo ruolo educativo e formativo, quali sono le sue competenze metodologiche e quali quelle operative, come si rapporta alle altre discipline, quali sono i suoi contributi alle innovazioni tecnologiche e quali vantaggi ne trae.

Il fatto è che tutto questo viene riconosciuto teoricamente, ma non ha riscontro effettivo nella ripartizione oraria. E non è certo una questione secondaria; la programmazione è qualcosa di molto pratico: contenuti e operatività all’interno di un calendario settimanale, mensile, annuale.

E allora cosa ci resta da fare? Dimentichiamoci della disciplina geografia e facciamo raccontare a ragazze e ragazzi i loro Paesi. Ma attenzione: molti di loro sono di seconda e anche terza generazione, cittadine e cittadini italiani a tutti gli effetti, che del Paese di origine dei loro genitori conoscono ormai poco. Per esempio, capiscono la lingua, senza magari parlarla. Oppure, ciò che li differenzia dai compagni è soltanto un delizioso piatto tradizionale che la mamma continua a preparare.

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Caro Ministro, le religioni in senso multietnico le faccia insegnare alla geografia
di Associazione Italiana Insegnanti Geografia

Il ministro dell’Istruzione, Profumo, ha detto che occorre rivedere i programmi di religione e di geografia in senso multietnico e, conseguentemente, multiculturale. Va dato atto a Profumo di avere posto un problema importante.

L’accostamento fra le due materie non è casuale e non solo perché la geografia da molto tempo ha posto i temi delle migrazioni, della multiculturalità e dell’intercultura al centro delle proprie ricerche e delle proprie riflessioni sul valore dell’educazione geografica.

Infatti, non mi pare che sia ancora stato rilevato, la geografia è l’unica materia scolastica che parla di religioni, al plurale e in termini non dottrinali, come espressioni culturali che connotano e diversificano le culture, i paesaggi e molte consuetudini delle diverse regioni del mondo. Inoltre, è ancora la geografia a far notare, quando sviluppa la geopolitica, che le religioni sono a volte causa di conflitti, di tensioni e di contese territoriali. Questi temi si trovano trattati nella maggioranza dei manuali scolastici, e sarebbe una grave carenza se così non fosse.

La prevedibile levata di scudi, a difesa dell’ora di religione così com’è, non lascia pensare che i tempi siano pronti a cambiare l’ora di religione in ora di religioni. Va suggerito allora al Ministro di considerare la possibilità di offrire più spazio orario al punto di vista della geografia, l’unica disciplina che già oggi nella scuola parla di religioni in senso multiculturale, a scala planetaria, scientificamente, senza implicazioni confessionali, e che lo fa per educare alla pluralità delle culture e delle etnie del mondo, sempre più frequentemente compresenti nello stesso spazio di vita, anche nella realtà del territorio italiano.

Si sa che il ministro Profumo preferisce la letteratura scientifica internazionale, in inglese, a quella italiana: bisogna internazionalizzarsi. Fa piacere, perché la conferma di quanto appena affermato la troverà facilmente sia su importanti riviste geografiche internazionali sia aprendo qualsiasi manuale accademico di geografia anglosassone (alleghiamo la copertina di una monografia recente), mentre molte riflessioni su geografia, cittadinanza e intercultura le troverà sui testi dedicati all’educazione geografica.

Parta, magari, dalla International Charter on Geographical Education presentata dall’Unione geografica Internazionale nel 1992, dove già si afferma che la geografia serve per arrivare alla comprensione delle “diverse modalità di formazione di territori in base a differenti valori culturali, credenze religiose, tecniche, sistemi economici e politici (…)” e della “diversità dei popoli e delle società sulla Terra, al fine di apprezzare la ricchezza culturale dell’umanità”.

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Gli esperti del ministero dell’Istruzione: al TFA bocciati in Geografia
di Ave Battistelli Calavalle

Il TFA, ovvero Tirocinio Formativo Attivo, è l’anno di formazione ulteriore ormai indispensabile per accedere ai futuri concorsi per docenti di scuola secondaria. La sciatteria e la mancanza di cura con cui è stato preparato questo test, che è la prima prova della lunga selezione per l’accesso a quest’anno di formazione, la dicono lunga sull’attenzione dedicata alla scuola, anche da parte del “suo” stesso Ministero. La qualità delle domande formulate era assolutamente inadeguata allo scopo. Si potrebbe scrivere un romanzo sugli errori commessi da chi ha formulato domande e risposte, ma voglio iniziare da una domanda della classe di concorso A039, geografia, il cui test ho sostenuto il 19 luglio in Urbino.

Già la domanda sui padri di una certa disciplina certo non si caratterizza per rigore metodologico. Proporla a dei laureati, a volte plurilaureati, spesso specializzati, in un test a risposta multipla indica come minimo una certa ingenuità epistemologica. Ma addirittura escogitare una trappoluccia in cui cercare di far cadere quanti più candidati possibile è qualcosa sulla cui eleganza non mi esprimo. Questo è successo nel test di geografia, in cui un anonimo compilatore, chissà quanto fiero di avere escogitato un cotanto mefistofelico tranello, ha formulato il siffatto quesito:

Tra i padri della moderna geografia viene annoverato:

A) Friedrich Ratzel

B) Galileo Galilei

C) Wilhelm von Humboldt

D) Charles Darwin

Ora, per chi non lo sa, il padre della geografia moderna è dai più considerato von Humboldt, mentre generalmente si dice che Ratzel è il padre della geografia umana e della geografia politica. Ma – attenzione! qui viene il bello – von Humboldt aveva un fratello, Wilhelm von Humboldt, filosofo, linguista e letterato, fratello che certo non può essere considerato il padre della geografia. Posso vedere il redattore del quiz fregarsi le mani soddisfatto, posso vedere il lampo di contorta gioia brillare nei suoi occhi: trovato! chissà quanti, presi dall’emozione, con un’intera batteria di test a cui rispondere, e soprattutto in considerazione del fatto che si potrebbe dire che von Humboldt viene davvero considerato il padre della geografia moderna, ancor più di Ratzel, sbaglieranno risposta.

Il malizioso redattore in questione però sembra ignorare del tutto la circostanza non opinabile che il geografo von Humboldt (non il fratello, ma il geografo) che per brevità è detto Alexander von Humboldt, si chiamava “in realtà” Friedrich Wilhelm Heinrich Alexander von Humboldt. E il fratello linguista si chiamava “in realtà” Friedrich Wilhelm Christian Carl Ferdinand von Humboldt.

Entrambi Friedrich, ed entrambi Wilhelm, è inconfutabile. Anche il fratello geografo.

Così vede, ministro, la mia risposta, e quella di tanti geografi come me, Wilhelm von Humboldt, non è sbagliata, anzi. È la “sua” domanda che è sbagliata.

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La rivincita della Geografia
di Lucio Caracciolo

Amore, il mondo è piatto!… Doveva essere piuttosto emozionato Thomas Friedman, effervescente star del giornalismo americano, quando una mattina d’inverno del 2004, di ritorno da Bangalore, comunicò alla moglie la sconvolgente verità. L’India gli appariva uguale all’America: stessi marchi, stessa lingua, la sensazione di appartenere a una medesima comunità universale, attraversata dal libero fluire di merci, capitali, persone, idee.

Sconvolto da tanta scoperta, che riportava la scienza a prima di Parmenide, Friedman non seppe trattenersi dal comunicarla al suo vasto pubblico. Di qui Il mondo è piatto, fortunato saggio diffuso in milioni di copie, manifesto dell’ultima ideologia del Novecento: il globalismo. Una filosofia della storia per cui spazi e frontiere non contano più, essendo l’umanità irrevocabilmente percorsa da un flusso permanente di scambi e informazioni indifferenti agli ostacoli naturali o artificiali, ai climi e alle culture.

Esaltato dalla vista dei global Indians – e immune dal contatto con i tre quarti dei loro connazionali che sopravvivono con meno di mezzo euro al giorno – Friedman ci offriva la versione brillante di una teoria – il “villaggio globale” – assai diffusa nelle accademie, nei think tank, fra i capitani d’industria del nuovo millennio.

Una moda tuttora radicata e assai fungibile. Può servire, ad esempio, a seppellire con pochi onori ciò che resta del welfare europeo perché, assicura friedmanianamente Sergio Marchionne, “il mondo è piatto”. Le ideologie sono refrattarie ai fatti. Non si curano delle repliche della storia.

Sicché nello scorcio finale del secolo scorso e nei primi anni Duemila, proprio mentre fiorivano nuovi Stati, staterelli e frontiere più o meno formali – si pensi solo all’effetto moltiplicativo della disintegrazione del macroimpero sovietico e del mosaico jugoslavo – i guru del globalismo teorizzavano la “fine dello Stato-nazione” (Keinichi Omahe) e il trionfo universale della liberaldemocrazia in quanto “fine della storia” (Francis Fukuyama).

La globalizzazione come destino dell’umanità, la Rete come paradigma universale. Frutto della rivoluzione dell’informazione che ci illude di conoscere tutto subito, non importa chi e dove siamo. «Con il paradossale esito che abbiamo perduto il senso delle distanze», osserva Ilvo Diamanti nel suo nuovo sillabario, Tempi strani.

Se le distanze non esistono, a che serve la geografia? Ma finché resteremo persone fisiche e non virtuali – uomini e donne, non avatar – non potremo trovarci contemporaneamente dappertutto. Navighiamo in Internet quanto vogliamo, almeno se apparteniamo alla vasta minoranza capace di fruirne.

Eppure la nostra storia, il nostro ambiente, i pregiudizi e gli schemi culturali ereditati per luogo di nascita e di educazione, continueranno ad esercitare un potente magnetismo, a condizionarci nei pensieri e nelle azioni (basta pensare alle polemiche scoppiate in questi giorni nel nostro Paese dopo la decisione di accorpare alcune Province).

Di questo non sembrano perfettamente consapevoli i governi che nel festival dell’ideologia globalista hanno pensato bene di comprimere se non annullare l’insegnamento della geografia. Come per esempio i nostri.

Nelle scuole italiane questa disciplina è residuale, ancillare, quasi umiliata. Forse l’uso del Gps ci esime dalla necessità di leggere e interpretare una mappa? Nascere a Bangalore o a New York, a Roma o a Bamako, a Pechino o a Buenos Aires è davvero indifferente? Si può capire la storia di una nazione o di una civiltà senza interessarsi a dove si è svolta? Montanari e pescatori, isolani e metropolitani: tutti uguali? No.

La geografia fisica come quella antropica, lo studio della cara vecchia Terra e dei suoi variegati ambienti, la capacità di rappresentare il pianeta e le sue regioni a seconda del proprio punto di vista, riducendo le tre dimensioni a due – atto eminentemente politico – dovrebbero permanere centrali in ogni percorso pedagogico.

Spalancare un atlante e seguirvi con l’indice un percorso immaginario resta un atto creativo. Capire come funziona un vulcano non è mero esercizio tecnico, ma bagaglio essenziale per qualsiasi individuo di media cultura, specie se gravato di responsabilità pubbliche. Altrimenti la condanna degli scienziati “colpevoli” di non aver saputo prevedere il terremoto dell’Aquila non sarà più ascrivibile all’ignoranza/arroganza di questo o quel magistrato, ma assurgerà a modello giuridico.

Negli ultimi tempi la retorica globalista ha cominciato a perdere colpi. E la coscienza della necessità di una cultura geografica a recuperare dignità.

Persino in America. L’11 settembre ha risvegliato non solo nel manager di Manhattan ma anche nell’agricoltore del Midwest la vaga coscienza che non siamo così simili. Di più: non vogliamo affatto esserlo.

L’interdipendenza che secondo i globalisti avrebbe dovuto partorire omologazione ai valori occidentali, supposti universali, invita semmai a riscoprire identità nazionali e locali. Mai come in questi decenni “globali” la scena strategica è stata animata dal festival dei “diritti storici” – l’idea che la legittimazione del potere politico sia fondata sul presunto radicamento di un popolo in un territorio di sua esclusiva proprietà.

L’influenza reciproca non facilita la convivenza, implica semmai uno sforzo di comprensione per le ragioni altrui. Nulla di spontaneo. Una scelta che abbisogna di una cultura, anzitutto storico-geografica. S’intravvede all’orizzonte la “rivincita della geografia, stando al titolo del molto mediatizzato saggio di Robert Kaplan? Forse. Ma il rischio è di cadere da un determinismo all’altro.

Dal mito globalista alla geografia come destino. Kaplan è l’altra faccia di Friedman. Ci riprecipita nella geografia politica tedesca di fine Ottocento, in versione liofilizzata. La pretesa di fissare le leggi della politica attraverso la geografia è altrettanto illusoria del tentativo di astrarre dallo spazio.

Non sta scritto in nessun libro che uno Stato dotato dell’estuario di un fiume debba per forza volerne controllare l’intero bacino fluviale, come asserivano Ratzel e i suoi seguaci. Globalismi, geografismi e altri determinismi continueranno a orientare il discorso pubblico, non solo nei media. A influenzare le scelte dei decisori economici e politici. Speriamo solo che negli ambiti educativi, a cominciare dalla scuola di base, possa rinascere il gusto del sapere geografico. Sapere laico, se mai ne resiste uno.

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Lo sciopero del 24 novembre

Sabato 24 novembre abbiamo visto un’altra grande giornata di mobilitazione della scuola in tutta Italia, ad appena 10 giorni di distanza dalla giornata di mobilitazione europea del 14 novembre. Dopo gli allarmi della vigilia, si è dimostrato che, se non si cerca di impedirle con divieti, manifestazioni pacifiche sono possibili.

D’altra parte, come dice Giuseppe Caliceti:

I metodi! I metodi! Parliamone, di questi metodi. Lo sciopero e la piazza sono roba vecchia? Anche l’occupazione della scuola? Va bene, ma chi lo sostiene ha idee alternative? No, si capisce. L’alternativa è stare zitti.

C’è da augurarsi che, dopo le violenze del 14 novembre ed episodi inquietanti come quello dei lacrimogeni sparati dalle finestre del ministero della Giustizia, abbiano come seguito soluzioni per responsabilizzare chi è preposto all’ordine pubblico, ad esempio quella che ci siano numeri identificativi per la polizia in operazioni “antisommossa“.

Delle tante riflessioni seguite alle manifestazioni del 14 riportiamo queste di Nadia Urbinati:

Quelle manifestazioni sono una denuncia della spirale di decisioni che sembrano seguire solo una direzione: punitive con i molti e deboli e indulgenti con i pochi e potenti.

Sono anche una questione di ordine pubblico e sono anche un segno di scontento popolare. Ma prima di tutto sono una prova che il governo dell’emergenza sta creando nuova emergenza; che è sulla strada sbagliata come lo è non avere una politica sociale ed economica per il futuro del paese e del continente. Come lo è non sapersi alleare con le forze progressiste europee e americane per reagire al dogma dei mercati finanziari, prendere decisioni coraggiose e quindi rivedere scelte e cambiare direzione di marcia. Senza di esse ogni governo di emergenza è purtroppo un generatore di emergenza.

Proprio in settimana vengono resi noti dei risultati di questa politica. Un webdocumentario ci mostra quanto sia vero che la generazione dei figli, oggi, sia la prima, nel corso del dopoguerra, ad attendersi un futuro peggiore di quello dei genitori; il presidente dell’Istat lancia l’allarme sul futuro pensionistico delle giovani generazioni; secondo le stime della Cgil, i precari con contratto in scadenza che operano nel pubblico sono circa 230 mila. “Una vera e propria bomba sociale – sostiene la Cgil – che potrebbe esplodere il 31 dicembre“, quando cioè alla gran parte degli oltre 160 mila precari della pubblica amministrazione scadrà il contratto di lavoro.

Intanto il Coordinamento delle scuole di Roma e varie organizzazione studentesche (Rete della Conoscenza, Unione degli Studenti, Link Coordinamento Universitario) hanno annunciato che le mobilitazioni proseguiranno nelle prossime settimane nelle scuole, nelle università e nelle piazze.

I motivi della protesta , che vede centinaia di scuole occupate o in autogestione in tutta Italia e il blocco dell’inaugurazione dell’anno accademico all’università La Sapienza, sono i nuovi tagli all’Istruzione; l’ex legge Aprea che restringe la democrazia rappresentativa negli organi collegiali, aprendo la strada ai privati nell’elaborazione del piano di offerta formativa; il ridimensionamento scolastico che taglia circa 1.000 autonomie scolastiche, le riduzioni di organico, il contratto di lavoro bloccato dal 2009, il concorso-truffa per il personale docente, la mancata comunicazione alle scuole da parte del Miur della quota del Fondo di Istituto, che mette a serio rischio il miglioramento dell’offerta formativa.

A proposito di queste mobilitazioni riportiamo ancora una considerazione di Giuseppe Caliceti:

Anche nelle occupazioni, mi pare ci sia una nuova consapevolezza, magari anche un po’ disperata: quella che la scuola sia, di fatto, l’unica Casa dei Ragazzi che è rimasta in questo loro mondo che non li vuole e li recepisce come ostili a priori, presenza indesiderata.

e una riflessione di Benedetto Vertecchi:

Il problema, forse, è che le mobilitazioni fino ad ora si sono dimostrate incapaci di modificare a proprio vantaggio i rapporti di forza, e non solo quelle degli studenti.

La responsabilità più grande è quella delle forze politiche democratiche, avrebbero il sacrosanto dovere di incanalare forme di proteste prepolitiche trasformandole in politica attiva, trasformando così il disagio in proposta di cambiamento effettivo. Invece, al massimo, si corre dietro a una logica di rattoppi che di per sé non potrà mai ricostruire un sistema educativo degno di questo nome.

L’accordo governo-Cisl-Uil-Gilda-Snals

A scendere in piazza studenti, Flc Cgil e Cobas, con l’adesione alla manifestazione nazionale di Sel, Idv e Rifondazione. Dopo l’incontro del 22 novembre con il governo tra i sindacati della scuola e i ministri Profumo (Istruzione), Grilli (Economia), Patroni Griffi (Funzione Pubblica) e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Catricalà, Cisl, Gilda, Snals e Uil hanno revocato la loro partecipazione allo sciopero indetto per il 24 novembre. Questi sindacati si dichiarano soddisfatti per l’accordo raggiunto riguardo il recupero degli scatti di anzianità e l’annullamento della norma sulla maggiorazione delle sei ore di lavoro a parità di retribuzione per gli insegnanti della scuola secondaria. Per la UIL, la CISL e la Gilda si tratta di un risultato positivo.

La Flc Cgil invece così riferisce dell’accordo:

Profumo ha subito detto che occorrono 480 milioni di euro per ripristinare gli scatti a chi li ha maturati nel corso dell’anno 2011. Poiché il MEF ha certificato solo 86 milioni di euro di risparmi (economie Fis e 30% sui tagli di organici) il resto della copertura finanziaria, 390 milioni di euro, va recuperata con il taglio di un terzo del fondo di istituto attribuito alle scuole per il miglioramento dell’offerta formativa.

Negli anni successivi le misere economie (86 milioni di euro) certificate dal MEF non ci saranno più, pertanto il ripristino degli scatti potrà essere coperto esclusivamente dal fondo di istituto. Ciò vuol dire che nel giro di due anni saranno azzerati i fondi contrattuali utilizzati dalla scuola per attuare il POF.

Dopo il ministro del tesoro Grilli ha posto come condizione, per dare il proprio assenso all’operazione, che si apra contestualmente una trattativa sulla cosiddetta “produttività” nella scuola, al fine di poter compensare gli effetti sulla qualità delle prestazioni scolastiche di questa sorta di scambio (taglio di risorse contrattuali alle scuole in cambio della restituzione del gradone 2011) ed evitare le inevitabili conseguenze negative sulle prestazioni aggiuntive garantite dalle attuali risorse

E denuncia che

Gli scatti verranno pagati dagli stessi lavoratori ma anche dagli studenti che avranno meno offerta formativa. L’autonomia scolastica e il patto sociale con le famiglie ne escono calpestati.

Sempre la Flc Cgil esprime il sospetto che

si voglia far rientrare dalla finestra ciò che abbiamo bloccato alla porta: un aumento gratis dei carichi di lavoro. Non è stato detto esplicitamente, ma le preoccupazioni ed i rischi ci sono tutti.

Ad essere interessato quindi è il solito MOF (Fondo per il “Miglioramento dell’Offerta Formativa“), già intaccato per reperire i fondi per evitare l’aumento delle ore lavorative di lezione da 18 a 24.

Più ottimistici invece sono i calcoli economici del sindacato Gilda, secondo cui gli scatti potranno effettivamente essere pagati dagli avanzi non spesi. Il calcolo della CISL scuola Lazio ritiene che non saranno comunque toccati i fondi per gli ex IDEI (corsi di recupero e sportelli) , 163 milioni, il pagamento delle ore eccedenti, 29,35 milioni, le attività sportive, 60 milioni. Anche per la UIL per il pagamento degli scatti non si toglieranno soldi ai lavoratori.

Invece La Tecnica della Scuola conferma i calcoli della Flc Cgil secondo cui, come confermato anche dalla risposta del ministro Profumo a un’interpellanza urgente del PD, per gli scatti del 2012 servono 384 milioni che, allo stato attuale, vanno reperiti tutti dal fondo di istituto, dal momento che la certificazione dei risparmi legati all’applicazione dell’art. 64 della legge 133/08 arriverà dal MEF non prima del mese di giugno 2013.

Quindi, o si sospendono gli scatti del 2012 fino a quella data oppure si attinge fin da subito al fondo di istituto.

Nei prossimi giorni la trattativa si sposterà all’Aran e a quel punto se ne saprà certamente qualcosa di più, ma resta il fatto che il fondo di istituto del 2012/2013 sarà ridimensionato in modo significativo.

L’unità sindacale è durata poco

Sconcerto nel mondo della scuola per la breve durata dell’unità sindacale, che non ha retto la prova della prima scadenza: l’incontro col governo; e non regge fino al primo appuntamento unitario: lo sciopero del 24 novembre. Il disaccordo nei confronti dei sindacati che hanno revocato lo sciopero si esprime in documenti e lettere rese pubbliche.

Segnaliamo una Dichiarazione a seguito della sospensione dello sciopero del 24 novembre da parte di CISL-UIL-SNALS-GILDA del Manifesto dei 500, dove leggiamo fra l’altro:

La convocazione straordinaria dei sindacati da parte del governo, due giorni prima dello sciopero, la dice lunga sulla difficoltà nella quale si trovava di fronte ad uno sciopero unito.

Non era proprio il momento di mantenere l’unità e la fermezza su tutti gli altri temi, battendosi per il ritiro di tutte le norme che riguardano la scuola e per veri scatti d’anzianità?

Come accettare che un attacco sia stato sostituito con un altro? Come non vedere che taglio dopo taglio, concessione dopo concessione, si sta portando la scuola verso il disastro?

I docenti ci avevano “messo la faccia“, protesta Valentina Prosperini, docente precaria della provincia di Treviso:

Abbiamo detto ai nostri studenti e ai loro genitori che siamo in agitazione, per i tagli sconsiderati, le classi sempre più numerose, il contratto bloccato, l’offerta formativa impoverita. Ci abbiamo messo la faccia, in cerca di fiducia e di un riconoscimento morale e sociale. E i sindacati cosa fanno? Esprimono soddisfazione per il ripristino degli scatti di anzianità e ci comunicano l’annullamento dello sciopero. E tutto il resto non conta più?…

La nostra credibilità ne esce distrutta, ma lo scempio, ahimè, è solo all’inizio.

Una iscritta alla Gilda scrive al suo sindacato:

Spett. Gilda
Vi pongo alcune domande perché è veramente difficile comprendere il Vostro agire.

Conoscete la realtà scolastica con tutti i suoi problemi oppure sono già troppi anni che siete “distaccati” e non ne avete la più pallida idea? Avete letto l’articolo di due giorni fa pubblicato su Italia Oggi e nel quale si parla di Grilli e si dice niente scatti e ora oplà per magia è risolto tutto?

E la grave questione degli sperperi del MIUR “Tagli per tutti e pillole dorate per alcuni“? E la ridicolizzazione del sapere in mano a quei dirigenti del MIUR con la faccia di bronzo? Ecco il sapere: “Il semaforo è un’asta verticale con tre luci…” Ma vi rendete conto???

Ma vari sono i documenti e non è possibile segnalarli tutti, ci limitiamo a citare ancora quello dei Docenti Scapigliati e quello dei docenti dell’ITS “Tito Acerbo di Pescara che incitano a revocare l’iscrizione sindacale.

Tagli, sprechi e soldi scomparsi

Già prima di questo accordo-truffa, per la Legge di Stabilità sarebbero stati i lavoratori della scuola a pagare con il loro salario il pareggio di bilancio, come evidenzia con un preciso rendiconto Mario Piemontese.

Tanto di più allora sorge l’indignazione di fronte agli sprechi e alle regalie del Ministero dell’Istruzione. Infatti, come scrive Marina Boscaino, mentre la scuola affondava, qualcuno si arricchiva:

Mentre Gelmini e Tremonti annunciavano e portavano avanti “la cura da cavallo”, che è costata alla scuola statale 120.000 posti di lavoro tra docenti e Ata; mentre l’immeritevole Gelmini conduceva la sua guerra santa per il merito e la valutazione, sfiancando la scuola con progetti da claque di Maria De Filippi quale “Valorizza”; mentre si aumentava di un punto percentuale il parametro alunni/docente, con relative classi pollaio, totale spregio della sicurezza e del diritto all’apprendimento; mentre il Ministero portava la propria insolvenza nei confronti degli istituti scolastici ad 1.5 mld, residui attivi che non verranno mai rifusi; mentre tutto ciò accadeva, Ilaria Sbressa (moglie di Ambrogetti, Direttore delle relazioni istituzionali di Mediaset e Presidente dell’Associazione per il Digitale Terrestre), riceveva dal Miur 730mila euro per realizzare le “Pillole del Sapere”.

Ma ci sono altri sprechi e pentole da scoperchiare. Ad esempio gli appalti di pulizie nelle scuole, gli incredibili costi dell’Invalsi, il passaggio della liquidità di cassa alla Tesoreria unica che costerà alle scuole oltre 25 milioni di euro.

Intanto l’Upi (Unione delle Province italiane) domanda che fine abbiano fatto i fondi Cipe per le scuole a rischio: a fronte di un miliardo di euro sono stati spesi appena 73 milioni. Anche il PD chiede conto alla Ragioneria dello stato del 30% dei risparmi che si sono ottenuti con i tagli voluti dal precedente Governo e che dovrebbero corrispondere a 900 milioni a regime: mancano all’appello 500 milioni.

Altra spesa contestata è quella per il “concorsone” per docenti, di cui nel frattempo è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 23 novembre l’avviso con le date per lo svolgimento della prova preselettiva: 17 e 18 dicembre 2012. Dal 27 novembre sul sito del Ministero sarà possibile consultare l’archivio completo da cui saranno estratti i quesiti della prova.

Quota 96, inidonei, ex legge Aprea

Segnaliamo ancora irrisolti i problemi degli insegnanti di “Quota 96”, quello dei docenti inidonei, obbligati al passaggio nei profili Ata.

Una novità arriva sul fronte della ex legge Aprea. Evidentemente gli scioperi e le pressioni di alcuni sindacati e dei docenti hanno fatto leva sul mondo politico. La scorsa settimana Francesca Puglisi, responsabile nazionale scuola del Partito Democratico aveva affermato:

Ascolteremo tutto il mondo della scuola, perché siamo consapevoli dei nodi irrisolti della 953 su rappresentanza studentesca e statuti autonomi. Se non riusciremo ad arrivare ad un disegno condiviso, fermeremo il riordino degli organi collegiali.

Anche il ministro Profumo in una sua lettera del 22 novembre a studenti e insegnanti ha tenuto a prendere le distanze da questa legge:

Colgo l’occasione di questa mia lettera per fare chiarezza su uno dei punti che più hanno suscitato le proteste: il disegno di legge 953, detto comunemente “ddl Aprea”. Ritengo doveroso specificare che tale proposta è stata formulata e discussa in piena autonomia dal Parlamento, con la partecipazione di tutte le forze politiche. Dunque non c’è alcuna diretta responsabilità del Governo, né mia personale, nelle proposte ivi contenute. Auspico, invece, che tutte le forze politiche sappiano ascoltare il dissenso di vaste parti del mondo della scuola e intendano recepire le opportune proposte di modifica durante la discussione attualmente avviata al Senato.

Adesso il Partito Democratico ha dichiarato di non voler procedere con l’iter parlamentare della ex legge Aprea. Lo afferma la senatrice Mariangela Bastico, che prende atto che

Gli insostenibili tagli e il discredito, che il governo Berlusconi e, in modo differente ma parimenti pesante, anche il governo Monti hanno riversato sul mondo della scuola, hanno determinato una situazione di tale sfiducia e tensione tra gli insegnanti e gli studenti, che qualsiasi cambiamento viene percepito come negativo ed impraticabile.

Sulle 24 ore non è finita

Intervistato domenica 25 novembre da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” il presidente del Consiglio Mario Monti ha puntato il dito contro “i privilegi corporativi” di alcuni insegnanti:

Nella sfera del personale della scuola abbiamo riscontrato anche grande spirito conservatore“, come la “grande indisponibilità a fare due ore in più a settimana che avrebbe significato più didattica e cultura“.

Sulla questione delle 24 ore segnaliamo altri interventi usciti in settimana: una ampia analisi di Alvaro Berardinelli, un intervento dell’AGE Toscana che pare ignorare in cosa consista il lavoro degli insegnanti, una proposta “per uscire dall’ambiguità” della prof.ssa Fiorella Re.

Per trovare una notizia davvero buona questa settimana bisogna andare in Brasile: il mese scorso, con una nuova proposta di legge, il governo brasiliano ha rivisto al rialzo l’aumento dei fondi per l’istruzione ponendosi come obiettivo quello di destinare allo sviluppo del settore il 10% del Pil entro il 2020.

* * *

SEGNALAZIONE

Giovedì 29 novembre alle ore 16. Assemblea indetta dal Coordinamento delle scuole di Roma per decidere come continuare la mobilitazione e come organizzare le forme di coordinamento tra gli istituti. L’assemblea si terrà al Liceo Aristofane (via Monte Resegone, 3 Metro B Conca D’Oro + Bus 38). Viene fatto appello a tute le scuole che aderiscono al coordinamento di inviare almeno un delegato.

* * *

DATI DA RICORDARE

Questa la tabella di raffronto, elaborata dalla Uil scuola, sull’orario settimanale dei docenti tra alcuni Paesi europei:

Paesi UE primaria second. I gr. second. II gr.
Danimarca 18 20 19
Grecia 18 16 14
Germania 20 18 18
Italia 22 18 18
Francia 24 17 14
Spagna 25 19 19
Finlandia 18 16 15
Romania 18 18 18
Ungheria 20 20 20
media UE 19,6 18,1 16,3

.

E non solo: i docenti italiani lavorano di più e vengono pagati meno. Secondo il rapporto Education at a Glance 2012 i docenti italiani, che hanno lo stipendio fermo a 12 anni fa, guadagnano da 4 a 10 mila euro in meno rispetto alla media europea.

* * *

RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

3 pensieri su “Vivalascuola. Zero in Geografia

  1. Anna

    Sono disgustata delle affermazioni di Monti, profondamente disustata! Ho scritto a lui e a “che tempo che fa” e invito tutti a farlo, le sue parole sono pura diffamazione. Vorrei vedere loro, questi supertecnici e super banchieri e supermanager, diano l’esempio e facciano un gesto di generosità lavorando gratis e cedendo i loro superstipendi!

    "Mi piace"

  2. Giorgio

    Concordo con Anna, l’intervento di Monti è stato un colpo sporco e uno spettacolo miserevole. Un presidente del Consiglio che pretende considerazione internazionale non può ricorrere a questi mezzi: menzogne in malafede atte a gettare discredito e senza possibilità di contraddittorio su una seguita scena mediatica.

    In rete stanno girando varie proposte di email da inviare a Fazio attraverso l’indirizzo mail di “Che tempo che fa” e per conoscenza alle redazioni delle principali testate giornalistiche, questa è una:

    Caro Fabio Fazio,
    non basta prevedere che le dichiarazioni di Monti avrebbero provocato un bel po’ di polemiche. Quando qualcuno mente spudoratamente, in modo plateale, come Monti ha fatto, non si puo’ sorridere immaginando il putiferio che seguirà. Si controbatte, si chiede un chiarimento.

    Questo mi sarei aspettato, almeno da lei.

    Non le risulta che la proposta del ministro Profumo era di aumentare le ore di lavoro FRONTALE dei docenti da 18 a 24? Non 2 ore come sostenuto da Monti. Fino a prova contrario i ministri dovrebbero conoscere le percentuali.

    1) 6 ore in più rappresentano il 33% di 18 ore.

    2) Di fatto, le ore in più richieste non erano 6, ma almeno il doppio perché ad ogni ora di lavoro frontale corrisponde un lavoro sommerso che è almeno pari se non maggiore.

    3) Senza essere dei tecnici della scuola, è facile capire che se con un orario di 18 ore un docente ha, in media, 4 classi, con 24 ore ne avrebbe 6, il che rappresenta non un incremento del 33% ma del 50%.

    4) Si continua impunemente a misurare il lavoro dei docenti in termini di presenza a scuola, come se si misurasse il lavoro degli avvocati solo con la loro presenza in tribunale oppure degli ingegneri soltanto con la loro presenza in cantiere. oppure il suo lavoro, caro Fabio Fazio, con la sua presenza in studio.

    5) Strumentale è stato Monti nel ridurre l’opposizione sociale che cresce nel mondo della scuola soltanto alla questione delle ore.

    6) Monti, quello che straparla sempre di crescita, ha avuto anche il coraggio di presentare come conservatore il rifiuto dei docenti di incrementare l’orario di lavoro. Un incremento che produrrebbe un importante taglio di posti di lavoro (ai precari). Certo che c’è stata una indisponibilità dei docenti a questa stupidaggine economica. Non dico le percentuali, ma l’ABC dell’economia?

    Mi aspetto diritto di replica.

    Cordiali saluti
    nome e cognome

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