Intervista a Mariapia Veladiano: “Insieme la paura fa meno paura”

 di Massimo Cerofolini

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La vita scorreva su un piano di ordinaria serenità. Poi all’improvviso sotto i piedi di Ildegarda, erudita quarantenne milanese che si divide tra giornalismo e teologia, si spalanca la voragine: il marito la abbandona senza spiegazioni e il figlio piccolo scivola sul piano inclinato di una serie di malattie.
Con chi prendersela? Ildegarda sceglie di prendersela con Dio. In modo duro, quasi blasfemo, per lei che comunque ha una fede matura e coltivata. Ma non fugge, come il marito. Resta lì, nello stile di Giobbe, in questa domanda senza risposta. Di più, rilancia il rapporto con la sua voce profonda, con la sua parte divina, amplificato dall’incontro con un pastore luterano, vittima di una tragedia ben più grave della sua.  È un prendere o lasciare, che lei rivolge spavalda al suo Dio. Per scoprire se la sua vita spirituale è un bluff o se invece ha una logica, misteriosa certo, ma stringente, autentica.

Dopo il felice esordio di “La vita accanto”, Mariapia Veladiano esplicita il suo interesse spiccato per il sacro. Lo fa in un romanzo, “Il tempo è un Dio breve” (edito da Einaudi), in cui tutto dichiara il suo punto di vista: dalla scelta dei nomi (Ildegarda come Ildegarda di Bingen, la mistica medievale, il pastore Dieter che evoca la figura di Dietrich Bonhoeffer) ai temi su cui si ferma, che sono quelli assoluti del dolore innocente e del significato del male nelle nostre vite.  E tira fuori, la scrittrice vicentina,  una dedizione alla fede che può disturbare un non credente e insieme una libertà di pensiero che può infastidire un devoto. In modo cioè molto personale, assolutamente fuori dagli schemi obsoleti con cui spesso si divide il mondo tra praticanti e senzadio.

Mariapia Veladiano, partiamo dalla protagonista: chi è Ildegarda?  

“Ildegarda è la donna che si interroga. Non ha una connotazione particolare. Lei si dichiara credente, è profondamente credente. Però il suo interrogarsi è identico a quello di qualsiasi persona, religiosa o meno, che si trovi sotto la pressione improvvisa degli eventi: quando cioè, di fronte a una vita che sembra promettere quello che la vita promette, ossia di continuare a essere bella, improvvisamente tutto si lacera, e ci si trova sprofondati nella bufera del male del mondo. Che nel caso di Ildegarda è il male dell’abbandono, il male di un bambino che si sta ammalando”.

In fondo la malattia del bambino non si rivela particolarmente grave. Però fa da eco a un fatto ben più pesante, la morte del figlio dell’uomo che Ildegarda incontra dopo la separazione, un pastore luterano che le lascia intravedere una possibile rinascita. E così il tema del dolore innocente diventa la scintilla per una sorta di corpo a corpo che la protagonista ingaggia con Dio. Che risposte si dà Ildegarda di fronte all’insensatezza di un male così estremo?

“Risposte geometriche, chiuse e definitive non ce ne sono e non ce ne saranno. Però lei si interroga, fino in fondo. Lo fa da una condizione di persona credente e allo stesso tempo libera, libera di essere eretica nel momento in cui si interroga, libera anche di aggredire Dio sulle sue responsabilità, anche in modo  molto sfrontato, quasi violento. C’è uno scontro con Dio che dura due o tre pagine, in cui lei gliene dice di tutti i colori. Un conflitto che però non si conclude con il suo allontanamento, ma con la scoperta di un tipo di vicinanza diversa. Sinteticamente si potrebbe dire che Ildegarda trova questa risposta: il male non è l’ultima parola. Mai. Perché c’è stata una promessa che ci accompagna e che resta fedele”.

A un certo punto Ildegarda dice che bisogna avere compassione di Dio, come se Dio avesse bisogno di noi per completare la sua opera. E questo restare lì, anche laddove Dio non sembra essere presente, è un po’ il cuore della sua scoperta.

“Dio ha bisogno di noi. Non è un’affermazione eretica, sebbene sia poco frequentata nella catechesi delle parrocchie. Dio ha bisogno di noi nel senso che il mondo è affidato a noi.  La presenza divina nel mondo avviene attraverso di noi, nella parola che noi dobbiamo leggere o non leggere, nel nostro libero aderire o meno a quello che riteniamo il suo disegno. Ciò che rimane, in ogni caso, è la consolazione di una grande compagnia: passare i giorni della storia insieme, sempre insieme”.

Lei descrive a fondo la figura del marito di Ildegarda, un brillante giornalista capace di analisi molto acute in politica estera, osannato dai media, ma fondamentalmente  analfabeta dal punto di vista emotivo: un pezzo di ghiaccio, un vile, incapace persino di fare una telefonata al figlio dopo che – senza dare ragioni – se ne va di casa. Come mai l’intelligenza e il cuore sono così scissi in questo personaggio?

“Perché c’è un vuoto d’amore pazzesco, che deriva dal suo rapporto con la madre. Quando c’è un vuoto d’amore tanto grande, tutta la vita risulta compromessa. Non è una rinuncia all’amore, è una mancanza di conoscenza.  Quest’uomo, a pensarci bene, è il protagonista nascosto del romanzo. Tutta la storia alla fine si snoda come una risposta a questo grande male che nasce dal non aver ricevuto un’esperienza d’amore autentica. E infatti la protagonista si dirige sul polo opposto e simmetrico rispetto al marito: se la mancanza d’amore genera il male, al male si può rispondere solo attraverso l’esperienza d’amore. Declinata in tutti i modi: per la natura, per Dio, per il bambino, persino per l’uomo che non ho più vicino”.

A proposito di uomini amati, a un certo punto, in una sorta di albergo sanatorio, la protagonista incontra Dieter, pastore luterano, che è l’antitesi del marito: è sensibile, sapiente, sa ascoltare, sa mettere da parte il suo dolore per far crescere un amore più grande, sa costruire un rapporto davvero basato sull’incontro tra anime. Ma può esistere un amore così profondo o in fondo un amore così può essere soltanto sperato?

“Sì che può esistere. Però è un rapporto che si basa sia sull’anima che sul corpo. Perché c’è in Ildegarda la consapevolezza sull’importanza e sulla bellezza dell’amore che passa anche attraverso il corpo: quello del bambino che lei cura, quello di Dieter che lei scopre. Alla fine la protagonista sente che la felicità deve essere piena e deve necessariamente comprendere anche il corpo. Dunque, sì, un amore così è possibile”.

Una grande intesa che però non riesce fino in fondo a realizzarsi…

“Ildegarda e Dieter sono diversi, prendono strade diverse, perché lui non potrà seguire lei nel suo percorso spirituale e di vita.  Ma le rimane vicino. E lei non si sentirà meno riconosciuta a causa di quella diversità. Perché porterà dentro di sé, anche nell’assenza, tutta la potenza del loro incontro”.

 Una delle parti più forti del libro è quella che si svolge a Campodalba, dove appunto c’è l’albergo in cui i due si incontrano. L’atmosfera ricorda un po’ le pagine della Montagna incantata di Thomas Mann. Qual è il suo rapporto con questo autore?

“A me piacciono tantissimo gli autori nordici, mi piacciono le ambientazioni nella neve. La scelta di quel luogo ha un valore simbolico, anche se non studiato. Perché il racconto parte dalla pianura, la pianura lombarda, attraversa un momento di risoluzione ambientato in Liguria, in una primavera fiorita, e poi arriva alla sua rarefazione in questo luogo di montagna, in cui decantano i sentimenti cattivi, in cui il dolore non ha più spazio, e la luce sembra proprio suggerirci la nostra destinazione bella nella vita”.

Senza svelare troppo della trama,  a un certo punto l’amore straziante che Ildegarda ha per il figlio si traduce in una scelta forte: quella di stipulare un patto con Dio. Cosa possiamo dire di questo patto?

“Che non è un patto così particolare come sembra. È qualcosa che ciascuno di noi sperimenta nella sua vita affettiva quando un amore è grande. E cioè il fatto che l’amore ha una forza di salvezza in sé. Che c’è una sorta di convertibilità del bene che posso giocare quando c’è in ballo un rapporto importante. Lei lo gioca su un piano teologico, ma questa possibilità esiste in maniera concreta anche nella vita di tutti i giorni”.

Però la trama sembra confermare l’irreversibilità di questo patto…

“Si e no, perché l’ambiguità rimane fino in fondo. C’è un punto in cui lei dice: non so nulla di quello che mi sta capitando, perché quello che mi sta capitando è cominciato prima di questo patto”.

Le ultime pagine sono quelle più toccanti. Ildegarda, per ragioni che non sveliamo, entra di fatto in una sorta di monologo onirico. La prosa si fa musica, vola via in una forma quasi sperimentale, che si muove tra verità e immaginazione. Anche nella Bibbia il Signore comunica spesso attraverso il sogno. Cosa rappresenta questa visione finale di Ildegarda?

“C’è tutta una parte del romanzo che si legge come realtà, ma che poi si scopre essere un sogno. Ma è un sogno che rivela la realtà a cui si aspira. Un’aspirazione così forte che alla fine si impone. Perché è nella natura dell’amore imporsi. Non è possibile contrastare un amore fortissimo che si prova. Anche se tutto oscilla: l’amore si impone, ha una forza che trascende la realtà ma allo stesso tempo sottostà alle regole della vita. Che non è la vita ancora perfetta, che non è il paradiso. Ma c’è sempre una luce lì in fondo”.

In definitiva, cosa ci lascia Ildegarda, cosa ci dice quando la vita si fa pesante, con un divorzio, una malattia grave, un lutto inconsolabile?

“Lei dice a un certo punto che insieme nulla è la paura. È un’esagerazione, ma potremmo dire che insieme la paura fa meno paura. E che quando c’è un amore che ci accompagna, questo amore può aiutarci a sopportare e a vivere pienamente quello che capita. L’importante è non nascondere, non nascondere nulla: la verità sopporta tutto, l’amore è in grado di sopportare ogni sorta di verità”.

4 pensieri su “Intervista a Mariapia Veladiano: “Insieme la paura fa meno paura”

  1. M&C

    Grazie a Massimo Cerofolini, sempre interessante e nuovo.
    E grazie a Mariapia Veladiano per la bellezza e la profondità del messaggio.
    MCri

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  2. bioraffaella

    Bellissima,questa intervista fatta a Mariapia Veladiano: lascia un messaggio profondo ,dove la paura fa meno paura se si affronta insieme ,perché quando c’è l’ amore non ci si sente mai soli,e anche se si viene sommersi da mille difficoltà,tutto sembra più sopportabile e più facile da affrontare se ci si sente amati e si ama a sua volta.
    Un grazie anche a Massimo Cerofolini

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  3. fabrizio centofanti

    Grazie a Massimo, che ha saputo introdurci efficacemente nel nuovo romanzo di Mariapia, toccando alcuni snodi decisivi della nostra esperienza più profonda: Dio ha bisogno di noi nel senso che il mondo è affidato a noi. Non è possibile contrastare un amore fortissimo che si prova. C’è sempre una luce lì in fondo. Insieme la paura fa meno paura. L’amore è in grado di sopportare ogni sorta di verità. Ce n’è abbastanza per riflettere almeno una notte intera.

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