Mungere pietre, di Eliana Petrizzi

La mia faccia non mi piace, ma deve essere una bella giornata: dalla finestra entra una luce che mi libera dal terrore di cambiamenti improvvisi nelle cose e nel tempo. Il vento passa tra i piedi come un serpente. Anche ciò che non si muove un poco si trasforma.
Aria calda, asfalto umido. La mia dirimpettaia mi spia dal balcone con sguardo minerale. Poi chiude la tenda come si volta una pagina. Uomo che passa in bicicletta, corteccia di fango lungo una suola: evento senza ormeggi e, tuttavia, fermezza della traccia. Ascolto il ronzio del sangue nelle vene, il brusio selvatico nelle foreste, l’espirazione dell’acqua in pozzanghere e caverne, il fluire dei pesci, il rombo latente della Terra. Conservo del mondo una memoria fredda, come se da un ponte fissassi una città lontana.
Nel piatto del brodo, l’olio galleggia in dischi come galassie. Penso al mio nome: parola sola nell’onestà del vuoto. Nell’ordinaria perlustrazione delle falle, sono il punto in cui l’orologio fermo segna l’ora esatta. Non ho imparato il distacco con cui è bene legarsi alla vita: il mio desiderio non si impiglierebbe in niente, ma crescerebbe al di là, privo di oggetto.
Torno indietro; avevo cinque anni, raccoglievo fiori gialli con mio padre in un prato dove oggi c’è una fabbrica. Poi mio padre malato. Giorno di fine Maggio: l’ho sfiorato per vedere se stesse riposando, ma il corpo è crollato su un lato. Il rumore secco di qualcosa che si spezza e che non si aggiusterà. Non ho pianto. Non ho avuto il tempo di incappare nel taglio secco dello strazio, salvata dalla mediocrità della vita che resta. Oltre la finestra, una miriade di creature nuotavano in un universo finalmente ripulito dal peso.
Domenica: vecchia puttana a spasso su un pony non più grande di un cane. Nessuno in strada. Sole bianco, scirocco con vocali lunghe sotto le porte chiuse. Silenzioso abbandono di stanze spente. Gli abiti di mio padre morto accanto alla porta, chiusi in una busta per la Misericordia.
Di giorno, la mente è una luce accesa senza scopo; di notte, il fracasso di un aspiratore in un bagno senza finestre. Molta roba da sistemare, selezionare, organizzare. Donare cose a chi ne avrà piacere o bisogno. Ordinare lo spazio soprattutto per lo sguardo, ma non adesso. Ora, caricare la sveglia: 13 giri di corda, a volte 17, dipende dal clima. Indosso il gilet verde di mio padre: orrore per l’abito vuoto non meno che per il corpo mancante.
Esco per i campi: è chiaro che l’erba germogliata accanto a quella sradicata non si occupa affatto di ciò che le accade intorno. Se chiedi alla vita: “Perché”? La Vita ti risponde: “Perché sì”. Una risposta, tutto sommato, non meno insoddisfacente di quella che si può ottenere dalla Morte. Il cane si accoppia con la madre, nessun salamelecco tra ramo e fiore, tra l’andata ed il non ritorno. Solo azione e silenzio per chi pratica il nudo della vita. Intanto, il mondo gira sulle ruote di sempre: l’inspiegabile chiaro e tondo, il nessun dove altrove, il non amare -come il fiume secco- più sicuro; tanto posto per una cosa in più, mai per una in meno; il rigore logico nella furia del sottobosco, il male necessario alla pietà del bene.
Sera: apro il libro di Mitologia dell’infanzia: ecco mio padre nel cobalto dell’Egeo, in una foto del santuario di Atena a Rodi. La striscia di mare dietro le colonne ha ancora il blu di un luogo che ho a lungo aspettato quando gli chiedevo di partire. Mio padre diceva sempre “ Dopo. Più tardi. Un’altra volta. Adesso non è il momento” Sono passati anni, mio padre è morto, e ogni cosa mi ha salutata col vuoto che splende dopo un tuono.
Ore 21,30, a letto da sola. Ogni cosa galleggia lieve e come estinta. Dovrei piangere con forza e pazienza, come si scala una montagna. Mio padre morto: presenza impossibile, pensiero impensabile. Non lo vedo da anni, non ricordo la sua voce. Anche oggi ho riprovato a chiamarlo ai suoi numeri, e non mi ha risposto. Ho trovato il biglietto che aveva scritto ed incollato sul retro della lavatrice: “Cambio guarnizione oblò: Gio. 17 Nov. 1994”. Del 17 Novembre 1994 non ricordo assolutamente nulla: cosa facevo, dov’ero mentre mio padre scriveva? Di sicuro, in questo momento, la mano destra di mio padre marcisce a 214 km. da casa mia, dietro una lapide di marmo scelta dai parenti fra tante perché senza venatura alcuna.
Ogni respiro scala la cima e precipita in un tonfo. Eppure, ogni giorno, dovrei ricordare le ore in cui la vita mi si è aperta a ventaglio, come fanno certi animali quando pensano di non essere osservati. Ma la vita si era invece accorta di me; mi diceva che per esistere basta perdere la coscienza di esserci e la speranza di divenire, seguire abitudini che tornano, ore che cambiano, stagioni che ruotano. Lasciarsi evaporare, sciogliersi nel chiarore della propria scomparsa, diventare una scaglia di mare nel sole, la collina che fuma a valle, il monte chiaro che si fa cielo. Diventare un Eros senza carne, quello che dà il rosso alle ciliegie, al vento il brusio del fuoco; eros di dolci, di erba calda, di acqua che scivola su sassi rotondi.
Scopo del giorno: recuperare l’enormità della mia piccolezza.
Piove un’acqua che non evapora. Mi dico che è inutile pulire i vetri solo ieri lucidati, inutile lavare i pavimenti. Meglio tenere l’umido sotto le finestre, la polvere e il nero, i panni che non asciugano, le piccole miserie della veglia. Ho conservato le cose tanto a lungo che quando ero pronta a raggiungerle se ne erano già andate. C’è un dolore pronto a partire nelle cose che non cambiano, una debolezza feroce nelle pietre che non si spostano.
Felice oggi per come lieve permane l’impermanenza. Il tempo che passa, infine, è tutto ciò che resta.

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