Ti stringo la mano mentre dormi, di Elena Buia

Da Ti stringo la mano mentre dormi
di Elena Buia Rutt
Fuorilinea, 2012
Prefazione di Antonio Spadaro S. I.
Postfazione di Claudio Damiani

Lo spazio di Dio

In questa casa
ultimamente
nessuno più parla di Dio.

Eppure a volte all’improvviso
spingendo da puledri
la macina dei giorni
si apre nel silenzio
uno spazio d’aria
che quando
lo attraversi
sorridi piano
come nevicasse.

***

Donne sarde

Donne sarde
lavorarono
nella miniera nera
fidanzati e padri
in Russia
i figli dopo
per le più fortunate.

Come una sola rondine
le rivedo ora
frusciare biancovestite
tra gli aranci nei giardini.

Con le mani deformate e
le bocche senza denti
sorridono da lontano
a chi le saluta e passa.

La pelle tesa sulle fronti
spande sole.

***

Il vento

(Per Etty Hillesum)

Non c’è mare:
ma questo vento
lo sento tornare,
gonfiarsi, caricare.

Non c’è riparo:
se non a braccia aperte
farsi cima o scogliera
e quando il vento trafigge
placarlo
grata
nell’abbraccio.

Con le ali giunte
ancora immobile
la farfalla
sulla mia schiena.

***

Ti stringo la mano mentre dormi

Ti stringo la mano mentre dormi
come per dirci addio.

Non sembri riposare
in questo sonno bianco
dove la fatica del giorno
ti stringe ancora come morsa.

Ma al risveglio del mattino
una forza indissolubile
ci unisce
e ci sbilancia
in avanti e in alto
acrobati-operai
sulla maestosa impalcatura
di una bellezza
inspiegabile a noi stessi.

***

Consapevolezza

Distesa sul divano
con te che dormi
sulla mia spalla
giro la testa
verso la tv:
lacrime risa
avventure amori.

Ma se ti guardo
vedo il piede
della tua dolcezza
schiacciare deciso
ogni surrogato
di vita.

Vedo i tuo occhi
attraversare calmi
un caos che conoscono già.

Vedo il tuo sonno
affidarsi integro
a chi ti ha inviato
per mostrami
ignoti giardini pensili
sul mio balconcino di città.

***

Il Battesimo

Nel bosco
di querce e ornelli
in cima alla collina
tra sassi bianchi
e muschio
ho incontrato un ruscelletto.

Ho immerso il viso
nell’acqua
ed era così fresca
così limpida, veloce e familiare
che ho avuto voglia
di mangiarla.

Ancora oggi
non so che cosa
mi abbia trattenuta.

Ma il regalo che ti faccio,
il regalo più grande
che posso farti
è mostrarti questa
fonte
scoperta
sulla cima.

Tuffati
sfida la pendenza
vola fino a valle
seguendo di quest’acqua
il fiume…

…e al mare
parlagli di me.

E’ tanto che aspetto
dell’onda
diventare
schiuma.

***

Per Miriam e Thomas

Io non vi vedrò invecchiare.

Non vi potrò sorreggere
quando le vostre gambe
tremeranno
per la stanchezza
o la paura di morire.

Ma forse, se per caso allora anche ci fossi,
niente chiedereste a me
che mi consumo ora
ad addomesticare il vento
che vi sferza la schiena
mentre andate a scuola.

E così mi chiedo
che cosa rimarrà
di questo amore selvaggio
di questo amore con gli artigli
conficcati
fino all’ultimo respiro
nella parola
figli.

Elena Buia Rutt è nata nel 1971 e vive a Roma. Laureata n Lettere e poi in Filosofia, ha collaborato ai programmi culturali di Radio 3 e attualmente lavora a Rai Educational come autrice televisiva. Collabora a diverse riviste e quotidiani nazionali e ha pubblicato vari saggi di critica letteraria.

Postfazione di Claudio Damiani

C’è una donna, madre di molti figli e moglie innamorata. C’è un libeccio che soffia forte e sradica gli ombrelloni dalla spiaggia. Ci sono persiane che vibrano, forzate dall’esterno. C’è un mango in frigo e lo mangiamo grati, tagliato a fettine fine, aspettando che la porta di casa si apra e entri l’avventore affamato e gocciolante.
C’è la fatica dei giorni, tutti i giorni, macina pesante spinta da puledri, e a un tratto, mentre corri qua e là, attraversi uno spazio d’aria, e mentre lo attraversi sorridi piano, e sembra che cada della neve.
Beh perché? Non hai mai attraversato uno “spazio d’aria”, e non ti sei accorto che in quello spazio nevicava?
Siamo come donne sarde che lavorano nella miniera, mani deformate e bocche senza denti, ma il sole ride sulla pelle distesa delle nostre fronti, e camminiamo biancovestite tra gli aranci.
Lavoriamo duramente tutti i giorni portando grossi pesi, siamo sempre più duri e asciutti, e sempre più belli.
Accettiamo il lavoro dei giorni, lo prendiamo tutto sulle nostre spalle, non lo scansiamo. Il vento soffia e non si placa mai. Non lo scansiamo.
Ma perché, perché non lo scansiamo?
Perché non c’è un riparo, dice Elena. Guarda la scogliera: non ha ripari. Guarda la farfalla: con le ali giunte, lei più lieve dell’aria, è rimasta immobile.
Siamo come gli acrobati sul filo del vento, acrobati di tutti i giorni, acrobati-operai.
Madre e figlio davanti alla tv: il piccolo dorme sulla spalla della madre; sullo schermo scorrono immagini caotiche, surrogati di vita. La madre gira la testa e vede un piedino nudo del bimbo, e resta folgorata. E’ apparsa a lei tutt’a un tratto la vita vera, qualcosa di lontanissimo nel cosmo eppure di così incredibilmente vicino. Qualcosa di caldo come la lava di un vulcano; eppure, vedi, quasi lo tocchiamo con mano.
C’è in cima alla collina un ruscelletto che ha un’acqua così limpida, che ti viene voglia di mangiarla.
Sì, hai capito bene, non “berla”, ma “mangiarla”. Come il mango.
Tu cammini e cammini, sali, sali in cima alla collina (che amore mio un po’ di fatica ci vuole sempre nelle cose), ed ecco fra il muschio, che non te l’aspettavi, questa meraviglia.
Vuoi dirla questa meraviglia, vuoi darla, sai che è il regalo più grande che puoi fare.
E Elena ce la dice questa meraviglia, ce la regala, con queste poesie.
Elena, acrobata-operaia.

Potrei fermarmi qua, perché ho detto quello che ho visto leggendo queste poesie, quello che “c’è”, e potrebbe bastare, e avanzare. Certo, ho quasi solo trascritto, non ho detto niente di mio. Beh, mi si potrebbe dire, te la sei svoltata bene questa prefazione! Ma la scrittura è dire qualcosa di nostro? Proprio Elena ci fa capire con queste poesie che la scrittura è dire qualcosa che accade, che si manifesta, e non è un problema se sta in noi o fuori di noi. E può essere qualcosa di molto semplice e quotidiano, banale anche, anzi è spesso così. E questo qualcosa che accade, ci vivacizza, ci carica, ci dà vita, e lena per continuare nel lavoro della vita. E non siamo stanchi come i poeti della poesia I poeti stanchi, che simboleggiano un po’ la nostra epoca, ma pieni di forza (loro dicono che la “ricetta” non esiste, ma in realtà la cercano la ricetta, e si stancano in questa ricerca). E i versi anche sono carichi, in equilibrio ma carichi, come alberi pieni di frutti. E ci sono i frutti che si vedono, e quelli che non si vedono, perché stanno dietro (come nella poesia del mango, Il mango, fateci caso, la parola “mangiare”, così vicina fonicamente al frutto, non compare, non la vedi, ma questo non vuol dire che non ci sia).
I versi, la lingua, i suoni trovano la loro forma forgiati da quell’energia. Quell’energia che ha creato l’evento, l’essere, è la stessa che crea la poesia.

7 pensieri su “Ti stringo la mano mentre dormi, di Elena Buia

  1. bioraffaella

    Belle queste poesie! Ci ritrovo la vita frenetica di tutti i giorni e le grandi emozioni che si provano quando si guarda il proprio figlio dormire…emozioni che esprimono gioie infinite racchiuse nei momenti quotidiani della vita.

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  2. bioraffaella

    Complimenti a Claudio Damiani per la sua postfazione.

    Ho sempre pensato che la vita è poesia e queste poesie ne sono la conferma.

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  3. M&C

    Si respira tanta vita in questi versi, ed un amore grande per la vita.
    Le rileggerò più volte, perché sono sicura che ogni volta coglierò una sfumatura diversa,
    come un brivido.

    Complimenti ad Elena Buia Rutt per la sua delicatezza e sensibilità.
    E grazie a Claudio Damiani per la presentazione, per me perfetta così com’è.

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  4. robertorossitesta

    “Ma se ti guardo
    vedo il piede
    della tua dolcezza
    schiacciare deciso
    ogni surrogato
    di vita.”
    Grazie, è quello che ci vuole.
    Un saluto,
    Roberto

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