Primo Levi: non dimenticatemi!

Primo Levi 001

di Augusto Benemeglio

1.I sommersi e i salvati

Venticinque anni fa Primo Levi ci ha lasciati, se ne è andato in quel buco nero che è la morte , gettandosi nella tromba delle scale della sua casa paterna di Torino, oppresso dal peso insostenibile del “ricordo” del Lager , quell’ombra terribile mostruosa e gigantesca per il suo breve e gentile corpo di uomo mite e sensibilissimo. Le poste italiane lo hanno voluto ricordare con un “folder”, che ho subito acquistato, e l’emissione di un francobollo commemorativo in ben 3 milioni di esemplari. Anche la Casa Editrice Einaudi ha voluto riproporre una nuova edizione de “I sommersi e i salvati”, in cui lo scrittore connota la conoscenza del tedesco come ciò che separava la vita dalla morte nel Lager. “Sapere il tedesco significava la vita.” Ma anche l’essere un valente chimico contribuì a salvarlo e a farlo entrare nel “Commando 98 di Chimica” anziché nel forno crematorio. E tuttavia sarà Dante con il Canto di Ulisse, uno dei più struggenti capitoli di “Se questo è un uomo”, a restituirgli il senso vivo dell’umana solidarietà , della bellezza, l’amore per il sapere e la nostalgia per la casa natìa. E sarà la stessa figura omerica-dantesca di Ulisse che riemergerà dopo molti anni ( espresse il desiderio che fossero scolpite in greco sulla sua lapide le parole “pollà plankte” che definiscono l’eroe e la sua voglia di andare per il mondo ) , nella circostanza della sua tragica morte.

Cinque anni fa , in occasione del ventennale dalla scomparsa , un compositore spagnolo , Luis de Pablo dedicò alla scrittore un’opera lirica, “Passio”, che fu eseguita dal maestro Gianandrea Noseda . Era una musica che rispecchiava fedelmente lo stile asciutto e distaccato, ma non scevro da tinte impressioniste di Levi, una riflessione sull’umanità destinata a soffrire senza ragione . “Una musica intensa, di grande impatto emotivo , ma non di facile intesa” , scrissero i giornali di Torino , città in cui Levi era nato la sera del 31 luglio 1919. da un’agiata famiglia di ebrei piemontesi di solide tradizioni intellettuali.

2.Rimandato all’esame di maturità con tre in italiano

Il padre, l’ing. Cesare , uomo vivo e vitale, straordinariamente versatile, estroverso , esuberante, era esattamente l’opposto di Primo , introverso, timido, di gracile costituzione fisica e di una sensibilità tutta particolare, quasi femminea , che avverte nei confronti del vigoroso genitore uno stato di quasi costante soggezione , che si colora talvolta di paura e di ombrosi risentimenti. L’impossibilità di avere un rapporto di confidenza con il padre accentua la sua introversione, tende sempre più a isolarsi, a vivere in un mondo tutto suo, carico di tensioni e di paura. Sembra , per certi versi, quasi ripetersi il rapporto che Franz Kafka esterna nella famosa “Lettera al padre”, ma il giovane Primo non pensa affatto alla scrittura. Fondamentale sarà per lui , in questa fase delicata dell’adolescenza , il vincolo affettivo che lo lega alla sorella che lo aiuta a superare l’ostacolo e le difficoltà del suo isolamento. Studia presso il ginnasio-liceo D’Azeglio e ha , per qualche mese , Cesare Pavese come insegnante di lettere. All’esame di maturità viene rimandato con tre in italiano. Non riesce a scrivere nulla sul componimento assegnato che ha per tema “La guerra in Spagna”. Consegna il foglio in bianco. Nel 1937 si iscrive alla facoltà di chimica dell’Università di Torino , dove si afferma ben presto come il migliore del suo corso e consegue la laurea nel 1941 summa cum laude. Esercita subito la professione di chimico in condizioni di semiclandestinità (fin dall’ottobre del 1938 era stata emanata la “carta della razza”, una serie di provvedimenti legislativi e amministrativi anti-ebraici) , in una cava d’amianto a Balangero presso l’industria Wander di Milano. L’8 settembre 1943 lascia l’impiego e si trasferisce in Val d’Aosta , sopra Saint Vincent, dove viene in contatto con altri giovani appartenenti al movimento “Giustizia e Libertà”. Sono in otto, sprovvisti di mezzi e di armi , senza nessuna esperienza militare. Hanno solo esuberanza ed entusiasmo giovanile. Il 13 dicembre vengono catturati e portati ad Aosta , dove saranno sottoposti a interrogatori e maltrattamenti. Dopo due mesi di prigionia Levi ammette di essere cittadino italiano di razza ebraica e viene così inviato a Fossoli , presso Modena, campo di raccolta degli ebrei.

3. “Se questo è un uomo” non interessa nessun editore.

Il 22 febbraio 1944, insieme ad altri seicentoquarantanove compagni di sventura , viene deportato ad Auschwitz. Soltanto tre di essi, compreso l’autore di “Se questo è un uomo”, sopravvivranno al Lager. E lo stesso Levi dirà paradossalmente che “ è stato il lager a rendermi forte; l’ossatura morale mi è venuta dopo, dopo di aver raccontato e scritto , dopo di essermi sentito depositario di un’esperienza orribile e fondamentale, che era necessario diffondere e commentare. Solo dopo che l’umanità mi era stata negata , e dopo averla conquistata scrivendo, mi sono sentito uomo nel senso del libro”. Ma non è vero. Levi riuscirà a sopravvivere all’inferno del Lager grazie alla sua forza morale e di carattere , alla sua profonda maturità, alla sua intelligenza , alla sua coerenza interiore, ma soprattutto – come abbiamo detto – furono gli studi di chimica e la conoscenza del tedesco a salvargli la vita e a farlo diventare il massimo scrittore – testimone del XX secolo, ad iniziare dal suo primo libro, che Levi comincia a scrivere subito dopo la deportazione , al ritorno a Torino, ( siamo alla fine del 1945 ) . Ma quei ricordi di prigionia non interessano nessuna delle grandi case editrici , né Natalia Ginzburg, che lavora per Einaudi, a cui Levi si rivolge. Sarà il piccolo editore Silva a pubblicare “Se questo è un uomo” in 2500 copie , in gran parte invendute. Ma se il libro non venisse stampato , Levi lo narrerebbe , lo urlerebbe per le strade , tale è il suo stato d’animo, l’esigenza di raccontare quanto ha visto e vissuto, rendere partecipi gli altri, attaccar discorsi, costringere i suoi interlocutori ad ascoltare, a prendere atto delle tragiche allucinanti avventure nelle quali è incorso.

4.La dimensione della memoria .

“L’idea di dover sopravvivere per raccontare quanto avevo visto mi aveva ossessionato giorno e notte , per cui posso affermare che il libro è nato nel Lager “, dirà lo scrittore. Ma il successo come tale lo otterrà solo dieci anni dopo, quando , in occasione di una sua conferenza a Palazzo Carignano sulla deportazione e le atrocità dei Lager , l’editore Einaudi decide di pubblicare il libro , che esce contemporaneamente al “Diario di Anna Frank”. Ed è subito un successo straordinario. Il libro viene tradotto in moltissime lingue e ottiene vari riconoscimenti internazionali. Nella sola Germania se ne vendono cinquantamila copie in tre mesi. “Io non credo – scrive Levi al traduttore della lingua tedesca Heinz Riedt – che la vita dell’uomo abbia uno scopo definito; ma se penso alla mia vita, agli scopi che finora mi sono prefissi, uno solo ne riconosco ben preciso e cosciente, ed è proprio questo, di portare testimonianza, di far udire la mia voce al popolo tedesco , di rispondere al Kapo che si è pulito la mano sulla mia spalla , al dottor Pannwitz, a quelli che impiccarono Ultimo e ai loro eredi…”. Si tratta di personaggi reali che ritroviamo nel suo capolavoro, nato dall’insopprimibile esigenza etica, dall’urgenza e dalla necessità di un obbligo morale, di rendere consapevoli i contemporanei, attraverso la propria testimonianza diretta, di una delle massime atrocità che gli uomini potessero compiere nei riguardi dei loro simili: l’attuazione dei campi di sterminio. Ma il libro nasce anche dalla volontà di cercare di comprendere – “non posso dire di capire i tedeschi e qualcosa che non si può capire costituisce un vuoto doloroso, una puntura, uno stimolo permanente che chiede di essere soddisfatto” – e dalla sua passione del ricordare, che sono doti tipicamente ebraiche. Egli aveva una tale dimensione della memoria, che è anche “trasmissione di una lingua remota dei padri, sacra e solenne, geologica, levigata dai millenni come l’alveo dei ghiacciai”, che lo portava in qualche modo sempre e comunque all’inevitabile missione della testimonianza e della profezia.

5.Ogni straniero è un nemico.

Ricordare, ricordare per sé e per gli altri compagni innocenti massacrati ; insegnare a tutti come si ricorda, come non si dimentica, come non si deve dimenticare e cercare di studiare e di capire l’uomo: come possa egli, l’uomo, degradarsi al più basso livello morale della sua storia, facendo dello sterminio gratuito, della tortura scientifica , dell’abbrutimento dei suoi simili la propria prassi e il proprio ideale. Che cosa ha trasformato quegli uomini in belve? Gli aguzzini del Lager “erano della nostra stessa stoffa, esseri medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi… ma erano educati al male” . Dunque , individui non diversi da tanti altri , non diversi , forse, da noi, trasformati in spietati carnefici. Per pigrizia mentale, per miope calcolo, per stupidità , per orgoglio nazionale, perché ” erano educati al male”? Ma chi li ha educati al male, e perchè ? “A molti individui o popoli – scrive Levi – può accadere di ritenere , più o meno consapevolmente , che ogni straniero è nemico. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come un‘ infezione latente…”. Ed è su questa infezione latente – che alberga (purtroppo) in ognuno di noi e può manifestarsi in qualunque momento in atti saltuari e incoordinati verso coloro che vediamo come “ stranieri”, o “ diversi” – che dovremmo ancora oggi riflettere, visto quello che si è ripetuto e continua a ripetersi nel mondo anche ora.

6. La Tregua

Levi non è diventato nichilista , né manicheista , si è fatto carico di un giudizio di valori, senza mai perdere di vista la distinzione insormontabile che esiste tra Bene e Male, ma non si è trasformato in rigido moralista ; è riuscito a mantenersi in equilibrio , non idealizzando le vittime e non demonizzando i carnefici , e lo ha fatto attraverso il continuo studio e l’analisi di alcuni aspetti dell’animo umano , ha tracciato una via obliqua verso una nuova dignità , “una cote su cui affilare il cuore e la mente , un crogiolo di purificazione , ma tenuta quasi segreta per evitare ogni retorica”. E lo ha fatto con una scrittura che fosse chiara , semplice , perfettamente lucida – “ una scrittura che deve servire a comunicare , a trasmettere informazioni o sentimenti da mente a mente , perché questo è il compito di chi scrive. Se si scrive in modo oscuro, col solo linguaggio del cuore , non si viene capiti da nessuno e non si trasmette nulla, si grida solo nel deserto”. Ed ecco, dopo la discesa agli inferi di “Se questo è un uomo “ , “La tregua” , il libro-odissea , il libro del ritorno, inteso come travaglio interiore , lotta contro le memorie , resurrezione alla vita , dove gli episodi , i personaggi, gli incontri, le stesse tappe del viaggio stanno ad illustrare , in chiave emblematica , i momenti cruciali di quel doloroso itinerario che è appunto il recupero dell’io , della propria integrità umana , calpestata e avvilita dalle tremende ferite che Levi ha dovuto subire. “La Tregua “ è anche una salita verso una liberazione che si mostrerà illusoria .

7. Il peso terribile del ricordo

“La libertà , l’improbabile , impossibile libertà , così lontana da Auschwitz che solo nei sogni osavamo sperarla, era giunta; ma non ci aveva portato alla Terra Promessa. Era intorno a noi, ma sotto forma di una spietata pianura deserta. Ci aspettavano altre prove, altre fatiche , altre fami, altri geli, altre paure”. E tutti i suoi libri successivi, fino all’ultimo, “I sommersi e i salvati” , conserveranno quel linguaggio “ chiaro , essenziale , comprensibile a tutti, come le elaborazioni chimiche che hanno una lunga ombra simbolica del ridurre , concentrare, distillare , cristallizzare , “una lunga arringa , – scrive Tzvetan Tudorov , – di chi rifiuta le risposte facili basati su esami frettolosi” . Levi non si accontenta di rievocare gli orrori del passato , ma si interroga a lungo e con pazienza sui significati che tali orrori hanno oggi per noi. Sa che le passioni e i comportamenti umani non cambiano mai radicalmente e la storia si ripete; ed è proprio in questo atteggiamento verso il passato che sta la sua lezione più preziosa. Che uomini come Levi abbiano camminato su questa terra , che siano sfuggiti all’insidiosa penetrazione del male che sapevano così bene descrivere , è fonte di incoraggiamento per il lettore di questo libro, comunque sprofondato negli abissi della miseria e nella malinconia . Levi non ce l’ha fatta a sostenere il peso dei ricordi, “ che giacciono in noi e sono incisi sulla pietra” , e che diventeranno man mano talmente ossessivi in lui da condurlo all’estrema tragica disperazione del gesto fatale perché sempre, al “superstite” del Lager “ad ora incerta,/quella pena ritorna,/e se non trova chi lo ascolti/ gli brucia in petto il cuore./ Rivede i visi dei suoi compagni/lividi nella prima luce,/grigi di polvere di cemento,/indistinti per nebbia,/tinti di morte nei sonni inquieti…. “Indietro, via di qui, gente sommersa,/Andate. Non ho soppiantato nessuno, /non ho usurpato il pane di nessuno,/nessuno è morto in vece mia. Nessuno./Ritornate alla vostra nebbia./Non è colpa mia se vivo e respiro. E mangio e bevo e dormo e vesto panni”.

Sarà quest’angoscia senza sosta , questo senso di rimorso senza fine che lo porterà al suicidio. “Nessuno sa le ragioni di un suicidio , neppure chi si è suicidato”. E’ la tarda mattinata dell’11 aprile 1987 , Primo ha da poco subito un delicato intervento alla prostata , soffre di depressione acuta e non può prendere antidepressivi, è stanco di rivivere la propria atroce sofferenza , anche a distanza di più di trent’anni; decide di farla finita , e dopo aver salutato e ringraziato con un sorriso gentile la portinaia che gli portava la posta, si getta nella tromba delle scale della casa paterna, lasciando un ultimo messaggio a tutti noi: “Non dimenticate”.

Roma, 29 novembre 2012

21 pensieri su “Primo Levi: non dimenticatemi!

  1. È vero, i fatti ci insegnano che “la storia si ripete” e per questo è importante non dimenticare.
    Grazie Augusto per la tua sensibilità e cultura.
    MCri

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  2. Come sempre un compiuto e bellissimo saggio, pieno di sensibilità, attento a riportare quello che era nell’animo dell’autore preso in esame, per farcelo conoscere nell’essenza, nella sua totalità di pensiero.
    Ho notato come rimarchi quel suo desiderio di far sapere, far conoscere perché non si dimentichi.
    E’ la stessa ossessione, se così si può dire, che lo unisce a P. Celan (autore che attualmente stai citando molto spesso su fb), e tutti e due hanno scelto la stessa fine: il suicidio, forse non reggendo al “rimorso” di essere sopravvissuti agli orrori del lager, come tu stesso sottolinei.
    Ti ringrazio di questo ulteriore arricchimento che hai voluto donarci.

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  3. Grazie, Augusto, di averci portato ancora la presenza di Primo Levi, restituendogli tutta la complessità del suo vissuto e delle atrocità che ha dovuto vedere e subire. La sua anima è qui, nelle parole con cui lo fai rivivere.
    Ed è proprio così, uomini come Levi non moriranno mai, fin quando qualcuno ne riporterà memoria, fin quando qualcuno si indaricherà di riassumerne la grandezza, come hai fatto tu.
    Grazie, ancora!

    Cristina

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  4. Finora ho notato commenti di sole donne, le cose sono due: o sono molto apprezzato e amato dalle donne, e assai meno dagli uomini , e questo mi fa molto piacere , anche se è spenta in me ogni velleità di natura machista ( lo dico per l’età, e non solo per quella) , perchè rimango rigorosamente etero , o le donne hanno una sensibilità ( e questo lo si sapeva già) infinitamente superiore alla media dei maschietti, che pure ho cercato di cooptare in questo blog. Comunque , Primo Levi, credo il più “sofferto” e più “schivo” degli scrittori italiani, che Iddio lo guardi per tutta l’angoscia da cui è stato sommerso, ve ne sarebbe stato grato, e con un sorriso avrebbe detto semplicemente, Grazie di non avermi dimenticato.
    Un abbraccio a tutte voi.
    Augusto

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  5. Ritratto emblematico di un uomo-scrittore, Primo Levi, sopravvissuto all’orrore dei campi di sterminio, ma non-mai ri-nato alla vita. La sua testimonianza è preziosa, le sue opere fondamentali per la memoria delle future generazioni. Augusto Benemeglio, ne delinea i tratti essenziali con grande vigore e partecipazione. La pietas sembra prevalere sul senso di sconfitta, ma lo sconcerto rimane di fronte alla devastazione del male causato dall’uomo nei confronti dei suoi simili.

    Rosaria Di Donato

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  6. Caro Augusto, mi sono chiesto spesso come Natalia Ginzburg abbia potuto rifiutare il manoscritto di Primo Levi, una Levi anche lei, di Torino, che aveva conosciuto gli orrori della Guerra (penso alla morte del marito, Leone Ginzburg, a causa delle torture dei fascisti). La spiegazione che mi sono data è che per la Ginzburg, come per molti altri del resto, le vicende narrate in ‘Se questo e’ un uomo’ riaprivano ferite profonde e c’era voglia di lasciarsi dietro una tragedia così immane. Ho trovato questa intervista a Levi in cui da’ una sua spiegazione dell’accaduto:

    “Premetto che non le serbo rancore (ma forse sì, per un certo periodo gliene ho serbato). Ho pensato a tante cose: forse era satura di manoscritti – fare il lettore in una casa editrice è un brutto mestiere; si è costretti a falciare… poi… è un fatto che, pur conoscendola bene, non abbiamo mai chiarito”.

    http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/spettacoli_e_cultura/primo-levi/primo-levi/primo-levi.html

    un caro saluto
    Abele

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  7. “… è riuscito a mantenersi in equilibrio, non idealizzando le vittime e non demonizzando i carnefici, e lo ha fatto attraverso il continuo studio e l’analisi di alcuni aspetti dell’animo umano, ha tracciato una via obliqua verso una nuova dignità, “una cote su cui affilare il cuore e la mente, un crogiolo di purificazione, ma tenuta quasi segreta per evitare ogni retorica”.

    Eppure poi quel sottile filo, sul quale scorre funambolicamente la sua vita, si spezza e Primo Levi cade “dentro” a quelle scale, ultima recinzione, separazione, tra un qui pieno d’angoscia e incubi e un altrove dove (forse) incontrare le figure perse e indimenticabili che lo tormentano.
    Non so perché siano più le donne a lasciare un commento caro Augusto, forse non significa che i signori siano in meno a leggerti, magari sono solo più motivate a lasciare un pensiero scritto, più nella loro natura consolatrice; questa è una pagina dolorosa e uomini e donne non reagiscono allo stesso modo di fronte a questa emozione.
    La tua conclusione, in un riassunto dei fatti “stretto”, detto in un abbraccio fraterno a Primo, è toccante. Sono certa che il tuo sia un vero e accorato appello, a che il suo ultimo desiderio venga esaudito.

    Grazie sempre per riportare a noi queste personalità importanti, di farlo nel modo in cui tu lo fai: trasformandole in persone, sentite, avvertite, nella loro unicità d’anima, viste nella loro “ombra luminosa”.

    Doris

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  8. Caro Abele, ( per ora unico maschietto a intervenire) , me lo sono chiesto spesso anch’io:come ha potuto la Ginzburg, grandissima letterata ( a me un tempo “antipatica”), non pubblicare un capolavoro come “Se questo e un uomo”?
    Il fatto è probabilmente dovuto a diverse concause. Una è quella che dici tu ( il voler rimuovere , o non rievocare un passato doloroso e crudele, pieno di orrore e miseria , in cui era stata direttamente colpita con la morte del marito e per essere lei stessa ebrea ) , le altre di natura magari più ” commerciali” ( in fondo lavorava per una casa editrice che doveva vendere i prodotti ); negli anni del dopoguerra di memoriali sulla guerra ce ne lerano un’infinità , e probabilmente non li si leggeva neppure; il terzo fattore potrebbe risidere proprio nel fatto che Primo Levi ( al secolo Damiano Malabaila ) lei lo conosceva come chimico , certamente non come letterato, e lo stesso Primo rifiutò a lungo di essere annoverato fra gli scrittori, fin quando la fama del romanzo, tradotto in tutte le lingue possibili, fu tale che lasciò di fare il chimico e visse – beato lui! – quasi esclusivamente di scrittura. Ma un tipo di scrittura sempre fortemente impegnata , con una pausa , forse, nei racconti fantastici di “Storie Naturali” e nella collaborazione con la Rai per certi racconti di fantascienza .
    Un abbraccio

    Augusto

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  9. Grazie, Rosaria , grazie Doris, due caffè pagati, alla prima occasione. Per Rosaria credo che la cosa sia più che possibile, diciamo probabile , vivendo nella stessa città, mentre per la “ladina”(nel senso più esteso e nobile della parola e non solo per la regione) , da gran tempo carissima al mio cuore , sarà un po’ più difficile ( entrambi abbiamo difficoltà a viaggiare), ma non si sa mai. Nella vita le sorprese non mancano mai. Un abbraccio
    Augusto

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  10. Qualsivoglia motivazione obbligasse la Ginsburg a dividersi e dissociarsi da se stessa, fu errore: come non fu errore la sofferenza infinita da Levi vissuta ed espiata; sempre accade tuttavia, che al Bene si affianchi il Male,con le sue maschere di banalità e orrori, ovvii e acquiescenti. Mio padre,scampato da uno stalag austriaco, distaccamento di Mathausen,e diventando poi insegnante di lettere, riusci con fatica estrema a parlarne, e a scriverne, del campo: con negazioni e dissimulazioni sedò il trauma, ma non dimenticò MAI. Credo che la negazione sarebbe stata una porta.stretta, per lui, quella che non volle passare mai.
    Sempre vivo, con noi. Levi.
    Shalom!
    Maria Pia Quintavalla

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  11. D’accordissimo con te ,Maria Pia, tant’è che una lunga antipatia nutrita nei confronti della Ginsburg, soprattutto nei mie anni giovanili ( a dire il vero non è scrittrice che si possa apprezzare quando si è molto giovani), deriva proprio da questo suo rifiuto, da questa solenne “cantonata” ( e non fu la sola) che prese nei confronti di un capolavoro come “Se questo è un uomo”. Se non ricordo male ci fu anche il caso del guerriero timido , di Fenoglio e del “Partigiano Johnny”, ma capita che ( lo sapeva bene Baudelaire) , che i fiori più belli e odorosi nascano dal fango , e le stelle più luminose ti fioriscano sotto i piedi senza che tu te ne accorga.
    Un saluto.
    Augusto

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  12. Ha provato ad “espiare” la colpa di essere sopravvissuto, ad alleviare il dolore continuo e distruttivo dei ricordi, delle immagini, dei volti, della crudeltà, testimoniandolo nei suoi scritti e quindi continuando a riviverlo.
    Alla fine, dopo una vita di sofferenze indicibili e non più sopportabili, ha scelto l’unico modo possibile per riuscire a dimenticare.
    Nessuno potrà mai sapere cosa o chi gli abbia impedito di aprire il suo cuore, di invocare Chi stava lì, davanti a lui, pronto a guarire ogni sua piaga, a cancellare ogni suo dolore.

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  13. Eh, sì, Roberta, talvolta , quando si ha una grandissima e profondissima sensibilità, anche l’essere sopravvissuto diventa una colpa ; di tantissimi che furono deportati dall’Italia Levi fu uno dei rarissimi che ritornò. Se a una persona comune come noi fa male pensare che una “caduta” ( e chi non è caduto?) della coscienza può sicuramente aver provocato danni ai nostri simili, quella “resistenza tenacissima della memoria” di Levi doveva essere un’eco martellante e terribile…Eppure , lui stesso scrive che nessuno sa i motivi di un suicidio. E credo che nel suo caso sia stato colto , in quel periodo tragico , anche da un momento di fortissima depressione.
    Grazie del tuo intervento. Ora , però, pensa alla “contessa”.
    Un abbraccio

    Augusto

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  14. Caro Augusto hai costruito un quadro conciso ma completo, di facile lettura e comprensione (nello stile dell’autore). Dai tratti lineari decisi, dai colori vivi che emergono dal fondo di chiaroscuri che contraddistinguono il carattere complesso e sensibile di Primo Levi. Complimenti sinceri per la piana e lucida esposizione, priva di ogni amplificazione retorica. Scusa il mio ritardo, Lino Battilana

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  15. Caro antico e sempre nuovo amico Lino, ti tengo stretto nel cuore come una conchiglia, perchè riapri sempre strade
    ancora illuminate dalla sola luna , ma che sapevano di ingenua e sana ignoranza della vita , e i cieli erano ancora
    privi di “altri lumi” ( come disse poi Quasimodo) , limpidissimi , o foschi che fossero , ma pieni di deità e di stupita
    meraviglia. Primo Levi per noi allora era ancora sconosciuto, ma conoscevamo già il senso del sacrificio e del dovere, il dare e l’avere.
    Grazie.
    Un abbraccio fortissimo.
    Augusto

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  16. la prima volta che lessi il titolo se questo è un uomo, credevo che si riferisse alla cattiveria degli aguzzini, leggendo il libro ho capito che si riferiva alle vittime degli orrori, ridotti in condizioni così pietose fisicamente e spiritualmente da non aver nulla di umano. La lotta per la sopravvivenza di questa umanità è stata messa in risalto da Levi che l’ha anteposta alla stessa sopravvivenza nella sua vita quotidiana nel laeger e la stessa lotta l’ha letta e l’ha vista anche in altri compagni -prigionieri. Il saggio di Augusto mette in risalto aspetti salienti della vita e dell’opera di questo autore in un raccordo temporale che iscrive la vicenda più tragica all’interno di un percorso spirituale capace di chiarirne ancora di più le dinamiche. I punti di snodo dei diversi momenti intellettuali e di vita sono ben evidenziati. In particolare Augusto ha dato risalto anche all’interpretazione che Levi ha dato del futuro, non solo del passato o del suo presente
    Che cosa ha trasformato quegli uomini in belve? Gli aguzzini del Lager “erano della nostra stessa stoffa, esseri medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi… ma erano educati al male” . Dunque , individui non diversi da tanti altri , non diversi , forse, da noi, trasformati in spietati carnefici. Per pigrizia mentale, per miope calcolo, per stupidità , per orgoglio nazionale, perché ” erano educati al male”? Ma chi li ha educati al male, e perchè ? “A molti individui o popoli – scrive Levi – può accadere di ritenere , più o meno consapevolmente , che ogni straniero è nemico. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come un‘ infezione latente…”. Ed è su questa infezione latente – che alberga (purtroppo) in ognuno di noi e può manifestarsi in qualunque momento in atti saltuari e incoordinati verso coloro che vediamo come “ stranieri”, o “ diversi” – che dovremmo ancora oggi riflettere, visto quello che si è ripetuto e continua a ripetersi nel mondo anche ora”
    La strage del Ruanda, la strage nella ex Jugoslavia e la storia si ripete…
    Pamela Serafino

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  17. Grazie, Pamela, è tutto vero quel che dici ( le stragi razziali potrebbero continuare all’infinito con i curdi i kosovari gli armeni i mongoli etc), e suona come monito ed eredità perenne di Primo Levi, l’uomo gentile che avrebbe voluto far bene solo una cosa: il chimico. Invece lasciò una delle testimonianze più alte e universali del dolore nella letteratura mondiale. Un abbraccio.
    Augusto

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