Vivalascuola. Per un governo democratico della scuola

“Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere.” (Italo Calvino)

Questa puntata di vivalascuola è dedicata all’ex pdl 953 (legge Aprea), l’attuale ddl 3542, che una massiccia mobilitazione del mondo della scuola e l’approssimarsi delle elezioni politiche hanno (provvisoriamente) bloccato. Ma “il mondo della scuola deve essere consapevole che, al di là di tutti i proclami quotidiani sulla centralità della scuola, i fatti concreti di questi ultimi venti anni dimostrano che nella cultura dominante nel nostro Paese la centralità della Scuola è solo uno slogan propagandistico; è pertanto necessario rilanciare, anche a livello culturale, prima che sia troppo tardi, un’idea di scuola alternativa che poi è l’idea di scuola della Costituzione(vedi qui). In questa puntata Marina Boscaino presenta la problematica della democrazia scolastica e della libertà di insegnamento, dalla sua affermazione nell’art. 33 della Costituzione al suo stravolgimento con la legge di parità e con il ddl 3542; Anna Angelucci fa un excursus storico dal primo annunciarsi dell’autonomia fino al ddl 3542, mostrando come le tappe dell'”autonomia” così come si è realizzata siano le tappe dell’impoverimento e della privatizzazione di fatto della scuola statale.  Antonia Sani presenta i punti qualificanti di un progetto alternativo di governo della scuola promosso dal Coordinamento nazionale “Per la scuola della Costituzione”, che sarà illustrato e discusso in un seminario nazionale che si svolgerà a Roma domenica 16 dicembre.

Dal dlgsl 29 al ddl 3542: come si svincola la scuola dal suo mandato costituzionale
di Marina Boscaino

A ben guardare, il processo di allentamento della democrazia interna agli istituti del sistema scolastico italiano è iniziato molto tempo fa. L’osservazione di fondo dalla quale partire è che la messa in discussione del dispositivo determinato dai decreti delegati del ’74, che hanno normato gli organi collegiali, non è elemento dirimente rispetto alla crisi della democrazia scolastica e della partecipazione. Occorre ricordare – ad esempio – che la spinta propulsiva data dalle singole scuole al cammino di mobilitazione recentemente sviluppatosi contro alcune proposte del governo (le 24 ore, ad esempio) è stata possibile grazie al fatto che gli organi collegiali esistono e possono funzionare con l’efficacia con cui sono stati fatti funzionare in questa occasione. La crisi di partecipazione e democrazia scolastica, cioè, non deve e non può essere interpretata come crisi degli organi collegiali e della loro funzione; ma come frutto di una deriva – che investe la società tutta che, non a caso, la esprime in astensionismo, annullamento del voto e grillismo – che è stata volontariamente propiziata dall’egemonia dell’economia sulla politica.

La scuola non è stata esente da questo modello. Gli studenti programmati come consumatori acritici; i docenti acquiescenti e subordinati ad una logica pseudo-imprenditoriale, che fa delle singole scuole tante agenzie la cui sopravvivenza (soprattutto alle superiori) è strettamente correlata alla acquisizione di utenza, più o meno orientata, basta che sia.

Come tutti gli altri l’ex pdl 953, l’attuale ddl 3542, che solo una massiccia mobilitazione del mondo della scuola e la congiuntura politica infelice di una fine legislatura tempestosa e tesa hanno potuto (provvisoriamente) bloccare, non rappresentano altro che la naturale continuazione di una tendenza intenzionalmente imposta alla scuola a partire dagli anni ’90. Configurare gli istituti scolastici come servizio pubblico (che può essere gestito – in quanto tale – dal privato o dal pubblico) e non più come compito istituzionale e primario dello Stato ha volontariamente ibridato la nettezza con cui la nostra Costituzione, agli artt. 3, 9, 33 e 34 ha dettagliato limpidamente ed inequivocabilmente quella funzione.

È addirittura dal 1993, con il dlgsl 29, sulla revisione della disciplina sul Pubblico Impiego, che si è cominciato a mettere in discussione la funzione istituzionale della scuola statale. I passi che poi sono definitivamente stati compiuti negli anni seguenti, risalgono alla legge 59/97 (art. 21, autonomia scolastica, con il successivo Dpr 275/99; con il Decreto Interministeriale 44/01 (regolamento di contabilità) e con il dlgsl 165/01, art. 25, istituzione della dirigenza scolastica) . Con quelle leggi si è determinata l’autonomia degli istituti scolastici, sulla base di una autonomia didattica, organizzativa, di ricerca sviluppo e sperimentazione; della gestione economica delle scuole; del passaggio dal preside al dirigente scolastico, figura inquadrata nel più ampio campo della dirigenza pubblica, con prerogative rinnovate e funzioni ulteriori, ma soprattutto con un passaggio dal ruolo di “primus inter pares” ad un ruolo dirigenziale vero e proprio.

Il percorso – dal punto di vista che stiamo analizzando – non è esente da una riflessione sulla legge 62/00, che – determinando la parità tra le istituzioni private che ne abbiano i requisiti e le scuole dello Stato – ha di fatto annesso nel sistema scolastico nazionale istituti che per il 65% sono confessionali, determinato successivamente l’erogazione di fondi alle scuole paritarie (particolarmente grave in tempi di contrazione della spesa sulla scuola dello Stato), prodotto la strana ambiguità semantica (e sostanziale) che ha consentito di considerare paritarie anche le scuole dell’infanzia comunali (perché non statali). E, di conseguenza, rivendicare l’efficacia della legge (e la necessità dei finanziamenti) per sostenere quelle scuole, che però di fatto sono il 18,5% delle paritarie, cui appartengono anche un gran numero di “diplomifici a “piramide rovesciata”, che consentono l’erogazione di titoli di studio previe rette profumate. E noi paghiamo.

La scuola dello Stato è laica, l’insegnamento deve essere improntato a criteri di pluralismo. Il pensiero divergente, la sottrazione al pensiero unico, alla programmazione di studenti come consumatori acritici quali molti li vorrebbero, dipende principalmente da questa prerogativa costituzionale, una tutela soprattutto per gli studenti, un dovere per gli insegnanti. Essere insegnanti oggi può e deve voler dire soprattutto individuare strumenti – attraverso la cultura e la relazione educativa – per consegnare alla società cittadini consapevoli, in grado di esprimere un contributo critico e solidale, competente e autonomo rispetto alla complessità dell’esistente. Consegnare quella cittadinanza consapevole ai nuovi italiani, senza frantumarne appartenenza, storia, identità. Provare a ribaltare il paradigma di omologazione che costituisce l’unica garanzia effettiva per un futuro migliore. Per questo è necessario che la democrazia scolastica si rafforzi, cresca nelle comunità che più di ogni altra possono rappresentare un modello di società alternativa e non appiattita sui parametri dell’egemonia economica, del pensiero unico, dell’interesse privato anteposto all’interesse generale.

L’entrata, anche solo potenziale, dei privati nelle scuole (con facoltà di voto o senza, poco importa) configura un’accelerazione negativa nel raggiungimento di un unico obiettivo: svincolare la scuola dal suo mandato costituzionale e ridurla definitivamente a mero servizio pubblico, ad azienda con una propria identità, un proprio successo sul mercato, una propria fama determinata non più dalla capacità di esprimere al meglio la garanzia del diritto allo studio e all’apprendimento, del pluralismo culturale, di pratiche didattico-pedagogiche efficaci, ma dalla collocazione e dall’appetibilità che tale collocazione – in senso positivo o negativo – potrà esercitare sui futuri investitori.

L’apertura definitiva a criteri privatistici, l’apertura al contributo di risorse private meno vincolate a norme uguali per tutti, quali esistono oggi, renderanno gli istituti soggetti non solo a grandi differenze tra loro, già individuate dalla stesura di statuti autonomi, ma anche di un potenziale assoggettamento (in particolare nei tempi di vacche magre che stiamo vivendo) alle incursioni e ai condizionamenti dei mecenati di turno. Il completamento del percorso diverrebbe inevitabile. Da scuola della Costituzione, da scuola dell’art. 3, si configurerebbe la determinazione (ancor più di quanto già in atto, con il divario tra istruzione liceale e tecnico professionale; con un obbligo di “istruzione”, che equipara un anno di apprendistato all’ultimo anno nel biennio delle superiori) della scuola che immobilizza le differenze sociali, che non emancipa ma riproduce e sclerotizza diritti e non diritti di nascita e di casta. È questo che davvero desideriamo per il futuro del nostro Paese?

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Il cammino dell’autonomia: impoverimento e privatizzazione della scuola statale
di Anna Angelucci

E’ già dalla fine degli anni Ottanta che, in Italia, si comincia a parlare dell’autonomia scolastica, ma solo nel 1997, durante il primo Governo Prodi, con Luigi Berlinguer ministro della Pubblica Istruzione, essa venne tradotta in legge, nella fattispecie con l’art. 21 della legge delega n. 59, successivamente normato dai regolamenti attraverso i suoi decreti attuativi, in particolare il DPR n. 275 del 1999.

Quella legge, nelle sue linee generali, delegava al Governo il conferimento di funzioni e compiti alle regioni e agli enti locali, la riforma della Pubblica Amministrazione e la semplificazione amministrativa. In questa cornice giuridica, ascrivibile al principio del ‘decentramento’, venivano progressivamente attribuite alle istituzioni scolastiche funzioni dell’amministrazione centrale e periferica in materia di gestione del servizio di istruzione, anche in deroga alle norme vigenti in materia di contabilità dello Stato, ma comunque sempre e rigorosamente all’interno di norme generali unitarie e nazionali.

Questa chiara e inequivocabile interpretazione dell’autonomia viene riconfermata dal DPR 275/99, il regolamento attuativo, che all’art. 1, comma 1, dichiara il carattere funzionale dell’autonomia delle istituzione scolastiche, le quali progettano e realizzano le loro attività, legate al nuovo piano dell’offerta formativa, coniugando esigenze e potenzialità individuali agli obiettivi nazionali del sistema di istruzione. L’autonomia conferita alle scuole è garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale (art. 1, comma 2) ed ha come scopo, e sua ragion d’essere, il raggiungimento del successo formativo dello studente inteso come ‘persona umana’, riconosciuto nel suo contesto famigliare e sociale e nei suoi concreti bisogni di apprendimento.

In questo senso, l’autonomia didattica consente la scelta di percorsi formativi funzionali che concretizzano obiettivi nazionali, declinandoli sulle diversità e sulle potenzialità di tutti gli alunni; l’autonomia organizzativa prevede l’ottimizzazione delle attività di insegnamento/apprendimento anche attraverso scelte metodologiche e organizzative eventualmente differenziate da scuola a scuola; l’autonomia di ricerca, sperimentazione, sviluppo valorizza una progettazione formativa, metodologica e disciplinare, e una ricerca valutativa flessibili, che tengano conto del contesto culturale, sociale ed economico delle realtà locali in cui le scuole sono inserite. Come effetto del combinato disposto tra la legge e i suoi regolamenti, alle scuole viene assegnata dunque autonomia finanziaria e personalità giuridica (L. 59/97, art. 21, commi 4 e 5); ai capi d’istituto la qualifica dirigenziale (L. 59/97, art. 21, comma 16) da esercitarsi nel rispetto delle competenze degli organi collegiali della scuola (DPR 275/99, art. 16, commi 1 e 2), che garantiscono non solo l’efficacia dell’autonomia delle istituzioni scolastiche nel nuovo quadro normativo di riferimento, ma soprattutto la salvaguardia della democrazia della vita scolastica, attraverso la partecipazione costante, collettiva e consapevole di tutte le sue componenti.

Naturalmente questi provvedimenti legislativi si accompagnavano ad un progetto forte di finanziamento della progettualità legata all’idea dell’autonomia e alle sue possibilità di realizzazione pratica: con questo intendimento venne emanata la Legge 440 del 1997, “Istituzione del Fondo per l’arricchimento e l’ampliamento dell’offerta formativa e per gli interventi perequativi”. Ebbene, mette appena conto osservare che dai 269,2 milioni di euro del 2001 siamo arrivati agli 88 milioni circa del 2011, con un taglio netto del 70%, e che oggi, nel ddl di stabilità attualmente in discussione in Parlamento, si impone un ulteriore decurtazione di 47,5 milioni di euro per l’anno scolastico in corso!

Ma, in questo quadro di sintetica ricostruzione della storia dell’autonomia scolastica, prima di arrivare all’oggi e prima di proporre una riflessione sul ddl 3542 (ex 953, Aprea et al.) attualmente in discussione in Commissione Cultura al Senato, occorre ricordare due momenti fondamentali di un percorso che non ha una valenza meramente giuridica, poiché ha a che fare con la storia delle istituzioni del nostro Paese, con le sue matrici costituzionali, con le sue strutture mentali, culturali e politiche: la modifica del Titolo V della nostra Costituzione e la Legge n. 53 del 2003, ministro dell’Istruzione Letizia Moratti, “Delega al Governo per la definizione delle norme generali sull’istruzione e dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e formazione”.

Nel 2001 il Parlamento italiano ha varato la modifica del Titolo V della Costituzione, relativo all’ordinamento territoriale della Repubblica. La riforma costituzionale, realizzata dall’Ulivo sulla base di un testo approvato da maggioranza e opposizione nella Commissione Bicamerale per le riforme istituzionali presieduta da Massimo D’Alema, non fu approvata dal quorum dei 2/3 del Senato, ovvero dalla sua maggioranza qualificata: ciò permise il referendum confermativo, in cui il 64,20 % dei votanti (ma solo il 34,10 % degli italiani si era recato alle urne) espresse parere positivo; la riforma, dunque, entrò in vigore l’8 novembre 2001. Con questa legge di revisione si puntò a creare le basi e le condizioni essenziali per una futura trasformazione dell’Italia in una Repubblica federale e la forte spinta al decentramento venne legittimata dai suoi promotori anche con il riferimento all’art. 5 della Costituzione, secondo cui “la Repubblica, unica e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più alto decentramento amministrativo, adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”.

La riforma costituzionale è stata ampiamente e autorevolmente criticata: studiosi, esperti, accademici ed esponenti delle istituzioni hanno in più occasioni descritto in passato il rischio della vischiosa proliferazione burocratica puntualmente verificatasi; illustri costituzionalisti hanno paventato il pericolo di un’emergenza democratica, individuando nella competenza concorrente delle Regioni la causa di una lunga serie di conflitti disgregatori. Ma i fautori del decentramento, anche scolastico, e del principio di sussidiarietà verticale (“la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”) e orizzontale (“Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale”) colsero l’occasione per formulare, alla luce del novellato Titolo V, una nuova ipotesi di riforma complessiva del nostro sistema nazionale di istruzione e formazione.

La legge n. 53/2003, che sancisce non più l’obbligo scolastico bensì un imprecisato “diritto-dovere all’istruzione e alla formazione”, provò a separare le scuole dell’istruzione liceale, con norme generali a esclusiva legislazione statale, e le scuole dell’istruzione e formazione professionale, a esclusiva legislazione regionale ma con Lep (Livelli essenziali di prestazione) indicati dallo Stato, e ad assegnare alle singole istituzioni scolastiche un’autonomia non più soltanto ‘funzionale’ ma ‘strumentale’ non solo all’individuazione dei ‘mezzi’ ma anche alla scelta dei ‘fini’ dei processi di insegnamento/apprendimento.

Smantellata dal ‘cacciavite’ del successivo Ministro Fioroni, la legge Moratti si era pericolosamente avvicinata all’ipotesi di cortocircuito rappresentato dal combinato disposto tra regionalizzazione dell’istruzione e federalismo fiscale: nessun fondo perequativo garantito dallo Stato avrebbe potuto compensare le profonde fratture e disuguaglianze nell’offerta formativa che quella legge correva il rischio di produrre e sedimentare.

Della Gelmini e delle sue controriforme è stato scritto già tutto: per quattro anni la scuola non è stata governata dal MIUR ma dal MEF. I provvedimenti emanati in questa ultima legislatura hanno avuto il solo scopo di rendere possibili i tagli previsti dalla Legge 133 del 2008. E così è stato. Oggi abbiamo decine di migliaia di lavoratori della scuola in meno; miliardi e miliardi di euro sottratti alle tasche dei docenti, del personale amministrativo e alle casse delle scuole; meno insegnanti, anche per i disabili, meno ore di lezione, meno discipline, meno lingue straniere, meno finanziamenti per le attività di recupero, per le attività sportive, per i corsi di italiano L2, per il recupero e per il sostegno. Non ci sono soldi per costruire nuove scuole, anzi gli istituti vengono accorpati per risparmiare ancora sui servizi di segreteria, non ci sono soldi per l’ordinaria manutenzione, né per garantire le condizioni minime di sicurezza.

L’autonomia delle scuole ha permesso ai Consigli d’Istituto di chiedere contributi volontari alle famiglie, aumentandoli di anno in anno, e rendendosi così autori della privatizzazione della scuola statale. Siamo tutti complici della privatizzazione della scuola statale: laddove, come docenti, abbiamo accettato di svolgere attività formative pagate dagli studenti, credendole irrinunciabili; laddove, come genitori, in assenza dei finanziamenti ministeriali, abbiamo preferito pagare di tasca nostra per evitare che ai nostri figli venisse sottratto il diritto di imparare anche solo una piccola cosa in più.

Intanto il Partito Democratico propone la sua idea di riforma degli organi di governo della scuola, senza il necessario confronto preliminare con i protagonisti del mondo della scuola, spacciando l’attuale ddl 3542 in discussione in Commissione Cultura al Senato come la versione emendata dell’ex pdl 953 (Aprea et al.). Sappiamo in verità che questo ddl corrisponde invece esattamente all’idea che il Pd ha della scuola, al suo progetto di scuola legata al territorio, di scuola come ‘comunità’ locale, e che solo la profonda e radicale mobilitazione del mondo della scuola ha momentaneamente interrotto. Già nel 2008, infatti, la deputata del Partito Democratico Letizia De Torre aveva presentato un ddl sull’autonomia statutaria delle scuole, fulcro della legge 953 rivisitata, attualmente oggetto di un netto e radicale dissenso. La proposta dell’autonomia statutaria, accompagnata dalla presenza dei rappresentanti delle realtà e delle istituzioni locali negli organi di governo della scuola, costituisce per il Partito Democratico l’ideale compimento della legge sull’autonomia, percorso iniziato quindici anni fa e non ancora concluso.

Per chi, come noi del Coordinamento Nazionale “Per la Scuola della Costituzione”, crede nella scuola disegnata da una Costituzione formale che coincide e non confligge con quella materiale, l’unica autonomia possibile e auspicabile è quella di una scuola in grado di assolvere al suo mandato costituzionale, ovvero porre i cittadini in condizione di uguaglianza nell’esercizio dei loro diritti.

Libera dai condizionamenti della burocrazia e della partitocrazia (o pseudotecnocrazia) ministeriali, o della meritocrazia intesa come modello oligarchico di governance, per di più localmente definito, libera dalla presenza di soggetti esterni nei suoi organi di governo, la scuola deve rivendicare, primo fra tutti, il compito di riconfigurare gli assetti sociali di partenza per promuovere un’eguaglianza non di status bensì fondata sul concreto esercizio della libertà personale. Solo attraverso il rafforzamento, e non la cancellazione, degli spazi di democrazia scolastica, solo attraverso il rafforzamento di un’autonomia di mandato che la ponga in un orizzonte d’attesa nazionale se non addirittura sopranazionale, la scuola potrà riconfermare il suo irrinunciabile senso, all’alba del III millennio.

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Per un’autonomia del sistema scolastico
di Antonia Sani

E’ notizia delle ultime settimane che l’iter contrastato con tanta veemenza dal mondo della scuola nelle mobilitazioni in corso in tutta Italia ha prodotto lo scaricamento della pdl Aprea su un “binario morto. Sono le parole di alcuni rappresentanti del PD pronunciate in pubblici convegni. La pdl 953 era approdata al Senato nel mese di ottobre, col n. 3542 dopo il voto favorevole della Commissione VII della Camera, voto espresso da un’ampia maggioranza cui si erano opposte solo I.d.V. e Lega.

Al Senato sono state avviate le audizioni promesse dal PD, e il Coordinamento Nazionale “Per la Scuola della Costituzione” aveva presentato la propria richiesta a nome di una decina di associazioni facenti parte del Coordinamento, pronte a presentarsi col pacchetto delle migliaia di firme raccolte e le centinaia di mozioni approvate dai Collegi dei docenti, ma, a conferma di quanto appreso in questi giorni, le audizioni sono ora sospese a data da destinarsi…

Nel frattempo le drammatiche conseguenze causate dalla bellicosa ridiscesa in campo di Silvio Berlusconi fanno supporre che su quel binario morto la pdl Aprea dormirà un lungo sonno.

I rischi per la Scuola della Costituzione contenuti in quella proposta erano stati indicati dalle associazioni fin dal momento della sua presentazione da parte dell’on. Aprea, allora sottosegretaria della ministra Moratti. Anche il PD ne aveva evidenziato negativamente il carattere aziendalistico che ne costituiva il fondamento. Il modello era l’impresa privata, nella fattispecie quello delle scuole private. Per alcuni anni di quella pdl non si parlò più.
Ma ecco la sua ricomparsa nel corso del “Governo tecnico”, come lascito dell’on. Aprea nel momento del suo abbandono dell’aula parlamentare per l’assessorato all’istruzione della Regione Lombardia…

Come è noto, la discussione della proposta di legge non avvenne nell’aula parlamentare, ma nel chiuso della VII Commissione. Il PD si vantò di essere riuscito ad eliminarne le parti peggiori (chiamata diretta dei docenti da parte delle scuole, nuovo stato giuridico dei docenti..), promettendo ulteriori miglioramenti. Resta comunque il fatto che dalla Camera la 953 passò al Senato con un’inaccettabile affermazione dell’autonomia delle scuole, ciascuna con proprio statuto, con presenza di esterni nel “Consiglio dell’autonomia”, e la conferma del prevalere del Dirigente Scolastico sulle competenze degli Organi Collegiali stabilite nel DPR del 1974.
Tuttavia, l’appoggio del PD al testo attuale – ritenuto depurato di tutti i punti contestabili – ha le sue radici in un percorso che non va sottovalutato.

Un percorso iniziato nel 1994 con il documento firmato da 31 intellettuali di Centrosinistra intitolato “Una buona idea per la scuola”. E’ da lì che prende le mosse una visione delle scuole che per essere efficienti e all’altezza dei tempi dovevano porsi sul “mercato per i meriti che sarebbero loro riconosciuti. Dovevano quindi dotarsi di una propria autonomia. Negli anni successivi abbiamo assistito al processo di attuazione di una ben strana autonomia: quella di una scuola come azienda (offerta di Carta dei servizi, offerta formativa, patto con le famiglie…), sottoposta sempre più al Dirigente, che come un vero e proprio dirigente d’azienda ha visto valorizzato il suo ruolo con un apposito decreto. Il tutto finisce (come è cominciato) nella gola burocratica del MIUR……

Contro questa falsa autonomia, sostenuta dunque anche dal PD, come Associazione Nazionale “Per la Scuola della Repubblica” fin dal 1995 abbiamo presentato un appello sottoscritto da 70 intellettuali del mondo della scuola e della società civile, intitolato Dalla Scuola del Ministero alla Scuola della Repubblica che prendeva le distanze dal documento dei 31 dell’anno precedente.

L’appello indicava il rischio di una “autonomia” che avrebbe frantumato l’unitarietà del sistema scolastico statale e avvicinato le scuole statali alle scuole private varcando quella separazione indicata nell’art. 33 della Costituzione senza aver peraltro realizzato il presupposto insito negli organi di democrazia scolastica istituiti nel 1974, di una Scuola statale sganciata dalla sudditanza alle burocrazie ministeriali.

La Legge n. 59/1997 (nota come legge Bassanini), nell’ambito delle semplificazioni
della P.A., all’art. 21,1 accenna a “un’autonomia dell’intero sistema scolastico. La
palla avrebbe potuto essere raccolta dall’allora ministro Luigi Berlinguer, che invece
non la raccolse, e nel suoDPR 275/1999 sulle varie forme di autonomia scolastica , si
limita a codificare l’autonomia dei singoli istituti , in cui gli Organi Collegiali
continuano a essere subordinat i- di fatto – al potere del preside divenuto
managerialmente D.S. pur continuando a rappresentare la cinghia di trasmissione delle disposizioni ministeriali, con un ruolo in sostanza potenziato dal decreto 59/98, (benché sia espressamente scritto nello stesso “nel rispetto delle competenze degli Organi Collegiali”… Una confusione che ha allontanato la partecipazione nelle scuole, fatte salve le mobilitazioni per le proteste contro i disagi quotidiani.)

La legge 62/2000 sulla “parità scolastica” ha dato un ulteriore tocco all’autonomia scolastica secondo la concezione berlingueriana. Non esiste più un sistema scolastico statale e scuole private al di fuori di quel sistema, come prevede la Costituzione, ma un unico sistema nazionale di cui fanno parte scuole statali, degli Enti Locali e private-paritarie (che ricevono aiuti, in contrasto coi principi costituzionali, pur rimanendo nella sostanza “private” perché mantengono il diritto al proprio progetto educativo). Un pasticcio che i padri costituenti avevano scongiurato. Così – per scimmiottare le scuole private – sono nati anche nelle scuole statali i Piani dell’Offerta Educativa/Formativa che i genitori devono conoscere e sottoscrivere all’atto di iscrizione, in ossequio a quella “libertà di scelta educativa” mutuata dal vocabolario delle associazioni cattoliche. Ogni scuola ha il suo piano,come altrettante scuole private.

Da queste considerazioni trae origine la proposta, ora condivisa da tutto il Coordinamento Nazionale che si è costituito il 2 settembre scorso a Bologna, e che riteniamo importante e opportuno presentare a un allargato confronto nel momento in cui una moltitudine di docenti, studenti e genitori si sono pronunciati per il ritiro della pdl Aprea dichiarandola inemendabile per l’impianto che la caratterizza.

Non è quella tratteggiata nella pdl Aprea la Scuola della Repubblica! Gli Organi Collegiali devono godere di una effettiva autonomia, devono poter esercitare quelle competenze loro attribuite, devono avere potere decisionale con deliberazioni adottate all’unanimità o a maggioranza e non inficiate dalla prevalente volontà del D.S. L’illegittimità delle delibere può essere impugnata di fronte al TAR, come avviene in ogni organismo a gestione democratica.

La parte più complessa della proposta consiste nella definizione del concetto di autonomia riferito al terreno dell’istruzione, dove l’esigenza di “libertà, connessa strutturalmente al concetto, deve essere declinata tenendo inderogabilmente conto di alcuni principi fondamentali della Costituzione:

1) L’istruzione è un diritto primario (è più di un “bene comune, anche se è
un “bene comune”). E’ una funzione della Repubblica che è OBBLIGATA a garantirla su tutto il territorio nazionale in quanto riguarda la formazione dei cittadini – oltre che negli specifici apprendimenti dei saperi – ai valori della cittadinanza rispecchiati nella Costituzione.
Fondamentale è dunque l’unitarietà del sistema scolastico.

2) A una formazione democratica delle generazioni successive alla nostra non è interessato solo il mondo della scuola, ma l’intera società civile del nostro paese. Per questo pensiamo che l’impegno della Repubblica debba riguardare in maniera eguale tutti gli ordini e gradi di scuola in ogni parte del paese. Deve dunque fondarsi sul principio di eguaglianza e di pari opportunità.

L’autonomia scolastica nel rispetto della Costituzione si attua all’interno di questi paletti.

Entro questi paletti agiscono gli Organi di democrazia scolastica, garanzia della libertà di espressione e di giudizio di quanti nella scuola operano ai vari livelli. Organi democraticamente eletti che devono poter esercitare in piena libertà il loro mandato.

Quindi… autonomi/liberi da chi? da cosa?

Liberi dal condizionamento esercitato sulle loro proposte, sulle loro deliberazioni da quel Dirigente Scolastico, cinghia di trasmissione del Ministero, che anziché vedere ridisegnato il suo ruolo al momento della costituzione degli Organi Collegiali, lo ha visto sempre più potenziato in un’ottica privato-aziendalistica che avvolge in una nebulosa gli Organi di democrazia scolastica e deprime la loro funzione; liberi da ogni forma di sudditanza al mercato, da condizionamenti politici….

Una domanda che ci siamo sentiti fare: ma, allora, non siete voi che rifiutando la dipendenza dal MIUR, privatizzate la scuola pubblica?

Risposta: noi non rifiutiamo il MIUR! Riconosciamo nel MIUR il garante amministrativo dell’unitarietà del sistema scolastico, della tutela dell’eguaglianza e delle pari opportunità su tutto il territorio nazionale; vorremmo assai meno invadenti gli interventi regionalispesso ispirati da logiche privatistiche e di mercato – purtroppo resi possibili dalla modifica del Titolo V della Costituzione.

Due cose non riconosciamo al MIUR:
l’intromissione nelle delibere degli Organi di democrazia scolastica
la formulazione (sia sotto forma di Indicazioni nazionali, sia di veri e propri programmi) degli indirizzi didattico-educativi che vedremmo più adeguatamente appannaggio, proprio in nome di quell’autonomia che abbiamo tratteggiato, di un Organo democraticamente eletto dal mondo della scuola e da rappresentanti della società civile a livello nazionale cui gli Organi Collegiali delle scuole fanno riferimento nella determinazione dei loro criteri e progetti (una sorta di CNPI ridisegnato, visto come completamento dell’autonomia del sistema scolastico)…

A questa sorta di schema mancano alcuni punti da elaborare insieme a chi fosse interessato (ad es. la doppia figura di un dirigente amministrativo e di un dirigente con funzioni didattiche… la costituzione degli Organi territoriali; la costituzione di un comitato tecnico all’interno, o per nomina, dell’Organo Nazionale garante di un’autonomia compatibile coi principi costituzionali, che esclude figure esterne portatrici di elementi legati in qualche modo al mercato, che determina il principio imprescindibile della laicità della scuola che non può essere frutto di autonomie lesive dei diritti di tutti, il rapporto tra il nuovo CNPI e il MIUR..).

Per avviare questo confonto abbiamo organizzato il seminario aperto di domenica 16 dicembre a Roma, presso il palazzo della Provincia dalle ore 10.30 alle 17.30.
Sarà un percorso lungo ma – credo – avvincente! Per rilanciare la voglia di partecipazione, per scongiurare il proliferare delle Scuole “fai da te”, con tanto di statuto per distinguersi e per attirare iscrizioni, autonome ma succubi di dirigenti per diventare sempre più simili a tante scuole private.
Per realizzare finalmente la scuola della Costituzione.

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Proposta del Coordinamento nazionale “Per la scuola della Costituzione”

Norme per il governo della Scuola della Costituzione

ART. 1

Il governo democratico della scuola della Costituzione

1. Al fine di permettere alle scuole statali di ogni ordine e grado di conseguire le finalità istituzionali di cui agli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione, nel rispetto della libertà di insegnamento intesa come garanzia di pluralismo e strumento di sviluppo della libertà di pensiero e dello spirito critico delle giovani generazioni, il sistema scolastico statale è governato, sia a livello di istituto sia a livello territoriale e nazionale, da organismi rappresentativi, secondo le disposizioni della presente legge.

2. E’ garantita l’autonomia professionale nello svolgimento dell’attività didattica, scientifica e di ricerca.

3. La libertà di insegnamento è altresì esercitata nel rispetto della coscienza morale e civile degli alunni.

4. Il Ministro dell’istruzione dell’Università e della Ricerca e le Regioni per quanto previsto dal Titolo V della Costituzione, mantengono le funzioni attribuite dalle leggi in vigore, ad eccezione di quelle attribuite dalla presente legge agli organismi rappresentativi di cui al comma 1.

ART. 2

L’autonomia delle istituzioni scolastiche statali

1. La disciplina dell’autonomia delle istituzioni scolastiche statali, richiamata dall’art. 117 della Costituzione , è riservata alle leggi statali ed agli atti aventi forza di legge.

2. Le istituzioni scolastiche statali esercitano l’autonomia sulla base dell’art. 21 della L. 15/03/1997 n. 59 e del DPR 08/03/1999 n. 275 e costituiscono per la comunità locale di riferimento un luogo aperto di cultura, di sviluppo e di crescita, di formazione alla cittadinanza e di apprendimento lungo tutto il corso della vita.

3. Le funzioni attribuite ai sensi del DPR. 8/3/1999 n.275 al Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, a garanzia dell’autonomia del sistema scolastico statale sono trasferite al Consiglio Nazionale dell’Istruzione di cui all’ art. 16 della presente legge.
In alternativa

Le funzioni attribuite ai sensi del DPR. 8/3/199 n.275 al Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca sono esercitate, previo parere conforme del Consiglio Nazionale dell’Istruzione di cui all’ art. 16 della presente legge.

ART. 3

Istituzione delle scuole statali di ogni ordine e grado

1. Ai sensi degli articoli 33 e 34 della Costituzione, tutti i residenti in territorio italiano, ancorché privi della cittadinanza italiana, hanno diritto a frequentare la scuola statale di ogni ordine e grado, ivi compresa la scuola dell’infanzia e sono assoggettati all’obbligo di cui al comma 2.

2. L’obbligo dell’istruzione scolastica inizia a cinque anni e si completa al diciottesimo anno di età. L’istruzione scolastica obbligatoria, comprensiva di tutti gli strumenti didattici, della mensa e dei trasporti, è gratuita. (continua qui)

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MATERIALI

O una buona legge o nessuna legge
di Francesca Puglisi

Ora al Senato abbiamo chiesto audizioni con tutte le rappresentanze sindacali e associative degli studenti, del personale scolastico e delle famiglie. Siamo consapevoli dei nodi irrisolti sulla rappresentanza studentesca e gli statuti autonomi, che ci impegniamo a cambiare, dopo la nuova fase di ascolto. Se riusciremo ad arrivare ad un disegno condiviso con tutto il mondo della scuola, avremo fatto un buon servizio al nostro Paese che ha bisogno di una profonda opera di ricostruzione delle istituzioni democratiche e dei valori che guidano chi, come noi, crede nella Costituzione. Se non riusciremo, nel confronto parlamentare, ad arrivare ad un disegno condiviso, fermeremo il riordino degli organi collegiali. (vedi qui)

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Ripartire con un metodo diverso
di Mariangela Bastico

C’è bisogno di una pausa di riflessione. La scuola è stata stressata in mille modi, tra cui riforme annunciate ma poi non fatte, dai tagli, dalla denigrazione che viene dal Governo. Ora è il momento di riflettere su che cosa si vuole realizzare riguardo all’innovazione, qual è l’obiettivo della scuola, quali gli obiettivi di apprendimento, quali metodologie…

Riguardo all’ingresso di soggetti esterni la discussione va riaperta: bisogna valutare l’opportunità di farli entrare direttamente oppure optare per la creazione di un organo territoriale… Si tratta in pratica di dare a scuole, aziende, territorio e privati (che possono essere anche enti locali o ong) un luogo terzo per confrontarsi e rispondere alle esigenze locali nel modo opportuno.

L’autonomia è stata male interpretata: non significa fare i propri comodi in mancanza delle regole. Gli obiettivi di apprendimento devono essere fissati chiaramente e uguali per tutti, attraverso leggi di Stato e non con circolari vaghe e incomprensibili. Senza dimenticare poi che è necessario anche controllare che le regole siano rispettate da tutti. (vedi qui)

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Cosa non piace del ddl 3542 – ex legge Aprea?
di Marina Boscaino

Non piace il concetto di autonomia statutaria: ciascuna scuola scriverà uno statuto che regola «l’istituzione e la composizione degli organi interni, nonché le forme e le modalità di partecipazione della comunità scolastica. Per quanto attiene il funzionamento degli organi interni le istituzioni scolastiche adottano i regolamenti». Infrazione grave al principio di unitarietà del sistema scolastico nazionale (già offeso dalla riforma Gelmini, soprattutto negli istituti professionali): a garantire pari opportunità a tutti i cittadini è la legge uguale per tutti, che regola l’intero sistema. Infrangerlo significa ridurre ulteriormente la funzione emancipante affidata alla scuola pubblica dalla Costituzione.

Gli attuali organi collegiali (frutto di battaglie per avere nelle scuole rappresentanza e partecipazione, cioè democrazia) oltre al nome, perderebbero alcune prerogative. Ad una condizione di equiordinazione, andrebbe a sostituirsi la gerarchizzazione: viene imprudentemente aumentato il potere del dirigente scolastico. Ce ne sono di bravi, è vero, ma un preside incapace o autoritario può distruggere una scuola, cioè un bene comune.

Il dirigente designa poi il nucleo di autovalutazione (un solo insegnante e almeno un soggetto esterno: dov’è l’autovalutazione?), in raccordo con l’Invalsi, ente dipendente dal Miur. Contestatissima l’entrata dei privati nel Consiglio dell’Autonomia: pur privi di diritto di voto, potrebbero configurare ingerenze significative, in termini di libertà di insegnamento e autonomia dell’istituto, dal momento che – art. 10 – le scuole «possono altresì ricevere contributi da fondazioni finalizzati al sostegno economico della loro attività, per il raggiungimento degli obiettivi strategici indicati nel piano dell’offerta formativa e per l’innalzamento degli standard di competenza dei singoli studenti e della qualità complessiva dell’istituzione scolastica». (vedi qui)

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La priorità è il governo democratico della scuola
di Corrado Mauceri

In questo sistema scolastico non si mette in realtà in discussione l’orario degli insegnanti o il posto di lavoro, si mette in discussione la funzione docente e soprattutto la funzione istituzionale e sociale che la Costituzione assegna alla scuola statale. Battersi contro i tagli alla spesa per la scuola o contro concorsi per reclutare personale già da anni in servizio o contro le prove INVALSI, possono essere battaglie generose, ma poco efficaci se non si ripristina la scuola della Costituzione.

In questi giorni il mondo della scuola ha avvertito la deriva di questa di questa idea mercantilista della scuola e si è mobilitato con grande passione, costringendo, grazie anche alla prossimità delle elezioni, Governo e le forze politiche che lo sostengono a stoppare queste “innovazioni“; il mondo della scuola però deve essere consapevole che, al di là di tutti i proclami quotidiani sulla centralità della scuola, i fatti concreti di questi ultimi venti anni dimostrano che nella cultura dominante nel nostro Paese la centralità della Scuola è solo uno slogan propagandistico; è pertanto necessario rilanciare, anche a livello culturale, prima che sia troppo tardi, un’idea di scuola alternativa che poi è l’idea di scuola della Costituzione, ma soprattutto è necessario che il mondo della scuola rivendichi scelte concrete a cominciare da un forte incremento della spesa per la scuola e da un governo democratico della scuola a tutti i livelli; su queste scelte concrete si misura la reale centralità della scuola. (vedi qui)

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La scuola è un “organo” costituzionale
di Piero Calamandrei

La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola “l’ordinamento dello Stato“, sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue…

A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità. Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale… Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. È l’art. 34, in cui è detto: “La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi“. Questo è l’articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo…

Ora, se questa è la funzione costituzionale della scuola nella nostra Repubblica, domandiamoci: com’è costruito questo strumento? Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di Stato. Lo Stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica… Vedete, noi dobbiamo prima di tutto mettere l’accento su quel comma dell’art. 33 della Costituzione che dice così: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi“. Dunque, per questo comma […] lo Stato ha in materia scolastica, prima di tutto una funzione normativa. Lo Stato deve porre la legislazione scolastica nei suoi principi generali. Poi, immediatamente, lo Stato ha una funzione di realizzazione. (vedi qui)

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Altri materiali. Qui si possono leggere mozioni delle scuole contro il Disegno di Legge 3542 (ex-953). Segnaliamo, fra le varie analisi critiche del ddl, quelle di Mauro Boarelli, di Anna Angelucci, di Maria Mantello. Qui si può leggere una difesa del ddl 3542 da parte di Osvaldo Roman.

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LA SETTIMANA SCOLASTICA

Profumo “turista per caso”

Potremmo aprire questa settimana scolastica nel nome del ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, che lunedì sera al programma televisivo “Che tempo che fa” ci ha dato un’immagine veritiera di se stesso. Incalzato, più che da un condiscendente Fabio Fazio, da un vero professore, Salvatore Settis, l’unico nello studio a sostenere la causa della scuola pubblica, il Ministro invece: “sembrava giunto lì per caso, a fare due chiacchiere tra amici, senza particolari competenze” come rileva Marina Boscaino. Simile l’impressione di Maria Mantello:

Ma lo avete visto il Ministro dell’istruzione a “Che tempo che fa“? Ricordava l’eterno fuori posto del celebre personaggio di Carosello che ripeteva sempre: «Mi no so, mi so foresto. Par mì tuto va ben, tuto fa brodo».

E quando il ministro prova a dare dei numeri, li dà sbagliati:

il nostro ministro ha affermato che l’80% delle scuole dell’infanzia paritarie sono comunali; questo giustificherebbe l’esborso statale, destinato a far funzionare quelle scuole. In verità l’81,5 % sono private e solo il 18,5% comunali. Questo vuol dire che l’81,5% dei 511 milioni che quest’anno sono stati erogati (in barba alla Costituzione) dallo Stato per le paritarie, andranno a foraggiare le scuole private, che – per di più – sono al 65% confessionali. Oppure sono diplomifici. (qui)

Sono disponibili in rete, oltre al video, vari resoconti dell’intervista al ministro, come quello di Reginaldo Palermo e quello di Maria Mantello, ma alcune battute meritano di essere qui riportate. Quando Fazio chiede se nei Consigli dei Ministri si parla di scuola, la risposta del Ministro è sconsolata e disarmante per il suo candore: “Per la verità nelle riunioni del Consiglio c’è poco spazio“. Così come quando Fazio insiste: “Ma la scuola non è una priorità?” e il Ministro risponde: “Certo, a parole“.

E dire che il Ministro era stato avvisato, dopo le esternazioni di una settimana prima del Presidente del Consiglio Mario Monti, che dallo stesso Fazio aveva parlato di “corporativismo” dei docenti, poi, incalzato dai giornalisti per fare un chiarimento, non era arretrato di un millimetro, sostenendo che quella dei docenti è una battaglia per tutelare degli “interessi di breve periodo”. Molti si erano rivolti al conduttore Fazio e al Ministro Profumo perché rendessero giustizia di affermazioni false e offensive nei confronti degli insegnanti. “Ministro, ci stupisca“, aveva invocato Alessandro Giuliani:

Profumo sappia che i docenti si aspettano un chiarimento. Con un alto rappresentante del Governo che li rappresenti per quello che valgono: professionisti dell’educazione e della formazione che, spesso in condizioni particolarmente difficili, provvedono a formare i nostri giovani… Ministro, per una volta ci stupisca. E ricordi agli italiani come stanno le cose.

A trasmissione conclusa, Bruno Moretto esprime “profonda tristezza” nel vedere

un ministro della pubblica istruzione (io la chiamo ancora così) che difende i finanziamenti statali alle scuole private giustificando questa palese violazione della Costituzione con la falsa asserzione che “l’80% delle scuole d’infanzia paritarie sono comunali“. I dati forniti dal suo stesso Ministero “La scuola in cifre 2009/10” chiariscono che è esattamente il contrario.

Moretto ricorda il referendum promosso dal bolognese “Comitato cittadino art. 33” affinché un milione di euro che il Comune di Bologna eroga ogni anno (da 15 anni) alle scuole materne private, che vanno ad aggiungersi a quelli statali e a quelli regionali, vadano alle scuole d’infanzia comunali.

Per giustificare i finanziamenti alle scuole “paritarie” tante sono le false informazioni, ma anche le scorrette interpretazioni del dettato costituzionale, come sottolinea Corrado Mauceri:

Le scuole private in base alla nostra Costituzione hanno il diritto di svolgere la loro attività con piena libertà, ma, considerata la loro finalità confessionale, non solo devono svolgere tale attività “senza oneri per lo Stato (come ha ricordato nella stessa trasmissione di Fazio il Prof. Settis), ma non possono sostituire l’obbligo dello Stato di istituire le scuole statali per tutti gli ordini e gradi e quindi anche per la scuola dell’infanzia.

Una ricerca di Marco Barone conferma il carattere confessionale delle scuole d’infanzia “paritarie“, che quindi non possono essere spacciate come lo stesso che le scuole pubbliche statali, ma semmai come “pubblica induzione all’apprendimento della cultura cattolica“:

La maggior parte dei POF (delle scuole d’infanzia “paritarie“) che ho visionato prevedono il Riconoscere nell’altro il volto di Cristo, Esprimere con il linguaggio del corpo la sua esperienza religiosa, Riconoscere alcuni linguaggi simbolico e figurativi tipici della vita dei cristiani, Imparare alcuni termini del linguaggio cristiano ascoltando semplici racconti biblici, Osservare con meraviglia ed esplorare con curiosità il mondo come dono di Dio creatore.

Altri Pof indicano la previsione di una cappella (per iniziare anche i piccoli a ritualità di contatto con l’esperienza religiosa)… Addirittura una scuola paritaria convenzionata che per l’anno 2011/12 da parte della Regione Lombardia ha avuto 9.464,19 euro di contributi sul proprio sito internet riporta la seguente dicitura: è dalla scuola materna che inizia la benedizione per una parrocchia.

L’inconsistenza del Ministro è tale e tanta, che la responsabile scuola del PD Francesca Puglisi presenta il conto di quanto promesso e non realizzato, un conto che equivale a un licenziamento:

Dal Ministro abbiamo ascoltato moltissimi annunci positivi che non si sono poi concretizzati in fatti e alcune parole davvero fuori posto. Che ora i fallimenti del Governo tecnico debbano essere scaricati sui partiti, accusandoli di mancanza di proposta, ci sembra eccessivo. Il documento consegnato quasi un anno fa al Ministro Profumo è nel nostro sito.

La rivoluzione è rinviata

A proposito degli annunci fatti e non mantenuti: il Ministro può meritare l’apertura di questa settimana scolastica anche per le nuove notizie circa la rivoluzione epocale della digitalizzazione dei libri di testo: la rivoluzione è rinviata. Un emendamento presentato pochi giorni fa dall’esecutivo sposta al 2014/2015 l’introduzione dei testi scolastici in formato elettronico. Nelle scuole di primo e secondo grado se ne parlerà solo dall’anno scolastico 2015/2016, ma sempre con “gradualità“, mentre dal prossimo anno adotteranno “esclusivamente libri nella versione digitale o mista” soltanto le prime classi delle scuole medie e superiori “degli istituti scolastici selezionati per partecipare al piano nazionale Scuola digitale-Classi 2.0”.

“Probabilmente, alla rivoluzione dei testi on line non era ancora pronto nessuno: insegnanti, editori, genitori e persino gli alunni stessi” commenta Salvo Intravaia.

Un Ministro invece dovrebbe sapere che una rivoluzione quale quella da lui annunciata non può essere fatta a parole ma richiede risorse, strutture, formazione. Richiede anche sensibilità didattica, quale quella a cui lo richiama il maestro Franco Lorenzoni in una lettera-appello al sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria perché la scuola, almeno per i bambini tra i 3 e gli 8 anni, sia zona franca da schermi e computer:

I bambini sono sottomessi, fin dalla più tenera età, ad un bombardamento tecnologico senza precedenti e si moltiplicano le ore che, anche da molto piccoli, passano davanti a schermi di ogni misura. La scuola deve affrontare con intelligenza e sensibilità la questione, rifiutando di appiattirsi sul presente e seguire l’onda. L’illusione che, di fronte a bambini sempre meno capaci di attenzione prolungata, li si possa conquistare lusingandoli “con gli strumenti che a loro piacciono” è assurda e controproducente…

I bambini hanno un disperato bisogno di adulti che sappiano attendere e accogliere le parole e i pensieri che affiorano, che siano capaci di ascoltarli e guardarli negli occhi. Hanno bisogno di tempi lunghi, di muovere il corpo e muovere la testa, di dipingere e usare la creta; devono poter essere condotti ad entrare lentamente in un libro sfogliandolo, guardando le figure e ascoltando la voce viva di qualcuno che lo legga. E cominciare a scrivere e a contare usando matite, pennelli e pennarelli, manipolando e costruendo oggetti per contare, costruire figure ed indagare il mondo.

Gli ha risposto il sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria con una lettera programmatica: “Costruiamo aquiloni e navighiamo nel web“:

Facciamo le due cose insieme. Insomma, concordo pienamente con Franco Lorenzoni: si impara dappertutto e in tanti modi. I bambini devono uscire da scuola insieme agli insegnanti, correre, giocare, esplorare, fare esperimenti, colorare, disegnare, progettare e costruire. Devono avere un contatto con la realtà, profondo, ripetuto e quotidiano, che coinvolga tutti i sensi e li aiuti a regolarsi con le cose, i viventi e le situazioni reali, prima ancora che con i loro corrispettivi virtuali. Devono socializzare all’interno di un patto educativo, trovando nella relazione con l’adulto una sponda solida e serena per la propria crescita entro contesti esplorativi diretti e non solo virtuali.

Poi però – diciamolo – vanno a casa e trovano mamma e papà e nonni, tablet e pc, cellulari e videogames. Queste tecnologie fanno parte del loro spazio e del loro tempo spesso in modo non mediato, a volte senza limiti né regola o con un uso anche molto “povero”. E’ importante che la scuola sappia misurarsi e trattare anche con tutto questo.

Per renderci conto dell’inevitabilità di questo rinvio basta leggere i dati. Save the Children ha divulgato uno studio sull’infanzia che prende in considerazione vari aspetti della vita dei bambini. Uno di questi riguarda l’accesso ad internet.

Secondo i dati forniti da Save the Children attraverso “L’Atlante dell’Infanzia (a rischio)“, in Italia le aule con ADSL sono 4481 su 87853, appena il 5,6%. Un ritardo della digitalizzazione delle scuole e delle didattiche che si riscontra anche nella dotazione di computer e lavagne interattive. Ma anche un ritardo generalizzato nell’accesso alla cultura.

Più di trecentomila persone sotto i 18 anni non hanno mai fatto sport, non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro o un pc. Non è vero che i ragazzi sono tutti su Internet: il 33 per cento, uno su tre, non ha accesso alla rete. Accade in Campania, Sicilia, Calabria, in Puglia… Nelle stesse regioni tre bambini su dieci fra quelli che hanno meno di dieci anni possiedono un cellulare. Il telefono è l’unica cosa che hanno. Oltre alla tv, certo, naturalmente. (vedi qui)

Istruire è un’arte

Mentre in Italia il Primo Ministro Mario Monti definisce gli insegnanti “corporativi” e all’inseguimento di “interessi di breve periodo“, nella ricerca The Learning Curve sullo stato dei sistemi di istruzione in 50 Paesi del pianeta leggiamo:

«La variabile più importante è la qualità dell’insegnamento. Istruire è un’arte. I docenti non devono essere visti e trattati come tecnici, bensì come professionisti… Tuttavia se non c’è un’azione di rinforzo dei traguardi educativi anche al di fuori della scuola; se, per esempio, la cultura imperante in un Paese glorifica celebrità che sanno a malapena leggere, si avrà un problema enorme

L’istruzione conviene. È provato che nella maggior parte dei Paesi il livello di istruzione produce più alti guadagni, una maggiore aspettativa di vita, scelte personali più ponderate, un minor numero di comportamenti a rischio».

La ricetta proposta è:

«Una scuola con standard elevati, piani di studio solidi, insegnanti competenti e tutt’attorno, un’atmosfera culturale positiva nei confronti dell’istruzione».

La ricerca The Learning Curve è stata effettuata sulla base una sessantina di parametri e ha prodotto una serie di classifiche che fotografano la situazione sotto diversi punti di vista: investimenti governativi, reclutamento e trattamento degli insegnanti, rapporto docenti-alunni, anni complessivi di formazione, background culturale di ciascun Paese, numero di laureati. Ancora una volta risulta che la scuola che funziona meglio è quella finlandese. Sarà perché investono il 12% del Pil nell’istruzione?

E in Italia, qual è il contesto in cui vive e lavora la scuola?

Così Concita De Gregorio commenta i dati de “L’Atlante dell’Infanzia (a rischio)

Le scuole italiane sono tra le più vecchie d’Europa, come edifici, gli insegnanti pure. Tra i giovani sotto i 24 anni uno su quattro non studia né lavora, la disoccupazione cresce soprattutto fra i laureati, siamo il primo paese d’Europa come tasso di “scoraggiamento: un ragazzo su tre rinuncia a cercare lavoro, una media dieci volte più alta di quella greca. La maggioranza degli under 34 vive coi genitori, soprattutto al Sud. 359mila minori sono in condizone di povertà assoluta. I prestiti bancari alle giovani coppie, alle famiglie o ai ragazzi con reddito cosiddetto flessibile – che ipocrita eufemismo – sono più che dimezzati in un anno. Il rapporto parla di distopia, il contrario dell’utopia. Significa nessuna speranza, nessuna attesa, inedia e insieme rabbia.

Il fatto è che siamo un Paese che continua a scendere nella classifica di Transparency International dei Paesi meno corrotti, posizionandosi nel 2012 al 72° posto tra 176 Paesi. Huguete Labelle, presidente di Transparency International, ha precisato in un comunicato stampa:

Questo si traduce in sofferenza umana con famiglie povere alle quali vengono estorte tangenti per ricevere trattamenti medici o per ottenere l’accesso all’acqua potabile… Inoltre comporta il fallimento di servizi di base come l’istruzione o le infrastrutture pubbliche, perché il denaro pubblico è stato scremato da leader corrotti. La corruzione corrisponde a una “imposta sporca” che colpisce i più poveri e più vulnerabili.

Siamo un Paese in cui, secondo il rapporto Censis, negli ultimi dieci anni la ricchezza finanziaria netta è passata da 26.000 a 15.600 euro a famiglia, con una riduzione del 40,5%. La quota di famiglie con una ricchezza finanziaria netta superiore a 500.000 euro è raddoppiata, passando dal 6% al 12,5%, mentre la quota di ricchezza del ceto medio (compresa tra i 50.000 e i 500.000 euro, e comprensiva anche dei beni immobili) è scesa dal 66,4% al 48,3%.

Il Censis parla di 2.753.000 persone, in eccezionale aumento (+34,2% tra il primo semestre del 2011 e il primo del 2012), in cerca di lavoro. Il 20,4% ha perso l’occupazione nel corso del 2011. La famiglia, in una situazione così drammatica, senza più punti di riferimento, fa da baluardo economico e da welfare. Nel corso del 2012 “il 29,6% delle famiglie ha realizzato un trasferimento economico a favore di un proprio componente, con un esborso annuo complessivo intorno ai 20 miliardi di euro“.

Siamo il Paese che vive nell’illegalità, in cui negli anni 2009 e 2010 (e in alcuni casi sin dal 2006) le scuole non hanno ricevuto neanche ciò che la legge stabiliva, cioè l’ordinario finanziamento per il funzionamento amministrativo e didattico.

E proprio la generosità delle famiglie – ricorda la Flc – ha consentito alle scuole di affrontare spese indispensabili per il loro funzionamento (materiali di pulizia, cancelleria, sicurezza, registri, funzionamento didattico, ecc)”.

A questo proposito la Flc Cgil chiede al ministero che si restituisca alle scuole in tempi brevi e certi quanto esse hanno anticipato.

Siamo il Paese in cui c’è sempre meno diritto allo studio. Quest’anno, in base alle graduatorie appena pubblicate da Laziodisu, l’ente regionale per il diritto allo studio, su 16516 richiedenti la borsa di studio, 10062 sono risultati vincitori, mentre 6454 sono stati esclusi per assenza di copertura economica. In pratica il 39% degli studenti meritevoli ma privi di mezzi non avrà la possibilità di ricevere il sostegno economico che gli spetta per gli studi. Un dato che si fa ancora più drammatico se si guarda alle sole matricole: qui su 5978 richiedenti, 3830 sono gli idonei non vincitori, pari al 64%. I vincitori, insomma, sono meno degli esclusi. E anche meno posti letto per gli studenti fuori sede nelle residenze universitarie.

Da Palermo a Milano, sono ormai cronici i problemi riguardanti gli edifici scolastici, con aule alle quali mancano sedie e banchi, riscaldamenti rotti e mai sistemati, carenze nella manutenzione degli spazi scolastici, sia interni che esterni.

I giovani ne traggono le conseguenze: quelli che hanno deciso di completare all’estero la loro formazione superiore sono aumentati del 42,6%. Un altro cambiamento degli ultimi anni è la disaffezione verso l’università (le immatricolazioni sono diminuite del 6,3%) e soprattutto verso le facoltà “generaliste“, e l’orientamento verso percorsi di studi di tipo tecnico-scientifico, che registrano un progresso del 2,7% tra il 2007 e il 2010.

E dov’è l’atmosfera culturale positiva nei confronti dell’istruzione?

Siamo il Paese in cui lo Stato, anche nel rapporto con i suoi insegnanti, vive nell’illegalità da 13 anni perché l’esistenza del precariato nella scuola (e nella sanità) è stata sanzionata dalla direttiva comunitaria 70 del 1999 che impone la stabilizzazione. Eppure, secondo calcoli della Flc Cgil, la stabilizzazione dei precari permetterebbe allo Stato di risparmiare un miliardo.

Il costo per un docente precario della scuola secondaria di primo grado con contratto che scade il 30 giugno è di 30.286 euro, comprensivo di stipendio, 27 giorni di ferie, Tfr e disoccupazione per i mesi estivi. Se fosse assunto, costerebbe 29.580 euro, 706 euro in meno all’anno. Stesso discorso per i collaboratori scolastici: per un precario lo Stato paga 21.552 euro, se fosse assunto 21.020 euro, con un risparmio di 532 euro. Per entrambe le tipologie di contratto il risparmio sarebbe del 2,5%. La stabilizzazione permetterebbe un risparmio di 1 miliardo di euro che corrisponde alle spese di chiamata dei supplenti. Con questa cifra potrebbero essere assunti 40 mila docenti e Ata a tempo determinato.

Inoltre, a causa di una politica di tagli, tra il 2001 e il 2011 il personale scolastico ha subito una diminuzione del 10,5%, passando da 1.131.027 persone in servizio a 1.011.413. In particolare sul fronte dei docenti la diminuzione è stata del 7,7% (da 865.950 persone in servizio a 799.185) e quella fra gli Ata del 21,1% (da 258.965 a 204.237). A fare il quadro della situazione e dell’esito dei tagli è stata la Ragioneria generale dello Stato in una audizione informale alla Camera in commissione Cultura, presieduta dalla deputata Pd Manuela Ghizzoni.

Ma questi tagli sono ancora poco per la Ragioneria dello Stato. L’aumento del rapporto studenti-docenti è cresciuto di 0,7 punti negli ultimi anni, benché la finanziaria del 2008 firmata dal governo Berlusconi prevedesse che si arrivasse all’incremento di un punto e alla riduzione del 17% totale della dotazione organica.

Siamo il Paese in cui manovre truffaldine sono diventate parte inscindibile dell’attività legislativa. Ad esempio, in seguito a una straordinaria mobilitazione delle scuole l’aumento delle ore lavorative dei docenti a costo zero sarebbe uscito dalla porta per rientrare dalla finestra, questa volta messo sul tavolo della contrattazione cui siederanno i sindacati. Gli scatti di anzianità “concessi” dal Governo non saranno a costo zero: il Governo chiede l’apertura di una trattativa sulla “produttività individuale di docenti e ATA“.

La denuncia è della Flc Cgil, che avverte la volontà del Governo di imporre ai docenti prestazioni gratuite che adesso vengono pagate tramite il fondo di istituto. I tagli al MOF ammonteranno al 25%, 394 milioni di euro per il 2011, che saranno la prima trance di un taglio di 350 milioni di euro su base annua che porterà, secondo la Flc Cgil, all’azzeramento del fondo nel 2014. Come fare per garantire alle scuole il funzionamento? Imporre ai docenti ore in più in cambio degli scatti stipendiali.

Siamo il Paese in cui da 20 anni il prof. Vittorio Lodolo D’Ora reitera studi medici rimasti inascoltati da parte di chi dovrebbe curare la salute dei propri dipendenti:

Gli insegnanti risultano la categoria professionale più esposta al rischio di patologia psichiatrica. Ne sia la controprova il dato emerso nella mia ultima ricerca (ottobre u.s.) sui docenti dichiarati dai Collegi Medici come “inidonei permanentemente all’insegnamento per motivi di salute”: il 64% presentava una diagnosi psichiatrica, mentre il 17% era portatore di “disfonia cronica” (patologia per la quale è invece riconosciuta la causa di servizio)…

Quella dell’insegnante è una “helping profession (cioè una professione d’aiuto) basata sulla relazione. E la relazione usura “psichicamente”, soprattutto se la professione – unicità assoluta nel mondo del lavoro – prevede con la stessa utenza un rapporto quotidiano continuativo, per più ore al giorno, tutti i giorni, per 9 mesi all’anno, per cicli di 3 o 5 anni. Tralascio tutto il resto (precariato, disfacimento e delega familiare, etc)…

Si consideri inoltre che in 20 anni siamo passati, in modo del tutto schizofrenico, da un assurdo privilegio (baby pensioni) al pensionamento a 67 anni di servizio: 5 riforme previdenziali senza nessuna valutazione delle condizioni di salute del corpo docente.

Ad aggiungere nuove tensioni in chi insegna arriva in questi giorni la bozza di decreto per la costituzione delle nuove classi di concorso, che dovrebbero essere attivate dall’a.s. 2013/14 e che con accorpamenti arbitrari stravolgono la professionalità dei docenti.

Il concorsone

Prosegue frattanto l’iter del “concorsone”, la prova preselettiva si svolgerà il 17 e 18 dicembre 2012, vedrà impegnati 320.000 concorrenti e costerà un milione di euro per assegnare 11.542 cattedre di personale docente negli anni scolastici 2013-2014 e 2014-2015. Qui tutte le indicazioni per la prova preselettiva.

Mentre vari sindacati annunciano ricorsi, si polemizza sulla mancata pubblicazione da parte del ministero delle risposte corrette contestualmente alle prove, il che ha favorito le speculazioni di chi ha allestito e messo in commercio quesiti e soluzioni. Si ragiona inoltre sulle note ministeriali e ci si rende conto che l’organizzazione e la vigilanza sono demandate al lavoro gratuito delle scuole, senza nessuna comunicazione ai sindacati né contrattazione che ne decidesse le modalità; mentre i precari si vedranno decurtato stipendio e punteggio per i giorni della partecipazione alle prove.

I siti dedicati alla scuola cominciano a domandarsi la pertinenza con l’insegnamento, ad esempio, di Letteratura italiana, di quesiti come i seguenti, da risolvere in un minuto (50 domande, 50 minuti, 35 il punteggio richiesto, la risposta sbagliata mezzo punto in meno):

“Completare correttamente la seguente successione numerica: 45; 32; 53; ?; ?; 49; 37; 24”

“Il piccolo Marco gioca con 550 cubetti di legno colorati, tutti delle stesse dimensioni. Ha costruito con essi il cubo più grande possibile. Quanti cubetti ha avanzato?”

“Una bandierina di segnalazione emerge da un tratto di mare. L’asta rigida della bandierina è incernierata al fondale e, quando è verticale, la bandiera svetta 10 cm sopra il pelo dell’acqua. Quando il vento fa inclinare l’asta, la bandierina tocca l’acqua a 40 cm di distanza dalla verticale. A quale profondità è incernierata l’asta?”

E’ tale l’illogicità di tali quesiti, che il Coordinamento scuola Roma lancia una “provocazione intellettuale” per dimostrare l’iniquità di selezionare il personale docente con questa modalità e organizza per giovedì 13 dicembre, ore 15:00, una manifestazione sotto il MIUR e sfida il ministro Francesco Profumo a rispondere a tre quiz. Aspettiamo il Ministro alla prova.

Ultima ora

A quanto pare il Governo Monti è al capolinea e con lui anche il Ministro dell’istruzione Profumo. Cosa succederà per la scuola?

Il concorso va avanti, le prove di preselezione restano calendarizzate per il 17 e 18 dicembre 2012 e tutta la normativa per l’espletamento del concorso è già stata approvata.

Restano, invece, come punti interrogativi l’avvio dei TFA speciali, poiché il DM 249/10 avrebbe dovuto essere modifica nelle prossime settimane in sede di commissioni parlamentari.

Uno stop anche alla riforma delle classi di concorso che per essere realizzata nell’anno scolastico 2013/14 ha ancora la necessità di molti passaggi istituzionali.

Stop anche al nuovo sistema di reclutamento.

* * *

* * *

DATI DA RICORDARE

Questa la tabella di raffronto, elaborata dalla Uil scuola, sull’orario settimanale dei docenti tra alcuni Paesi europei:

Paesi UE primaria second. I gr. second. II gr.
Danimarca 18 20 19
Grecia 18 16 14
Germania 20 18 18
Italia 22 18 18
Francia 24 17 14
Spagna 25 19 19
Finlandia 18 16 15
Romania 18 18 18
Ungheria 20 20 20
media UE 19,6 18,1 16,3

.

E non solo: i docenti italiani lavorano di più e vengono pagati meno. Secondo il rapporto Education at a Glance 2012 i docenti italiani, che hanno lo stipendio fermo a 12 anni fa, guadagnano da 4 a 10 mila euro in meno rispetto alla media europea.

* * *

RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Su ReteScuole gli effetti della spending review sulla scuola.

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative dell’estate 2012 del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, La Tecnica della Scuola

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

3 pensieri su “Vivalascuola. Per un governo democratico della scuola

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