Simone Gambacorta intervista Giovanni Agnoloni su “Sentieri di notte” (Galaad Edizioni)

Sentieri di notte, di Giovanni Agnoloni (Galaad Edizioni – Collana “Larix“, a cura di Davide Sapienza)

copsentieridinotte2Quale energia è racchiusa nel Chakra del Castello di Cracovia? E chi è Luther, l’androide che una notte del settembre 2025 si sveglia sulle sponde del lago di Lucerna accanto al cadavere del suo creatore? Un’oscura minaccia si profila all’orizzonte di un’Europa messa sotto scacco dalla Macros, multinazionale informatica che da Berlino ha preso il potere privando il continente di internet e dell’energia, mentre a Cracovia un’enigmatica nube bianca avanza inglobando la città. La salvezza sta nel cuore di quella nebbia, attraversata da uno studioso irlandese di teologia in cerca del suo passato, e nel viaggio verso la Polonia di Luther e del programmatore cieco Christoph Krueger. Un romanzo figlio della poetica del Connettivismo e di una lunga ricerca spirituale che mira al ritorno alla Fonte, a una fusione con la radice dell’Essere. Un viaggio viscerale tra l’Ombra e la Luce.

Sentieri di notte è il primo romanzo della collana “Larix”, diretta da Davide Sapienza. Dopo Nel cuore della Groenlandia di Fridtjof Nansen (2012) e prima di un’antologia inedita di scritti di Barry Lopez curata da Davide Sapienza in uscita nel 2013, quest’opera contribuisce a tracciare la visione della Collana che è dedicata all’esplorazione in senso geografico, umano e letterario.

Distributori: Medialibri Diffusione srl e Libro Co. Italia srl

Booktrailer a cura dello scenografo Gabriele Calarco:

Intervista a Giovanni Agnoloni del critico letterario Simone Gambacorta, da “La Città”, quotidiano della provincia di Teramo, del 6 dicembre 2012 

 Sentieri di notte è un romanzo “connettivista”. Cominciamo spiegando che cos’è la poetica del connettivismo…

Il Connettivismo è un movimento che, pur avendo un suo Manifesto di riferimento, nasce dalla spontanea confluenza di poeti, narratori e artisti musicali e visuali che si riconoscono in una sensibilità impregnata di potenzialità future (legate all’immaginario cyberpunk e di stampo futurista) e di suggestioni di passato, di stampo crepuscolare. Il nucleo di questo mélange, però, sta nella visceralità del nostro modo di rapportarci alla dimensione del Profondo.

– “Sentieri di notte” è un romanzo pieno: il Castello di Cracovia, l’androide Luther, poi c’è una multinazionale informatica, poi una misteriosa nube bianca… poi tanto altro. Che lavoro ti ha richiesto la costruzione di un’architettura tanto composita e sfaccettata?

Un lungo e impegnativo lavoro interiore, nato da esperienze dolorose e luminose, da viaggi e terapie, da meditazioni e preghiere. Un lavoro avvenuto quasi esclusivamente prima della stesura, nel senso che io non scrivo mai “apposta”, mettendomi a tavolino ad architettare una scenografia. Quando scrivo mi rendo “tramite”, e lo faccio solo se il messaggio intimo è inequivocabile.

– Quindi, tornando al connettivismo, questo insieme ti ha dato la possibilità di raccontare una storia che…

…per la prima volta permette al connettivismo (con un romanzo) di affacciarsi sullo scenario del mainstream, uscendo, pur senza rinunciarvi, dalla nicchia della fantascienza. Sentieri di notte è un noir dalle tinte fantascientifiche, dove le tematiche spirituali s’intrecciano con il Viaggio e la Storia del XX secolo… pur essendo ambientato nel 2025. È un’ipotesi sul prossimo futuro e un riesame del recente passato.

– Mi sembra quindi di capire questo. La ricchezza del plot non si esaurisce in una concezione che le attribuisce “d’ufficio” un primato; la trama, intesa come motorino per andare avanti nella lettura, è qualcosa di gratuito, se non porta a qualcos’altro. Dico male?

Agnoloni

Giovanni Agnoloni (foto di Antonio Ancarola)

Esatto. Tolkien sosteneva che uno scrittore dovesse prima di tutto raccontare delle storie. Ma la storia è un pretesto per esprimere qualcosa di più profondo e viscerale, che deve “lavorare da solo” dentro il lettore. Sentieri di notte costruisce un’ipotesi che ogni lettore è chiamato a verificare dentro di sé.

Francamente mi riesce difficile staccarmi dalla posizione di colui che ha scritto questa storia. Posso solo dire che, durante l’ultimo editing, a un certo punto mi è sembrato di “sdoppiarmi”, di vedermi – o sentirmi – da fuori. E in un punto del viaggio di Desmond O’Rourke nel Bianco ho provato un turbamento che si avvicinava all’unheimlich (il “perturbante”) freudiano. Allora ho capito che l’opera era pronta per uscire.

McLuhan direbbe che il tuo romanzo è anche, inevitabilmente, figlio dell’«era elettrica», del «villaggio globale». O meglio: delle possibilità di invenzione che l’«era elettrica» e il «villaggio globale» offrono. Non solo questo, ma anche questo. O no?

Sicuramente queste valenze ci sono. In occasione della presentazione fiorentina (v. video qui, qui e qui), il Professor Giuseppe Panella, critico letterario, l’ha definito un “romanzo postmoderno”. E lo è di certo, nella misura in cui il connettivismo tutto si cala nelle ultime propaggini della modernità per affacciarsi su un orizzonte nuovo, denso di interrogativi. Però proprio in questo contesto emergono archetipi che sono eterni. Il Vecchio Saggio (un archetipo junghiano) interviene nella mia narrazione, oltre ad altre immagini archetipiche (su tutte: l’androide) che nella mia storia acquistano significati particolari.

Quali sono stati i modelli che hai avuto davanti agli occhi, mentre scrivevi?

Coscientemente forse nessuno, nel senso che sono tutti talmente interiorizzati che, se anche mi ci ispiro, la cosa avviene in automatico. Certo è che quando penso a Platone, a Dante, a Čechov, a Saramago, a Bolaño, a Dick e a Gibson, ma anche ai colleghi e compagni di movimento Sandro Battisti, Giovanni De Matteo, Marco Milani, Alex Tonelli e Francesco Verso, penso a voci per me molto importanti, che mi hanno alimentato e mi alimentano come scrittore.

Vorrei parlare un po’ della genesi della tuo romanzo, dell’arco di sviluppo – per così dire – che dall’idea iniziale ti ha portato alla stesura definitiva.

La prima idea mi venne circa sei anni fa, in una notte stellata in cui ero a bere una birra fuori. E infatti l’incipit del romanzo è “Sopra di lui c’erano buio e stelle”. Poi sono nati diversi spunti, inizialmente sviluppati come racconti indipendenti, che sentivo che si dovevano collegare, ma non sapevo ancora come. Il vero trigger per la mia immaginazione è stato devastante: la morte della mia amatissima fidanzata, che mi ha costretto a confrontarmi col dolore e mi ha tolto ogni pudore scrittorio. È allora che ho imparato a coniugare al lirismo la visceralità.

ValleTu sei anche traduttore: c’è qualche segreto dello storytelling che hai appreso traducendo storie altrui? Penso per esempio a un tuo lavoro recente, Non lasciar mai che ti vedano piangere, il romanzo di Amir Valle (Edizioni Anordest).

Amir Valle, oltre che un grande amico, è un maestro. Da lui ho imparato moltissimo. Nel romanzo che giustamente ricordi, mi ha colpito la compresenza e l’intreccio di molteplici fili narrativi, che è una cosa che amo, e insieme proprio la capacità di unire l’armonia delle suggestioni ambientali e dei ritratti psicologici con la visceralità, cioè la prossimità alle zone d’Ombra e ai punti più brucianti della vita intima dell’uomo.

Ma che cosa significa scrivere un romanzo? Che cosa significa inventare un mondo possibile e impossibile?

Significa arrendersi a un richiamo, rendersi tramite di una Forza superiore. Per me, che sono cristiano, si tratta dell’Amore, la forza più devastante che ci sia. Alla faccia di tutte le mode e le pose di certa scrittura intellettuale e autocompiaciuta.

E che cosa ha significato, per te, per l’Agnoloni narratore, scrivere “questo” romanzo e inventare “questo” mondo?

Ha significato iniziare un percorso che mi ha portato a guarire. Spero che per i lettori possa significare l’inizio di un viaggio dentro di sé che li porti all’Incontro che tanto (stupidamente) temiamo. E comunque sto già scrivendo il sequel. La storia mica finisce qui.

4 pensieri su “Simone Gambacorta intervista Giovanni Agnoloni su “Sentieri di notte” (Galaad Edizioni)

  1. “La storia mica finisce qui”
    non finisce mai qui.
    a prescindere.
    bella intervista fatta di parole che profumano di profondo.
    un abbraccio a giovanni e un saluto a simone

    Mi piace

  2. Pingback: L’INTERVISTA DI SIMONE GAMBACORTA SU “SENTIERI DI NOTTE” « Giovanni Agnoloni – Writing and Travelling

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.